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FSSPX e nuove consacrazioni dei vescovi, don Pagliarani risponde alle domande dei giovani

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Sabato 7 febbraio 2026, padre Davide Pagliarani, Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), ha partecipato a una tavola rotonda sulla decisione di procedere con la consacrazione dei vescovi il 1° luglio a Écône. Questo intervento si è svolto nell’ambito dell’Università Invernale del Distretto Francese della FSSPX, tenutasi a La Martinerie, vicino a Châteauroux. L’evento ha riunito diverse centinaia di partecipanti, per lo più giovani ventenni.

 

 

Tavola rotonda con padre Pagliarani

Questa tavola rotonda, originariamente tenutasi oralmente, è stata leggermente modificata per facilitarne la lettura. Lo stile orale è stato adattato alla forma scritta senza alterare il significato degli interventi.

 

Prima domanda: perché proprio ora?

Domanda:

Negli ultimi mesi si è diffusa la voce di possibili consacrazioni, soprattutto dopo la morte del vescovo Tissier de Mallerais. Alcuni si chiedono perché abbiate aspettato fino ad ora; altri potrebbero chiedersi perché non abbiate aspettato ancora di più.

 

La risposta di Padre Pagliarani:

È una questione di prudenza. Prendere una decisione del genere – perché è una decisione estrema, seria – è possibile solo se non ci sono alternative. Una scelta simile richiede un lungo e difficile discernimento, che va affrontato con calma e preghiera. Ed è quello che abbiamo fatto.

 

La morte del vescovo Tissier non ha comportato la necessità di consacrazioni immediate per sostituirlo. Certamente, ci mancava un vescovo, ma la Fraternità Sacerdotale San Pio X è stata in grado, e potrà continuare a farlo per alcuni mesi, di proseguire con due vescovi.

 

Tuttavia, da un lato, ci troviamo con soli due vescovi, che stanno invecchiando; dall’altro, la situazione della Chiesa non sembra destinata a cambiare nei prossimi anni. Siamo dunque giunti a un punto in cui si può – anzi, si deve – prendere questa decisione davanti a Dio, come abbiamo fatto, per il bene delle anime.

 

È una questione di prudenza. Quando si prende una decisione del genere, ci sono mille fattori da considerare. Richiede tempo.

 

Credo che la situazione sia matura di per sé, e non solo in termini di necessità oggettiva. Direi che è altrettanto matura la possibilità per tutti i fedeli di buona volontà di comprendere le ragioni di questa decisione. Anche questo è importante. È qualcosa che dobbiamo spiegare e che i fedeli devono essere in grado di comprendere.

 

E penso che oggi, con ciò che sta accadendo nella Chiesa, ci siano tutti gli elementi necessari per farlo.

 

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Lettere inviate al Papa

Domanda:

Padre, nella sua omelia del 2 febbraio, lei ha detto di aver scritto al Papa diverse volte, due volte se non erro. Potrebbe, se possibile, entrare un po’ più nel dettaglio e dirci precisamente cosa gli ha scritto e qual è stata la sua risposta?

Risposta:

Ho scritto al Papa per la prima volta prima del Giubileo a Roma, quindi all’inizio di agosto, per chiedere un’udienza e, naturalmente, per congratularmi con lui per la sua elezione. Non ho mai ricevuto risposta a quella lettera.

 

A novembre, quindi, scrissi una seconda lettera, nella quale misi per iscritto ciò che avrei voluto spiegare oralmente al Papa. In essa, illustrai le ragioni per cui la Fraternità Suprema richiede nuovi vescovi e ne ha bisogno. Chiesi al Santo Padre di comprendere questa situazione, senza nascondere le divergenze dottrinali, senza celare tutti i problemi che sappiamo esistere. Ma sottolineai che la Fraternità vuole servire la Chiesa; che se preserviamo la Tradizione, lo facciamo per la Chiesa, affinché un giorno un Papa possa farne uso.

 

Perché preservare la Tradizione non significa semplicemente preservare i principi. Preservare la Tradizione significa preservare le anime che la incarnano, che la vivono. Questo è il vostro caso, questo è il caso delle famiglie cattoliche tradizionali, questo è il caso di coloro che scelgono una vocazione religiosa o sacerdotale. Questa è la Tradizione. Non si tratta solo di libri o principi.

 

Ho quindi spiegato al papa che questo è il servizio che vogliamo rendere alla Chiesa, fino al giorno in cui lui, o uno dei suoi successori, desidererà farne uso.

 

Ho inviato quella seconda lettera a novembre, e la risposta è arrivata qualche giorno fa, anzi, una settimana fa, venerdì scorso, sì, otto giorni fa. Ma questa risposta non teneva conto di ciò che stavamo proponendo. Si trattava semplicemente di una minaccia di ulteriori sanzioni se la Fraternità avesse portato avanti l’idea di consacrare i vescovi.

 

Ecco tutto. È stato piuttosto deludente. Davvero deludente.

 

Pochi giorni dopo, come sapete, abbiamo annunciato le consacrazioni.

 

Perché consacrare

Domanda:

Quindi non avete ancora ricevuto l’approvazione del Papa. Perché, ciononostante, vi sentite in dovere di consacrare i vescovi?

 

Risposta:

È per il bene delle anime. L’unica cosa da considerare è questa: siamo qui sulla terra per salvare le nostre anime. Questo lo sapete. Tutto ciò che facciamo nella nostra professione, nella nostra famiglia, nei nostri progetti, tutto, senza eccezione, è ordinato, direttamente o indirettamente, alla salvezza delle nostre anime, alla nostra salvezza.

 

Ora, la Chiesa esiste per garantire i mezzi necessari a questa salvezza. Su questo punto siamo tutti d’accordo.

 

Ma la Chiesa ufficiale di oggi, in una normale parrocchia, ci fornisce i mezzi necessari per raggiungere la salvezza? Vi troviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno? Vi troviamo un catechismo veramente cattolico? Viene insegnata la morale cattolica, cioè come comportarsi? Viene insegnata la verità? Vengono amministrati i sacramenti necessari alla salvezza, secondo quanto la Chiesa ha sempre fatto? C’è ancora un senso del peccato, un senso dell’assoluzione, un senso di conversione morale? Tutto questo viene insegnato e praticato in una normale parrocchia?

 

È ovvio che non lo è. No. Altrimenti, non sareste qui. Altrimenti, la Fraternità Sacerdotale San Pio X non esisterebbe.

 

Indipendentemente dalle consacrazioni episcopali, giustifichiamo già il nostro apostolato proprio perché esiste uno stato di necessità all’interno della Chiesa. Ebbene, è a causa di questo stato di necessità che questa decisione diventa imperativa; è imperativa, ancora una volta, per il bene delle anime.

 

E serve anche, direi, a mandare un segnale alla Chiesa. La Chiesa stessa deve capire che esiste – gli uomini della Chiesa, chiaramente – per servire le anime, per condurre le anime in cielo, per strapparle all’inferno, per liberarle dal peccato. Esiste proprio per questo scopo.

 

Eppure questo manca, e la sua mancanza si fa sempre più acuta. Da qui la necessità di fare tutto il possibile per salvare le anime. Questo è ciò che si definisce stato di necessità.

 

Si tratta dunque di una situazione estrema, ma che esige, che richiede, soluzioni proporzionalmente estreme; ne siamo consapevoli.

 

La Fraternità sta sfidando la Chiesa?

Domanda:

Lei parla molto del concetto di servizio: servizio reso alle anime, servizio reso alla Chiesa. Ma in pratica – e questa è un’accusa rivolta alla Fraternità; era il titolo di La Croix il giorno dopo l’omelia da lei pronunciata il 2 febbraio – la Fraternitàsembra dare l’impressione di sfidare la Chiesa. Come si posiziona rispetto a questa affermazione e qual è la risposta appropriata?

 

Risposta:

Precisamente, non stiamo sfidando la Chiesa, la stiamo servendo. Stiamo servendo la Chiesa nelle anime, ancora una volta. E tutto ciò che facciamo – non dimentichiamolo, come ho detto prima – è destinato a mettere la Tradizione al servizio della Chiesa stessa, in quanto istituzione, cioè al servizio del papa e della gerarchia, perché la Tradizione appartiene alla Chiesa.

 

Abbiamo ricevuto un’eredità di cui beneficiamo, un’eredità che non è iniziata nel 1970 con la fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Quest’eredità è il lascito di duemila anni di storia della Chiesa, di duemila anni di Magistero e di duemila anni di Tradizione.

 

Preserviamo questa eredità affinché possiamo viverla noi stessi e per amore delle anime che si rivolgono a noi in cerca di aiuto. Ma ripeto: è anche per la Chiesa stessa. È una fiaccola che teniamo accesa anche per gli altri, persino per coloro che non condividono le nostre idee e persino per coloro che non sono cattolici. Non importa: un giorno, le anime dovranno convertirsi. Ma certamente, qualcuno dovrà pur predicare la verità. Altrimenti, a cosa si convertirebbero queste anime?

 

È in questo senso che serviamo la Chiesa, anziché sfidarla. Affermare che la Fraternità sfida la Chiesa è, in ultima analisi, un’interpretazione molto superficiale. No: la Fraternità rifiuta tutto ciò che distrugge la Chiesa.

 

Ora, riguardo a tutte queste nuove idee – e si potrebbero citare molti esempi – ne menzionerò solo uno, un caso molto concreto e recente. Pochi giorni fa, il 27 gennaio, si è celebrata la Giornata della Memoria dell’Olocausto, una giornata dedicata al ricordo dell’Olocausto, della Shoah.

 

In questa occasione, il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede – ovvero il successore del Sant’Uffizio, precedentemente noto come Inquisizione Romana; il nome è cambiato, ma resta lo stesso tribunale dottrinale della Santa Sede, un’istituzione che esiste ancora oggi e la cui funzione è centrale – dichiarò, in un discorso ufficiale a tutti i membri del suo dicastero, che l’Inquisizione – proprio quell’organo di cui egli stesso è erede – era paragonabile alla Gestapo.

 

In altre parole, la Santa Chiesa, che ha profuso sforzi immensi nel corso dei secoli per preservare la Fede, avrebbe agito come la Gestapo sotto il regime nazista.

 

Chi ama dunque la Chiesa? Chi ama la Tradizione della Chiesa? Chi ama la difesa della Fede, della verità e della purezza dottrinale così come è stata sostenuta dalla Chiesa nel corso dei secoli? Chi ama queste cose?

 

Noi, dal canto nostro, non ce ne vergogniamo. Non ci vergogniamo della condanna degli errori. È grazie a queste condanne – e alle definizioni dogmatiche – che siamo riusciti a preservare la Fede.

 

Paragonare questo tribunale dottrinale, al quale i papi hanno dedicato tanta attenzione e impegno nel corso dei secoli, alla Gestapo è un atto infame. E non è solo inaccettabile; è un segno. È il segno che, purtroppo, c’è chi si vergogna della Chiesa. Si vergogna della propria madre.

 

Quanto a noi, non ci vergogniamo di nostra madre. No, siamo figli della Chiesa.

 

È in questo spirito che la Fraternità cerca di servire la Chiesa. È fondamentale comprenderlo.

 

Abbiamo duemila anni di storia alle spalle. Non dimentichiamolo mai.

 

Lo stato di necessità e la missione canonica

Domanda:

Padre, lei ha parlato dello stato di necessità, e abbiamo ben compreso che questo stato di necessità consiste nel bisogno delle anime di ricevere i sacramenti e di essere istruite nella pienezza della Fede. Abbiamo anche compreso che questo stato di necessità è universale. Non riguarda solo questa o quella specifica parrocchia, ma, in un certo senso, le parrocchie di tutto il mondo oggi.

 

Tuttavia, un’obiezione viene spesso sollevata riguardo al nostro ministero di evangelizzazione: ovvero, la presunta mancanza di giurisdizione che esercitiamo su di esse, o l’assenza di una missione canonica all’interno della Chiesa, circostanze che renderebbero il nostro ministero un atto alquanto selvaggio. Infatti, il seminario di Écône fu un tempo definito un «seminario selvaggio» – non un seminario di selvaggi, badate bene, ma un seminario selvaggio – per suggerire che le sue attività si svolgevano al di fuori delle regole stabilite.

 

Come si potrebbe rispondere a tutto ciò? Come possiamo giustificare, nello stato attuale della Chiesa, il nostro ministero delle anime? La semplice invocazione dello stato di necessità non è forse una sorta di «jolly» usato per giustificare praticamente qualsiasi cosa?

 

Risposta:

Il principio fondamentale è la salvezza delle nostre anime; questa è la ragione stessa della nostra presenza sulla terra. Se Dio ci concede sessanta, settanta o persino cento anni in questa vita, è per la salvezza delle nostre anime.

 

Ora, se non si riescono a trovare i mezzi necessari per questa salvezza all’interno delle strutture ordinarie della Chiesa, allora credo che tutti coloro che ne hanno la possibilità abbiano il dovere di provvedere a tali necessità attraverso altri mezzi. In nome di chi? In nome della carità. In nome della carità.

 

La Fraternità viene spesso accusata di essere severa. Permettetemi quindi di chiarirlo subito: non siamo esenti dal peccato originale. Abbiamo bisogno dei sacramenti, della confessione; portiamo il peso del peccato originale proprio come tutti gli altri. Questo è un dato di fatto.

 

Detto ciò, abbiamo un dovere di carità: fare tutto ciò che è in nostro potere, al nostro posto, per salvare le anime.

 

Se ci manca una missione canonica, una missione ufficiale, è proprio perché c’è un problema all’interno della Chiesa. La Chiesa sta rivolgendo sempre più la sua attenzione verso obiettivi diversi dalla salvezza delle anime, obiettivi molto più legati a questo mondo. Le questioni ecologiche, ad esempio.

 

Potremmo parlare per ore della teologia «verde» di Papa Francesco. Perché questa ossessione per gli alberi, l’acqua, la pioggia e il clima? Perché questa ossessione?

 

Perché se perdiamo di vista la prospettiva eterna, se perdiamo di vista il fatto che questa vita è ordinata verso l’eternità, verso la vita futura, che siamo qui per operare la nostra salvezza, allora concentreremo tutti i nostri sforzi non sulla preparazione al paradiso, ma sullo sviluppo di questa terra, fino al punto di voler creare un paradiso artificiale, perché in pratica non crediamo più nel vero paradiso.

 

Da quel momento in poi, i veri problemi diventano i prati, la pulizia delle strade, i rifiuti, l’acqua potabile e così via. Questi possono essere argomenti interessanti, ma non è compito della Chiesa occuparsene.

 

È dunque in nome della carità verso le anime che, anche senza una missione ufficiale, anche senza un mandato diretto da parte di un’autorità occupata da altre questioni e avente altre priorità, dobbiamo venire in aiuto delle anime.

 

È un dovere, sotto una denominazione diversa, ma non per questo meno importante.

 

Questo non significa che la Fraternità sia esente da difetti. Il fatto che invochiamo la carità non implica che tutto ciò che facciamo sia immune dall’errore umano. No, siamo esseri umani come tutti gli altri. Ma abbiamo questa determinazione a servire la Chiesa con la massima libertà; e questo è molto importante.

 

Nulla dovrebbe fermarti. Nulla dovrebbe essere un ostacolo alla professione della verità, alla sua conoscenza o all’uso di tutti i mezzi necessari alla tua salvezza.

 

Questo è fondamentale. Siamo qui per questo motivo.

 

Il dilemma: tradizione o comunione?

Domanda:

Padre, la maggior parte dei fedeli qui presenti non ha vissuto le consacrazioni del 1988. Non hanno dovuto fare una scelta. Alcuni di noi sono convertiti e hanno dovuto fare questa scelta. Ma molti di noi, in un certo senso, sono nati nella Fraternità; siamo cresciuti al suo interno. Abbiamo frequentato le università estive e invernali; abbiamo completato tutti i requisiti.

 

Eppure, anche se comprendiamo appieno tutto ciò che ci state dicendo ora, verrà un momento, con le consacrazioni episcopali, in cui alcuni di noi rischieranno di provare, nonostante tutto, e data la componente umana in gioco, una sorta di dilemma corneliano. Potremmo sentire che è giunta l’ora della nostra scelta personale, e che dovremo scegliere tra la Tradizione integrale di cui parlate e la piena comunione con la Chiesa.

 

Questo dilemma rischia di presentarsi proprio in questo modo. Potrebbe approfondire la sua risposta affrontando la questione da questa specifica prospettiva?

 

Risposta:

Prima di affrontare il dilemma, bisogna comprendere chiaramente che, nel corso della vita, prima o poi, certe decisioni diventano inevitabili e certe scelte necessarie. Questo, se vogliamo, è ciò che distingue il bambino dall’adulto.

 

Il bambino dipende dai genitori. Sono loro che prendono le decisioni per suo conto. Ma quando un bambino diventa adulto, deve assumersi responsabilità di gravità e importanza sempre maggiori.

 

Ora, senza dubbio, le consacrazioni episcopali rappresenteranno la necessità di fare una scelta, una scelta che potrebbe rivelarsi difficile. Perché? Perché queste consacrazioni hanno un carattere divisivo. Serviranno da segno di contraddizione, se vogliamo, un concetto che potremmo approfondire ulteriormente.

 

Questo, quindi, porrà ciascuno di noi, al proprio livello, di fronte a una scelta; una scelta che può avere conseguenze, comprese conseguenze sociali. Ci saranno forse amici che non capiranno.

 

È fondamentale comprendere ancora una volta che la posta in gioco in questa scelta è altissima: si tratta della salvezza delle nostre anime e dell’esempio che daremo agli altri.

 

Ora, riguardo al dilemma in sé: bisogna scegliere tra la Fede integrale, la Tradizione integrale e la piena comunione con la Chiesa?

 

No. In realtà, questo dilemma è mal posto. Lo dico con il massimo rispetto. La domanda in sé è legittima, ma è formulata male.

 

La comunione all’interno della Chiesa si fonda, prima di tutto, sulla fede. Che cosa significa essere in comunione? Essere in comunione con il papa, con la gerarchia della Chiesa, significa condividere la stessa fede; per usare un termine semplice, anche se forse non il più preciso.

 

Si è in comunione perché si crede nelle stesse cose. Si crede in tutto ciò che la Chiesa insegna; si aderisce ad esso; e, in virtù di ciò, si è in comunione.

 

Questo è molto importante. Questo è il significato della comunione. Non è un sentimento; non è una formalità amministrativa. No. La comunione è comunione nella fede, nella fede integrale.

 

In altre parole, nessun dogma, nessuna verità può essere assente da questo fondamento di comunione, e nessun errore può esservi introdotto. Questo è di cruciale importanza.

 

Ora, è proprio preservando la Fede e la Tradizione della Chiesa che sosteniamo il fondamento di questa comunione. Vedete, dunque, che la comunione con la gerarchia della Chiesa, in quanto tale, e la Tradizione integrale sono due realtà a cui non possiamo rinunciare. Non si tratta di scegliere tra l’una e l’altra. Non è un dilemma. Dobbiamo sostenerle entrambe, senza riserve.

 

Ovviamente, non si può essere in comunione riguardo a elementi che, di per sé, non possono costituire il fondamento della comunione ecclesiastica. Un errore non può servire da base per la comunione. Questo è di cruciale importanza.

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Un esempio di errore dottrinale

L’esempio che abbiamo citato nei giorni scorsi, particolarmente eclatante, riguarda l’affermazione di Papa Francesco secondo cui la pluralità delle religioni è voluta dalla Divina Sapienza, voluta da Dio stesso. Dio, si sostiene, ha voluto la pluralità delle religioni in quanto tale.

 

Questa affermazione è cattolica? Dio vuole forse che questa sia la vera religione, con gli errori accanto? No. Questa è un’aberrazione. È inconcepibile.

 

Dio si rivela; si è fatto conoscere. Perché? Perché esiste una sola verità, la verità che ci giunge attraverso Nostro Signore, attraverso l’Incarnazione.

 

Perché Nostro Signore si è incarnato? Per manifestare, attraverso la sua umanità e la sua predicazione, un solo Dio, una sola verità, un solo Vangelo.

 

Come può un papa affermare che Dio ha voluto la pluralità delle religioni? È inammissibile. È follia. Sì, è follia.

 

È dunque possibile essere in comunione con un’affermazione del genere? Può un’affermazione simile servire da fondamento per la comunione cattolica? È fantascienza; è Star Wars; è inconcepibile.

 

Suscita un sorriso, eppure allo stesso tempo è tragico. Sì, è tragico.

 

Poveri disgraziati! Pensate alla sofferenza di coloro che ascoltano cose simili. È quindi prevedibile che, dopo un certo tempo, le persone si allontanino dalla Chiesa. Se Dio ha veramente voluto la pluralità delle religioni, un’affermazione del genere non può che generare indifferenza. E se si diventa indifferenti, prima o poi si abbandona la Chiesa.

 

Ci si chiede: perché la gente non va più in chiesa? Proprio perché tali affermazioni, alla lunga, non provocano altro che indifferenza verso la verità.

 

Possiamo essere in comunione con questo? Assolutamente no. È impossibile. C’è un solo Dio. Questo è il Primo Comandamento.

 

Visto che è emerso il tema della comunione, vorrei cogliere l’occasione per aggiungere un’osservazione. Si dice spesso che la Fraternità non sia in piena comunione. Lo avrete sentito dire: che siamo presumibilmente ai margini della comunione ecclesiale; che non siamo in piena comunione.

 

Ma che cos’è la comunione parziale? È variabile? Anche questa è una nozione tipicamente moderna, che non ha nulla a che vedere con la teologia della Chiesa.

 

Nella Chiesa, o si è membri o non si è; o si è in comunione o non lo si è.

 

È proprio come nel matrimonio. Nel matrimonio, o si è sposati o non lo si è. Il fatto di avere dei disaccordi con la propria moglie, o che esista un problema, non significa che si sia sposati al 90%. No. Un matrimonio è valido o è nullo.

 

Lo stesso vale nella Chiesa. O si possiede la fede cattolica, e si è quindi in comunione con la Chiesa, oppure non la si possiede, e non si è in comunione.

 

Questo modo di parlare moderno — «sono scismatici», «non lo sono», «sono in comunione», «non lo sono», «non sono in piena comunione» — è solo chiacchiere.

 

O si è in comunione o non lo si è. E se si è in comunione, perché? Perché si condivide la stessa fede. La fede è il fondamento della comunione.

 

Se esiste una gerarchia all’interno della Chiesa, perché Dio l’ha istituita? Perché ci sono un papa e dei vescovi che insegnano? Proprio per questo motivo: per insegnare la Fede, non per altro; non per l’ecologia, non per piantare alberi. Non è questo lo scopo della Chiesa.

 

Internet non sostituisce i sacramenti

Domanda:

Padre, lei parla di tutti questi errori presenti nella Chiesa attuale e ci aiuta a prenderne coscienza. Tuttavia, questa consapevolezza è ormai piuttosto diffusa. Possiamo constatare che questi errori sono stati denunciati da tempo, soprattutto su internet. Non sarebbe più opportuno lasciare che la Fraternità si sviluppi nella fiducia nella Provvidenza, piuttosto che intervenire con questo gesto pubblico, con queste consacrazioni che, come lei ha detto, creeranno una certa divisione e potrebbero ostacolare questo movimento?

 

Risposta:

Si potrebbe pensare che forse questo movimento dovrebbe essere lasciato proseguire. Grazie a Dio, all’interno della Chiesa sta crescendo la consapevolezza di questi errori. Oggi assistiamo a reazioni impensabili venti o trent’anni fa. Le piattaforme e internet, nonostante tutto, permettono ancora la diffusione di buone idee. Questa consapevolezza è favorita dagli scambi, dalle piattaforme, anche al di fuori della Fraternità . Ognuno progredisce al proprio ritmo, secondo la propria prospettiva, ma questo fenomeno è innegabile.

 

Vi è dunque una maggiore consapevolezza di questi errori. Di conseguenza, non dovremmo forse lasciare che questo movimento si sviluppi, senza intervenire con un gesto forte come le consacrazioni episcopali che potrebbero, in apparenza, minacciare di distruggere tutto? Questa è una possibile impressione.

 

Dobbiamo però fare attenzione: la vita cristiana non può esaurirsi in una mera adesione formale. Professare la propria fede non significa semplicemente cliccare «mi piace» dopo aver letto qualcosa di cattolico online o aver ascoltato un podcast su YouTube. La vita cristiana, che scaturisce da questi principi di fede, da queste professioni di fede, deve tradursi in una vita in cui la grazia agisca realmente nell’anima.

 

E questo implica necessariamente i sacramenti, il Santo Sacrificio della Messa, l’Eucaristia, la confessione e l’insegnamento della dottrina.

 

È il Signore stesso che ha edificato la Sua Chiesa sui sacramenti. Le anime saranno santificate dai sacramenti fino alla fine dei tempi. Questa è la Sua volontà.

 

Ora, per avere i sacramenti, servono i sacerdoti. E per avere i sacerdoti, servono i vescovi. Una semplice consapevolezza generale non è quindi sufficiente se, allo stesso tempo, non ci sono mezzi concreti per sostenere e aiutare le anime. E questi mezzi coinvolgono il sacerdozio, quindi i vescovi.

 

Perché la Fraternità non può diventare un Istituto Ecclesia Dei ?

Domanda:

Questa vita cristiana di cui parli non è dunque una mera teoria, né un mero atto di adesione intellettuale: presuppone un’applicazione pratica attraverso la Messa e i sacramenti.

 

Oggi, senza dubbio più che nel 1988, esistono numerose comunità in tutto il mondo – e non solo nel nostro Paese – che beneficiano della Messa tradizionale in latino, e probabilmente anche di buona parte del catechismo tradizionale, della confessione tradizionale, etc.

 

Non è forse sufficiente oggi? La Fraternità stessa non dovrebbe forse aspirare a ottenere uno status simile a quello di queste comunità? In che modo i sacramenti offrono qualcosa in più rispetto a quanto queste comunità già sono in grado di fare?

 

Risposta:

È una questione delicata. Perché? Perché, concretamente, dobbiamo parlare degli istituti Ecclesia Dei. Nel linguaggio più comune, in Francia vengono talvolta chiamati «ralliés»; ma parliamo invece di Ecclesia Dei. È più preciso. E non sono gli unici: esiste anche tutta una serie di sacerdoti diocesani che, senza appartenere a un istituto particolare, hanno riscoperto la Messa tridentina, soprattutto dopo il motu proprio di Papa Benedetto XVI.

 

Ci si potrebbe quindi chiedere: la Fraternità Sacerdotale San Pio X non dovrebbe forse adottare anch’essa questo status? Perché non dovrebbe diventare, concretamente, un istituto di Ecclesia Dei ?

 

È una domanda molto audace. Smuove le acque…

 

Voglio rispondere in modo semplice e franco, ancora una volta. Atteniamoci ai principi: qui non stiamo giudicando le singole persone.

 

Gli istituti Ecclesia Dei esistono grazie all’esistenza della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Storicamente, la loro nascita risale al 1988, in seguito alle consacrazioni. Roma voleva creare un’alternativa per tutti coloro che simpatizzavano con la liturgia tridentina tradizionale, ma che non volevano aderire al cosiddetto «scisma» dell’arcivescovo Lefebvre. Questa è la storia.

 

Hanno quindi creato questa categoria Ecclesia Dei, all’interno della quale si collocano diversi istituti.

 

Ora, guardando indietro, cosa si può dire della vita di questi istituti? Roma li ha protetti? Ha offerto loro delle garanzie? Ha mantenuto le sue promesse? Questi istituti sono davvero al sicuro grazie alla protezione romana? Hanno la libertà di dire tutto ciò che pensano, o almeno tutto ciò che speriamo pensino? Non hanno forse, in realtà, una spada di Damocle che pende sulla loro testa?

 

Si tratta di fatti, eventi e cronache che tu conosci quasi meglio di me.

 

Questi istituti si trovano in una situazione in cui, prima di tutto, è il vescovo locale ad avere il potere di accoglierli o espellerli, di concedere loro l’approvazione o di escluderli. Ma se hai una famiglia e la cappella dove vai a Messa viene improvvisamente chiusa perché il vescovo ha cambiato idea, dove vai con la tua famiglia? Torni alla Nuova Messa?

 

Questa situazione alquanto peculiare in cui si trovano, questa spada di Damocle che pende sulle loro teste, li costringe al silenzio. Eppure, quando si celebra la Messa tridentina, si mette inevitabilmente in discussione la Nuova Messa, semplicemente perché le due non coincidono; e, di conseguenza, si mettono in discussione anche il Concilio, la nuova dottrina, etc.

 

Ma se non puoi parlare liberamente, se non puoi predicare liberamente, se non puoi esprimerti liberamente, perché farlo comporterebbe la revoca del tuo privilegio di celebrare la Messa tridentina in quella cappella, allora sei di fatto paralizzato.

 

E quando non si riesce a esprimere le cose con chiarezza, proprio quando la chiarezza è necessaria, alla lunga si finisce per cambiare il proprio modo di pensare.

 

Lo dico sinceramente, non con amarezza, ma con compassione per questi poveri sacerdoti, per queste povere anime che cercano sinceramente qualcosa di più serio, qualcosa di più tradizionale. Ne hanno diritto. Eppure lo cercano in un contesto in cui non hanno alcuna garanzia di poterlo conservare per sempre.

 

Ora, possiamo davvero vivere senza la garanzia di poter sempre celebrare la Messa, insieme alla certezza di una dottrina e di una predicazione conformi alla Tradizione perenne? Non possiamo mettere le nostre anime in una situazione così fondamentalmente precaria. Semplicemente non possiamo.

 

Nel 2019, la Commissione Ecclesia Dei in quanto tale – ovvero l’istituzione che sovrintendeva a questi vari istituti – è stata abolita da papa Francesco. La cosa interessante è che gli istituti stessi esistono ancora, mentre la struttura che li governava è scomparsa. Perché? La spiegazione ufficiale fornita dalla Santa Sede è che la Commissione Ecclesia Dei fu istituita nel 1988 per facilitare il reinserimento nella Chiesa di coloro che non volevano aderire allo «scisma» dell’arcivescovo Lefebvre; e che, oggi, essi sono considerati sufficientemente reintegrati nelle rispettive parrocchie.

 

Non è vero. Ma si vede l’intenzione dietro a tutto questo.

 

Da parte mia, credo che, poiché ognuno di noi ha una sola anima, dobbiamo fare tutto il possibile per garantirle delle tutele. Così come desideriamo avere una casa, riscaldarla, mettere il cibo in tavola per vivere, allo stesso modo dobbiamo offrire alle nostre anime almeno delle garanzie equivalenti.

 

Ecco perché non credo sia l’ideale che la Fraternità diventi un istituto di Ecclesia Dei. Ecco. Non credo sia la volontà di Dio. Ecco. Non lo credo.

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Lo stato di necessità oggi

Domanda:

Padre, cerchiamo di essere un po’ diretti: credi davvero che il bisogno di anime sia oggi così urgente come lo era nel 1988?

 

Risposta:

Credo che oggi sia ancora più evidente. Abbiamo già dato questa definizione di stato di necessità: è la difficoltà di trovare, all’interno di una parrocchia, i mezzi necessari per garantire la nostra salvezza: la verità, la predicazione della verità, la morale cattolica e i sacramenti.

 

Penso che oggi sia persino peggio. Molto peggio. Le decisioni prese da Papa Francesco sono catastrofiche. Sì, catastrofiche. La morale tradizionale in materia di matrimonio è stata distrutta. È crollata. Sempre in nome, ovviamente, della comprensione, dell’ascolto e dell’adattabilità. E quindi, tutto è giustificato.

 

Permettetemi di farvi un esempio molto concreto. Ci sono molti giovani tra voi; siete tutti giovani… beh, non proprio tutti, a dire il vero. Vedo che ce ne sono uno o due. Ma la maggior parte di voi, sì.

 

Un giorno avrete dei figli. Immaginate cosa significherebbe se andaste a Messa con loro e, in una chiesa, una coppia gay – scusate se tiro fuori l’argomento – venisse benedetta dal sacerdote.

 

Come spiegherete ai vostri figli che questo non è un matrimonio, che è qualcosa di eccezionale, ma comunque voluto da Papa Francesco in nome dell’inclusione ecclesiale? Come pensate che possano capirlo? E questo rende le cose ancora più difficili.

 

Come si può spiegare tutto questo ai bambini? Ai bambini, non dimentichiamolo, che si troveranno a loro volta ad affrontare un mondo estremamente aggressivo. Tutta questa campagna LGBT, tutta questa pressione – voi conoscete tutte queste aberrazioni meglio di me – diventerà sempre più intensa. È diabolica.

 

Ma se avete una Chiesa che, invece di mettere in guardia i suoi figli e proteggere le anime, benedice tali cose, come lo spiegherete ai vostri figli? Come li crescerete in un contesto simile, quando cominceranno ad avere dubbi, quando non capiranno più cosa sta succedendo?

 

Devono essere protetti. Questo è ciò che costituisce uno stato di necessità. Questo esempio può sembrare un po’ crudo, lo ammetto, ma è reale. È reale.

 

La Chiesa sta abbracciando pienamente tutte le principali aspirazioni del mondo moderno. L’intera questione LGBT la sta influenzando. Sono andati a Roma in pellegrinaggio; a Roma, in pellegrinaggio! Non per chiedere perdono per i loro scandali e i loro peccati; no, ma piuttosto per dimostrare pubblicamente che finalmente possono compiere il loro pellegrinaggio come individui LGBTQ+, con tutto ciò che questo comporta. È incredibile. È incredibile.

 

Questa è la condizione di necessità. E credo che non riconoscere quanto sia grave, non comprendere che le anime devono essere protette da tutto ciò, sia quasi un peccato contro lo Spirito Santo: negare che esista un problema così grave dal quale dobbiamo difenderci.

 

Ecco cosa significa necessità. Nel 1988 non eravamo ancora arrivati ​​a questo punto. Esisteva ancora una certa moralità naturale, una certa concezione del matrimonio. Oggi, tutto sta crollando.

 

Le consacrazioni creeranno una gerarchia parallela?

 

Domanda:

Come avete dimostrato, questo stato di necessità è universale. È grave, perché non fa che peggiorare. Colpisce anche la società civile. Pertanto, riguarda l’intera vita umana, sia sul piano religioso che su quello civile.

 

Questo aveva già spinto l’arcivescovo Lefebvre a procedere con le consacrazioni del 1988. Con il passare degli anni, questa situazione eccezionale si protrae sempre più a lungo, e alcuni ci accusano, attraverso queste consacrazioni, di voler instaurare una gerarchia parallela all’interno della Chiesa. L’argomentazione della salvezza delle anime è comprensibile, ma come possiamo rispondere a coloro che ci accusano di creare una gerarchia parallela, o addirittura una Chiesa parallela?

 

Risposta:

È fondamentale comprendere cosa sia una Chiesa parallela, soprattutto in relazione all’episcopato.

 

Una Chiesa in cui i vescovi sostituissero i vescovi della gerarchia cattolica: ecco come sarebbe una vera Chiesa parallela. Tuttavia, la gerarchia della Chiesa, della Chiesa che insegna, è composta dal papa e da tutti i vescovi che hanno giurisdizione, vale a dire i vescovi che generalmente portano un titolo diocesano, i vescovi ordinari di una diocesi, i parroci ordinari che, in quanto tali, hanno la responsabilità dell’insegnamento. Si dice che essi abbiano giurisdizione.

 

Tuttavia, non tutti i vescovi hanno giurisdizione nella Chiesa, almeno non nello stesso senso. Ci sono vescovi che sono a tutti gli effetti vescovi, ma che non sono, ad esempio, il vescovo di Châteauroux o di Parigi. Prendiamo l’esempio di un vescovo ausiliare: egli assiste un altro vescovo nello svolgimento delle sue funzioni, ma non è egli stesso il vescovo della diocesi.

 

Ci sono anche vescovi emeriti, ovvero vescovi in ​​pensione. Il vescovo emerito di Parigi, ad esempio, non è più vescovo della diocesi; rimane vescovo, ma non esercita più tale giurisdizione.

 

I vescovi della Fraternità saranno appunto vescovi senza giurisdizione. Saranno presenti unicamente per aiutare le anime, amministrare i sacramenti, servirle, ma non con l’autorità gerarchica che appartiene alla Chiesa propriamente detta.

 

È in questo senso che i nostri vescovi, sia quelli che già abbiamo sia quelli che avremo, a Dio piacendo, il 1° luglio, non possiederanno questa qualità, questo potere che solo il papa può conferire.

 

Vorrei aggiungere che la Fraternità Sacerdotale San Pietro ha sempre sostenuto questi principi. A quasi quarant’anni di distanza, conserva ancora questa chiara consapevolezza che i suoi vescovi sono lì per aiutare, per sostenere, ma non per usurpare una giurisdizione che solo il papa può conferire.

 

Questo è un aspetto molto chiaro all’interno della Fraternità.

 

La Fraternità è l’unica via per la salvezza?

Domanda:

Padre, parliamoci chiaro: visto il ruolo che la Fraternità svolge oggi al servizio delle anime, possiamo affermare che fuori dalla Fraternità non c’è salvezza?

 

Risposta:

Riconosco che si tratta di una domanda molto diretta.

 

Quindi no: la formula è «fuori dalla Chiesa non c’è salvezza», e non «fuori dalla Fraternità non c’è salvezza». Teologicamente, questo non è corretto.

 

Come dovremmo dunque concepire la Fraternità, il nostro attaccamento ad essa, il nostro amore per essa? Dobbiamo comprendere che, in questa situazione catastrofica, la Fraternità rappresenta per noi un mezzo per rimanere fedeli alla Chiesa. Non è la stessa cosa. Per noi, è il mezzo privilegiato per rimanere fedeli alla Chiesa.

 

Esistono altri modi per rimanere fedeli alla Chiesa? Sì. Non possiamo dire che la Fraternità sia, in senso assoluto, l’unico mezzo.

 

Ma concretamente, esiste forse, alla nostra portata, un altro mezzo che ci offra la stessa libertà e le stesse garanzie: di ricevere la predicazione della verità, di poterla professare, di poter denunciare gli errori e coloro che li propagano, di ammonire i fedeli e di garantire i sacramenti?

 

Da un punto di vista teorico, non si può affermare che la Fraternità sia l’unica opzione disponibile. Altri mezzi potrebbero benissimo esistere. Ma se così fosse, quali sarebbero questi altri mezzi che offrirebbero le stesse garanzie?

 

Ebbene, vi rigiro la domanda: ditemi, dove, nelle parrocchie di oggi, trovate garanzie equivalenti? Ditemelo.

 

Perché qui, a mio avviso, dobbiamo fare una netta distinzione tra principi teorici e pratica hic et nunc —qui e ora.

 

E, per quanto mi riguarda, trovo estremamente difficile – nella pratica – reperire le stesse garanzie al di fuori della Fraternità.

 

Spero che questa sia una risposta sufficientemente diretta.

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Si può paragonare la Fraternità ai farisei?

Domanda:

Ai tempi di Cristo, i farisei erano i custodi della tradizione. Si smarrirono a causa della superbia, arrivando persino a rigettare il Salvatore che attendevano. Come rispondete a coloro che affermano che la Fraternità soffre del peccato di superbia? Siamo forse i nuovi farisei?

 

Risposta:

Questa domanda non è semplicemente diretta; è schietta.

 

Tuttavia, vorrei iniziare facendo una distinzione. Il termine «tradizione» è ambiguo in questo contesto.

 

La tradizione dei farisei era una tradizione artificiale, una tradizione umana contro la quale Nostro Signore si scagliò. Consisteva in tutta una serie di riti secondari, banali e insignificanti che erano stati aggiunti alla vera Legge di Mosè. Queste tradizioni umane venivano imposte agli altri e i farisei le usavano come metro di giudizio per i loro simili.

 

Si trattava, dunque, di una religione che era diventata completamente esteriore, ritualistica e, nella sua essenza, vuota.

 

Per noi, però, la Tradizione è qualcosa di completamente diverso. Non dimentichiamolo. La Tradizione è, insieme alla Sacra Scrittura, una fonte di Rivelazione. È attraverso la Tradizione della Chiesa che Dio si fa conoscere. Dio, che continua ad assistere la Chiesa attraverso i secoli, ci fa conoscere la Fede attraverso la Tradizione, con la T maiuscola.

 

È per questa ragione che, nel corso dei secoli, si è assistito a uno sviluppo del dogma e, di conseguenza, a nuove definizioni. Questo costituisce il sapere, il tesoro della Tradizione, che ci è giunto dagli Apostoli.

 

Parliamo dunque di due realtà completamente diverse. La prima tradizione doveva essere abolita, ed è proprio ciò che ha fatto Nostro Signore. La seconda, la nostra, è indispensabile. È necessaria per la nostra salvezza.

 

Ora, se qualcuno si chiede: non corriamo forse, nonostante tutto, il rischio di diventare i farisei del XXI secolo? Questa è una domanda legittima.

 

Anche qui, faccio una distinzione. Come ho già detto: portiamo il peccato originale proprio come tutti gli altri. Non siamo marziani esenti dalla condizione umana. Siamo esseri umani come tutti gli altri.

 

Ora, in ogni situazione concreta in cui è coinvolto l’elemento umano, è presente anche il peccato originale. Di conseguenza, in un dato caso, possiamo talvolta mostrare atteggiamenti inappropriati; tuttavia, ciò non inficia l’istituzione in quanto tale.

 

Si tratta di errori umani che si possono commettere. Quando si cerca di difendere la verità, a volte si può permettere che qualcosa di fin troppo umano si insinui nel proprio zelo.

 

Sì, può succedere. A volte possiamo pronunciare parole un po’ troppo dure, o adottare atteggiamenti che non tengono sufficientemente conto della difficoltà che gli altri incontrano nel comprenderci, nell’avvicinarsi alla Tradizione o nel compiere il passo necessario.

 

Può succedere; e quando succede, bisogna correggerlo, proprio come si corregge qualsiasi altro difetto personale.

 

Al contrario, è ingiusto – anzi, inammissibile – cogliere questo o quell’errore, questa o quella mancanza personale, come pretesto per etichettare l’intera Fraternità come composta da farisei o zeloti.

 

No, no, no. Ciò che rappresentiamo è la Tradizione della Chiesa. E dobbiamo distinguere, ancora una volta, tra l’istituzione, tra la verità che essa sostiene, e le mancanze umane che possono esistere in uno o nell’altro individuo.

 

Cosa farà la Fraternità se Roma condannerà le consacrazioni episcopali?

Domanda:

Più nello specifico, tornando all’annuncio da lei fatto riguardo alle consacrazioni episcopali previste per il 1° luglio per la Fraternità Sacerdotale San Pio X – consacrazioni che conferiranno il potere dell’Ordine sacro, ovvero la capacità di conferire i sacramenti, ma non il potere di giurisdizione – è necessario richiedere un mandato papale al Papa, come previsto dal diritto canonico.

 

Senza fare previsioni o perdersi in fantasie, pensi che Papa Leone XIV potrebbe accettare questa richiesta? O almeno astenersi dall’intervenire, lasciando che le cose procedano senza approvarle esplicitamente? Come vedi la situazione?

 

Risposta:

Tutto è possibile. Sì, tutto è possibile.

 

Vorrei dire questo: così come Benedetto XVI ha revocato i decreti di scomunica nel 2009 – cosa che sembrava del tutto inaspettata – credo che un papa possa comprendere che la Fraternità agisce con retta intenzione. Questo mi sembra ovvio. Abbiamo una retta intenzione. Siamo molto diretti, come abbiamo affermato: diciamo ciò che pensiamo.

 

Il Papa può dunque comprendere questo, persino apprezzarlo, pur senza necessariamente condividere la nostra posizione. E, se ha veramente a cuore le anime, allora, per il bene di tutte quelle anime che, in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, si rivolgono alla Fraternitào la considerano un punto di riferimento, credo che un papa potrebbe teoricamente cogliere questa particolare necessità da parte della Fraternità.

 

È possibile. Sì, è possibile. Ma, ancora una volta, tutto questo dipende da Dio, dalla Provvidenza e dalla buona volontà del papa.

 

Penso che annunciare le consacrazioni episcopali con cinque o sei mesi di anticipo ci permetta di prepararci al peggio; ma dia anche al Papa il tempo di riflettere e, spero, di ricevere ulteriori chiarimenti da parte nostra, affinché possa comprendere meglio la nostra buona volontà.

 

Tutto ciò è possibile. D’altra parte, non credo che il papa abbraccerà pienamente la Tradizione da qui al 1° luglio. Umanamente parlando, non è una prospettiva plausibile. Ma che possa comprenderla, questo sì, è possibile.

 

Domanda:

Cosa farà la Fraternità Sacerdotale San Pietro se la Santa Sede decidesse di condannarla? Ci avete detto che, nella lettera di risposta del Cardinale Fernández, c’erano più minacce che altro. E, come fedeli, pensiamo naturalmente alla scomunica inflitta ai vescovi all’epoca; ci chiediamo anche se potremmo essere in qualche modo coinvolti. Cosa dovremmo pensare di tutto ciò?

 

Risposta:

Nella vita, dobbiamo scegliere. L’ho già detto. La vera questione è questa: davanti a Dio, è meglio garantire alle anime ciò di cui hanno bisogno per la loro salvezza – perché non si tratta di un passatempo, né di una preferenza, né di un privilegio, ma di una necessità – anche se ciò significa sopportarne le conseguenze, oppure, per timore di tali conseguenze, abbandonare questa missione?

 

Se me lo chiedete, da parte mia la decisione è già stata presa. È stata annunciata il 2 febbraio. È una decisione molto seria, e vi assicuro che è stata preceduta dalla preghiera, dall’attesa, dal discernimento. Non torneremo indietro. Non possiamo tornare indietro.

 

Questo è nelle mani della Provvidenza del buon Dio. Ma Dio chiede a ciascuno di noi di fare la propria parte. E mi sembra che nel 2026, la nostra parte, di tutti noi, ciascuno secondo il proprio ruolo, consista proprio nell’andare avanti, nel guardare al futuro.

 

Oserei dire: proprio come pensavano di noi coloro che ci hanno preceduto. Se siamo qui oggi, è perché qualcuno ha permesso a ciascuno di noi di conservare la fede: i nostri genitori, le nostre famiglie, la Fraternità – bisogna dirlo – e l’arcivescovo Lefebvre.

 

Non si può negare: più passa il tempo, più la santità dell’arcivescovo Lefebvre risplende.

 

Come ha potuto un solo uomo realizzare tutto ciò che ha fatto? Come ha potuto resistere, trasmettere la fede, trasmettere la Tradizione, l’amore per la Chiesa e l’amore per le anime? E come ha potuto, da solo, proprio al momento giusto, prima di lasciare questo mondo, trasmettere l’episcopato a vescovi che potessero continuare la sua opera? Come ha potuto prendere, da solo, una decisione di tale gravità?

 

Per noi oggi è facile, perché abbiamo il vantaggio della prospettiva a posteriori e perché seguiamo le sue orme. Ma, ai miei occhi, la risposta sta proprio lì: questo è il segno più bello di santità.

 

La vera santità è quella che permette all’anima di essere mossa dallo Spirito Santo, dalla sapienza di Dio e dai consigli di Dio. Il segno distintivo di un’anima pura è la sua docilità a tutto ciò che lo Spirito Santo può ispirare.

 

E più passa il tempo, più acquisiamo prospettiva, più diventa evidente che quest’uomo era veramente guidato dallo Spirito Santo. Che santità! Ed è incoraggiante rendersi conto che non esiste crisi, né nel mondo né nella Chiesa, per la quale Dio non sia pronto a suscitare mezzi proporzionati e uomini capaci di sapere cosa bisogna fare, nel momento stesso in cui bisogna farlo.

 

Che esempio ci ha dato quest’uomo! Che grandezza! Che santità! È magnifico.

 

E, con il passare degli anni, questo diventa sempre più evidente. Senza di esso, non saremmo qui. Vedete come una singola persona, un singolo uomo, può cambiare la storia se è veramente uno strumento docile nelle mani del buon Dio e se è pronto a fare qualsiasi cosa per compiere la volontà divina.

 

Questa è la via per la felicità. Questo è ciò che Nostro Signore ricompensa, non solo nell’eternità, ma già nel tempo, in questa stessa vita. Poiché oggi stai meditando sulla felicità, ebbene, questo esempio ne è una splendida illustrazione.

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Consiglio finale

Domanda:

Padre, proprio su questo punto, un’ultima parola, per non dilungarmi troppo: quale consiglio vorrebbe offrire più in generale ai fedeli, ai nostri fedeli, a coloro che sono qui presenti oggi, in questa situazione attuale? Quale atteggiamento bisognerebbe adottare? Quali consigli pratici darebbe? Lei ha già parlato di preghiera, cosa ovvia, ma, concretamente, cosa si deve fare?

 

Risposta:

Vorrei cogliere questa opportunità per dare seguito all’esempio che ci ha lasciato l’arcivescovo Lefebvre.

 

Direi questo: era un uomo libero, nel senso cattolico del termine. Anche tu devi essere libero. Puoi vedere chiaramente come il mondo ci circondi di ogni sorta di paure, idee strane e ostacoli, cose che ci frenano.

 

Un uomo libero è, nel profondo del suo cuore, un uomo che possiede un solo ideale e che orienta ogni cosa verso quell’unico ideale.

 

Questo è il consiglio che vi offro: meditate su questo, su questo esempio, su questa eredità che l’arcivescovo Lefebvre ci ha lasciato. Egli era veramente un uomo libero nel senso cristiano del termine; vale a dire, nulla poteva fermarlo. Nulla in lui poteva mai costituire un ostacolo al discernimento della volontà di Dio, né al suo compimento.

 

Ora, un uomo veramente libero, in questo senso, da questa prospettiva, è un uomo felice qui sulla terra e, naturalmente, nell’eternità.

 

Il mio consiglio, dunque, è questo: sforzatevi di liberarvi da tutto ciò che costituisce un ostacolo, da tutto ciò che vi opprime, da tutto ciò che vi impedisce di vedere dove la vostra anima deve andare, dove la vostra vita deve condurre, affinché possiate procedere senza difficoltà, senza impedimenti.

 

Questo è della massima importanza.

 

E quali potrebbero essere, concretamente, questi ostacoli? A volte è un pizzico di ambizione; a volte è la paura; e a volte è il pensiero: «Cosa dirà la gente di me?». E questi ostacoli possono moltiplicarsi all’infinito.

 

Dobbiamo scoprire la vera libertà, una libertà che non ha nulla a che vedere con la libertà di cui si parla oggi. La vera libertà è la libertà di fare il bene, di servire Dio. Questo è ciò che vi incoraggio a cercare, e questo è ciò che vi auguro: di possederla sempre più pienamente.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

https://fsspx.news/en/news/fr-pagliarani-answers-young-peoples-questions-about-decision-consecrate-bishops-57769

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Spirito

Mons. Viganò: Leone procede a marce forzate nell’agenda di Bergoglio

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha scritto su X un breve testo di analisi riguardo la traiettoria del papato di Leone XIV.   «Non si può affatto dire che Leone proceda piano piano: sta procedendo a marce forzate, senza minimamente preoccuparsi delle reazioni — anche perché le reazioni sono poche, e quelle poche vengono prontamente sedate» scrive Sua Eccellenza.   «Ciò che è cambiato rispetto a Bergoglio non è la velocità: è il volto. Bergoglio urlava, e chi urla sveglia; Prevost sorride, e chi sorride addormenta. Ma è un sorriso glaciale, il ghigno di chi sa di non incontrare resistenza».

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«Si guardi ai fatti, non ai modi. L’agenda non è stata rallentata: è stata potenziata su tutti i fronti — sinodalità, ecologismo, immigrazionismo, ecumenismo sincretico, normalizzazione dell’ideologia LGBTQ+» scrive il prelato.   «E si guardino soprattutto le nomine, che di un pontificato sono la prova del nove: non ve n’è una sola che faccia eccezione; non un uomo di dottrina sicura promosso, non un nemico della Fede rimosso. Su ciascun capitolo Prevost è andato oltre il predecessore».   In occasione della visita in Vaticano dell’«arcivescovessa» di Canterbury, l’anglicana Sarah Mullaly, monsignor Viganò aveva scritto: «Leone abbraccia l’eresia ecumenista solennemente condannata da Pio XI nella Mortalium Animos, trattando la Comunione Anglicana – i cui “ordini sacri” furono dichiarati assolutamente nulli da Leone XIII nell’Apostolicæ Curæ – come “Chiesa sorella” con cui “camminare insieme” in virtù di un battesimo comune, senza esigere la conversione all’unica vera Chiesa Cattolica Apostolica Romana».   L’arcivescovo a gennaio aveva commentato duramente le parole di Leone riguardo al Concilio Vaticano II.   «Chi si aspettava un qualche esame di coscienza da parte di Leone dopo sessant’anni di immani disastri, è servito: Prevost ci invita a riscoprire l’indole profetica del Concilio Vaticano II – “aurora di un giorno di luce per tutta la Chiesa” – e ad attuarne con maggiore convinzione le riforme».   «Non stupisce che Leone, ultimo esponente della chiesa conciliare e sinodale, dichiari di voler “andare incontro all’umanità” proprio applicando l’unico “concilio” che invece di chiamare le pecore disperse nell’unico Ovile sotto l’unico Pastore come hanno fatto tutti i Sacrosanti Concili Ecumenici, ha invece aperto l’ovile, ne ha disperse le pecore e vi ha fatto entrare lupi e mercenari».  

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Spirito

«Traditionis custodes» soffoca la messa tradizionale

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Il Dicastero per il Culto Divino ha pubblicato il Summarium Decretorum del 2025. Tra le oltre tremila circoscrizioni ecclesiastiche esistenti al mondo, solo 34 hanno ricevuto l’autorizzazione romana per la celebrazione della Messa tradizionale in una chiesa parrocchiale.

 

Il Summarium Decretorum del 2025 è l’indice annuale delle decisioni adottate dal suddetto dicastero, il cui prefetto è il cardinale Arthur Roche. Lo scorso anno sono stati emanati 34 decreti che hanno interessato 34 diocesi e 55 parrocchie. La maggior parte di questi erano rinnovi per il periodo standard di due anni.

 

7 di questi decreti furono emanati durante la vita di Francesco, gli altri risalgono al pontificato di Leone XIV. Da notare che 29 dei 34 decreti sono rinnovi di autorizzazioni già esistenti: solo una manciata di comunità ha ottenuto nuove autorizzazioni.

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Una quantità infinitesimale

L’Annuario Pontificio elenca 3.041 circoscrizioni ecclesiastiche: diocesi, arcidiocesi, prelature, vicariati e ordinariati. Le 34 diocesi beneficiarie nel 2025 rappresentano poco più dell’1% dei seggi della Chiesa. 24 decreti corrispondono agli Stati Uniti. Il resto del pianeta, dall’America Latina all’Africa e all’Asia, appare praticamente vuoto.

 

Nel 2022, primo anno intero di applicazione del motu proprio, sono state concesse autorizzazioni a 35 diocesi e giurisdizioni, di cui 20 in Nord America. Nel 2023 il numero è salito a 55 decreti, scendendo a 34 nel 2024 e rimanendo fermo allo stesso numero nel 2025.

 

Il censimento del Latin Mass Directory

Dal 2015 il Latin Mass Directory provvede al censimento internazionale delle messe celebrate secondo il Messale del 1962 con l’approvazione del vescovo. Attualmente elenca quasi millecinquecento luoghi di culto in 64 paesi, con Stati Uniti (446), Francia (224), Polonia (117), Italia (117), Regno Unito (98), Brasile (92) e Germania (87) in testa. La Spagna ha 36 località.

 

Le chiese parrocchiali del Summarium rappresentano solo il 3-4% dei luoghi riconosciuti dal LM Directory. Così, la stragrande maggioranza delle messe tradizionali autorizzate vengono celebrate fuori dalle chiese parrocchiali, nelle cappelle degli istituti, negli oratori, nei cimiteri, nei collegi, nelle stanze o nei locali presi in affitto, ovunque il motu proprio abbia voluto relegarle.

 

L’applicazione dell’articolo 3 §2 di Traditionis custodes, vietando l’uso delle chiese parrocchiali, non ha ridotto il numero dei fedeli, ma li ha espulsi dalla vita parrocchiale e li ha resi una sorta di senzatetto nella Chiesa. L’elenco registra anche le sparizioni.

 

Nel 2022, primo anno di piena applicazione del motu proprio, sono stati segnalati come soppressi 232 luoghi di culto, di cui 96 esplicitamente per Traditionis Custodes. Gli Stati Uniti, il Paese con il maggior numero di fedeli legati al rito antico, hanno perso 71 luoghi dal 2021, pari al 14%. Il Regno Unito è sceso del 27%, l’Australia del 22%, i Paesi Bassi del 24%.

 

Il Perù, patria di Leone XIV, ha visto cancellare i suoi unici tre centri autorizzati nel 2022 e oggi non ne conserva nessuno. A zero anche Cina, Costa Rica, Lettonia, Malesia e Sri Lanka. Come InfoVaticana aveva già pubblicato a luglio, quattordici Paesi di tre continenti non hanno un luogo approvato per assistere alla messa tradizionale.

 

Nei Paesi in cui i vescovi hanno resistito alla pressione romana, il quadro è diverso. La Francia è cresciuta del 29% dal 2021 e conta un totale di 224 località; La Germania passa da 36 a 87, con un incremento del 136%; La Polonia è cresciuta del 67%; Italia, 102%; la Svizzera, terra di Écône, dove ha sede il primo Seminario della Fraternità San Pio X, ha raddoppiato la sua offerta.

 

Così, dove l’Ordinario lo voleva, la liturgia tradizionale è fiorita nonostante il motu proprio. Dove l’ordinario ha applicato il testo con zelo, esso è scomparso. Traditionis custodes non ha unificato nulla: ha fatto della situazione dei fedeli una lotteria episcopale.

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Una linea chiara: la messa tradizionale deve scomparire

Il Traditionis Custodes poneva sotto controllo la vita liturgica di una minoranza. Ha vietato la messa tradizionale nelle chiese parrocchiali, ha proibito l’erezione di nuove parrocchie personali, ha preteso che i sacerdoti ordinati dopo il motu proprio avessero la licenza della Santa Sede per poterla celebrare e ha riservato a Roma la dispensa da ogni divieto.

 

Le Responsa ad dubia del cardinale Roche ha dato il colpo finale: la dispensa si può ricevere solo quando è impossibile trovare un’altra chiesa; la messa non può essere inclusa nel programma parrocchiale; non dovrebbe coincidere con le attività comunitarie; e l’autorizzazione verrà ritirata non appena si presenterà un luogo alternativo.

 

Le proroghe biennali sono la parte più odiosa del processo. Ogni due anni il vescovo deve giustificare la frequentazione, i passi compiuti nei confronti della liturgia riformata e il «bene spirituale» dei fedeli presunti colpevoli. L’obiettivo dichiarato non è la stabilità ma l’estinzione.

 

Lo ha ammesso mons. Mark Eckman, vescovo di Pittsburgh (USA), annunciando lo scorso agosto la cessazione dell’unica messa diocesana tradizionale, celebrata da vent’anni. Ha spiegato che il permesso «doveva essere solo temporaneo» e la Santa Sede sperava che la necessità di questa dispensa «alla fine scomparisse» e che i fedeli fossero «guidati verso la celebrazione del rito post-conciliare». L’ultima Messa è stata celebrata il 4 settembre.

 

Il sistema istituito da Traditionis Custodes equivale a concedere un’autorizzazione con una data di scadenza, condizionata, ogni due anni, a dimostrazione che le misure adottate ne favoriscano in definitiva la scomparsa. Queste scomparse, a differenza delle autorizzazioni, non vengono registrate. I decessi per eutanasia rimangono non contabilizzati: manca una voce, e nient’altro.

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Un’incoerenza?

InfoVaticana, da cui proviene la maggior parte delle informazioni di questo articolo, vede un «apparato sproporzionato». L’impiego di personale per decidere su pochi decreti all’anno – e per respingerne quanti? – sembra assurdo. Paragona questa situazione alle cappelle della Fraternità San Pio X, che accolgono, senza chiedere il permesso a nessuno, i fedeli espulsi dalle loro parrocchie. Conclude osservando che in Perù, Costa Rica, Kenya e Sri Lanka l’unica Messa tradizionale rimasta è quella della Fraternità San Pio X, e che Traditionis Custodes si è dimostrata il miglior strumento di reclutamento per Écône. Quest’ultima osservazione è indubbiamente solo parziale.

 

Le informazioni riportate da The Pillar nel luglio 2024 suggeriscono che il Cardinal Roche voglia espellere la Messa tradizionale, pura e semplice, e che sia soddisfatto che la Fraternità San Pio X e altre congregazioni accolgano gli esclusi, permettendo loro di fare tabula rasa senza troppe polemiche.

 

E Leone XIV?

Leone XIV mantiene Traditionis Custodes e non ha annunciato alcun cambiamento. Il Dicastero per il Culto Divino continua sulla stessa strada degli anni precedenti e il Papa sembra disinteressato al problema. Lasciare che il Cardinale Roche faccia a modo suo è un modo di agire. Non è certo in quale direzione evolverà la questione. Ma a questo ritmo, la sua scomparsa non è lontana.

 

Questa situazione dimostra come la posizione della Fraternità San Pio X, che rivendica la completa libertà per la Messa tradizionale in latino, sia l’unica praticabile. È anche quella che metterebbe a repentaglio le riforme post-conciliari, evidenziandone la mancanza di spirito cattolico. E il cardinale Roche lo comprende perfettamente.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di Matthew Doyle via Flickr pubblicata su licenza  CC BY-NC 2.0.

 

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Spirito

Vescovo belga sta formando uomini sposati affinché possano essere ordinati sacerdoti entro il 2028

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Il vescovo Johan Bonny di Anversa, in Belgio, ha annunciato a marzo l’intenzione di ordinare al sacerdozio uomini sposati entro il 2028. Ora, afferma, sta provvedendo alla formazione teologica e pastorale di diversi candidati al sacerdozio da lui individuati. Lo riporta il sito belga LaLibre.be.   Secondo monsignor Bonny, la loro preparazione è paragonabile a quella dei seminaristi. La formazione si sta svolgendo «in modo trasparente ma discreto, lontano dai riflettori dei media», ha sottolineato.   «I criteri applicati ai candidati sono gli stessi di quelli per i diaconi permanenti», ha spiegato il vescovo fiammingo. I candidati devono avere almeno 35 anni, il consenso delle mogli, una vita familiare stabile e non avere figli molto piccoli.

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Nel mese di giugno monsignor Bonny ha informato due cardinali dei suoi progetti: il prefetto del Dicastero per il Clero, il cardinale Lazarus You Heung-sik, e il segretario generale del Sinodo dei Vescovi, il cardinale Mario Grech.Secondo quanto riferito, i cardinali della Curia gli avrebbero detto che avrebbero discusso la questione con papa Leone XIV, scrive LifeSite.   Monsignor Bonny ha dichiarato di agire per «necessità», sottolineando la carenza di sacerdoti nella sua diocesi, che conta meno di 70 sacerdoti di età inferiore ai 70 anni. Due terzi di questi sacerdoti provengono da altri Paesi.   In una lettera pastorale pubblicata il 20 marzo, in cui si affrontava il tema della carenza di vocazioni, il vescovo aveva affermato che «la questione non è più se la Chiesa possa ordinare sacerdoti uomini sposati, ma quando lo farà e chi lo farà».   «È un’illusione pensare che un serio processo sinodale-missionario in Occidente abbia ancora una possibilità senza ordinare al sacerdozio anche gli uomini sposati», ha affermato il vescovo anversano.   «In molte diocesi si registra una storica carenza di sacerdoti locali. Il numero di uomini non sposati che desiderano diventare sacerdoti è sceso a poco più dello zero», ha scritto Bonny, promettendo che si impegnerà «al massimo per ordinare sacerdoti uomini sposati nella nostra diocesi entro il 2028».   Monsignor Bonny ha sottolineato di voler dedicare i prossimi due anni alla preparazione di queste ordinazioni con la Santa Sede e la Conferenza episcopale belga, affermando che per lui e per molti altri vescovi «l’ordinazione di uomini sposati è diventata una questione di coscienza. Anche a questo livello, trasparenza, responsabilità e valutazione sono importanti per la credibilità della Chiesa».   Il prelato belga ha inoltre tentato di usare la crisi degli abusi sessuali da parte del clero come giustificazione per il suo controverso piano, affermando che «la questione degli abusi sessuali continua a pesare molto. Le sottoculture e gli stili di vita clericali hanno fatto il loro tempo».   Il vescovo anversano che non si sarebbe limitato a rompere con la disciplina, la tradizione e il diritto canonico della Chiesa ordinando uomini sposati, ma che avrebbe voluto ordinare anche donne, il che avrebbe violato la dottrina cattolica, definendo «doloroso» il rapporto del Sinodo sulla Sinodalità relativo all’ordinazione femminile, che alla fine ha respinto il diaconato femminile. Il monsignore ha affermato che «gli argomenti addotti sono teologicamente deboli e antropologicamente superati. Hanno perso la loro forza persuasiva. Sembrano contrari a ciò che lo Spirito dice oggi alle Chiese».   Il vescovo Bonny è noto per la sua opposizione alla dottrina cattolica tradizionale, essendo da tempo un sostenitore delle benedizioni per le coppie dello stesso sesso e della difesa dei diritti omotransessualisti all’interno della Chiesa.   Come riportato da Renovatio 21, la questione di benedizioni omosessualiste era esplosa in Belgio quattro anni fa, prima della Fiducia Supplicans, con l’approvazione da parte dei vescovi e l’accettazione da parte di papa Francesco. I vescovi fiamminghi erano arrivati a scrivere un testo liturgico destinato alle benedizioni omosessuali.   Nel 2023 monsignor Bonny ha anche contraddetto la dottrina della Chiesa sul suicidio assistito, affermando che l’eutanasia potrebbe essere moralmente accettabile in determinate condizioni.

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Per quanto riguarda i sacerdoti sposati, fin dai primi tempi della Chiesa era inteso che gli uomini già sposati, al momento dell’ordinazione al sacerdozio, dovessero diventare celibi. Nella Chiesa primitiva, agli uomini sposati era permesso di essere ordinati sacerdoti solo a condizione che diventassero «eunuchi per amore del regno dei cieli»: «Perchè vi son degli eunuchi che sono nati così dal seno della madre, e vi son degli eunuchi che furon fatti tali dagli uomini, e ve ne son di quelli che si son fatti eunuchi da sè in vista del regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda». (Mt 19,12).   San Paolo, tuttavia, espresse preoccupazione per le difficoltà che un ecclesiastico sposato si trovava ad affrontare: «Chi è celibe si preoccupa delle cose del Signore come possa piacergli,ma chi è sposato pensa alle cose del mondo, come possa piacere alla moglie; e resta diviso» (1Cor 7, 32-33).   San Giovanni Crisostomo scrisse: «Il sacerdote deve essere così puro che, se venisse elevato e posto nei cieli stessi, potrebbe occupare un posto in mezzo agli angeli».   La Chiesa primitiva delinea la legge della continenza dei cheirici. Papa Leone Magno scrisse nella sua lettera al vescovo di Narbona:   «La legge della continenza è la stessa per i ministri dell’altare, per i vescovi e per i sacerdoti; quando erano (ancora) laici o lettori, potevano liberamente prendere moglie e generare figli. Ma una volta raggiunti i ranghi sopra menzionati, ciò che era permesso non lo è più». (Epist. ad Rusticum Narbonensem episcopum, Inquis, III., Resp. PL 54, 1 204a.)   Il Concilio di Elvira (circa 305 d.C.) si pronunciò in modo molto chiaro sulla pratica dei rapporti coniugali dopo l’ordinazione, stabilendo che è «assolutamente proibito avere rapporti coniugali con le proprie mogli e generare figli». Il Concilio di Arles (314 d.C.) andò oltre, affermando che la ragione di questa continenza risiedeva nel fatto che «essi sono al servizio del ministero ogni giorno».   Questi decreti non rappresentavano nuove rivelazioni, bensì «una reazione alla diffusa inosservanza di un obbligo tradizionale ben noto», come osserva il cardinale tradizionalista austriaco Alfons Stickler (1910-2007) nel suo testo Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici.  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
 
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