Nucleare
Dignità umana e nuova era della distruzione atomica
La fantasmagorica produzione vaticana di documenti simildottrinali si è arricchita ultimamente della Dignitas Infinita che già nel titolo ha ingenerato qualche allarmata perplessità. Perché nei più maliziosi è nato spontaneo il sospetto di un supporto concettuale approntato per dare dignità, è il caso di dirlo, all’avventuroso Fiducia Supplicans, nel senso cioè che si sia voluto affermare la dignità estesa in senso quantitativo a qualunque manifestazione umana, in virtù della qualitativa superiorità umana.
Il sospetto, fugato a prima vista dalle sacrosante riconferme della morale cattolica per cui va rispettata la dignità dell’uomo in sé in quanto creatura – rispetto ovviamente che non esclude affatto la possibilità di giudicare antiumane le sue azioni – ha trovato poi conferma in certe ambiguità del testo e soprattutto nelle dichiarazioni con cui l’immaginifico custode della dottrina lo ha presentato alla stampa.
Purtroppo tutto questo appartiene ormai più al folklore vaticano che alla fede e alla fine lascia il tempo non proprio luminoso che trova.
Ma è anche vero, per altri versi, che proprio sul tema della dignità umana, nelle sue articolazioni storiche, teologiche e filosofiche, occorre fermare l’attenzione per decifrare i tanti fenomeni inediti che segnano la contemporaneità e che a quel concetto per vie diritte o distorte si ricongiungono.
Infatti, oggi come non mai appare chiaro che siamo giunti alla resa dei conti tra i due modi fondamentali in cui, attraverso una storia millenaria, ha preso forma la idea della dignità umana.
Da un lato quella per cui essa deriva all’uomo dall’essere creatura generata, secondo la immagine michelangiolesca, da un Dio che la sovrasta. Dall’altro, l’uomo che col tempo non ha riconosciuto più alcuna dipendenza, nulla più in alto della propria volontà e immaginazione, e che attinge ad essa la propria dignità e il proprio valore.
Tra questi due poli passa tutta la parabola di una civiltà che si identifica, appunto, con la storia del proprio pensiero prima teologico, poi filosofico, quindi scientifico. Una parabola che va appunto dalla idea, consacrata nel libro della Genesi, dell’uomo creato da Dio a Sua immagine e somiglianza, trapassata nel dogma della Incarnazione, e poi dissolta a poco a poco fino a rovesciarsi nel dramma moderno «dell’umanesimo ateo».
Un rovesciamento che appare a noi in tutta la sua compiutezza, ma che non sfuggì all’occhio attento di chi ne presagiva il compimento.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Se la creazione in sé apparve al suo creatore «molto buona», questo doveva implicare che anche i suoi frutti futuri sarebbero stati «molto buoni», secondo le aspettative divine. Ma come sappiamo le cose sono andate diversamente. Il peccato di orgoglio ha tradito quelle aspettative con la caduta degli angeli e quella dell’uomo, ed è stato dettato dal desiderio dell’uomo di farsi uguale a Dio e la cui pericolosità era stata presagita lucidamente da un popolo dalle spiccate attitudini speculative e che pure aveva coscienza del grande valore dell’uomo.
La tentazione della onnipotenza è stata alla base della perdizione di Adamo. Anche Prometeo si è perduto per avere osato troppo, ma a differenza di Adamo il suo era stato un gesto filantropico, anche se indirettamente aveva indotto nell’uomo «le false speranze». Infatti era stato punito per motivi oggettivi. Adamo invece ha peccato di superbia come chiunque voglia assumere un ruolo che non è suo. La conseguenza punitiva ha avuto presupposti diversi, ma noi siamo metaforicamente figli di entrambi.
Dopo la scomparsa del mondo antico e la lunga gestazione di quello cristiano che vi si era innestato, totalmente polarizzato sulla volontà e la legge di Dio, l’umanesimo riapre la finestra sul valore dell’uomo e delle sue opere, sul suo essere «meraviglia» come lo definiva Marsilio Ficino e che, come tale, mostra la propria natura divina.
Tuttavia l’esaltazione dell’uomo nella trattatistica più antica, come negli umanisti del XV secolo, come scrive De Lubac, non era al contempo diminuzione di Dio, ma semmai proprio la rappresentazione della bontà e grandezza, della onnipotenza divine.
«Attingendo alla Genesi e a San Paolo, i Padri della Chiesa e poi i medievali, avevano trasformato lo gnothi seautòn dell’oracolo di Delfi che invitava l’uomo a comprendere di essere soltanto un essere mediocre separato dagli dei da un abisso incolmabile, prigioniero nel grande universo del quale doveva subire le leggi. Ora con la stessa formula lo invitavano, al contrario, ad esplorare le profondità del proprio essere, certamente non per scoprirvi illusoriamente una essenza divina, niente faceva loro più orrore, ma per cogliervi il segno di un destino superiore, una chiamata al di là di tutti i limiti che sembravano rinchiuderlo».
In ogni caso, col tempo ha preso forma la contrapposizione tra due fondamentali punti di vista.
Da un lato quello per cui grandezza dell’uomo e grandezza di Dio sono inseparabili. Dall’altro l’idea che l’uomo faber fortunae suae rivendica titanicamente la propria indipendenza da Dio finché arriverà a postulare la sua inesistenza. Per questa via sarà addebitato proprio all’umanesimo di avere gettato le basi per la eliminazione di Dio.
Inoltre, e per altro verso, se le regole della convivenza le detta l’uomo che le può fare e disfare a proprio piacimento e a seconda del prevalere di questo o quel potere, lo Stato diventa etico non in quanto custode di un’etica teleologicamente orientata al bene comune, ma perché posta al servizio del potere.
La possibilità di questa ambigua trasformazione dell’uomo era già stata osservata da Pico della Mirandola per il quale «nell’uomo nascente il Padre infuse germi di ogni specie di vita», germi che potranno produrre sia l’animale celeste che il bruto, in ragione di una natura cangiante e metamorfica.
Pico, convinto di essere in perfetta ortodossia cristiana, nella sua Oratio mette in evidenza la dignità dell’uomo in quanto capacità, in virtù della libertà del volere donatagli da Dio, di farsi angelo o bruto. Non solo dunque di essere libero di scegliere, come voleva sant’Agostino, tra bene e male, ma di essere dotato di natura cangiante e metamorfica e dunque di poter percorrere strade opposte e assumere forme opposte. Tutto ciò sembrò agli occhiuti ma non sprovveduti censori vaticani il presagio pericoloso di pericolose rivendicazioni di autonomia spirituale e di futura totale licenza.
Dunque qui già si annidava il possibile equivoco. La dignità è di qualunque creatura umana in quanto tale, per cui solo a Dio è dato disporne (nel senso per cui è stato detto «nessuno tocchi Caino»), o nel senso per cui qualunque manifestazione, qualunque decisione di vita è giustificata in nome di quella dignità, come, a pensar male, forse vorrebbe Tucho Fernandez?
Insomma, in prospettiva si poneva già il problema se l’uomo è buono in sé in quanto creatura, e le sue azioni siano di conseguenza anche buone, o in quanto capace di bene e nei limiti in cui agisca per il bene proprio e altrui; inoltre, e infine, che cosa sia veramente il suo bene presente e futuro.
Mentre poi ci si è dovuti chiedere, e oggi la domanda è diventata lacerante, se l’uomo faber sia ora in grado di dominare ciò che è diventato capace di produrre, quali siano i frutti buoni della sua acquisita conoscenza del mondo e della natura, se gli sfugge di mano ciò che realizza, o perde la capacità di valutare anche il peso delle proprie idee, dato che anche il pensiero in sé è una forza capace di produrre il bene e il male.
E soprattutto cosa può accadere, come accade, se a tenere in mano le leve del potere che domina i mezzi spiritualmente e materialmente distruttivi, siano quelli che, nella visione di Pico, appartengono all’altra faccia dell’umanità, o quanto meno non abbiano nel loro orizzonte il bene comune.
Sicché, alla fine, l’esito ultimo della libertà assoluta e della autodivinizzazione, per paradossale eterogenesi dei fini, è quello del trapasso nell’opposto del nuovo paradiso promesso, e l’onnipotenza diventa strumento di distruzione e autodistruzione.
Non per nulla, in seguito, il tema della trasfigurazione dell’uomo in demonio, preconizzata da Pico come «iconografia della trascendenza deviata», diventerà un tema molto frequentato nella letteratura moderna, come osserva ancora De Lubac, soprattutto in quella russa dominata proprio dal rapporto con la trascendenza. Basti pensare al Dostoevskji dei Demoni o dei Fratelli Karamazov. Ma l’abisso della perdizione è presente ormai in tutti gli autori cattolici del diciannovesimo secolo, che in ogni caso presuppongono appunto la perdita dell’orizzonte normativo, non la sua inesistenza.
Oggi però nella concezione antireligiosa, ateista, libertaria, sostanzialmente nichilista e autoreferenziale, l’uomo, se non intende neppure assomigliare ad un dio in cui non crede, confida ugualmente nella propria onnipotenza, e si riconosce legislatore di se stesso.
Prende corpo tangibile l’abisso tra la concezione per cui il valore dell’uomo sta nella propria filiazione divina, e nella sottomissione ad una legge superiore, e quella più euforica che medita di un potere sciolto da limiti persino di ordine naturale.
Tuttavia si tratta di una concezione che non appartiene coscientemente ad una massa alle prese con la vita quotidiana, la quale semmai la assorbe per osmosi dallo spirito del tempo, ma ad una minoranza di individui, immersi nella deriva gnoseologica e nella degenerazione culturale propria della cosiddetta civiltà occidentale. Una minoranza di potere diventata capace per contingenze storiche di dominare le vite, ma anche di manipolare gli atteggiamenti mentali altrui.
Infatti alle due concezioni, quella che sente il divino come principio creatore e ordinatore, e quella dell’umanesimo ateo impegnato a far valere la forza creatrice della propria libertà, questa è diventata determinante e politicamente egemone, disponendo di tutti i mezzi pratici per realizzare i propri obiettivi.
Inutile dire, però, che la disumanizzazione copre dominanti e dominati, se, per dirla con le parole di De Lubac: «non c’è più uomo, perché non c’è più nulla che trascenda l’uomo».
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Ora, la volontà di potenza, che va di pari passo con i miraggi di libertà assoluta e autodeterminazione negatrici di ogni presupposto normativo, comporta anche la necessità di eliminare lo spettro delle conseguenze del proprio agire, impone di non volere vedere e sapere. E questo richiede a sua volta la cancellazione della memoria insieme alla percezione del pericolo incombente: ovvero la cancellazione di tutto ciò che, facendo prendere coscienza della realtà, aiuterebbe i più a ricostruire il proprio orizzonte umano e ad attivare le necessarie difese.
Per questo, tra falsa emancipazione e falso umanesimo, si è arrivati alla plausibilità dell’era atomica.
Infatti alle due visioni, quella dell’uomo che sente l’obbligo morale di modellare le proprie azioni sulla legge divina, e quella di chi si intende liberato da ogni imperativo trascendente, oggi si è aggiunta quella apocalittica della volontà di potenza distruttiva, che fa dell’uomo un creatore di segno opposto.
Grazie alla potenza atomica, l’uomo contemporaneo compensa il vuoto che ha scavato intorno a sé con la propria capacità distruttiva come una creazione rovesciata: se egli non si è creato come specie privilegiata, ora sa di avere il potere di autodistruggersi. E non è poco nella visione allucinata del nuovo superuomo.
Quanto tempo rimane per arrivare alla autodistruzione umana? Si chiedeva già Norman Causins in un saggio del 1946, a ridosso delle bombe statunitensi sulle città giapponesi. Se la guerra è ineliminabile perché appartiene al destino umano, sarà ineliminabile l’impiego autodistruttivo dei mezzi ora a disposizione. E aggiungeva: «è un curioso fenomeno naturale che solo due specie pratichino l’arte della guerra: gli uomini e le formiche, ed entrambi viventi in complesse organizzazioni sociali».
Solo che ora, la guerra, da mezzo per un qualunque fine pratico, compreso quello della affermazione di potere personale, dettato dallo spirito di conquista che fu di condottieri antichi e moderni, appare dare tragicamente forma estrema alla allucinazione del potere che riscatta la precarietà umana proprio attraverso la sua capacità di distruzione totale. E, al di là di ogni possibile calcolo utilitaristico, tutto ciò assume il significato metafisico, appunto, della capacità distruttiva quale rovescio della potenza creatrice divina. Cosa che si connette naturalmente anche alla dimenticanza alienata e quasi ostentata, o della ignoranza intenzionale, delle conseguenze.
Una ignoranza che sembra non risparmiare né gli impresari ufficiali della guerra, né in particolare le masse ad essi sottoposte.
Infatti sono queste che dovrebbe teoricamente poter cambiare la rotta della autodistruzione grazie al potere critico che induce a cambiare «perché connesso con l’istinto di sopravvivenza». Un potere critico che, nell’era atomica, di fronte alla potenza distruttiva raggiunta dalla scienza, dovrebbe essere tanto potenziato da essere in grado di scongiurare proprio il pericolo dell’autodistruzione. Invece l’uomo moderno, osservava ancora Causins, «attraversa una crisi della decisione, perché il dilemma che lo riguarda più da vicino è quello tra la volontà di cambiare e la capacità di cambiare, e oggi la volontà di cambiare sembra essere venuta meno».
Il fenomeno d’altra parte va letto alla luce del fatto che l’immane potere distruttivo è comunque in mano a pochi decisori, e proprio la volontà dei più è sovrastata e manipolata da quella dei detentori del potere che dimostrano in massimo grado spregiudicatezza e irresponsabilità, sicché la stessa percezione del pericolo è stata ottusa dal frastuono delle mille stimolazioni, che, distraendo le masse dalla realtà effettuale, le immerge nel fumo di quella virtuale.
Come nella confusione dei piani concettuali non viene più percepito il valore né la sostanza dei fenomeni, così qui viene meno la capacità di giudizio e di comprensione dei nessi causali.
Insomma, tra sottomissione forzata alle decisioni prese dall’alto, e incapacità critica indotta, anche lo istinto di sopravvivenza è messo fuori gioco nella sua funzione conservatrice da un meccanismo che sotto traccia ne inceppa la potenza determinante.
Questo quadro di inconsapevolezza autodistruttiva va a congiungersi con quello della guerra che da strumento di sopravvivenza diventa proiezione appariscente della volontà di potenza fine a se stessa, che da un capo si trasferisce ad un popolo o viceversa, o trova nel loro connubio una sintesi poderosa.
Ma oggi sembra prevalere in ogni caso quella arroganza solitaria del potere che assume le vesti anonime di uno stolido competitore col divino sempre più stordito dalla ebbrezza di poter tenere in pugno il mondo intero.
Nessuna immagine può rappresentare in modo più icasticamente eloquente il senso tragico di questa follia senza speranza come quella ideata dal genio di Stanley Kubrick per il finale del suo Dottor Stranamore, col generale che vola a cavalcioni del suo «ordigno fine di mondo», sventolando inebriato il cappello da cow boy.
Eppure la vertigine di questa apocalisse annunciata ci investe di fatto da vicino se, girando per questa Italia che ebbe il benigno destino di diventare culla insuperata e insuperabile di bellezza, pensiamo sgomenti alla sua precarietà.
Una bellezza donata ma poi ricreata, che ha allevato un popolo in sé mite e vitale, ma anche ottimista e contemplativo. Un popolo che di quella bellezza ricevuta e restituita, sempre rinnovata si è nutrito magari inconsapevolmente, di città in città, di borgo in borgo, mentre all’ombra di quelle pietre poteva arricchire la propria sensibilità anche con l’arguzia di infiniti linguaggi capaci di fissare esperienze e pensieri nuovi o tramandati come i corredi nelle casse spesso intonse di spose promesse e spose mancate.
Un patrimonio di bellezza pubblica e domestica che ha provato già l’acconto immane, feroce e belluino della distruzione totale, e continua ad essere esposto senza difese al suo compimento. Perché il potere distruttivo è governato anzitutto dallo stesso pensiero tragicamente alienato che guidava la guerra aerea angloamericana nel secondo conflitto mondiale. Quello inglese per cui le città d’arte andavano colpite per motivi tattici, e quello statunitense sempre in vigore per cui la distruzione serve alla ricostruzione.
Sostieni Renovatio 21
In una nuova apocalisse distruttiva non si porrà il problema di sopravvivere perché non varrà la pena di sopravvivere. Di fronte alla scomparsa di Venezia per la bestialità dei distruggitori, sarebbe comunque intollerabile condividere ancora con essi la stessa terra.
Perché non sarà valso a nulla coltivare la speranza di un lascito fecondo per quel tanto o poco di noi che potrebbe continuare a generare nell’anima di quelli venuti dopo.
In passato, anche quando la memoria dei padri si sbiadiva, rimanevano le pietre resistenti al tempo e agli uomini, la terra e le bellezze tramandate dalle mani e dallo spirito nelle prospettive di colline e montagne, acque e cieli benigni.
Ora lo stupore e l’incanto rapito, la commozione per la bellezza trovata o cercata, ora li dobbiamo vivere in controluce, ovvero nella luce sinistra del timore, nella angoscia premonitrice di avere di fronte solo immagini fuggevoli perché condannate a sparire.
Ora la nuova visione apocalittica non contempla la mano invisibile di un dio che colpisce i peccatori come nella iconografia medievale di Giotto o in quella della Sistina, ma l’inferno che viene dal cielo una volta creato come inviolabile.
Ma una domanda sorge spontanea: c’è una vera coscienza di tutto questo? Oppure anche l’idea di questo immane pericolo alimentato dalla irresponsabilità politica viene elusa dai più?
Di certo abbiamo a che fare almeno con due fattori decisivi: una consapevolezza della realtà indebolita e la rimozione difensiva.
Non bisogna dimenticare come la normalizzazione della follia metafisica della guerra moderna quale premonizione apocalittica sia venuta a maturazione puntualmente proprio con la seconda guerra mondiale. Perché la cancellazione di tanta parte di storia ha sortito l’effetto di cambiare anche un atteggiamento interiore.
L’averla subita dalle generazioni che l’hanno vissuta, il suo dejà vu, rimosso però secondo un meccanismo psicologico ben conosciuto, ha fatto rientrare l’indicibile nella plausibilità destinale. In una sorta di interpretazione popolare diffusa e fatalista della fenomenologia hegeliana.
L’assuefazione che rende normale l’anormalità e la volontà inconscia di rimuovere la memoria dell’insopportabile, hanno per un certo tempo allontanato il ricordo di quella tragedia vissuta in prima persona. Esso è stato dissotterrato soltanto quando risultava ormai disinnescato perché, estraneo alle nuove generazioni e sterilizzato dalle vecchie in un armadietto ben custodito, aveva perduto la sua capacità di sorreggere l’intelligenza delle cose.
Ora che una grande catastrofe di proporzioni inedite si è già verificata, ma è diventata solo un racconto storico, che coinvolge al più la filologia politica, il distacco con cui viene guardata dai più è lo stesso col quale viene vissuta a teatro la più tragica delle vicende. E questo la rende ripetibile, ma proprio nella realtà sempre attuale che non viene colta.
Anche in questo caso sembra di toccare con mano un ottundimento della sensibilità collettiva riscontrabile, del resto, in ogni campo della vita pratica. Per diminuita consapevolezza critica, per offuscamento della coscienza, per rimozione, per volontà di non affrontare la realtà, per incapacità di rappresentazione, perché si vive in un mondo alternativo in cui l’effimero è reale e il tragico solo surreale.
È questa la chiave di una inconsapevolezza diffusa. È come se nelle voragini aperte dalle bombe di allora sia stata seppellito anche l’istinto di sopravvivenza e il dovere morale della difesa, la capacità di discernere e di valutare con disincanto quanto si muove sopra le nostre teste, e viene sottratto alle nostre anime.
Ora, se è vero che solo un Dio ci può salvare, si tratta di recuperare quella ragione donata agli uomini perché capace di assicurare loro una vera dignità. Che non si identifica con la ragione calcolante pseudo scientifica a cui ci siamo asserviti, e tanto meno col compiaciuto adattamento ai falsi miti, ai falsi valori, alle false promesse che tengono banco nell’avanspettacolo di una politica truffaldina e irresponsabile.
Patrizia Fermani
Articolo previamente apparso su Ricognizioni.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Nucleare
Macron: la Francia amplierà il suo arsenale nucleare
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Nucleare
Karaganov: l’UE sta giocando con il fuoco nucleare
Renovatio 21 pubblica la traduzione di un saggio del politologo Sergej Aleksandrovic Karaganov. Lo scritto, apparso sul sito russo Global Affairs, risale a metà febbraio, prima dello scoppio della guerra in Iran. Karaganov, presidente onorario del Consiglio russo per la politica estera e di difesa e supervisore accademico presso la Facoltà di economia internazionale e affari esteri della Scuola superiore di economia (HSE) di Mosca. I lettori di Renovatio 21 conoscono il Karaganov per le sue affermazioni contro l’élite occidentale e riguardo l’uso di testate atomiche contro l’Europa nell’ambito del conflitto tra Occidente e Federazione Russa, un tema ribadito anche qui. Renovatio 21 potrebbe essere l’unico giornale in Italia a far notare che il presidente russo Vladimir Putin si è fatto vedere l’anno passato su un palco col Karaganov, quello del 27° Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), dove il politologo ha fatto da moderatore: un segno potente che nessuno, né sulla stampa né al governo, sembra avere colto, ma che invece dovrebbe terrorizzare tutti, soprattutto quelli che hanno finanziato e armato il regime di Kiev. Il politologo russo ha fatto dichiarazioni di profondo significato geopolitico anche in una recente intervista con il giornalista americano Tucker Carlson, dettagliando come in questo momento l’Europa potrebbe essere oggetto di lanci atomici russi: una prospettiva terrificante di cui, a parte noi di Renovatio 21 e pochissimi altri, nessuno sta davvero parlando
L’attuale fase della guerra dell’Occidente con la Russia potrebbe essere prossima alla conclusione. È durata più a lungo del dovuto. È mancata la determinazione a ricorrere alla deterrenza nucleare attiva, che è l’unica soluzione al «problema europeo», che è tornato a essere una minaccia per noi. L’Operazione Militare Speciale (della Russia in Ucraina, ndr) ha dato una spinta alla Russia. Si è rianimata.
Il patriottismo è cresciuto, le persone hanno potuto mettere in mostra le loro migliori qualità, l’orgoglio per la Patria e la consapevolezza del valore del servizio alla Patria crebbero, e l’economia e la scienza. L’importanza delle professioni più importanti – ingegneri, scienziati, ufficiali, operai specializzati e medici – fuè stata riconosciuta. Anche se non ancora quella degli insegnanti. Ne parleremo più avanti.
Attirando il fuoco su noi stessi, noi, con le mani degli occidentali, abbiamo seriamente minato la posizione della borghesia compradora e dei suoi lacchè tra l’intellighenzia. Permettetemi di ricordarvelo: i colonialisti portoghesi chiamavano i commercianti locali che lavoravano per loro «compradores». Grazie alle riforme degli anni Novanta, abbiamo alimentato questo strato fino a proporzioni dolorose. È gratificante che il processo di purificazione dalla feccia occidentale, dai traditori e dagli Smerdjakov, stimolato dall’Operazione Militare Speciale, sia iniziato senza una dura repressione.
È un peccato che il popolo abbia dovuto pagare la ripresa iniziale del Paese e dell’economia con la vita di decine di migliaia di valorosi soldati. La loro eterna gratitudine e il loro ricordo. E se, o meglio, quando, la guerra incompiuta riprenderà, tali sacrifici non potranno più essere fatti.
Sostieni Renovatio 21
Dove andare? Contorno esterno
Esperienza personale: nel 2013, ho provato ancora una volta (con molta più fermezza e insistenza di prima) ad avvertire un gruppo di leader europei che la loro politica di adesione dell’Ucraina all’UE e alla NATO avrebbe portato alla guerra e a milioni di vittime. Ricordo distintamente che nessuno osò guardarmi negli occhi; si guardarono i piedi. E poi continuarono a parlare dei benefici dell’espansione della «zona di democrazia , fiducia e diritti umani». Volevano acquisire altri 40 milioni di schiavi bianchi (ci riuscirono parzialmente, anche se su scala minore: diversi milioni di rifugiati).
Parlavano della necessità di contenere una Russia allora leale. Purtroppo, abbiamo risposto in modo incoerente all’aggressione della NATO in Libia nel 2011. E stiamo pagando il prezzo di anni di pacificazione, tentativi di compiacere e della natura compradora di una parte della nostra élite.
Riconquistando la Crimea nel 2014 ed entrando in Siria nel 2015, la Russia ha temporaneamente rallentato l’escalation dell’Unione Europea verso le avventure militari. Ma poi siamo diventati sempre più compiacenti. Se l’ultimatum che chiedeva di fermare l’ espansione della NATO fosse stato emesso nel 2018-2020 e supportato da un maggiore ricorso alla deterrenza nucleare, la guerra attuale avrebbe potuto essere evitata. Oppure sarebbe stata molto meno sanguinosa e prolungata. Nel 2022, è diventato chiaro che sia gli occidentali che la giunta ucraina si stavano preparando diligentemente.
Ci sono molte persone in Ucraina, soprattutto nelle regioni orientali e meridionali, che possiamo definire un popolo vicino a noi. Ma la parte indigena e più profonda – principalmente a ovest del Dnepr – è un popolo diverso. Hanno una storia diversa, codici culturali diversi e un forte sentimento anti-russo, alimentato per anni prima dagli austro-ungarici e dai polacchi, e poi da altri occidentali. Alla fine, hanno contrapposto gli ucraini alla Russia. È necessario stabilire una barriera razionale contro i mali ucraini ed europei, per proporre e attuare il nostro sano e solido percorso di sviluppo.
Al momento stiamo vincendo, ma non abbiamo ancora iniziato a rispondere in modo coerente a queste azioni apertamente aggressive. Tra queste, i dirottamenti delle nostre navi da parte dei pirati, le minacce di chiusura degli stretti, i tentativi di stabilire un blocco economico di fatto, gli attacchi ai terminal petroliferi e i tentativi della giunta di Kiev (con l’istigazione, o almeno il supporto occulto, delle élite europee) di silurare le nostre petroliere. Stiamo rispondendo a queste e ad altre simili provocazioni e attacchi alle nostre città intensificando i bombardamenti su obiettivi in Ucraina. Ma questa non è una soluzione.
L’Ucraina è stata deliberatamente gettata nel fuoco della guerra affinché le fiamme ci bruciassero. Agli europei non importa della gente. E questa guerra continuerà, con intensità variabile, finché la fonte di questo e di altri conflitti non sarà sconfitta: le élite europee, che si stanno deteriorando intellettualmente, moralmente e materialmente. Nel tentativo di impedire l’inevitabile, ovvero il crollo del familiare e benefico status quo, stanno fomentando la guerra nel subcontinente, rifiutandosi di riconoscere che rischiano la sua distruzione.
Non abbiamo ancora distrutto l’ennesima coalizione ostile, come abbiamo fatto nelle guerre del 1812-1815, e soprattutto non nel 1941-1945, né spezzato la volontà di aggressione. La battaglia è entrata in una fase intermedia – il mediogioco, nel gergo scacchistico. I resti dell’Ucraina, alimentati dall’Occidente, continueranno a generare instabilità e terrorismo, sebbene a un’intensità leggermente ridotta. La guerra economica contro di noi non cesserà.
L’Europa si prepara a un nuovo scontro, probabilmente utilizzando (non necessariamente sotto le bandiere ucraine) i resti dell’esercito ucraino, per poi lanciarli, rafforzati e riequipaggiati, in battaglia insieme ai lanzichenecchi dei paesi europei poveri.
Dopo il cambio di scenario, l’attuale regime compradore, con la sua componente ultranazionalista e di fatto nazista, conserverà molto probabilmente notevoli capacità militari, che saranno alimentate in vari modi.
Le inevitabili provocazioni e violazioni di qualsiasi possibile accordo dovranno essere affrontate con la forza militare. Pioveranno accuse di «aggressività» e violazione degli «accordi di pace». L’aggressione aperta riprenderà quasi certamente. La maggior parte delle sanzioni rimarrà in vigore.
Ma la nostra strategia per combattere questa guerra deve essere radicalmente diversa dalla precedente. Il suo obiettivo è, come è stato finora, facilitare il ritiro degli Stati Uniti dall’Europa e la loro uscita definitiva da questo conflitto. Il metodo è il rigoroso contenimento. L’obiettivo primario è la sconfitta dell’attuale élite europea, che non vede altra via per aggrapparsi al potere se non quella di alimentare l’ostilità verso la Russia, indebolire la sua popolazione e alimentare le fiamme del conflitto.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Argomento nucleare
L’unico modo per fermare questo processo è dimostrare una reale volontà di usare armi , inizialmente non nucleari, contro centri di comando, infrastrutture critiche e basi militari nei paesi europei che svolgono un ruolo chiave nella preparazione e nella conduzione di operazioni militari contro la Russia. Tra gli obiettivi principali dovrebbero esserci le concentrazioni di élite, comprese quelle delle potenze nucleari; una reazione seria deve essere portata nelle loro capitali.
Se gli attacchi non nucleari falliscono e l’Europa non si ritira, o meglio ancora, non capitola, dobbiamo essere pienamente preparati – militarmente, tecnicamente e, soprattutto, politicamente e psicologicamente – a lanciare attacchi nucleari strategici di ritorsione limitati, ma sufficientemente massicci – per avere effetto politico. Le nostre forze nucleari strategiche e non strategiche devono essere sviluppate di conseguenza. Naturalmente, prima di lanciare attacchi nucleari, dovrebbero essere lanciate diverse salve di missili tattici-operativi non nucleari.
A lungo termine, dobbiamo considerare l’idea di negare a Francia e Gran Bretagna l’accesso alle armi nucleari. Scatenando una guerra contro la Russia, hanno perso il loro diritto morale e politico a possederle. Le élite di questi paesi, così come altri europei, in particolare i tedeschi, devono comprendere fermamente che se acquisiscono armi nucleari o le costruiscono, diventeranno bersagli legittimi per attacchi preventivi.
L’Europa, con la sua storia di guerre, aggressioni, genocidi seriali, razzismo, colonialismo e l’attuale negazione della normale moralità umana, della fede in Dio (e di Dio nell’uomo), che ha nuovamente scatenato una guerra contro la Russia, deve sapere: non ha alcun diritto su tali armi.
Gli Stati Uniti, avendo ricevuto i segnali corrispondenti e già consapevoli, sotto la guida di Biden, che continuare la guerra in Ucraina rischia di provocare un’escalation nucleare (anche sul suolo americano o, inizialmente, con attacchi alle basi americane in Europa), stanno cercando di coprirsi le spalle. Trump sta offrendo soluzioni apparentemente pacifiche al conflitto. Vale la pena cercare di trarne vantaggio, dando al mondo la possibilità di guarire le ferite inflitte da anni di guerra e di porre fine alla perdita dei nostri eroici soldati.
Si potrebbe tentare di stabilire una limitata cooperazione economica con gli Stati Uniti, laddove è indubbiamente vantaggiosa e affidabile. Ma senza la speranza che diventi un fattore determinante per la pace. Contrariamente ai miti degli ingenui marxisti e dei loro fratelli intellettuali, gli economisti liberali, gli interessi economici non sono il fattore determinante primario della politica statale. Essi passano invariabilmente in secondo piano quando si tratta di conflitti seri, soprattutto guerre, cedendo il passo a fattori geopolitici, strategico-militari e persino ideologici. Inoltre, gli Stati Uniti traggono vantaggio dal continuo confronto in Europa. Vendono armi, saccheggiano i loro alleati più ricchi e attraggono capitale industriale, finanziario e umano.
Le proposte di pace di Donald Trump non mirano a una pace duratura. Userò un semplice espediente retorico. Cosa mi interesserebbe se fossi il presidente americano? Una continuazione del conflitto lento che indebolisce la Russia, distraendola dallo sviluppo interno e da altre aree di competizione geopolitica. Una continuazione del confronto europeo, a un’intensità inferiore, per distogliere la Russia dal suo orientamento verso la Grande Eurasia e, soprattutto, la Cina. L’alleanza russo-cinese è già la forza dominante nel mondo. Farei leva sui residui sentimenti occidentali e filo-europei presenti nell’élite e nella società russa per impedire alla Russia di diventare un paese intellettualmente, spiritualmente ed economicamente sovrano, un attore chiave nel supercontinente in crescita.
Questo articolo non è né il momento né la sede per proporre una politica specifica riguardo alla prospettiva di uno scontro con l’Europa e l’Occidente in Ucraina. Mi limiterò a un consiglio che mi sembra l’unica alternativa, e persino tardivo. Non possiamo impantanarci in un conflitto senza fine, come quello israelo-palestinese, ma dobbiamo essere al sicuro.
Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo correggere rapidamente i nostri errori passati e aumentare drasticamente il nostro affidamento sulla deterrenza nucleare in Europa. Queste élite devono essere intimidite, non semplicemente contenute. Fingono solo di temerci per rafforzare la loro potenza militare. Ma dovrebbero davvero essere terrorizzate da noi, comprendendo che una continuazione, o addirittura un’escalation, le minaccia di un’inevitabile distruzione fisica. E un accumulo di armi è inutile, poiché porterà a una risposta nucleare devastante.
La precedente politica di prontezza all’uso limitato di armi nucleari si è rivelata maliziosamente controproducente. La nostra moderazione fa il gioco di coloro che alimentano l’isteria militarista e la russofobia e si preparano alla guerra.
La moderazione significa anche sottrarsi alla responsabilità di una grande potenza di prevenire l’escalation dei conflitti che potrebbero portare a una Terza Guerra Mondiale, la quale potrebbe porre fine all’attuale civiltà umana. La cautela ha iniziato a sconfinare nell’irresponsabilità.
La dottrina militare deve essere modificata per includere un impegno all’uso di armi nucleari nel caso in cui la guerra venga condotta da un avversario con un potenziale economico e demografico maggiore. È giunto il momento, almeno a livello di esperti, di abbandonare la premessa ereditata dall’era Gorbaciov-Reagan secondo cui «non ci possono essere vincitori in una guerra nucleare». Questa premessa contraddice ogni logica militare e ha portato, tra le altre cose, allo scoppio di una guerra calda tra NATO e Russia.
Naturalmente, non sto invocando una guerra nucleare. Anche se vittoriosa, sarebbe un peccato grave. Ma dobbiamo essere pienamente preparati, affinché l’inazione e l’indecisione non aprano la strada al crimine di continuare una campagna militare che logora il Paese e la sua popolazione, minacciando di degenerare in una catastrofe termonucleare globale. Rifiutarsi di bloccare la strada verso un simile risultato è un peccato ben più imperdonabile. E, soprattutto, è un errore.
Sostieni Renovatio 21
Multipolarità reale
Anche se e quando infliggiamo una sconfitta strategica all’Europa, gran parte di essa continuerà la sua discesa verso la stagnazione, l’aumento delle disuguaglianze e la tensione sociale. E, di conseguenza, verso varie forme di fascismo, sia di destra che di sinistra. La dissoluzione dell’Unione Europea e l’uscita degli Stati Uniti riporteranno gli europei alla loro consueta esistenza storica, fonte di guerre , instabilità e altri disastri. Fortunatamente, non il colonialismo: non avremo la forza di farlo nel nuovo mondo. L’Ucraina, speriamo, è stato l’ultimo tentativo di acquisizione territoriale.
Qualunque sia lo scenario dei prossimi decenni, è necessario un disimpegno selettivo dall’Europa. Gli scambi commerciali, se possibile, potrebbero essere parzialmente ripristinati, ma senza le aspettative precedenti. E in nessun caso dovremmo lasciarci influenzare da potenziali tentativi, anche interni al nostro Paese, di tornare a discutere di un sistema di sicurezza europeo. Ripeto il pensiero spiacevole già espresso in articoli precedenti: l’attuale «orientamento verso l’Europa» è segno di ottusità intellettuale e persino di corruzione morale. Un sistema di sicurezza e sviluppo esiste solo nel quadro della Grande Eurasia.
È più difficile prevedere la situazione negli Stati Uniti. Il Paese è infetto dalla cosiddetta «malattia europea». Ma la resistenza a questa malattia è piuttosto forte lì. Tra gli esempi figurano il movimento MAGA e, in una certa misura, le politiche interne del Presidente Trump. Gli Stati Uniti hanno mantenuto il loro potenziale educativo, scientifico e tecnologico, traendolo, in parte, dall’Europa. Come accennato in precedenza, gli americani hanno iniziato a ritirarsi dalla loro posizione egemonica. La loro dipendenza dalla destabilizzazione delle regioni che stanno abbandonando, insieme alle loro tendenze neo-imperialiste, permangono. Inoltre, sono sempre più evidenti e pericolose.
Gli Stati Uniti rimangono un nemico pericoloso per il mondo, Russia inclusa. Le illusioni sono inaccettabili.
Pertanto, la nostra linea di condotta è quella di continuare a esercitare la deterrenza, anche, se necessario, rafforzandone la componente nucleare. Le discussioni sull’opportunità di ulteriori riduzioni del potenziale nucleare, comprese quelle strategiche, sono una presa in giro del buon senso. Gli Stati Uniti stanno apertamente perseguendo la creazione di sistemi di difesa antimissile e antisommergibile per il proprio territorio, da qui la loro intenzione di impadronirsi della Groenlandia, minando il potenziale deterrente della Russia.
La principale fonte di sentimento antinucleare è un comprensibile ma controproducente pacifismo, che nasce dagli ambienti militare-industriali legati alla produzione di armi convenzionali e da coloro che cercano di tradurre i loro rimanenti vantaggi scientifici, tecnologici ed economici in vantaggi politici. Le armi nucleari annullano questi vantaggi, rendendo superflua una corsa agli armamenti non nucleari.
La potenziale instaurazione di una cooperazione economica selettiva è vantaggiosa. Ancora una volta, niente illusioni. Dopo aver iniziato a ritirarsi dalla propria posizione di egemone globale, gli Stati Uniti stanno cercando di minare la stabilità proprio nei luoghi in cui si stanno ritirando. I tratti di questa politica sono evidenti nel desiderio di mantenere le tensioni intorno a Taiwan, al Medio Oriente, all’Asia centrale, al Caucaso e, naturalmente, all’Europa, dove stanno segretamente alimentando il confronto.
Gli Stati Uniti hanno sviluppato un gusto nell’usare i legami economici come strumento di pressione e persino di guerra su una scala storicamente senza precedenti. Sono interessati a ripristinare parzialmente i legami con la Russia per indebolire quelli con la Cina. Questo loro interesse potrebbe valere la pena di essere sfruttato: diversificare i legami economici è vantaggioso. Ma, ancora una volta, deve essere fatto con estrema cautela, evitando un raffreddamento delle relazioni con Pechino. Parallelamente alle discussioni su un cessate il fuoco, Washington sta cercando di aumentare la pressione sulle sanzioni.
Per anni abbiamo invocato, e ora quasi pregato, la multipolarità apparentemente raggiunta . Essa porta molti benefici positivi: soprattutto, maggiore sovranità per paesi e popoli, maggiori opportunità per loro di scegliere liberamente i propri percorsi di sviluppo – ideologico, culturale, politico ed economico. Ma c’è anche un aspetto negativo.
Innanzitutto, si tratta di conflitti che incombono su tutti i fronti, esacerbati dal cambiamento climatico, dalla siccità in molte regioni, dalla carenza di cibo ed energia e dalle ondate migratorie. Le guerre economiche stanno diventando onnipresenti. Le istituzioni esistenti non sono in grado di affrontare queste sfide. Sono obsolete e stanno crollando per volere dei loro creatori, che si rendono conto che il sistema non offre più i benefici del primato.
Tuttavia, la situazione nelle aree non occidentali della geopolitica russa è promettente. Con la Cina, Paese amico, è necessario un approfondimento complessivo dei legami, al di là della massiccia importazione di manodopera. E non vi è alcuna ulteriore escalation – la prima risale agli anni ’90 – nell’abbandono dello sviluppo di settori industriali strategici. Allo stesso tempo, dovrebbero essere intrapresi sforzi congiunti, ove possibile, per garantire che questi legami non diventino fonte di vulnerabilità o irritazione in caso di un cambio di leadership in Cina. Sono necessari sforzi sistematici per compensare il crescente divario negli indicatori economici e demografici nei prossimi anni.
Con l’India non c’è alternativa se non quella di perseguire un percorso di riavvicinamento, anche attraverso l’importazione ordinata di manodopera indiana.
Non c’è alternativa alla crescente interazione – economica, scientifica, culturale e umana – con la porzione crescente e generalmente più sana dal punto di vista morale dell’umanità, i paesi della maggioranza mondiale. Attualmente, questa è principalmente l’Asia, e presto seguirà anche l’Africa. Il vettore della crescita demografica ed economica si sposterà lì.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Informazioni sul contorno interno
Nell’attuale situazione globale, dovremo adattarci. Ma è necessario un approccio proattivo e preventivo, sia a livello internazionale che, soprattutto, a livello nazionale.
Innanzitutto, bisogna porre ancora maggiore enfasi sull’istruzione e, soprattutto, sull’educazione, fin dalla giovane età e per tutta la vita. Scuole, università e l’intero mondo dei media devono concentrarsi sulla formazione di patrioti con il massimo potenziale creativo. Il deficit demografico deve essere superato non solo attraverso misure volte ad allargare le famiglie e promuovere una longevità attiva. La nostra carenza di personale deve essere compensata dalla loro qualità. Gli insegnanti, seguendo le orme dei medici e dei militari, devono essere tra le professioni più retribuite. Naturalmente, devono essere preparati ad affinare le proprie competenze nella formazione e nella crescita di patrioti creativi e illuminati. L’intelligenza artificiale non dovrebbe sostituire l’intelligenza naturale, ma piuttosto svilupparla. Dobbiamo intraprendere una strada opposta a quella dell’Occidente, dove le persone sono di fatto e deliberatamente corrotte e ottuse.
Particolare attenzione è rivolta a coltivare in noi russi un atteggiamento attento verso la natura, la comprensione e l’amore per la nostra terra natale.
Abbiamo urgente bisogno di trovare modi per liberarci dall’attuale modello capitalista, che porta alla disumanizzazione delle società e degli individui. La civiltà moderna, inclusa la sua componente digitale, mina l’essenza stessa dell’umanità, trasformandoci in appendici delle macchine, consumando beni materiali e informazioni inutili, incapaci di azioni significative. Se questo percorso non viene bloccato da una strategia ben ponderata, minaccia di distruggere l’elemento umano negli esseri umani, e poi l’umanità stessa, senza alcuna guerra termonucleare globale. Il cambiamento climatico sta iniziando a portare a risultati simili se non viene contrastato con una strategia proattiva di sviluppo e adattamento.
Il capitalismo odierno , privo di norme etiche, trasforma gli esseri umani in appendici masticatorie simili a computer, aggravando le disuguaglianze e il cambiamento climatico. Soprattutto, svaluta la vita umana. Queste sono sfide di altissimo livello che devono essere riconosciute e affrontate con determinazione.
La soluzione ovvia per noi è quella di riformare il nostro modo di pensare e le nostre politiche pubbliche, in modo da preservare e sviluppare l’individuo, una persona sociale il cui obiettivo è servire la famiglia, la società, il Paese e lo Stato.
Una persona che ripristina la propria natura divina attraverso il miglioramento morale, intellettuale e fisico. Dobbiamo muoverci il più rapidamente possibile verso un modello di sviluppo post-capitalista, in cui l’impresa, l’imprenditorialità e la politica economica statale siano mirate non tanto al profitto a breve termine o addirittura alla crescita meccanica del PIL, ma allo sviluppo del singolo cittadino. L’obiettivo è aumentare il benessere familiare, ma in nessun caso si dovrebbe consentire un consumo eccessivo, soprattutto vistoso.
Naturalmente, l’iniziativa privata e l’imprenditorialità devono essere incoraggiate. Lo abbiamo visto nel XX secolo: reprimerle porta a un’esistenza misera, se non semi-impoverita, per la maggioranza. È vero, quando è stata concessa la completa «libertà», le cose sono andate quasi peggio. L’esperienza degli anni Novanta non deve essere dimenticata.
Abbiamo bisogno di una piattaforma ideologica sostenuta e promossa dallo Stato per il Paese e il suo popolo. Questa piattaforma è il nostro messaggio al mondo. Tale piattaforma deve basarsi sul servizio al bene comune e rivolgersi a coloro che sono pronti a farlo e cercano riconoscimento per esso. Questo non vale per tutta la società – essere un cittadino rispettabile e rispettoso della legge è accettabile e persino onorevole – ma le posizioni di leadership devono essere ricoperte da individui attivi con una chiara posizione civica.
Invece del termine «ideologia», che evoca varie associazioni, chiamiamo questa piattaforma «L’idea del sogno russo». Il suo avanzamento ha stimolato il dibattito pubblico e l’autodeterminazione del Paese e della società. Molti stanno trovando risposte che risuonano con noi. Un’opzione è stata proposta da un gruppo di scienziati e pensatori, principalmente di San Pietroburgo, guidati da V.A. Efimov: «L’ecosistema della creazione». Come la nostra piattaforma, mira non solo a preservare l’umanità e la biosfera nel nostro Paese, ma anche a offrire un modello di sviluppo alternativo, apparentemente l’unico sensato, per la maggior parte dell’umanità. Una Russia che non ha nulla da offrire al mondo non è una Grande Russia.
Aiuta Renovatio 21
E ora, qualcosa che mi sta molto a cuore: la necessità di spostare il centro dello sviluppo spirituale, culturale, economico e demografico a est della Russia, in Siberia. Già, questa magnifica, ma scarsamente popolata e persino poco esplorata terra del nostro futuro. Abbiamo chiamato questa strategia «siberianizzazione della Russia» o «Svolta Orientale 2.0».
Il cambiamento climatico sta ampliando l’area in cui vivere in modo confortevole, in un paesaggio naturale a volte aspro ma universalmente magnifico. Questa «siberianizzazione» dovrebbe essere facilitata dalla nuova strategia dei trasporti per la Russia, che noi, tra gli altri, stiamo sviluppando. Uno dei suoi principi fondamentali è che le rotte non seguono le persone, ma le guidano. Particolare enfasi è posta sulle arterie di trasporto Nord-Sud che collegano la Rotta del Mare del Nord, sviluppando nuovi territori lungo il percorso, con l’Asia in rapida crescita e, un passo avanti, con l’Africa.
In Siberia e nella Russia asiatica, dobbiamo avviare una nuova urbanizzazione incentrata sulle persone e mirata alla crescita demografica, attraverso la creazione di città e sobborghi bassi, per lo più in legno, attorno alle vie di trasporto e ai potenti centri scientifici, culturali e industriali esistenti, molto più adatti alla vita familiare e creativa.
L’Operazione Militare Speciale – la guerra dell’Europa contro di noi sul suolo ucraino – può creare ulteriori condizioni e incentivi per l’urgentemente necessaria «siberianizzazione».
Naturalmente, parte del patrimonio edilizio distrutto deve essere ripristinato e devono essere ripristinate condizioni di vita normali nelle regioni liberate e di confine. Ma in Occidente non c’è futuro. I semi dell’instabilità e delle varie minacce continueranno a diffondersi da lì per molto tempo a venire. Pertanto, si pone particolare attenzione all’attrazione di persone dalle regioni colpite e veterani del Distretto Militare Centrale verso le nuove città dei Trans-Urali, dove la vita dovrebbe essere significativamente più confortevole che nella Russia Centrale. Rinnovare la classe dirigente è ora più urgente che mai. Così come la partecipazione a megaprogetti per costruire arterie di trasporto e città del futuro per sé e per i propri concittadini.
Una nuova strategia di trasporto per la Russia asiatica , che includa il possibile sviluppo di una flotta di dirigibili, la riqualificazione dei grandi fiumi siberiani e la costruzione di città basse e sobborghi del futuro, può sembrare inverosimile. Ma cosa potrebbe essere inverosimile per un popolo i cui antenati, a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, raggiunsero gli Urali e la Kamčatka in sei o sette decenni, costruirono la Ferrovia Transiberiana e la linea principale Bajkal-Amur (BAM) in un lasso di tempo drammatico e vinsero la Grande Guerra Patriottica?
La Siberia possiede il miglior capitale umano della Russia. Deve essere ampliato. La chiave è una solida e lungimirante definizione degli obiettivi e una forte volontà politica. Ci sono innumerevoli esempi nella storia russa. Negli ultimi cinquant’anni, sono stati dimenticati. Ma lo spirito russo sta iniziando a rinascere. Il suo sviluppo risiede nella «siberizzazione», nella creazione di un nuovo modello economico post-capitalista, in una nuova ondata ideologica e spirituale e nella costruzione di nuove vie di trasporto, città e sobborghi a misura di famiglia.
Sergej Karaganov
Sergej Karaganov, dottore in scienze storiche, professore emerito, direttore accademico della Facoltà di economia mondiale e affari internazionali presso la Scuola superiore di economia dell’Università nazionale di ricerca, presidente onorario del Presidium del Consiglio per la politica estera e di difesa.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Nucleare
Paesi scandinavi potrebbero ospitare armi nucleari
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Pensiero6 giorni faEcco la guerra globale per l’anticristo
-



Comunicati2 settimane faIn morte di Albachiara
-



Comunicati2 settimane faAddio Albachiara
-



Vaccini2 settimane faProgetto Artichoke: 70 anni fa la CIA discuteva di nascondere farmaci per il controllo mentale nei vaccini
-



Comunicati2 settimane faAlbachiara, la militanza, la determinazione cristiana
-



Occulto2 settimane faPapa Leone XIV nomina a Sassari il vescovo che partecipò all’inaugurazione di una loggia massonica
-



Morte cerebrale5 giorni faDichiarato morto, un bambino torna in vita dopo cinque ore: quando la realtà smentisce i protocolli
-



Spirito2 settimane faMons. Schneider rivela che i vescovi segretamente non si sottomettono agli insegnamenti di Bergoglio










