Spirito
Il re britannico invia un messaggio di Pasqua dopo le polemiche suscitate dagli auguri per il Ramadano
Il re britannico Carlo III ha diffuso un messaggio di Pasqua ai cristiani, dopo che Buckingham Palace era stato criticato all’inizio di questa settimana per aver dichiarato che non ne avrebbe diffuso alcuno. Di recente aveva rivolto gli auguri ai musulmani in occasione del Ramadan.
Il monarca britannico è, secondo la bizzarra tradizione anglicana, suorema autorità della Chiesa d’Inghilterra.
Giovedì, il canale GB News ha citato un rappresentante di Buckingham Palace secondo il quale re Carlo non avrebbe diffuso un messaggio di Pasqua. L’annuncio ha suscitato critiche da parte degli utenti dei social media, molti dei quali hanno definito il silenzio pasquale del re «deludente».
Alcuni critici hanno contestato il fatto che, a febbraio, la famiglia reale abbia pubblicato un messaggio sui propri account social per celebrare l’inizio del Ramadano, il mese più sacro del calendario islamico.
«Auguro a tutti i musulmani del Regno Unito, del Commonwealth e del mondo intero un Ramadan benedetto e sereno», recitava il messaggio di auguri. A marzo, mentre i musulmani di tutto il mondo celebravano l’Eid al-Fitr, la festa che segna la fine del mese di digiuno, anche Buckingham Palace ha pubblicato un messaggio con la scritta: «Eid Mubarak ai musulmani che la celebrano nel Regno Unito e in tutto il mondo».
ROYAL CLOWN EXPOSED: King Charles skips annual Easter message to Christians entirely… but bends the knee with a full Islamic video and prayers?
“Defender of the Faith”…this spineless Traitor is defending ISLAM while ditching the Church of England. pic.twitter.com/Nc0XeICQvI
— Liz Churchill (@liz_churchill10) April 2, 2026
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Diversi ecclesiastici cristiani britannici hanno criticato l’iniziale rifiuto della famiglia reale di fare lo stesso per la più grande comunità religiosa del paese.
Gavin Ashenden, ex cappellano della defunta regina Elisabetta II, ha rilasciato una dichiarazione in cui ha suggerito che il silenzio del re ha dato ai suoi sudditi l’impressione che il monarca «sia più favorevole all’Islam», aggiungendo che ciò è particolarmente scoraggiante in un momento in cui «il cristianesimo in tutto l’Occidente, ma soprattutto in questo paese, e l’anglicanesimo in particolare, sta iniziando a sprofondare nel declino».
Anche il vescovo Ceirion H. Dewar ha scritto su X che il silenzio della famiglia reale a Pasqua è stato una «grave delusione».
Domenica, la famiglia reale ha infine diffuso un breve messaggio per augurare «una gioiosa domenica di Pasqua ai cristiani che la celebrano nel Regno Unito, nel Commonwealth e in tutto il mondo».
Re Carlo III d’Inghilterra, come già sua madre Elisabetta II, viene indicato da alcune ricostruzioni genealogiche come discendente del profeta Maometto. La presunta parentela passa attraverso la Spagna medievale: in particolare da Zaida, principessa musulmana di Siviglia del XI secolo, che divenne concubina del re di Castiglia Alfonso VI. Zaida, secondo alcune fonti arabe, discenderebbe dai re della taifa (i piccoli Stati nati nella penisola iberica a partire dal periodo di caos politico – la cosiddetta fitna di al-Andalus, apertosi con la deposizione del califfo di Cordova Hisham II nel 1008 e l’assassinio di Abd al-Rahman Sanchuelo nel 1009) di Siviglia, i quali a loro volta rivendicavano una lontana discendenza dalla famiglia del Profeta.
Da lì il sangue del profeta mussulmanosarebbe entrato nelle casate reali di Portogallo e Castiglia, raggiungendo poi Edoardo IV d’Inghilterra nel XV secolo e, attraverso complesse linee di successione, l’attuale sovrano britannico. Si parla di oltre 40 generazioni di distanza.
Tuttavia la ricostruzione è controversa: il legame con Zaida è plausibile, ma la sua effettiva discendenza diretta da Maometto resta incerta e non universalmente accettata dagli storici. Il repertorio privato delle genenealogie aristocratiche Burke’s Peerage ha in passato menzionato la possibilità, ma senza confermarla in modo definitivo.
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Nel frattempo in rete sono rispuntati video di discorsi filoislamici di Carlo fatti nel corso di decenni.
Buckingham Palace has attempted to ban this video.
His Majesty King Charles III is trying to lecture the British to abandon Western values and Christianity in favor of ‘the wisdom of Islam’.
If he likes it so much, let him abdicate and go live in Iran. pic.twitter.com/etDs3Jmn4W— HJB News (@HJB_News__) April 5, 2026
In un video che riprendeva un evento del 1993 il Carlo dice che «l’islam è parte del nostro passato e del nostro presente, in tutti i campi dell’attività umana e ha aiutato a creare l’Europa moderna. È parte della nostra eredità. Non una cosa a parte».
King Charles announces he won’t deliver any Easter message this year.
Back in 1993 he stated: “Islam is part of our past and present. It created a modern Europe. Islam teaches us all lessons that Christianity has lost.”
I think it’s safe to say he converted to Islam long ago. pic.twitter.com/YFz48u9i7a
— Dr. Maalouf (@realMaalouf) April 2, 2026
«L’islam può insegnarci oggi un modo di capire e di vivere che la cristianità potrebbe aver perduto. Il nostro giudizio dell’islam è stato grossolanamente distorto pensando che gli estremi siano la norma. Questo, signore e signori, è un grande errore. È come giudicare la qualità della vita in Bretagna dall’esistenza di omicidio e stupro, abuso di minori e tossicodipendenza» dichiara nel filmato il futuro re britannico.
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Immagine di Scottish Parliament via Wikimedia pubblicata su Scottish Parliament Copyright Licence
Spirito
«L’Europa consegna i suoi Paesi ad una nuova invasione». Mons. Viganò, messaggio per Lepanto
Il 7 ottobre 1571, mentre la flotta della Lega Santa affrontava a Lepanto un nemico che pareva invincibile, San Pio V e il popolo cristiano pregavano il Rosario. Vinse allora ciò che aveva vinto con Gedeone: “ne glorietur contra me Israel, et dicat: Meis viribus liberatus sum.” Il Signore tolse al suo condottiero ventinovemila uomini e gliene lasciò trecento, perché nessuno attribuisse alle proprie forze una vittoria che era Sua.
Oggi i governanti d’Europa, dimentichi dell’identità dei loro popoli forgiata dal Cattolicesimo Romano, consegnano inermi i propri Paesi a una nuova invasione. E la gerarchia sedicente cattolica, che dovrebbe chiamare a raccolta i fedeli, incoraggia la sostituzione etnica, benedice chi la promuove e chiama «dialogo» la propria vile e abbietta diserzione. Ma i primi nemici dei popoli europei non sono coloro che violano i nostri confini: sono quanti, servi dei potentati finanziari che pretendono di governare le nazioni, se ne servono per scardinare la Religione e l’ordine sociale, e imporre così la propria tirannide tecnocratica. Alle genti che arrivano la Chiesa Cattolica deve la carità e l’annuncio di Cristo; ai loro strumentalizzatori, la coraggiosa denuncia e la resistenza. Un’Europa apostata dalla Fede e pervertita nella Morale non ha più galee, perché non ha più Rosari. Ma la Vergine è la stessa, e Dio non ha mutato il suo giudizio sui numeri: gli bastano trecento uomini, purché siano in ginocchio. “Cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo.” Torniamo ai piedi dell’altare. Torniamo al Rosario quotidiano. — Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) October 7, 2026
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Spirito
Domani, l’Anticristo? Quando la teologia fa luce sulla geopolitica
Nel numero 700 del Courrier de Rome (settembre 2026), padre Jean-Michel Gleize si interroga sulla possibilità di spiegare il sostegno americano a Israele unicamente con motivazioni geopolitiche e rintraccia le radici religiose e messianiche di questa alleanza fino alla questione dell’Anticristo. Padre Philippe Bourrat, dal canto suo, ripercorre l’intervento di San Clemente di Roma nella crisi della Chiesa di Corinto.
Israele, il Tempio e l’Anticristo
«Domani, l’Anticristo?”: Dietro questo titolo interrogativo, padre Jean-Michel Gleize inizia ponendo una questione metodologica. La scienza, nel senso moderno del termine, cerca le cause immediate e osservabili dei fenomeni. La «saggezza» va più indietro, alle loro cause profonde. Che dire allora della geopolitica? Può spiegare pienamente gli eventi che osserva, o dobbiamo, in certi casi, guardare più in profondità?
L’autore applica questa questione alle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Dal riconoscimento dello Stato ebraico al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme sotto la presidenza di Donald Trump, passando per l’entità degli aiuti concessi a Israele, egli osserva una convergenza che sembra difficile da spiegare unicamente con interessi economici, finanziari o strategici. «È possibile che considerazioni teologico-politiche prevalgano in questo caso sulla geopolitica?», si chiede.
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Fu allora che emerse il sionismo cristiano, una branca del protestantesimo evangelico per la quale la creazione dello Stato di Israele era vista come il compimento delle profezie dell’Antico Testamento. Il raduno degli ebrei in Terra Santa e la ricostruzione del Terzo Tempio erano, in quest’ottica, finalizzati a preparare il ritorno di Cristo e la conversione di Israele. L’abate Gleize individua dunque, dietro alcune scelte della politica americana, una motivazione religiosa che trascende la mera geopolitica.
Ma questa convergenza cela una profonda divergenza. L’autore esamina l’aspettativa messianica ebraica, basandosi in particolare sull’opera di Elijah Benamozegh: il Messia atteso deve instaurare un ordine universale incentrato su Gerusalemme e sul suo Tempio. La ricostruzione del Tempio assume quindi un significato messianico per entrambe le parti, ma non conduce allo stesso Messia.
È a questo punto che lo studio si allinea al suo titolo. Padre Gleize mette a confronto questa aspettativa con i principi della teologia cattolica, in particolare quelli di San Paolo, Sant’Ireneo e San Tommaso d’Aquino. Il falso Messia che apparirà alla fine dei tempi e sarà accolto come tale è l’Anticristo; Sant’Ireneo lo descrive mentre instaura il suo regno a Gerusalemme e siede nel Tempio. La convergenza tra il sionismo evangelico americano e la causa israeliana appare quindi come una temporanea «coincidenza di interessi».
La conclusione ritorna dunque al problema posto nelle righe iniziali. La geopolitica, «lasciata a se stessa», rimane, per l’abate Gleize, «incapace di fornirci una vera comprensione degli eventi che si svolgono sotto i nostri occhi». La loro profonda spiegazione richiede il ricorso a «dati religiosi, biblici e teologici» e, in ultima analisi, alla «Saggezza dall’alto».
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Una sedizione a Corinto, Roma interviene
Con padre Philippe Bourrat, questo numero ci trasporta alla fine del I secolo. Intorno all’anno 98, scoppiò una sedizione nella Chiesa di Corinto: diversi sacerdoti, fino ad allora irreprensibili nel loro ministero, furono destituiti. Il terzo successore di San Pietro intervenne quindi per ristabilire l’ordine tra i Corinzi.
Il significato di questa epistola, tuttavia, va ben oltre l’episodio che l’ha ispirata. San Clemente riconduce i disordini visibili alle loro cause morali: gelosia, superbia e insubordinazione. Al contrario, esorta i fedeli a riscoprire l’umiltà e l’obbedienza che avevano caratterizzato la loro comunità: «vi siete tutti dimostrati umili, senza vantarvi, più inclini all’obbedienza che al comando».
L’epistola dispiega dunque un intero insegnamento della vita cristiana: penitenza, timore del giudizio di Dio, speranza della risurrezione, imitazione dell’umiltà di Cristo e sottomissione all’ordine stabilito da Dio. «Fratelli, impegniamoci con tutto il nostro zelo, sotto il comando di questo irreprensibile condottiero», esorta san Clemente prima di ricordare la distinzione e la gerarchia delle funzioni nella Chiesa.
L’abate Bourrat sottolinea in particolare ciò che questo intervento rivela sull’autorità romana in un’epoca molto vicina a quella degli Apostoli. Il vescovo di Roma interviene in un’altra Chiesa, condanna la sedizione, esige che i suoi decreti siano osservati e invia legati per riferire sul ristabilimento della concordia. San Clemente può quindi scrivere: «ci darete gioia e letizia se obbedirete a ciò che vi abbiamo scritto per mezzo dello Spirito Santo».
Le pagine conclusive mettono a confronto questa interpretazione con quella proposta nel recente manuale Alla scoperta dei Padri della Chiesa . L’abate Bourrat la critica in particolare per aver spostato l’enfasi su un presunto «eccesso di zelo» che sfocia nel fanatismo, mentre il testo di San Clemente denuncia esplicitamente la superbia, la gelosia e l’insubordinazione dei sediziosi.
Secondo l’autore, è proprio questo che rende questa lettera, vecchia di quasi duemila anni, così attuale: gli stessi disordini producono gli stessi risultati quando si perde lo spirito di Cristo. «Gli insegnamenti di questo venerabile testo sono ancora validi oggi», conclude.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Godot13 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Leone XIV elogia la Confessione di Augusta, documento fondativo luterano
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