Connettiti con Renovato 21

Epidemie

Coronavirus, i test sierologici sono attendibili?

Pubblicato

il

 

 

La campagna per i primi test sierologici sulla popolazione è già partita in alcune Regioni che hanno deciso di iniziare da sole, senza attendere la validazione del Comitato tecnico scientifico che dovrebbe fare chiarezza e dare indicazioni sui test che verranno prescelti.

 

L’obiettivo sarebbe quello di arrivare a definire attraverso i test di immunità la percentuale di cittadini che ha sviluppato anticorpi essendo entrata in contatto con SARS-CoV-2, e il campione dovrebbe comprendere 150.000 cittadini divisi per sei fasce d’età, sesso e profili professionali. Il quadro dovrebbe essere altresì utile per meglio comprendere la pervasività del virus a livello territoriale ma anche in relazione ai diversi settori, così da definire un profilo di rischio dei diversi lavoratori in vista della presunta fase 2 del Paese, prevista per gli inizi di maggio.

 

Nella circolare del Ministero della Salute si intravedeva quasi una sconfessione rispetto all’efficacia dei test sierologici ad oggi utilizzati

Le stesse Regioni, però, pur avendo già iniziato per conto loro la campagna sierologica — e parliamo delle Regioni evidentemente più colpite dal virus — fanno pressioni sul Ministero della Salute affinché vengano fornite linee guida più chiare e corrette sulla validità di questi test, o su quali risulterebbero essere più attendibili.

 

In effetti la questione è proprio quella: questi test sierologici, sono attendibili? Mentre Regioni come l’Emilia-Romagna partivano a testarli sugli operatori sanitari prima di tutto, il Ministero della Salute, il 3 aprile scorso, emanava una circolare dove in mezzo al solito grigiume delle spiegazioni o si intravedeva quasi una sconfessione rispetto all’efficacia dei test sierologici ad oggi utilizzati:

 

Nella casa protetta per anziani in cui lavoro sono stati effettuati test sierologici a tappeto su tutto il personale circa dieci giorni fa. Praticamente tutti, eccetto un paio, dopo quindici minuti dal piccolo prelievo di sangue hanno avuto il medesimo risultato: negativo

«I test sierologici — dice ad un certo punto la circolare del Ministero — sono molto importanti nella ricerca e nella valutazione epidemiologica della circolazione virale. Diversamente, come attualmente anche l’OMS raccomanda, per il loro uso nell’attività diagnostica d’infezione in atto da SARS-CoV-2, necessitano di ulteriori evidenze sulle loro performance e utilità operativa. In particolare, i test rapidi basati sull’identificazione di anticorpi IgM e IgG specifici per la diagnosi di infezione da SARS-CoV-2, secondo il parere espresso dal CTS (Comitato Tecnico Scientifico) non possono, allo stato attuale dell’evoluzione tecnologica, sostituire il test molecolare basato sull’identificazione di RNA virale dai tamponi nasofaringei secondo i protocolli indicati dall’OMS».

 

Quelli più utilizzati ad oggi sono proprio i test rapidi basati sull’identificazione di anticorpi IgM e IgG . Se ne può perciò evincere che l’unico mezzo ad oggi riconosciuto come più affidabile per rivelare la presenza del Covid-19 sia il tampone. 

 

Anche perché, continua la circolare ministeriale, «il risultato qualitativo ottenuto su un singolo campione di siero non è sufficientemente attendibile per una valutazione diagnostica, in quanto la rilevazione della presenza degli anticorpi mediante l’utilizzo dei test rapidi non è comunque indicativo di un’infezione acuta in atto, e quindi della presenza di virus nel paziente e rischio associato a una sua diffusione nella comunità. Inoltre, per ragioni di possibile cross-reattività con altri patogeni affini come altri coronavirus umani, il rilevamento degli anticorpi potrebbe non essere specifico della infezione da SARS-CoV2. Infine, l’assenza di rilevamento di anticorpi (non ancora presenti nel sangue di un individuo per il ritardo che fisiologicamente connota una risposta umorale rispetto all’infezione virale) non esclude la possibilità di un’infezione in atto in fase precoce o asintomatica e relativo rischio di contagiosità dell’individuo».

Praticamente dal giorno dopo, gli operatori sanitari hanno iniziato ad ammalarsi, fino ad arrivare alla decimazione del personale. Ognuno tragga le proprie conclusioni.

 

Aldilà di queste delucidazioni da parte del Ministero della Salute verso il quale, in ogni caso, riserveremmo ben poca Speranza, posso portare ad esempio la mia esperienza personale.

 

Nella casa protetta per anziani in cui lavoro sono stati effettuati test sierologici a tappeto su tutto il personale circa dieci giorni fa. Praticamente tutti, eccetto un paio, dopo quindici minuti dal piccolo prelievo di sangue hanno avuto il medesimo risultato: negativo. Dai test risultava che praticamente nessuno fosse entrato in contatto con il virus né, quindi, avesse sviluppato alcun tipo di anticorpi.

 

Praticamente dal giorno dopo, gli operatori sanitari hanno iniziato ad ammalarsi, fino ad arrivare alla decimazione del personale. Ognuno tragga le proprie conclusioni. 

Il caos e aleggia sopra le cattedre dei grandi virologi della scienzah, i Comitati Tecnico Scientifici e i Ministeri che, a quanto pare, continuano a non capirci granché rispetto a questo virus

 

Sicuramente i test andrebbero ripetuti dopo quindici giorni, ma non possiamo di certo affidarci ad un metodo che ne sbaglia almeno 30 su 50, e che quindi non può guadagnarsi nemmeno la fiducia su quei 20 rimasti, forse, a questo punto, figli del caso. 

 

O del caos, quello che aleggia sopra le cattedre dei grandi virologi della scienzah, i Comitati Tecnico Scientifici e i Ministeri che, a quanto pare, continuano a non capirci granché rispetto a questo virus.

 

 

Cristiano Lugli

 

 

 

Continua a leggere

Epidemie

Londra evacua un medico contagiato dall’Ebola dalla Repubblica Democratica del Congo

Pubblicato

il

Da

Un operatore sanitario britannico che ha contratto l’Ebola nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) verrà trasferito in Gran Bretagna per ricevere cure specialistiche, secondo quanto riportato mercoledì da Reuters, che cita un documento ufficiale. Il paziente è in condizioni stabili, stando a quanto riportato.

 

Secondo il documento, l’operatore sarebbe dovuto arrivare in Gran Bretagna mercoledì o giovedì, per poi essere trasportato con un’ambulanza specializzata in un reparto di alta sicurezza per malattie infettive. Era stato inviato nella Repubblica Democratica del Congo da un’organizzazione umanitaria per contribuire alla lotta contro l’epidemia in corso.

 

«Un cittadino britannico attualmente nella Repubblica Democratica del Congo è risultato positivo all’Ebola», ha dichiarato a Reuters un portavoce del governo britannico, aggiungendo che sono state attivate le procedure previste. «Il rischio per la popolazione del Regno Unito derivante dall’Ebola rimane basso».

 

Si tratta del primo caso che coinvolge un cittadino britannico durante l’attuale epidemia, iniziata nella Repubblica Democratica del Congo a maggio e causata dal virus Bundibugyo. È diventata la più grande e letale epidemia di Ebola nel paese, con 10.668 casi confermati e 5.198 decessi registrati al 3 novembre, secondo il Ministero della Salute del paese. L’epidemia ha colpito 67 zone sanitarie in otto province, con l’Ituri che rappresenta oltre il 70% di tutte le infezioni.

Il virus ha raggiunto anche Uganda, Kenya e Nigeria. In Kenya, cinque pazienti sono stati dimessi martedì dopo essere risultati negativi al test, lasciando due persone in ospedale. Il Ministero della Salute del Paese ha segnalato nove casi confermati di infezione e due decessi, senza nuovi contagi dal 19 ottobre.

 

Le autorità keniote hanno inoltre rilasciato dalla quarantena 46 persone che hanno completato il periodo di monitoraggio senza sviluppare sintomi. Secondo il ministero, altre 52 persone entrate in contatto con casi positivi dovrebbero terminare il loro periodo di osservazione di 21 giorni entro l’11 novembre.

 

Nel frattempo, l’agenzia nigeriana per il controllo delle malattie ha dichiarato domenica che due casi sospetti di Ebola nello stato nord-orientale di Adamawa sono risultati negativi a due test. Il Paese ha registrato un caso confermato di infezione, riguardante una donna svizzera che era stata evacuata in Svizzera con il marito alla fine di ottobre.

 

L’Uganda ha registrato 20 casi confermati e due decessi prima che l’epidemia venisse dichiarata conclusa ad agosto. La Francia quattro mesi fa aveva confermato il primo caso di Ebola di una cittadina rientrata da una missione umanitaria in Congo.

 

Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa le autorità sanitarie congolesi avevano dichiarato che i numeri di morti da Ebola dall’ultima epidemia si avvicinava ai tremila.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine DFID – UK Department for International Development, CC BY 2.0, via Wikimedia 

 

Continua a leggere

Epidemie

Patogeni ultraresistenti negli ospizi americani

Pubblicato

il

Da

Secondo un nuovo rapporto dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (l’ente di controllo epidemiologico statunitense, o CDC), oltre quattro decessi su cinque negli Stati Uniti legati a infezioni resistenti ai farmaci sono causati da agenti patogeni comunemente associati a ospedali e case di cura.   Il rapporto sulle minacce della resistenza antimicrobica, pubblicato questa settimana dall’agenzia, si basa su dati del 2023 e stima che 19 tipi di batteri e funghi resistenti ai farmaci causino 9,7 milioni di infezioni e 50.800 decessi all’anno negli Stati Uniti. Sette minacce batteriche comunemente associate a ospedali e case di cura sono responsabili di oltre 42.000 di questi decessi, oltre a quasi 12 miliardi di dollari di costi sanitari.   La resistenza antimicrobica si verifica quando i germi sviluppano la capacità di resistere ai farmaci progettati per ucciderli, rendendo le infezioni difficili o impossibili da trattare. Gli anziani, le persone con un sistema immunitario indebolito e i pazienti sottoposti a procedure mediche invasive sono particolarmente vulnerabili.   Tra gli agenti patogeni classificati come minacce urgenti figura la Candida auris, un fungo potenzialmente letale in grado di resistere a numerosi farmaci e di sopravvivere sulle superfici delle strutture sanitarie. Colpisce principalmente i pazienti gravemente malati e può causare pericolose infezioni del flusso sanguigno. Come riportato da Renovatio 21, focolai fungini negli anni hanno colpito diecine di persone arrivando alle cronache internazionali.   Uno studio separato del CDC, pubblicato a luglio, ha rilevato che i casi segnalati di Candida auris sono più che raddoppiati tra il 2022 e il 2024, passando da 2.882 a 6.197. La maggior parte dei casi per i quali è stato identificato il tipo di struttura medica sono stati rilevati negli ospedali, compresi quelli che forniscono cure a lungo termine a pazienti gravemente malati.   Il CDC ha osservato che molte infezioni correlate all’assistenza sanitaria sono prevenibili, ma gran parte dei progressi nella lotta alla resistenza ai farmaci sono andati persi durante la pandemia di COVID-19, quando la carenza di personale, il sovraffollamento e le interruzioni delle pratiche di controllo delle infezioni hanno contribuito a un aumento dei contagi.   L’avvertimento giunge in un momento in cui gli ospedali statunitensi si trovano ad affrontare crescenti pressioni finanziarie e di personale. Uno studio condotto da Harvard e pubblicato all’inizio di questo mese ha rilevato che tra il 2010 e il 2025 sono stati chiusi 432 ospedali a livello nazionale, con una conseguente perdita netta di 216 strutture e oltre 24.000 posti letto.   Anche le case di cura per anziani stanno affrontando difficoltà a causa della carenza di posti letto e di personale. Un’indagine condotta a settembre da KFF Health News ha rilevato che la diminuzione della capacità ricettiva ha costretto alcuni pazienti a rimanere ricoverati più a lungo a causa dell’indisponibilità di strutture di assistenza adeguate.   La questione riguarda largamente il tema, scottante, dell’antibiotico resistenza. Chirurgia, chemioterapia, trapianti, parti cesarei e terapie intensive funzionano perché gli antibiotici tengono sotto controllo le infezioni. Se smettono di funzionare, la medicina moderna perde la sua rete di sicurezza. Già nel 1945 Alexander Fleming, ritirando il Nobel, mise in guardia da questo rischio.   Oggi l’allarme è concreto: l’uso eccessivo e improprio di antibiotici in medicina, veterinaria e agricoltura seleziona ceppi sempre più resistenti.   Lo scenario peggiore è quello di un mondo in cui un’appendicite, una polmonite o un taglio infetto tornano a essere potenzialmente letali, e in cui interventi di routine diventano troppo rischiosi. Una stima parla di fino a dieci milioni di morti l’anno entro il 2050 su scala globale. Si tratta di una proiezione, non di un dato certo, ma indica l’ordine di grandezza della minaccia.   A rendere il quadro più inquietante c’è la circolazione dei geni di resistenza: la resistenza alla colistina, uno degli ultimi farmaci di riserva, si trasmette attraverso plasmidi, cioè frammenti di DNA che passano da un batterio all’altro e anche tra specie diverse. Una resistenza può quindi diffondersi molto più in fretta della comparsa di nuovi farmaci.   L’Italia è un caso critico. Secondo l’ISS, in passato il Paese deteneva il primato europeo di decessi correlati alla resistenza: circa 10mila all’anno sui 33mila europei. Il dato è datato, ma il problema resta. Nel 2024 sono state segnalate 3.735 batteriemie da enterobatteri resistenti ai carbapenemi, a conferma della loro larga diffusione.   Sul piano normativo, il Piano nazionale di contrasto (PNCAR) 2022-2025 è stato prorogato al 2026 e i suoi obiettivi sono stati in gran parte non raggiunti. L’ISS ha lanciato nell’aprile 2026 un questionario tra gli operatori sanitari per raccogliere spunti utili alla stesura del nuovo Piano. Sul versante dell’innovazione, una determina del presidente dell’AIFA del 12 luglio 2025 ha attivato l’incentivo nazionale «pull», con un budget di 100 milioni di euro l’anno per gli antibiotici innovativi.   In ambito veterinario valgono i regolamenti europei: il Regolamento (UE) 2019/6 limita l’uso non essenziale degli antimicrobici e rafforza la responsabilità dei veterinari, mentre si diffondono alimenti, come le uova, dichiaratamente prodotti senza antibiotici al bestiame. Se una gallina ovaiola assume un antibiotico, parte della sostanza può passare nell’uovo, in tuorlo e albume. Per questo nell’UE le regole sono molto severe. Per la maggior parte degli antibiotici non esiste un limite massimo di residui nelle uova, e questo equivale al divieto di usarli su galline che producono uova destinate al consumo umano. Se una gallina viene curata, le uova vanno scartate per un periodo di sospensione. I residui sono poi controllati dai piani nazionali di monitoraggio, e i casi di non conformità sono rari. Resta il rischio dell’uso illecito, che esiste ed è un reato, in teoria perseguito.   Alle dosi che si troverebbero in un uovo irregolare in teoria sono possibili reazioni allergiche in persone sensibili a certe classi, come le penicilline, e un effetto sul microbiota intestinale. La cottura non elimina in modo affidabile tutti i residui.   L’uso degli antibiotici negli allevamenti seleziona batteri resistenti, come Salmonella ed E. coli. Questi possono arrivare all’uomo in altri modi: contaminazione del guscio o della carne, scarsa igiene in cucina, contatto diretto con gli animali, ambiente contaminato dai liquami. Questo avviene anche senza alcun residuo di farmaco nell’alimento. Non esistono però stime attendibili di quanta parte della resistenza umana derivi dagli allevamenti: pesa soprattutto l’uso degli antibiotici in medicina umana.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 
 
Continua a leggere

Epidemie

Il virus animale Shamonda uccide il primo essere umano in Francia

Pubblicato

il

Da

In Francia è stato segnalato il primo caso documentato al mondo di infezione umana da virus Shamonda, in cui un paziente ricoverato in ospedale è poi deceduto, secondo quanto riferito dalle autorità sanitarie.

 

Si riteneva in precedenza che questa malattia trasmessa dagli insetti, che circola tra il bestiame da decenni, non fosse in grado di infettare gli esseri umani. In una dichiarazione congiunta rilasciata giovedì, i ministeri francesi della Salute e dell’Agricoltura hanno confermato che il paziente, affetto da un sistema immunitario gravemente compromesso, è deceduto all’inizio di ottobre dopo essere stato ricoverato in un ospedale di Lione.

 

«Fino ad ora, il virus Shamonda era considerato non trasmissibile all’uomo», hanno dichiarato i ministeri, secondo quanto riportato dall’agenzia AFP descrivendo l’infezione come la prima rilevazione confermata dell’agente patogeno in una persona. Il paziente ha sviluppato gravi complicazioni neurologiche che, secondo le autorità, sarebbero collegate all’infezione. Tuttavia, gli inquirenti non hanno ancora stabilito in modo definitivo se il virus sia stato la causa del decesso.

Le autorità sospettano che il paziente abbia contratto il virus tramite la puntura di un moscerino infetto nella Francia orientale, dove il patogeno è stato recentemente rilevato nei bovini. Le circostanze dell’infezione sono tuttora oggetto di indagine. Nonostante il caso senza precedenti, le autorità francesi hanno affermato che al momento non vi sono indicazioni di una minaccia più ampia per la salute pubblica, sottolineando che il paziente era gravemente immunocompromesso e che non sono state identificate altre infezioni umane.

 

Il virus Shamonda appartiene al gruppo degli orthobunyavirus ed è stato identificato per la prima volta in Nigeria negli anni Sessanta. Viene trasmesso da minuscoli insetti ematofagi noti come moscerini Culicoides ed è stato rilevato nel bestiame in Africa e in Asia. Il virus è recentemente comparso tra i bovini europei, destando preoccupazione tra le autorità veterinarie.

 

In Francia, sono stati segnalati casi di infezione in decine di dipartimenti, con animali colpiti che presentano febbre, diarrea, debolezza e calo della produzione di latte, secondo quanto riportato dalle autorità agricole francesi.

 

Altri virus che sono passati dagli animali all’uomo includono l’HIV, l’Ebola e l’influenza aviaria. Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha confermato il caso umano senza precedenti e sta collaborando con le autorità francesi per valutarne le implicazioni. Le autorità sanitarie stanno continuando le indagini epidemiologiche e di laboratorio per determinare come il paziente sia stato contagiato e se altri casi possano essere passati inosservati.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

 

Continua a leggere

Più popolari