Connettiti con Renovato 21

Spirito

«Il concilio è rivoluzione»: omelia della prima messa pontificale del vescovo Michel de Sivry

Pubblicato

il

Data l’11 luglio 2026 nella chiesa di San Giuseppe a Bruxelles.

 

Carissimi fratelli nel sacerdozio, venerabili fratelli, care sorelle, cari fedeli,

 

È una grande gioia celebrare oggi questa prima messa pontificale in questa chiesa di San Giuseppe, patrono della Chiesa universale.

 

Siamo colmi di gratitudine dopo queste consacrazioni episcopali, che non sono altro che un atto di fedeltà alla Santa Chiesa Cattolica e alla Tradizione Cattolica. Un pensiero speciale va al nostro caro fondatore, Sua Eccellenza l’Arcivescovo Lefebvre, il cui coraggio, la cui prudenza e la cui fede sono ora per noi un esempio.

 

Ringrazio i miei cari colleghi per la loro presenza e la loro amicizia sacerdotale. Alcuni sono venuti da lontano per partecipare a questa prima Messa. Vorrei ringraziare i nostri fratelli, le nostre sorelle e voi, miei cari fratelli, per questa ondata di fede e carità che ci ha accompagnato alle consacrazioni.

 

Sappiate che tutte queste preghiere e questi sacrifici ci hanno sostenuto grandemente e ci danno tanto entusiasmo per intraprendere questo ministero episcopale. Siamo lieti di accogliere la vostra richiesta di ricevere i sacramenti secondo la tradizione della Chiesa.

 

Continuiamo dunque quanto delineato per la Santa Chiesa da papa San Pio X all’inizio del XX secolo: Omnia instaurare in Christo, «Restaurare ogni cosa in Cristo». Questa è la nostra missione particolare e provvidenziale, che dobbiamo proseguire.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Sacramenti per custodire intatto il deposito della fede

Miei cari fratelli, queste consacrazioni episcopali non sono in alcun modo un atto «della natura» o un atto veramente «scismatico». Queste consacrazioni sono tutt’altro che «scismatiche». I nuovi vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X non hanno giurisdizione territoriale.

 

Non siamo scismatici perché riconosciamo che papa Leone XIV è effettivamente il capo visibile della Chiesa. E preghiamo per lui ogni giorno, e continueremo a pregare per lui ogni giorno al momento del Santo Sacrificio della Messa.

 

Non siamo scismatici perché crediamo con tutto il cuore in tutte le verità che la Chiesa ha insegnato, in tutte le verità che il nostro Signore Gesù Cristo ci ha trasmesso. E siamo pronti a suggellarle con il nostro sangue.

 

Non siamo scismatici perché accettiamo, professiamo e riceviamo i sette sacramenti che Nostro Signore Gesù Cristo ci ha donato per santificarci e andare in Paradiso.

 

Miei cari fratelli, come sapete, dobbiamo tutti andare in Cielo. Questo è il nostro scopo qui sulla terra. Tutto il nostro essere, la nostra anima, il nostro corpo, ogni cosa ci chiama al Cielo. Siamo fatti per il Cielo. È nostro dovere. È nostro dovere lavorare ogni giorno alla nostra santificazione, alla nostra santità. È nostro dovere!

 

Ma se abbiamo questo dovere, abbiamo anche dei diritti: il diritto di ricevere i mezzi appropriati per raggiungere il nostro scopo. Questi mezzi sono la fede, i sacramenti, la disciplina e la legge della Chiesa. Questi sono mezzi ordinari e sufficienti per santificarci e diventare santi.

 

E questi metodi sono stati usati per duemila anni di Tradizione, dagli apostoli, dai martiri, dai confessori, dalle vergini. Ebbene, noi vogliamo conservarli. Vogliamo conservare questa fede degli apostoli. Vogliamo conservare questi stessi sacramenti. Vogliamo conservare questa stessa disciplina.

Sostieni Renovatio 21

Concilio Vaticano II: La rottura nel cuore della crisi

Purtroppo, come abbiamo visto dal Concilio Vaticano II in poi, questa fede, questi sacramenti, questa disciplina sono stati annacquati e profondamente alterati. A tal punto che, tristemente, ci distolgono dal nostro scopo e ci impediscono di essere santificati come i membri della Chiesa sono sempre stati santificati attraverso duemila anni di Tradizione.

 

Come sapete, il cardinale Suenens, che conosciamo bene, disse del Concilio: «Il Concilio è il 1789 nella Chiesa». In altre parole, questo Concilio è una rivoluzione. È una rivoluzione. Yves Congar, il teologo, in particolare esperto di libertà religiosa, disse che il Concilio è la Rivoluzione d’Ottobre nella Chiesa. La Chiesa ha avuto la sua Rivoluzione d’Ottobre con il Concilio Vaticano II.

 

E in effetti, quando esaminiamo questi testi in modo sintetico, non possiamo fare a meno di notare che essi sono in contrasto con il costante insegnamento della Chiesa.

 

La Gaudium et Spes, ad esempio, la costituzione che regola i rapporti tra la Chiesa e il mondo: il cardinale Ratzinger definì questo testo un «contro-sillabo». Il Sillabo , scritto nel 1864 da papa Pio IX, era un catalogo che condannava gli errori moderni: liberalismo, naturalismo, separazione tra Chiesa e Stato e secolarismo. Definendo la Gaudium et Spes un contro-sillabo, il cardinale Ratzinger affermò una rottura con gli insegnamenti di Pio IX e, con essi, con l’intera Tradizione.

 

Dignitatis Humanae, libertà religiosa. Questo testo conciliare ci dice che per legge naturale, per volontà di Dio, nessuno può essere impedito dallo Stato di confessare, di manifestare la propria fede o religione, qualunque essa sia, non solo in privato ma anche in pubblico. In altre parole, la Chiesa dice allo Stato che deve accettare l’errore anche al suo interno.

 

E così, paesi come l’Italia, la Spagna e la Colombia sono stati costretti da Roma a rimuovere il termine «cattolico» dalle loro costituzioni. Ai capi di Stato cattolici è stato chiesto di rimuovere il termine «cattolico» dalle loro costituzioni per essere coerenti con questa libertà religiosa. Questo testo, Dignitatis Humanae, rappresenta una netta rottura con Mirari Vos di Gregorio XVI , Libertas di Leone XIII e Quas Primas di papa Pio XI . C’è una rottura. La Chiesa ha sostenuto la secolarizzazione degli Stati.

 

Abbiamo anche Unitatis Redintegratio e Nostra Aetate, riguardanti l’ecumenismo, che insegnano che in ogni religione, qualunque essa sia, vi sono elementi di santificazione che, nella misura in cui vi aderiamo sinceramente, conducono alla salvezza. Tutte le religioni, quindi, attraverso questi elementi di santificazione, possono condurre alla salvezza. Perciò non possiamo più condannare queste false religioni perché contengono elementi di salvezza. Ci impegneremo nel dialogo per arricchirci a vicenda. Non parliamo più di conversione, ma di dialogo.

 

Ebbene, questo testo contraddice l’insegnamento di papa Pio XI nella sua enciclica Mortalium Animos. Pio XI afferma esattamente il contrario, e con lui, l’intera Tradizione Cattolica. Un esempio recente di ecumenismo è la dichiarazione di papa Francesco sulla fraternità umana ad Abu Dhabi, in cui afferma che le false religioni sono state volute da Dio.

 

Infine, abbiamo la Lumen Gentium, al capitolo 3, che afferma che nella Chiesa ci sono due soggetti di potere universale: il papa e il collegio episcopale, unito al papa. Ma il papa, in quest’ultimo caso, è solo primum inter pares, un’autorità morale. Questo testo è chiaramente in contrasto con la Pastor Aeternus del Concilio Vaticano I.

 

E poiché il potere può essere condiviso, oggi stiamo vivendo questa sinodalità, questo cammino sinodale, in cui ci viene insegnato che il popolo di Dio è un’entità teologica, il che significa che di solito può essere illuminato dallo Spirito Santo, e che l’autorità deve ascoltare questo popolo di Dio ed esserne portavoce. E poiché il popolo di Dio evolve nel suo pensiero, nel suo comportamento e nella sua moralità, l’autorità deve adattarsi. Così, la verità si evolve. Abbiamo questo cammino sinodale tedesco, ad esempio, che sostiene l’ordinazione delle donne al diaconato, il matrimonio dei sacerdoti ed è estremamente aperto al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

 

Infine, di recente, il cardinale Fernandez, nella Mater Populi Fidelis, minimizza significativamente la mediazione universale di Maria e chiede alla Chiesa di non usare mai più il termine «corredentrice» per riferirsi a Maria, sebbene papa San Pio X abbia autorizzato questo termine e Pio XI lo usi esplicitamente. Benedetto XV ha spiegato questa corredenzione, l’ha insegnata, e ora ci viene chiesto di smettere di usarla.

 

Cari fratelli, ci troviamo dunque di fronte a una questione di coscienza, come disse l’arcivescovo Lefebvre. Chi dobbiamo seguire? Dobbiamo seguire questi nuovi sviluppi, questa rottura, oppure dobbiamo, con prudenza, seguire ciò che la Santa Chiesa Cattolica ha sempre creduto, insegnato e praticato? Noi scegliamo questa prudenza, la fedeltà alla Tradizione Cattolica.

Iscriviti al canale Telegram

Perché la Fraternità non si definisce scismatica

Certo, purtroppo, siamo stati scomunicati, come sapete, con un decreto del 2 luglio. Ma, in realtà, miei cari fratelli, non sono stati scomunicati i singoli individui, bensì la Tradizione cattolica, ciò che insegniamo. Siamo stati scomunicati da uomini di Chiesa le cui idee sono state condannate – e continuano ad essere condannate – da duemila anni di Tradizione.

 

Inoltre, questa scomunica non è legalmente giustificata. La legge non può essere ignorata. Il Codice di Diritto Canonico del 1983 stabilisce, al canone 1323 § 4, che una persona che agisce per necessità non può incorrere in sanzioni canoniche. Questo canone afferma inoltre che se tale stato di necessità non esiste oggettivamente, ma la persona che ha agito credeva veramente di trovarsi in uno stato di necessità, allora non possono essere imposte sanzioni. Ora, miei cari fratelli, come abbiamo detto, è lo stato di necessità che ci obbliga a ricevere i sacramenti. È per la salvezza delle nostre anime. È per la salvezza delle vostre anime. Perché desiderate ricevere – e questo è legittimo, è un vostro diritto – tutto ciò che hanno ricevuto i vostri padri, tutto ciò che hanno ricevuto gli apostoli, tutto ciò che hanno ricevuto i confessori e le vergini, voi desiderate riceverlo. E avete il diritto di farlo. Avete tutto il diritto di farlo.

 

Naturalmente, questa sanzione ci ferisce profondamente perché siamo cattolici, perché siamo devoti al Santo Padre, perché siamo devoti ai vescovi, perché siamo devoti ai sacerdoti. Siamo toccati nel nostro cuore di bambini da queste sanzioni. Ma le sopportiamo. Le sopportiamo come una croce per la Santa Chiesa Cattolica.

 

Miei cari fratelli, soprattutto, non nutrite rancore. Al contrario, custodite questa profonda carità nei vostri cuori e, soprattutto, rimanete in pace. Dobbiamo rimanere in pace. Ne abbiamo il diritto. Siamo obbligati a compiere un atto grave e straordinario perché siamo costretti a farlo. Non abbiamo scelta.

Aiuta Renovatio 21

L’Immacolata Concezione, un modello di fedeltà nelle avversità

Carissimi fratelli, oggi vi ho chiesto di celebrare la Messa dell’Immacolata Concezione, perché mi sembra che la Beata Vergine Maria riassuma in sé questa vittoria di Nostro Signore Gesù Cristo sul mondo, su Satana e sul peccato.

 

E proprio questo mistero dell’Immacolata Concezione dovrebbe custodire le nostre anime in questa ferma speranza, in una grande gioia interiore. Maria, come sappiamo, ha vinto il peccato perché è immacolata. Papa San Pio X disse: «O Vergine, immacolata nel corpo e nell’anima». La Vergine Maria è immacolata nell’anima perché, come sappiamo, non ha mai contratto il peccato originale, né alcuna imperfezione.

 

La Vergine Maria possiede questa pienezza di sovrabbondanza attraverso la quale è mediatrice di tutte le grazie. Maria è santa nel suo corpo, vergine nel suo corpo. Il suo corpo è veramente il Tempio dello Spirito Santo, la nuova Arca dell’Alleanza che racchiude in sé nostro Signore Gesù Cristo, il Verbo fatto carne.

 

Maria, per ciò che è e per le sue opere, ha vinto il peccato. E poi San Pio X aggiunge che Maria è vergine nella fede, immacolata nella fede. La Vergine Maria ha avuto una vita difficile. Tuttavia, nonostante le circostanze avverse in cui ha vissuto, Maria non ha mai dubitato per un solo istante della divinità, dell’umanità e della regalità di suo Figlio, nostro Signore Gesù Cristo.

 

Fin dal momento dell’Annunciazione – e sua cugina Elisabetta lo avrebbe poi proclamato – credette alle parole dell’Angelo. Credette di essere stata concepita immacolata. Credette che il Verbo fosse il Figlio di Dio. Credette che anche suo figlio sarebbe stato Re. La Vergine Maria credette. Credette per tutta la vita nella divinità di nostro Signore Gesù Cristo.

 

Ai piedi della croce, la Beata Vergine Maria non dubitò mai, nemmeno per un istante, che questa fosse la via per compiere l’opera della Redenzione. E questa fede della Vergine Maria la sostenne, permettendole di rimanere in grande pace interiore. Imitiamo la Beata Vergine Maria nella nostra fede, affinché questa fede ci mantenga saldi e in pace interiore, perché ne abbiamo bisogno.

 

E poi, la Vergine Maria è immacolata nel suo cuore, nel suo amore, dice San Pio X. Maria ha amato Dio tre volte Santo. Ha amato Dio Padre perché è una creatura così santa e bella. Ha amato Dio Padre con tutto il suo cuore come una creatura. Ha amato Dio Figlio, Dio suo Figlio, come una madre. Ha amato suo figlio con una perfezione di gran lunga superiore a quella di qualsiasi altra madre, poiché nulla ha ostacolato l’amore che provava per suo figlio, vero Dio, vero uomo. E poi ha amato Dio Spirito Santo perché era la sua sposa. La Beata Vergine Maria ha mantenuto questa grande serenità attraverso la sua santità.

 

In conclusione, ascoltiamo ciò che ci dice san Pietro nella sua seconda epistola: «Coloro che vi calunniano, i pagani, vedendo le vostre buone opere, glorifichino Dio che è nei cieli».

 

La migliore risposta che possiamo dare a questa difficile situazione, allo shock delle sanzioni, sarà quella di rispondere con la santità della nostra vita, imitando la Beata Vergine Maria. La santità della nostra vita sarà la migliore testimonianza della vitalità e della verità della Tradizione Cattolica. E così, quando il Santo Padre deciderà di ristabilire ogni cosa in Cristo, potremo umilmente affidargli questa Tradizione che abbiamo scelto di preservare.

 

Perché questa Tradizione è il rimedio, la risposta ai mali moderni. Ebbene, la conserviamo per il Santo Padre. La conserviamo per la Santa Chiesa Cattolica. Custodiamola nei nostri cuori affinché un giorno possiamo far parte di quelle schiere di confessori e forse di martiri. Chiediamo questa grazia alla Beata Vergine Maria Immacolata e al nostro caro fondatore, l’Arcivescovo Lefebvre. Amen.

 

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

 

Amen.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 


 

Continua a leggere

Spirito

Mons. Viganò e la vera matrice dei «diritti dell’uomo»: «libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche»

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica risposta dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò ad una lettera apparsa sul blog del vaticanista Aldo Maria Valli  
Gentile Dott. Valli,   Ho letto il commento di Mons. Viganò (1) sulle parole del Santo Padre a Parigi che lei ha pubblicato.   Insomma, secondo i paladini della tradizione, il papa sarebbe dovuto andare a dire nella capitale francese che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non dovrebbe «aprire ad ogni culto» ma solo alla vera religione, che la dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza, fraternità sono parole massoniche e che non possono trovare la loro ispirazione ultima nel Vangelo.   Non è bastato al mondo tradizionalista vedere nel cuore rivoluzionario di Parigi 800 mila persone partecipare devote alla Santa Messa, allo stadio Saint Denis 80 mila giovani cantare in latino la Salve Regina, frotte di sacerdoti confessare in strada (come non si vedeva da tempo), nel Palazzo dell’Eliseo ascoltare dal Santo Padre la difesa del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto umano e la condanna alla maternità surrogata, tutto questo in faccia ad uno sciagurato Presidente che ha voluto inserire il diritto all’aborto in Costituzione.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Io non possiedo certo la cultura di Mons. Viganò ma credo che un conto sia difendere la tradizione, altro arroccarsi su posizioni preconcette, pretendere autoreferenziali prese di posizione che ci pongono fuori dalla realtà e contro il buon senso, negare il giusto sforzo – doveroso per la Chiesa di ogni tempo – di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo, ciò che non significa rinnegare il Vangelo di Cristo e compromettersi con lo spirito del tempo.   Il Santo Padre deve annunciare Cristo all’uomo moderno, rispettandone la sensibilità e la capacità di comprensione, senza porsi necessariamente in difesa attraverso parole di lapidaria condanna che avrebbero come unico effetto quello di restare non capite e di disperdere il gregge.   Invito con tutto il cuore coloro che amano veramente la Chiesa a lavorare per la sua unità, evitando tutto ciò che possa lacerare la tunica inconsutile del Signore; e preghiamo coesi per i frutti duraturi di questo straordinario viaggio apostolico in Francia in cui abbiamo toccato con mano la grazia di Dio che converte il cuore dell’uomo, nonostante le nostre insufficienze.   È una nostra precisa responsabilità davanti a Dio: e lo è – a maggior ragione – per chi crede che la tradizione sia una fonte perenne della vita della Chiesa in una dinamica sempre nuova.  

Con stima,

 

Pietro Piciocchi

Sostieni Renovatio 21

 

Hanno riconosciuto l’ingiustizia

e le hanno dato cittadinanza.

2 Ts 2, 11-12

  Caro Avvocato Piciocchi,   ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare (2); da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile.   La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo.   Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro.   La formula è semplice: noi non pretendiamo dal papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno.   Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede.   Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato.   Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.

Iscriviti al canale Telegram

Ella elenca, a difesa del discorso di Leone, la tutela del diritto alla vita come fondamento di ogni altro diritto e la condanna della maternità surrogata, pronunciate «in faccia» a un presidente che ha iscritto l’aborto in Costituzione. Qui occorre essere precisi, perché è il punto su cui i conservatori si sentono in dovere di applaudire.   Non nego il dato: nego piuttosto la conseguenza che Ella ne trae. Una condanna della maternità surrogata e un accenno alla vita, inseriti in un quadro che assume i «diritti dell’uomo» illuministi e la Dichiarazione del 1948 come «pietra miliare del progresso morale», restano concetti astratti. O meglio: rimangono in quell’iperuranio in cui i funzionari della chiesa sinodale vogliono confinare la dottrina, mentre adeguano la pastorale alla mentalità del mondo   Quella stessa matrice rivoluzionaria dei «diritti» — sganciata dalla legge di Dio e dalla Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo — è precisamente ciò che ha permesso di dichiarare «diritto» l’aborto, e poi di costituzionalizzarlo. Chi loda il principio e depreca uno dei suoi frutti non raddrizza l’albero: ne raccoglie i frutti avvelenati mentre finge di non vedere i rovi.   La risposta utile è dunque: non basta dire il vero su un effetto, se si benedice la causa. Pio XI, in Quas Primas, insegnò che pace e dignità non nascono dalla ribellione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ma dal Regno sociale di Cristo. Finché quella lezione resta taciuta, le frasi «pro life» pronunciate all’Eliseo sono un correttivo cosmetico su un edificio costruito senza la pietra angolare. E nessuno meglio del Vicario di Cristo dovrebbe sapere quanto vere siano le parole del Salvatore: Sine me nihil potestis facere (Jo 15, 5).   Ella oppone alla Tradizione «il giusto sforzo — doveroso per la Chiesa di ogni tempo — di trovare punti di convergenza tra la fede e la storia di un popolo». È la formula più insidiosa della Sua lettera, perché suona pastorale e ragionevole. Va presa di petto.   Non Le sono ignoti gli atti magisteriali fino a Pio XII che condannano senza appello la Rivoluzione e i suoi infernali principi. Questi testi non sono «posizioni preconcette»: sono il Magistero. E chi li richiama non si arrocca: ricorda a un papa che egli è custode della Verità rivelata, non padrone. Se oggi quel richiamo «pone fuori dalla realtà», tanto peggio per la realtà che si è costruita contro di essi. Non è il Magistero a doversi scusare con l’Eliseo, né l’erede di Pio VI a doversi umiliare all’erede di Jules Grévy, che si accompagna a un uomo in parrucca nella finzione più grottesca della normalità.   Le cito, parola per parola, il passaggio incriminato. Leone ha detto che l’Illuminismo portò «vere e proprie conquiste»; che tra queste vi è «il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa»; che libertà, uguaglianza e fraternità «rimandano a esigenze etiche universali, che trovano anche nel messaggio evangelico una fonte inesauribile di ispirazione e di realizzazione»; e che la Dichiarazione del 1948 è, con Giovanni Paolo II, «pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità». Su queste frasi si discute. Non sul fatto che a Saint-Denis si sia cantato in latino.   Ella chiude invocando l’unità e la tunica inconsutile, addossando la responsabilità di lacerarla a chi critica il discorso papale. È l’argomento che i conservatori usano da sessant’anni ogni volta che si tocca il nervo del Concilio, della messa montiniana, della sinodalità: va rovesciato.   La tunica la lacera chi introduce nella Chiesa un Vangelo diverso da quello ricevuto, non chi rifiuta di ratificarlo. San Paolo non invita i Tessalonicesi a «lavorare per l’unità» a costo della Tradizione: li esorta a stare saldi e a mantenere le tradizioni apprese (2 Tess 2, 15). L’unità cattolica è comunione nella Fede; non è la tregua fra chi benedice la Rivoluzione e chi la chiama col suo nome.   Le richiamo, qui, la distinzione che ho fatto in «Scisma Capitale». Quando colui che siede sulla Cattedra accetta e promuove una nozione del suo ufficio — e, con essa, una nozione della società e della libertà — incompatibile con quella definita dal Magistero perenne, egli non è più semplicemente un papa che sbaglia in un discorso di circostanza: pone un obex, un ostacolo all’esercizio stesso del papato. Chi gli resiste in ciò che è illecito non lacera la Chiesa: la serve. Chi invece, per non «disperdere il gregge», consente all’errore, si trova nella posizione di coloro di cui San Paolo dice εὐδοκήσαντες τῇ ἀδικίᾳ: che hanno riconosciuto l’ingiustizia e le hanno dato cittadinanza (2 Tess 2, 11-12).   Le rispondo dunque che l’unità non si costruisce sul silenzio intorno al punto decisivo: essa si costruisce sulla roccia di Pietro. Ogni tentativo di “resettare” la realtà si fonda sulla sabbia di un dialogo che usa il lessico di chi ha ghigliottinato i suoi figli. Invocare la tunica inconsutile per coprire la contraddizione è, alla lettera, cucire una toppa nuova su un vestito vecchio.

Aiuta Renovatio 21

Ella teme «parole di lapidaria condanna» che resterebbero incomprese. Ammesso e non concesso che i Cattolici, ogni tanto, tirerebbero un sospiro di sollievo se udissero non un mediatore, un conciliatore, un diplomatico, un ecumenico, un filantropo, un globalista, un immigrazionista, un massone o un pagano, ma un papa che finalmente parla da papa. Ma anche concedendoLe l’esigenza della pedagogia, non posso concederLe che la pedagogia obblighi a dire il falso.   Un pontefice poteva, all’Eliseo, ricordare l’eredità cristiana della Francia — Clodoveo, San Luigi, Santa Giovanna d’Arco, le Carmelitane di Compiègne — e aggiungere, con mitezza, che la libertà cristiana non è la libertà del 1789; che l’uguaglianza delle anime dinanzi a Dio non è l’egualitarismo che ha livellato altari e troni; che la fraternità evangelica ha un Padre celeste, e che senza quel Padre diventa la fratellanza delle Logge. Poteva dire che la «giusta laicità» non consiste nel mettere la vera Religione allo stesso rango delle false, e che Nostro Signore è Re anche delle nazioni in cui vige un regime repubblicano che si professa laico.   Poteva, venerando la Corona di Spine a Notre-Dame, ricordare che quella Corona è di un Re, e che quel Re non si concilia con il motto coniato per deporLo.   Nulla di tutto questo è «autoreferenziale». È il catechismo. Se oggi suona inaudito, è perché da decenni si è preferito l’applauso dell’Eliseo alla voce di Pio VI.   Caro Avvocato, non La tratto da avversario. La Sua lettera è sincera per il timore di una Chiesa che «si pone fuori dalla realtà», anche se sono decenni che gli imbarazzanti tentativi di compiacere il mondo rendono patetici i suoi mitrati fautori. Quel timore va rispettato ma corretto: la realtà della Chiesa non è lo specchio del mondo, è il giudizio di Cristo sul mondo. Chi ama davvero la Chiesa non le chiede di diventare credibile agli occhi di un Presidente che ha fatto dell’aborto norma costituzionale; le chiede di rimanere credibile dinanzi a Dio. Poiché l’inizio della saggezza è il timore del Signore (Pr 9,10).   Concludo ricordandoLe che la Tradizione non è «una fonte perenne in una dinamica sempre nuova», se per dinamica si intende la riconciliazione col liberalismo che il Sillabo ha dichiarato impossibile. La Tradizione è la trasmissione integrale del Depositum fidei, senza tagli e senza innesti. Chi la custodisce non lacera la tunica: impedisce che la si sostituisca con la livrea tricolore.   I martiri della Vandea, i sacerdoti di settembre, le contadine di Angers non hanno bisogno che noi li usiamo come randello. Hanno bisogno che un papa, passando sulle pietre bagnate del loro sangue, non lodi il motto in nome del quale furono martirizzati. Se questo richiamo «disperde il gregge», allora quel gregge era già stato disperso da chi gli ha insegnato che obbedire all’errore è virtù e che resistere alla menzogna è scisma.   Le ho scritto perché la Sua lettera non rappresenta un caso isolato: essa costituisce il manuale, per così dire, con cui, dopo ogni gesto «positivo» di questo pontificato, si chiederà ai Cattolici di lasciarsi convincere dall’emozione della piazza senza guardare ai principi che nel frattempo vengono sovvertiti. È esattamente il meccanismo descritto in «Scisma Capitale». Conviene smontarlo ora, con calma e con dottrina, prima che diventi il senso comune anche di chi si dice amico della Tradizione.   Con gratitudine per la franchezza con cui Ella ha scritto,  

+ Carlo Maria Viganò

Arcivescovo

Viterbo, 1 Ottobre 2026

S.Remigii Episcopi et Confessoris

NOTE  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine da Twitter
 
Continua a leggere

Spirito

Leone XIV rilancia la diplomazia vaticana a Mosca

Pubblicato

il

Da

A distanza di un mese l’uno dall’altro, due emissari di Papa Leone XIV furono ricevuti a Mosca. Dopo l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, giunto per ristabilire il dialogo con il Cremlino e il Patriarcato ortodosso russo, il cardinale Matteo Zuppi proseguì la sua delicata missione tra i prigionieri e le famiglie separate dalla guerra.

 

L’arcivescovo Gallagher incontra Lavrov, cinque anni dopo

Dal 24 al 28 agosto 2026, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, ha effettuato la sua prima visita in Russia dal novembre 2021. Durante quel precedente viaggio, la guerra non era ancora scoppiata su vasta scala e il diplomatico della Santa Sede aveva incontrato il primo ministro Mikhail Mishustin, il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov e il Metropolita Hilarion, allora responsabile delle relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. Quasi cinque anni dopo, gli interlocutori politici sono in parte gli stessi, ma il contesto è radicalmente cambiato.

 

Il 25 agosto, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Sergey Lavrov per un lungo colloquio sulle relazioni bilaterali, la situazione internazionale e le prospettive di pace in Ucraina. In una conferenza stampa congiunta, il rappresentante della Santa Sede ha ribadito l’appello di Papa Leone XIV per porre fine alle ostilità e alle sofferenze dei civili. «La guerra deve finire», ha dichiarato, ricordando che il Vaticano resta pronto a offrire i suoi buoni uffici per facilitare i negoziati.

 

Il 26 agosto, l’arcivescovo Gallagher ha incontrato Yuri Ushakov, consigliere del presidente Vladimir Putin per gli affari esteri. Ex ambasciatore russo negli Stati Uniti, Ushakov ricopre una posizione di rilievo nelle relazioni internazionali del Cremlino dal 2012. Non era previsto alcun incontro con Vladimir Putin in persona. Questi incontri hanno comunque permesso all’arcivescovo Gallagher di ristabilire un contatto diretto con due figure chiave della diplomazia russa, poche settimane dopo un viaggio in Ucraina durante il quale aveva incontrato, tra l’altro, il presidente Volodymyr Zelens’kyj.

Sostieni Renovatio 21

Una proposta di mediazione rimasta senza risposta

Al suo ritorno da Mosca, l’arcivescovo Gallagher ha riconosciuto i limiti dell’azione di Roma. Interrogato sull’offerta di mediazione della Santa Sede, ha osservato che non aveva ricevuto alcuna risposta concreta: «non sembra che si desideri un coinvolgimento diretto dei nostri servizi diplomatici».

 

Il prelato ha inoltre chiarito che Roma non intende redigere direttamente i termini di un accordo. La Santa Sede resta a disposizione per facilitare le discussioni, ma la responsabilità dei negoziati spetta alle parti in conflitto. Nonostante i suoi contatti con entrambe le capitali, il Vaticano non ha quindi alcun mandato per condurre i negoziati di pace.

 

L’arcivescovo Gallagher ha tuttavia sottolineato che Leone XIV gli aveva chiesto personalmente di evidenziare la dimensione umanitaria del conflitto. Il Papa auspicava in particolare la prosecuzione della missione del cardinale Zuppi, il cui ritorno a Mosca era già in fase di valutazione.

 

Il Patriarcato di Mosca esprime le proprie rimostranze

Il viaggio dell’arcivescovo Gallagher ha avuto anche una significativa dimensione religiosa. Il 25 agosto, il rappresentante della Santa Sede ha incontrato il metropolita Antonio di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. Il metropolita Antonio è succeduto al metropolita Ilarione, precedente interlocutore chiave di Roma, nel 2022.

 

Durante l’incontro, i rappresentanti della Chiesa ortodossa russa hanno denunciato le misure adottate dalle autorità ucraine contro la Chiesa ortodossa ucraina, storicamente legata al Patriarcato di Mosca. Hanno menzionato in particolare le restrizioni imposte alle sue istituzioni e i procedimenti legali avviati contro alcuni dei suoi funzionari.

 

La questione è entrata anche nella sfera politica. Dopo l’incontro con l’arcivescovo Gallagher, Sergej Lavrov ha dichiarato che il diplomatico vaticano aveva riconosciuto la natura preoccupante della situazione religiosa in Ucraina e aveva promesso di riferire tali preoccupazioni a Kiev. Questa versione dei fatti, resa pubblica dal ministro russo, non è stata tuttavia confermata in questi termini dalla Santa Sede.

 

Questa questione complica ulteriormente i rapporti tra Mosca e Kiev, in un contesto in cui le affiliazioni ecclesiastiche e le lealtà nazionali sono diventate un elemento centrale del conflitto. I rapporti tra Roma e il Patriarcato russo rimangono tesi da quando il Patriarca Kirill ha pubblicamente appoggiato l’intervento militare russo. Tuttavia, il continuo contatto con il Metropolita Antonio dimostra che la Santa Sede non intende interrompere il dialogo con Mosca.

Aiuta Renovatio 21

I cattolici di Russia, un altro tema in gioco nel viaggio

La missione del vescovo Gallagher non si è limitata ai colloqui diplomatici. Il 27 agosto, il prelato ha incontrato sacerdoti, monaci e suore provenienti dalla Russia, prima di celebrare la messa nella Cattedrale dell’Immacolata Concezione a Mosca, alla presenza dei vescovi cattolici del Paese.

 

Egli trasmise ai fedeli l’incoraggiamento di Leone XIV, esortandoli a perseverare nella loro vita cristiana nonostante le difficoltà. La Chiesa cattolica rappresenta una piccola minoranza in questo vasto paese. È organizzata attorno all’Arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca e alle diocesi di Saratov, Novosibirsk e Irkutsk.

 

Il vescovo Gallagher ha inoltre discusso con le autorità russe delle esigenze pastorali delle comunità cattoliche e delle loro attività caritative.

Iscriviti al canale Telegram

Zuppi ritorna a Mosca con una missione più concreta.

Un mese dopo l’arcivescovo Gallagher, il cardinale Matteo Zuppi è giunto a Mosca il 28 settembre per una visita di tre giorni. Si è trattato del suo terzo viaggio nella capitale russa, dopo quelli di giugno 2023 e ottobre 2024. L’arcivescovo di Bologna, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, prosegue la missione umanitaria affidatagli da papa Francesco nel 2023 ed espressamente confermata dapapa Leone XIV.

 

Prima del suo arrivo, il cardinale aveva spiegato all’agenzia di stampa russa TASS che il suo mandato riguardava i bambini separati dalle loro famiglie, gli scambi di prigionieri e le questioni relative ai civili. Il cardinale aveva chiarito che la Santa Sede stava esaminando le richieste di entrambe le parti. Pertanto, non si trattava solo di garantire il ritorno dei cittadini ucraini, ma anche di agevolare alcune procedure riguardanti prigionieri o civili russi.

 

Migliaia di prigionieri in attesa

Durante un precedente viaggio in Ucraina, nel mese di luglio, il cardinale Zuppi ha incontrato i familiari di militari e civili detenuti in Russia. In particolare, gli hanno chiesto di adoperarsi per la liberazione di tutti i prigionieri di guerra detenuti da entrambe le parti, secondo il principio «tutti per tutti».

 

Secondo le stime presentate al cardinale e riportate da Vatican News, circa 7.000 ucraini sono detenuti in Russia, a fronte di circa 4.000 russi detenuti in Ucraina. Queste cifre, basate su informazioni raccolte durante la sua missione, non costituiscono un censimento indipendente ed esaustivo.

 

Il cardinale aveva visitato anche un centro di detenzione nella regione di Leopoli, dove erano reclusi soldati russi. Le famiglie ucraine speravano che potesse fare lo stesso per i loro parenti detenuti in Russia.

 

Il 30 settembre, la loro richiesta è stata parzialmente accolta: il cardinale ha potuto visitare un centro di detenzione che ospita prigionieri di guerra ucraini. Ha parlato con alcuni di loro e ha trasmesso un messaggio di solidarietà da parte di Papa Leone XIV. Accompagnato dal Nunzio Apostolico in Russia, l’Arcivescovo Giovanni d’Aniello, ha espresso la speranza che questa visita possa favorire ulteriori scambi.

Sostieni Renovatio 21

Bambini, persone scomparse e civili di Kursk

A Mosca, il cardinale Zuppi ha incontrato Yuri Ushakov, nonché diversi funzionari russi responsabili di questioni umanitarie, tra cui Maria Lvova-Belova, commissaria presidenziale per i diritti dei minori, e Yana Lantratova, presentata come responsabile per i diritti umani.

 

Le discussioni si sono concentrate sui prigionieri militari e civili, sulla ricerca delle persone scomparse e sul ritorno dei minori separati dalle loro famiglie. Il cardinale ha chiesto l’accelerazione delle procedure di verifica per il ricongiungimento familiare. Tali procedure richiedono l’accertamento dell’esatta situazione dei minori coinvolti, del loro luogo di residenza e delle possibilità di un loro ritorno alle famiglie.

 

Durante i colloqui si è discusso anche della situazione dei civili russi sfollati a causa delle operazioni militari ucraine nella regione di Kursk. Mosca desidera in particolare verificare che le persone colpite siano riuscite a tornare a casa. L’ambasciatore russo presso la Santa Sede, Ivan Soltanovsky, ha accolto con favore la visita del cardinale, pur sottolineando le difficoltà legali e pratiche che un eventuale scambio di prigionieri civili comporterebbe.

 

Al termine della missione, non è stato reso pubblico alcun nuovo accordo generale.

Iscriviti al canale Telegram

Leone XIV si è confrontrato con i limiti della diplomazia papale

Quando papa Francesco ha affidato al cardinale Zuppi la sua prima missione nel maggio 2023, l’obiettivo era ancora quello di esplorare le vie per risolvere il conflitto. L’arcivescovo di Bologna si è recato successivamente a Kiev, Mosca, Washington e Pechino. Ma le posizioni delle parti in conflitto ridussero rapidamente le prospettive di mediazione. Volodymyr Zelens’kyj, in particolare, ha respinto qualsiasi iniziativa che non tenesse conto delle condizioni poste dall’Ucraina.

 

I colloqui hanno assunto quindi una piega più concreta. Nell’ottobre del 2024, durante il suo secondo viaggio a Mosca, Zuppi ha affrontato già i temi dello scambio di prigionieri, del rimpatrio dei soldati feriti, della restituzione delle salme e del ricongiungimento dei bambini con le loro famiglie. Le autorità russe avrebbero poi riconosciuto il ruolo svolto dalla Santa Sede in alcune operazioni umanitarie, in particolare nel rimpatrio dei soldati feriti.

 

Due anni dopo, Leone XIV ha cercato di ampliare questo margine di manovra ristabilendo contatti diplomatici di alto livello, senza tuttavia abbandonare le iniziative intraprese dal suo predecessore. Il contrasto tra l’accoglienza riservata all’arcivescovo Gallagher e al cardinale Zuppi e la mancata risposta all’offerta di mediazione di Roma è, tuttavia, rivelatore. Mosca ha accettato i buoni uffici del Vaticano su questioni specifiche, ma non riconobbe alcun ruolo per la definizione di una soluzione politica.

 

La diplomazia papale aveva ristabilito i contatti con i suoi interlocutori russi; era ancora in attesa che questi aprissero le porte ai negoziati.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

Continua a leggere

Spirito

Ruffec, 15 nuove postulanti presso le Suore della FSSPX

Pubblicato

il

Da

Il noviziato delle Suore della Fraternità accoglie un numero eccezionale di candidate alla vita religiosa.   Il 14 settembre è il grande giorno dell’arrivo dei postulanti nei nostri noviziati nell’emisfero settentrionale.   Il noviziato di lingua francese di Ruffec accoglie quest’anno 15 postulanti: 9 francesi, 2 tedesche, 2 svizzere, 1 polaccoa e 1 slovena. Il numero totale di aspiranti al noviziato di Ruffec sale così a 26 (per un totale di 41 nei nostri tre noviziati). Deo gratias!   La crociata per le vocazioni sta dando i suoi frutti e rendiamo grazie per queste anime generose che bussano alla porta della congregazione, desiderose di donarsi totalmente a Dio nella vita religiosa.   Il raccolto è abbondante, le richieste di fondazioni continuano a moltiplicarsi sia in Francia che all’estero, e preghiamo fervidamente affinché molte altre anime rispondano alla chiamata di Dio!   Nello stesso mese, il 2 settembre, Nostro Signore ha chiamato a sé una delle nostre novizie del noviziato di Pilar, in Argentina: Suor Maria Luz, di 22 anni, che è morta improvvisamente per un attacco di cuore. Questa novizia generosa e gioiosa si stava preparando a emettere i voti di lì a pochi mesi. Mentre continuiamo a pregare per lei, le affidiamo le nostre novizie!   Le Suore della Società di San Pio X     Articolo previamente apparso su FSSPX.News

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 
 
 
Continua a leggere

Più popolari