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Droga

Ketamina prescritta alle donne incinte, spesso non avvertite dei gravi rischi

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

La ketamina, che può creare dipendenza, attraversa «prontamente e rapidamente» la barriera placentare e può causare gravi difetti alla nascita se assunta da donne incinte. Il suo uso è in aumento, ma i medici che prescrivono il farmaco non riescono ad avvertire le donne dei rischi, ha scoperto un nuovo studio.

 

Secondo un nuovo studio dell’Università del Michigan, le cliniche che somministrano ketamina per problemi di salute mentale spesso non avvertono adeguatamente i pazienti del grave rischio che la ketamina rappresenta per le donne incinte.

 

È noto da tempo che la ketamina, che può creare dipendenza, attraversa «prontamente e rapidamente» la barriera placentare.

 

La ricerca sugli animali ha mostrato gravi effetti neurotossici nella prole esposta alla ketamina in utero. Questi effetti includono la morte delle cellule neuronali, uno sviluppo cerebrale anomalo e gravi anomalie comportamentali, cognitive e affettive che rispecchiano la schizofrenia, tra gli altri problemi.

 

Gli autori dello studio hanno affermato che la ketamina non dovrebbe essere usata durante la gravidanza. Raccomandano di effettuare test di gravidanza prima del trattamento e di usare metodi contraccettivi durante il trattamento, e hanno affermato che il trattamento dovrebbe terminare se una donna rimane incinta.

 

Il National Institutes of Health (NIH) segnala che quasi la metà delle gravidanze negli Stati Uniti non sono pianificate. Molte persone che vengono curate con ketamina per malattie psichiatriche sono donne che potrebbero rimanere incinte.

 

Lo studio, pubblicato sul Journal of Clinical Psychiatry, ha scoperto che i prescrittori di ketamina non prestano sufficiente attenzione a questo rischio. Gli autori hanno concluso che è necessario fare di più per garantire che le pazienti che assumono ketamina non siano incinte e non rimangano incinte durante il trattamento.

 

I ricercatori hanno intervistato le cliniche che forniscono ketamina in tutto il Paese e hanno analizzato i documenti di consenso informato reperibili online.

 

Hanno inoltre esaminato le cartelle cliniche di pazienti di una clinica medica dell’Università del Michigan per verificare se le donne a cui era stata somministrata ketamina avessero effettuato test di gravidanza e utilizzato metodi contraccettivi durante il trattamento.

 

Gli autori dello studio hanno riscontrato un’ampia variazione nelle politiche, nelle pratiche e negli avvertimenti sulla ketamina e sulla gravidanza tra le 119 cliniche che hanno risposto al loro sondaggio. Complessivamente, le cliniche curano più di 7.000 pazienti al mese, circa un terzo dei quali sono donne in età fertile.

 

L’autrice principale, la Dott.ssa Rachel Pacilio, ha dichiarato a Science Daily:

 

«Questi dati suggeriscono che una vasta popolazione di pazienti potrebbe essere incinta, o potrebbe rimanere incinta, durante la terapia con ketamina tramite più vie di somministrazione. Questo rischio aumenta con la durata della terapia che può durare settimane per il ciclo iniziale e un anno o più per il mantenimento».

 

«Molte pazienti non sanno di essere incinte nelle prime settimane e gli studi sulla ketamina condotti sugli animali sono molto preoccupanti per i potenziali danni al feto durante questo periodo».

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Aumento dell’uso di ketamina

Negli ultimi anni, la ketamina ha guadagnato popolarità come promettente terapia alternativa per la depressione resistente ai trattamenti, il disturbo da stress post-traumatico e altri problemi di salute mentale che non hanno risposto ad altri trattamenti.

 

Secondo il documento, il farmaco è «generalmente considerato sicuro», ma ci sono «lacune significative nella conoscenza» sui suoi effetti in «popolazioni di pazienti speciali», come le donne incinte.

 

Ma la terapia è molto nuova, così come lo sono i dati scientifici che supportano la sua sicurezza ed efficacia.

 

Le 119 cliniche che hanno risposto allo studio rappresentano una piccola percentuale delle 500-700 cliniche di ketamina che, secondo quanto riportato da KFF Health News, sono recentemente «spuntate» negli Stati Uniti. Si prevede che il settore, valutato 3,1 miliardi di dollari nel 2022, raddoppierà fino a raggiungere i 6,9 miliardi di dollari entro il 2030.

 

La ketamina è un farmaco di Classe III, il che la rende facilmente reperibile quanto il Tylenol con codeina.

 

La Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha approvato il farmaco per l’anestesia generale durante gli interventi chirurgici e come sedativo in alcuni contesti.

 

Solo una formulazione, l’esketamina intranasale, venduta con il marchio Spravato, è approvata per la depressione resistente al trattamento. Tuttavia, le forme generiche del farmaco sono comunemente utilizzate off-label per trattare disturbi psichiatrici.

 

L’uso comune off-label significa che non ci sono protocolli standard su come somministrare il farmaco in modo sicuro. Le linee guida basate sulle prove sono limitate e il trattamento può variare significativamente in termini di dose, frequenza, metodo di somministrazione e durata del trattamento, secondo il documento.

 

Le cliniche che offrono ketamina per via endovenosa o la versione nasale approvata dalla FDA spesso richiedono un monitoraggio di persona dopo la somministrazione, per garantire la sicurezza e impedire al paziente di guidare dopo la somministrazione.

 

Tuttavia, altre cliniche prescrivono la ketamina sublinguale per uso domestico e i protocolli di sicurezza sono sconosciuti. Anche servizi online come Mindbloom e Nue Life offrono il farmaco a domicilio, senza una visita di persona a un medico prescrittore, spesso sotto forma di pastiglie spedite da farmacie specializzate, ha riportato MedPage Today. Questi tipi di medici prescrittori non sono stati inclusi nello studio.

 

Secondo Pacilio, il programma di riduzione del rischio della FDA, volto a garantire che i benefici superino i rischi per i farmaci con gravi problemi di sicurezza, non prevede disposizioni per l’uso di Spravato durante la gravidanza.

 

L’anno scorso l’agenzia ha diffuso un avviso sui pericoli della ketamina composta, ma non ha detto nulla sulla gravidanza.

 

Le informazioni di prescrizione per la forma approvata del farmaco indicano che i prescrittori dovrebbero specificamente informare i pazienti sul potenziale rischio di danno fetale derivante dall’esposizione in utero alla ketamina. Tuttavia, ai prescrittori non vengono fornite informazioni su come consigliare efficacemente le donne, ha scoperto lo studio.

 

La recente controversia sulla morte dell’attore Matthew Perry ha inoltre rivelato che il potenziale di dipendenza della ketamina è sconosciuto e che sempre più persone ne abusano, poiché la sua diffusione è sempre più ampia.

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«Il settore ha davvero bisogno di standardizzazione»

Oltre il 75% delle cliniche che hanno risposto al sondaggio hanno dichiarato di avere un processo formale di screening della gravidanza, ma solo circa il 20% ha richiesto un test di gravidanza.

 

Tuttavia, meno del 50% delle cliniche ha avvisato le pazienti di evitare la gravidanza durante il trattamento o ha spiegato ai pazienti i rischi specifici correlati all’esposizione alla gravidanza. I documenti di consenso informato di quelle cliniche contenevano un avviso di gravidanza solo circa la metà delle volte.

 

Esaminando i documenti di consenso informato presenti sui siti web di altre 70 cliniche che forniscono ketamina, i ricercatori hanno scoperto che il 39% non includeva nei propri documenti informazioni sulla gravidanza e quelli che lo facevano erano generalmente vaghi.

 

Per quanto riguarda la consulenza sulla contraccezione, solo il 26% delle cliniche intervistate ha affermato di discutere della necessità della contraccezione e meno del 15% delle cliniche raccomanda la contraccezione durante il trattamento.

 

Questi risultati sono particolarmente preoccupanti, secondo i ricercatori, perché la maggior parte delle cliniche prescrive cicli di trattamento con ketamina a lungo termine, che vanno da sei mesi a più di un anno.

 

L’analisi delle cartelle cliniche di 24 donne sottoposte a trattamento con ketamina presso la clinica dell’Università del Michigan ha evidenziato che tutte avevano effettuato un test di gravidanza prima del trattamento, ma solo la metà di loro aveva documentazione relativa alla contraccezione nella propria cartella clinica.

 

Lo studio ha concluso che, poiché il trattamento con ketamina diventa sempre più disponibile e prescritto, è sempre più necessario informare le donne sui gravi rischi che comporta durante la gravidanza.

 

«La variabilità nella pratica che vediamo tra le cliniche nella comunità in questo studio è evidente», ha affermato Pacilio.

 

«Il settore ha davvero bisogno di una standardizzazione per quanto riguarda la consulenza riproduttiva, i test di gravidanza e la raccomandazione per la contraccezione durante il trattamento con ketamina».

 

Brenda Baletti

Ph.D.

 

© 5 settembre, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Droga

Le carceri canadesi forniranno ai detenuti kit per l’inalazione sicura di droghe

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Il Servizio penitenziario del Canada, l’ente che gestisce le carceri federali, userà denaro pubblico per mettere gratuitamente a disposizione dei detenuti kit pensati per «sniffare in modo più sicuro». Lo si apprende da una nota interna rivolta al personale, poi circolata sui social media, nella quale il dipartimento annuncia l’introduzione di cannucce di carta «destinate all’inalazione di sostanze in polvere o di vapori derivanti da sostanze riscaldate». Lo riporta LifeSite.   Secondo il documento, le cannucce di carta «ridurranno i danni», dal momento che i reclusi oggi ricorrono a cannucce di plastica o ad altri strumenti di fortuna per assumere le sostanze in polvere. L’amministrazione penitenziaria sostiene inoltre che questo accorgimento contribuirà a contenere la trasmissione di malattie come l’epatite B e C. La nota prevede infine la distribuzione di strisce di alluminio per «fumare in modo più sicuro».   L’autenticità del memorandum è stata confermata dal quotidiano canadese National Post, al quale il dipartimento ha spiegato di averlo redatto per fornire «informazioni a tutti i dipendenti in merito all’ampliamento dell’utilizzo di prodotti per la riduzione del danno».

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Resta il fatto che, pur essendo illegali le droghe pesanti, in carcere i detenuti non sembrano avere alcuna difficoltà a procurarsele. Nella nota si legge che il Servizio penitenziario dispone di «misure efficaci» per contrastare «l’introduzione, il traffico, il finanziamento e la distribuzione di sostanze non autorizzate… all’interno dei propri istituti, e ritengono responsabili coloro che vi sono coinvolti».   L’amministrazione si è spinta a precisare che, nel caso in cui un detenuto venga sorpreso con i dispositivi «più sicuri» per il consumo di droga «insieme a sostanze illecite o attrezzature non autorizzate, è necessario seguire le procedure operative standard».   I nuovi kit per l’inalazione «più sicura» e le confezioni in alluminio saranno disponibili a partire dal 13 ottobre.   Dai documenti emerge che il governo liberale guidato dall’ex premier Justin Trudeau ha investito circa 820 milioni di dollari, tra il 2017 e il 2022, nella «Strategia canadese contro le droghe e le sostanze stupefacenti». Eppure lo stesso ministero della Salute, in un rapporto del 2023, ha dovuto riconoscere che il programma antidroga dei liberali ha prodotto risultati soltanto «minimi».   Lo scorso dicembre il ministero della Salute canadese ha confermato che denaro pubblico è stato impiegato per acquistare accessori per il consumo di stupefacenti, tra cui pipe per il crack e altri oggetti rientrati nel cosiddetto programma di «fornitura sicura» voluto dall’esecutivo liberale.   Nel 2024 il governo liberale è stato costretto a interrompere un esperimento triennale di depenalizzazione nella Columbia Britannica, che consentiva ai cittadini di detenere piccole quantità di cocaina e di altre droghe pesanti senza conseguenze penali. Nel corso della sperimentazione, le proteste dell’opinione pubblica per il degrado e il disordine sociale sono cresciute in maniera vertiginosa.   Iil ministero della Salute canadese ha ammesso di recente che quella sperimentazione dell’era Trudeau, volta a legalizzare il consumo di droghe pesanti, si è rivelata un disastro e in alcune località ha portato al collasso dell’ordine pubblico.   I dati ufficiali indicano un aumento delle overdose durante il periodo di depenalizzazione: 3.313 decessi in quindici mesi, contro i 2.843 registrati nello stesso arco di tempo prima che le droghe fossero temporaneamente legalizzate.   L’obiettivo dichiarato è, come sempre, sanitario – in apparenza. Dietro alla spinta per le droghe libere nelle carceri c’è ovviamente il famigerato concetto di «riduzione del danno»: ci viene detto che la droga circola già negli istituti nonostante i divieti, e la diffusione di HIV, epatiti e dipendenze tra i detenuti è molto più alta che fuori. Chi sostiene queste misure ritiene che ridurre contagi e morti protegga anche la società, dato che quasi tutti i detenuti prima o poi escono.   A promuoverle sono soggetti pubblici e dichiarati: OMS, UNODC e UNAIDS, che raccomandano programmi simili anche nelle carceri; reti come Harm Reduction International. In Italia abbiamo enti come Antigone, i Radicali e la Società della Ragione, insieme a operatori dei servizi per le dipendenze. Alcuni di loro difendono anche una depenalizzazione più ampia, ed è qui che nasce lo scontro politico.

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I critici, tra cui sindacati della polizia penitenziaria e parte del mondo politico e cattolico, temono che si normalizzi il consumo, si complichi la sicurezza e si abbandoni l’obiettivo della cura e dell’astinenza.   La riduzione del danno (harm reduction) è un approccio di sanità pubblica nato negli anni Ottanta, quando l’epidemia di HIV tra chi si iniettava droghe spinse alcuni paesi, come i Paesi Bassi, la Svizzera e il Regno Unito, a cambiare strategia. L’idea di fondo è che, se una persona non può o non vuole smettere di usare sostanze, si possono comunque ridurre i rischi per lei e per la collettività. Gli strumenti principali sono i programmi di scambio siringhe, le terapie sostitutive con metadone e buprenorfina, la distribuzione di naloxone contro le overdose, il drug checking e, in alcuni paesi, le sale del consumo supervisionato, come per le famose «stanze del buco» in Isvizzera. Le principali evidenze scientifiche riguardano il calo dei contagi di HIV ed epatite C e la riduzione dei decessi per overdose, mentre sull’effetto sul consumo complessivo i risultati sono più discussi.   Un ruolo rilevante, oltre agli enti onusiani, è quello svolto dalle Open Society Foundations di Giorgio Soros, che da decenni finanziano programmi di riduzione del danno, ricerca e spinta per la riforma delle politiche sulle droghe. Si tratta di finanziamenti pubblici e rendicontati, e la fondazione stessa rivendica questa linea come parte della propria missione sui diritti umani e sulla salute pubblica.   I critici, tra cui parte solo una parte della destra, obiettano che questi approcci rischiano di normalizzare l’uso di droghe e di sostituire la prevenzione e il recupero con la semplice gestione della dipendenza, contestando l’influenza di grandi fondazioni private sulle politiche pubbliche, sostenendo che finanzino anche campagne per la depenalizzazione.   Materiale proveniente dal mondo della «riduzione del danno» compaiono anche ai rave party in tutta Europa. All’estero il caso più noto è Techno Plus in Francia, associazione che da decenni opera proprio nelle free party e nei teknival (i raduni non autorizzati) con informazione, materiale di prevenzione e, in alcuni casi, analisi delle sostanze. Altri esempi sono Kosmicare nel Regno Unito, nata nei festival e specializzata nell’assistenza a chi ha esperienze difficili con le sostanze, The Loop (drug checking in contesti di festa), Eve & Rave in Germania e DanceSafe negli Stati Uniti.   Il Corriere della Sera riportava che nel disastroso rave illegale che sconvolse l’Italia a metà agosto 2021 occupando terreni privati per giorni «c’erano i “laboratori” della riduzione del danno dove le sostanze venivano preventivamente analizzate per non correre rischi inutili»: in  pratica vi erano dei banchetti dove testavano la droga che si acquistava, con «opuscoli con informazioni di base diffusi fra i presenti per evitare comportamenti dannosi».   Anni fa Soros scrisse di suo pugno un articolo per il Financial Times in cui ricordava come il suo approccio fosse diverso da quello dei governi nazionali:   «La guerra alla droga è stata un fallimento da mille miliardi di dollari… Per oltre quarant’anni i governi di tutto il mondo hanno speso enormi somme su politiche repressive. Questo a discapito di programmi che funzionano». L’allusione è alle politiche della cosiddetta riduzione del danno, delle quali il Soros è munifico sostenitore. «Non è stato solo uno spreco di danaro: è stato controproducente».

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«Il proibizionismo e la lotta alle droghe hanno fatto più male che bene… Per anni, la mia Open Society Foundation ha supportato programmi di riduzione del danno come lo scambio di siringhe…» rivendicò il Sorosso.   La liberalizzazione della droga non può non sembrare come un grande processo di narcotizzazione massiva ad uso dell’oligarcato, il quale con la popolazione istupidita (gli «inutili», prospettava il filosofo delle élite davosiane Yuval Harari, vanno drogati) possono procedere alle loro gozziviglie: non solo il traffico di bene pubblico – su cui si basano i miliardi del Soros e non solo – ma anche lo sfruttamento degli esseri umani oppure, volendo, la loro eliminazione.   In un Paese come il Canada dove come la Svizzera e la Catalonia  l’eutanasia diventa sempre più chiaramente un’opzione per i carcerati, la droga penintenziaria arriverà subito. Noi seguiremo a ruota.  

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Droga

Ritrovati 1.600 denti da latte in una fossa comune di un narcocartello messicano

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Un gruppo di volontari in Messico sostiene di aver rinvenuto 1.600 denti da latte tra i resti umani in una fossa comune legata a un cartello della droga.

 

Il collettivo Buscando Cuerpos en Todo México («Alla ricerca di cadaveri in tutto il Messico») nel 2021 ha indagato su un sito vicino a Zacapu, nello Stato di Michoacan, associato al cartello di Sinaloa.

 

Lì ha trovato resti, tra cui un dente di bambino. Da allora ha continuato a setacciare l’area in cerca di resti umani. Questa settimana ha dichiarato di aver individuato ben 1.600 denti da latte.

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La deputata del Michoacan Margarita Lopez, che ha contribuito a fondare il gruppo, sostiene che i denti appartengano probabilmente a bambini vittime di tratta, eventualmente sfruttati sessualmente o per gli organi.

 

L’ufficio del procuratore generale dello Stato ha finora rifiutato di verificare le affermazioni.

 

«Dal 2021 ad oggi, non è pervenuta alcuna denuncia, segnalazione alle autorità o richiesta di intervento forense in relazione a questi eventi», ha dichiarato l’ufficio.

 

La Lopez ha replicato con tono accesa so Facebook: «Vogliono minimizzare l’incidente, ma l’operazione per recuperare i 1.600 denti da latte ha coinvolto agenti della Procura generale dello Stato di Michoacán, che agivano in virtù di un mandato ufficiale per garantire la sicurezza del perimetro, e tutto è documentato nell’indagine preliminare», ha scritto.

 

La deputata aggiunto che un procuratore federale e personale forense erano presenti durante il recupero dei resti, chiedendo l’intervento del Comitato Internazionale della Croce Rossa per contribuire alle indagini.

 

«Da quando è scoppiato il caso dei “1.600 dentini”, il governo messicano è rimasto in silenzio o ha negato la scoperta», ha affermato la Lopez.

 

Le fosse comuni sono il simbolo più duro della violenza legata al narcotraffico in Messico.

 

Un rapporto governativo di marzo 2026 conta 132.534 persone scomparse, mentre la Comisión Nacional de Búsqueda parla di circa 135.000 casi. Il 97% di chi risulta nel registro è scomparso dopo il 2006, cioè dall’inizio della guerra ai cartelli lanciata dal governo Calderón. Prima dei Mondiali il governo Sheinbaum ha rivisto i dati, portando i casi attivi a circa 43.000, una scelta criticata da parenti e ONG perché minimizzerebbe il problema. Il ritmo dei desaparecidos messicani resta alto: nel 2025 risultavano scomparse 34.554 persone, e tra ottobre 2024 e metà settembre 2026 i casi registrati sono 62.378, di cui 20.072 non ancora rintracciati e 3.457 ritrovati morti.

 

Tra il 2007 e il 2023 le autorità hanno trovato quasi 5.700 fosse comuni clandestine. La maggior parte è stata scoperta dai collettivi di familiari (le madres buscadoras, le madri e i parenti che scavano in proprio). Un collettivo di Sonora da solo ha ritrovato 1.230 corpi in fosse clandestine dal 2019. Chi cerca è a rischio: ad aprile 2025 due madri cercatrici sono state uccise in Jalisco.

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Proprio lo Stato di Jalisco ha oltre 16.000 scomparsi ancora nel registro, il dato più alto del Paese. Secondo un collettivo locale, intorno a uno stadio dei Mondiali sarebbero stati trovati 456 sacchi con resti umani. Un’analisi del Mexico Peace Index rileva inoltre che un terzo dei corpi recuperati dalle fosse clandestine dal 2006 proviene da Jalisco.

 

Un’inchiesta giornalistica ha rilevato oltre 72.000 resti classificati come non identificati dal 2006 al 2023, per lo più sepolti in fosse municipali. Un’altra fonte parla di 38.891 corpi non identificati, di cui 27.271 sepolti in fosse comuni, a fronte di oltre 275.000 omicidi registrati dal 2006.

 

Il governo ha annunciato un calo degli omicidi del 30% nel 2025, ma alcuni analisti sospettano che parte delle vittime sia finita in categorie diverse, come sparizioni o corpi nascosti nelle fosse. L’impunità è molto diffusa: secondo Human Rights Watch, solo il 17% degli omicidi volontari tra il 2010 e il 2022 ha portato a mandati d’arresto o procedimenti. L’ONU ha dichiarato che ci sono «prove fondate» che le sparizioni forzate siano diffuse o sistematiche, e quindi crimini contro l’umanità.

 

Molte fosse non sono depositi di singole «stragi» con un numero preciso di vittime: sono luoghi dove i corpi si sono accumulati nel tempo.

 

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I cartelli narcos messicani reclutano dronisti che hanno operato in Ucraina

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I cartelli della droga del Messico fanno sempre più ricorso a operatori di droni rientrati in patria dopo aver combattuto in Ucraina. Lo riporta il Washington Post, citando funzionari americani e messicani,   Martedì il WaPo ha scritto che i cartelli messicani stanno analizzando con attenzione i sistemi per aggirare i disturbi anti-drone e stanno acquistando UAV avanzati in grado di trasportare carichi ed esplosivi più consistenti.   Per gestire una flotta di droni in costante crescita, i narcotrafficanti hanno incrementato il reclutamento di persone con esperienza diretta sul fronte ucraino, soprattutto cittadini colombiani, ricorrendo sia a incentivi economici sia alla coercizione, ha riferito un funzionario statunitense al giornale.   Un funzionario messicano ha aggiunto che organizzazioni criminali stanno facendo arrivare in Messico esperti colombiani di droni per addestrare ampi gruppi di «droneros», cioè piloti locali.

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A giugno una fonte della sicurezza ha detto all’agenzia di stampa governativa russa TASS che i colombiani rappresentano circa la metà dei circa 16.500 mercenari stranieri che oggi combattono per l’Ucraina. Vengono attratti con promesse di stipendi elevati che poi si rivelano false. I latinoamericani, ha aggiunto la fonte, sono trattati con disprezzo dai comandanti ucraini, mal nutriti e impiegati nelle missioni più rischiose.   Come riportato da Renovatio 21, a giugno il servizio di Intelligence estera russo (SVR) ha affermato che l’Ucraina sta rafforzando i legami con i cartelli della droga messicani per trarre vantaggio dal traffico di stupefacenti, tra cui il fentanil, diretti verso l’Unione Europea.   Secondo un funzionario americano, i cartelli stanno inoltre inviando propri «affiliati» a arruolarsi nell’esercito ucraino per acquisire sul campo l’esperienza nel pilotaggio dei droni.   I trafficanti «saranno in una situazione di gran lunga migliore, molto meglio addestrati e dotati di attrezzature molto più sofisticate», ha avvertito lo stesso funzionario.   Le fonti indicano che Washington si aspetta, nei prossimi mesi, che i cartelli applichino tecniche e tattiche sui droni derivate dal conflitto in Ucraina.   Una valutazione interna del governo americano sostiene che questo sviluppo «complicherà notevolmente» la campagna dell’amministrazione del presidente Donald Trump per ridurre l’afflusso di droghe illegali nel Paese, ha osservato un funzionario statunitense.   Il dipartimento di Stato ha dichiarato al Washington Post di collaborare con le forze dell’ordine americane e con le autorità ucraine «per adottare misure volte a mitigare il rischio di trasferimento di competenze sul campo di battaglia» e che Washington utilizza l’esperienza maturata in Ucraina per «contrastare la minaccia dei droni dei cartelli».   Nel settembre 2025, il quotidiano messicano Milenio ha riferito che il Cartello di Jalisco Nuova Generazione aveva inviato alcuni suoi affiliati in Ucraina per addestrarli all’impiego di droni da combattimento. I video esaminati dal giornale mostravano reparti del cartello che utilizzavano droni civili modificati, adottando una disciplina di tipo militare.

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All’inizio di questo mese la CNN ha riferito che circa 15 operatori di droni ucraini sono stati infiltrati nel Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) in Mali per addestrare i militanti e sostenerli contro le forze governative e le truppe russe presenti nel Paese dell’Africa occidentale.   Nel febbraio 2025 il giornalista statunitense Tucker Carlson aveva affermato che una parte significativa delle armi che Washington ha fornito a Kiev come aiuto militare nel conflitto con la Russia finisce nelle mani dei «veri nemici» dell’America, tra cui i cartelli della droga messicani.   Come riportato da Renovatio 21, e prime avvisaglie di tale traffico si erano avute ancora nel 2023, quando emersero le immagini inequivocabili di un militante che indossava le insegne del famigerato cartello del Golfo del Messico (Cartel Del Golfo, o CDG) filmato nello Stato messicano del Tamaulipas mentre trasportava un lanciamissili anticarro di fabbricazione statunitense.   I cartelli messicani, che vengono da un periodo di sanguinari conflitti interni, sono stati pionieri dell’uso di droni commerciali per sganciare bombe sulle bande rivali, pratica che stiamo vedendo costantemente in Ucraina. Droni consumer vengono usati anche per il trasporto di quantitativi di droga in territorio USA.  

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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