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Appello per ogni centimetro della vostra vita

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In Ogni Maledetta Domenica, film del 1999 diretto da Oliver Stone, il protagonista Tony D’Amato, interpretato da Al Pacino, è un coach che riesce nella titanica impresa di ricostruire una squadra di football partendo letteralmente da zero, combattendo contro l’egoismo, l’individualismo e la mancanza di autostima dei suoi ragazzi.

 

Alla fine del film, prima della partita decisiva – la più importante della loro vita – Al Pacino pronuncia alla squadra un discorso motivazionale rimasto nella storia del cinema, e non solo. 

 

 

Non so cosa dirvi davvero (…), tre minuti alla nostra più difficile sfida professionale, tutto si decide oggi. Ora noi, o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta uno schema dopo l’altro fino alla disfatta!

 

Siamo all’inferno adesso signori miei, credetemi, e possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi
oppure aprirci la strada lottando verso la luce; possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta; io però non posso farlo per voi, sono troppo vecchio (…).

 

Sapete col tempo, con l’età, tante cose ci vengono tolte, ma questo fa parte della vita; però tu lo impari solo quando quelle cose le cominci a perdere e scopri che la vita è un gioco di centimetri!


E così è il football! Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine d’errore è ridottissimo!

 

Capitelo!


Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o un po’ in ritardo e voi non ce la fate! Mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa!


Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto!

 

Sono intorno a noi!

 

Ce ne sono in ogni break della partita!

 

Ad ogni minuto!

 

Ad ogni secondo!

 

In questa squadra si combatte per un centimetro! In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi
e tutti quelli intorno a noi per un centimetro!

 

Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro! Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire!

 

E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro, è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro!

 

E io so che se potrò avere un’esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro! La nostra vita è tutta li! In questo consiste! (…).

 

Ma io non posso obbligarvi a lottare! Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi! Io scommetto che ci vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi! Che ci vedrete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra!

 

Consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui!

 

Questo è essere una squadra signori miei!

 

Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo o saremo annientati individualmente!

 

È il football ragazzi, è tutto qui; allora, che cosa volete fare?”

 

 

Si tratta decisamente di una sequenza emozionante, di un discorso che lascia il segno.

 

Ogni singolo centimetro perso oggi, diventerà il pretesto per toglierci il centimetro successivo

Questo per dirvi, cari amici, di non mollare mai, di rimanere saldi e perseveranti, di non indietreggiare di fronte all’offensiva di questi criminali; ogni singolo centimetro perso oggi, diventerà il pretesto per toglierci il centimetro successivo.

 

Centimetro dopo centimetro di concessioni e di cedimenti diventeranno in brevissimo tempo chilometri da scalare per riconquistare libertà perdute.

 

Abbiamo accettato di perdere i centimetri della socialità e della comunità e ci hanno tolto i centimetri dei nostri volti offuscandoli con luridi bavagli, rendendoci ombre anonime di ciò che eravamo.

 

Abbiamo accettato di cedere centimetri della nostra umanità, persino nelle nostre famiglie –  loro in cambio ci hanno messo un codice a barre per esercitare le più inviolabili e intoccabili libertà personali.

 

Abbiamo accettato di cedere centimetri della nostra umanità, persino nelle nostre famiglie –  loro in cambio ci hanno messo un codice a barre per esercitare le più inviolabili e intoccabili libertà personali

Altri centimetri perduti: abbiamo accettato silenziosamente nel 2017 di offrire i nostri figli alla religione del vaccino, accendendo la miccia della bomba che ci sta esplodendo tra le mani in questi tempi duri.

 

Abbiamo accettato, come cattolici «annacquati», di voltarci dall’altra parte, facendo finta che la filiera di morte che coinvolge nella sua totalità l’industria farmaceutica, soprattutto nella produzione di vaccini, non ci riguardasse se non «remotamente», scendendo vigliaccamente a patti con il principe di questo mondo che ci ha resi sale insipido che non dà più sapore a nulla.

 

Vi prego, cari amici, non cedete alla paura, perché è il fondamento su cui si basa il loro castello di carte!

 

Vi prego, cari amici, non cedete alla paura, perché è il  fondamento su cui si basa il loro castello di carte!

Non cedete il centimetro della difesa del corpo sano, del vostro corpo sano!

 

Un loro pallino, sin dal principio di questa falsa pandemia, è stata l’eliminazione del concetto di sanità, con l’invenzione dei cosiddetti asintomatici (falso concetto che ci ha resi di fatto tutti potenziali untori, demolendo così la naturalezza delle nostre relazioni e iniettando, anche tra i nostri affetti più cari, il germe del sospetto, della paranoia e dell’ipocondria).

 

Siamo arrivati al punto che per esercitare diritti inalienabili sanciti per natura, come quello al lavoro, alla propria realizzazione personale e sociale, alla salute, lo Stato, giunto ad essere nostro nemico, ci richiede continuamente di dimostrare il nostro stato di salute (per lo Stato, quindi, saremmo tutti malati fino a prova contraria).

 

Per questo vi chiedo di stare alla larga dal green pass.

 

Non usatelo anche se ne avreste diritto!

 

Non entrate nel tunnel dei tamponi! Sono gli strumenti con cui ci fanno cedere preziosi centimetri, che anzi, dovremmo invece riguadagnare

Non entrate nel tunnel dei tamponi! Sono gli strumenti con cui ci fanno cedere preziosi centimetri, che anzi, dovremmo invece riguadagnare. Concedendoci al sistema dei tamponi non faremmo altro che acconsentire alla logica della mercificazione di diritti inalienabili. Non diamogli assolutamente questa soddisfazione. Deve essere la nostra linea Maginot! 

 

Nessuno si deve mai permettere di porre alcuna condizione perché si esercitino le libertà fondamentali, necessarie alla propria esistenza e alla propria realizzazione personale.

 

Le nostre vite, le nostre famiglie, i nostri figli, il nostro lavoro, la nostra dignità non sono e non saranno mai in vendita!

Le nostre vite, le nostre famiglie, i nostri figli, il nostro lavoro, la nostra dignità non sono e non saranno mai in vendita! Nemmeno a prezzi calmierati!

 

Sarà facile resistere? Certo che no. Come ci insegna il coach D’Amato, invece che cedere centimetri, per comodità, per paura, per opportunismo, ma anche per un’umana necessità, dovremo faticosamente cercare di avanzare trovando centimetri dove mai forse avremmo pensato di trovarli.

 

Per sopravvivere come individui e come famiglie dovremo d’ora in poi ragionare proprio come una squadra: i centimetri che ci servono sono dappertutto.

 

Toccherà a noi, con grandi sacrifici ma con altrettanta forza e creatività far sì che quei centimetri diventino chilometri!

 

Lo dobbiamo prima di tutto ai nostri figli. Restiamo in piedi per loro!

 

 

Alessandro Corsini

 

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I punti chiave del discorso di Putin a Valdai

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Giovedì, al forum internazionale del Valdai Discussion Club alle porte di Mosca, il presidente russo Vladimir Putin ha tenuto il discorso annuale e ha risposto alle domande del pubblico. Nella sessione, durata oltre tre ore, ha toccato le tensioni con l’Occidente, il conflitto in Ucraina e l’Intelligenza Artificiale.

 

Renovatio 21 ha pubblicato ieri il discorso integrale. Qui riporteremo la sintesi che ne ha dato la stampa russa.

 

Il mondo, ha detto Putin, è a un passaggio decisivo, segnato da trasformazioni profonde nella politica globale, nell’economia e nella demografia, e dallo sviluppo rapido della tecnologia, compresa l’intelligenza artificiale. «Siamo fiduciosi che, a lungo termine, allontanandoci dall’egemonia occidentale, la situazione globale cambierà gradualmente in meglio, orientandosi verso un ordine internazionale multipolare più stabile, democratico e libero», ha affermato.

 

Secondo Putin, i cambiamenti tecnologici e sociali alimentano incertezza e tensioni internazionali crescenti. I governi potrebbero cercare di tenere ferma la stabilità interna «esportando l’instabilità» all’estero, mentre le nuove opportunità «alimentano le ambizioni» e spingono i Paesi a correre rischi maggiori. Di conseguenza, «la continuazione dei conflitti internazionali è, purtroppo, altamente probabile», ha detto.

 

La diffusione dell’Intelligenza Artificiale potrebbe portare a un «totalitarismo digitale», modellando gli individui e privandoli della propria individualità tramite algoritmi configurati da altri, ha avvertito. «Un simile totalitarismo digitale sarebbe un vicolo cieco altrettanto desolante e disumano quanto le società totalitarie del passato che conosciamo così bene», ha affermato.

 

Paesi e comunità, a suo dire, devono unire le forze per trovare soluzioni ampiamente accettabili alle sfide dell’Intelligenza Artificiale e di altre tecnologie capaci di influire su comportamento, identità e pensiero. Pur riconoscendone l’utilità come strumento, ha sottolineato che ogni decisione politica definitiva deve restare nelle mani dell’uomo.

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Le tensioni attuali tra Russia e Occidente risalgono, secondo Putin, alla caduta dell’Unione Sovietica, quando alcuni leader occidentali cercarono di indebolire ulteriormente la Russia anziché accoglierla nel sistema di sicurezza europeo. «Nonostante i molti anni – e voglio sottolinearlo, molti anni – di tentativi da parte della nuova Russia di entrare a far parte della cosiddetta civiltà occidentale, in pratica hanno fatto tutto il possibile per isolare e disgregare ulteriormente la Federazione Russa stessa», ha detto. «Ancora oggi, in vari eventi e incontri, ripetono: “Dobbiamo finire di smantellare l’impero'”», ha aggiunto.

 

Il presidente russo ha  richiamato l’espansione a est della NATO, che a suo avviso violava le garanzie date a Mosca, e ha sostenuto che i politici europei usano una retorica di escalation verso Mosca per distogliere l’attenzione dai problemi politici ed economici interni.

 

Il presidente ha ribadito che la Russia risponderebbe a qualsiasi attacco potenziale alla regione di Kaliningrad, exclave sul Baltico tra Polonia e Lituania, membri della NATO. Ogni assalto al territorio russo verrebbe «inevitabilmente» considerato un motivo valido per usare tutto l’arsenale a disposizione di Mosca. Si riferiva a dichiarazioni recenti di funzionari occidentali, tra cui il ministro degli Esteri lituano Kestutis Budrys e quello polacco Radoslaw Sikorski, secondo cui la NATO dovrebbe prepararsi a un possibile conflitto che coinvolga Kaliningrad.

 

Putin ha avvertito che una guerra convenzionale potrebbe degenerare in un conflitto nucleare. «Oggi, quando le principali potenze mondiali possiedono armi capaci di distruggere ogni forma di vita o, quantomeno, di portare la Terra a uno stato catastrofico, possiamo essere certi che queste armi non verranno mai utilizzate? Certamente no», ha affermato.

 

Ha paragonato il rischio della persistenza delle armi nucleari alla «pistola di Čechov», il principio drammatico attribuito ad Anton Čechov secondo cui una pistola introdotta all’inizio di una storia deve prima o poi sparare. «Tutti conosciamo il famoso detto: se all’inizio di una commedia c’è una pistola appesa al muro, prima o poi prima o poi sparerà», ha detto. «Dobbiamo tenerlo a mente e impedire che accada». «Se vogliamo vivere – e tutti vogliono vivere – allora, come ho detto una volta in un discorso pubblico, viviamo in pace. Lavoriamo insieme per trovare il modo di far sì che ciò accada», ha affermato.

 

Sul conflitto in Ucraina, che a febbraio entrerà nel quinto anno, Putin ha detto che riguarda la sicurezza della Russia e non ambizioni territoriali, ribadendo la richiesta di Mosca che Kiev abbandoni i piani di adesione alla NATO in favore di una neutralità permanente. La Russia è pronta a chiudere il conflitto, ha aggiunto, ma solo a condizioni accettabili per Mosca.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0) 

 

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Guerra, Eurasia, fine dell’egemonia occidentale e totalitarismo dell’AI: il discorso di Putin a Valdai 2026

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Renovatio 21 pubblica il discorso integrale del presidente della Federazione Russa Vladimiro Putin all’edizione 2026 del Club Valdai tenutasi in questi giorni. L’appuntamento annuale è atteso per il discorso del presidente russo, che spesso usa l’evento per avanzare riflessioni profonde di natura geopolitica, storico-filosofica e morale.      Signore e signori! Colleghi!   Seguendo una buona tradizione, ci riuniamo annualmente al forum del Valdai International Discussion Club per discutere delle questioni più urgenti del mondo.   Abbiamo sempre cercato non solo di diagnosticare lo stato del mondo, ma anche di delineare i contorni del nuovo ordine mondiale emergente.   Sono convinto che il patrimonio intellettuale e l’esperienza di comunicazione diretta e fiduciosa accumulati dal club saranno certamente utili quando tutti noi – Est e Ovest, Nord e Sud – prima o poi dovremo concordare sui principi per la formazione di un nuovo ordine mondiale in grado di garantire il progresso e lo sviluppo dell’umanità nei prossimi decenni.   Purtroppo, dobbiamo ammettere che oggi ci troviamo di fronte ad altre sfide, ben più urgenti e pressanti. Sebbene il relatore abbia detto che tutti devono mantenere la calma, i problemi urgenti non sono scomparsi; sono ancora presenti.   Le tendenze allarmanti a cui stiamo assistendo sulla scena internazionale ci impongono di considerare non tanto, in primo luogo, come organizzare le interazioni globali in modo più saggio, efficace ed equo nel prossimo periodo – sebbene tutto ciò sia, ovviamente, estremamente importante – quanto piuttosto come preservare la pace e la sicurezza globali ora, in una situazione in cui molte norme giuridiche precedenti sono state abbandonate e non ne sono ancora emerse di nuove.   Cosa bisogna fare per evitare gli scenari più catastrofici? La responsabilità per il nostro futuro comune non è uno slogan astratto. È un insieme di azioni concrete volte a impedire che l’umanità precipiti sull’orlo dell’estinzione e ad evitare l’irreversibile.

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Il mondo ha raggiunto un punto di svolta decisivo nel suo sviluppo. E non si tratta solo di politica: la politica, come sempre, è il prodotto di profondi cambiamenti. Cambiamenti si stanno verificando in tutti i settori: da praticamente ogni tecnologia alla struttura sociale delle società, dal clima alla medicina, dagli affari militari alla bioetica, dal futuro dell’energia ai cambiamenti demografici, dalla digitalizzazione universale e dall’Intelligenza Artificiale a modelli di sviluppo economico completamente nuovi – e l’elenco potrebbe continuare all’infinito.   Nel loro insieme, questi cambiamenti stanno creando le condizioni per una profonda trasformazione. Non possiamo ancora valutarne tutte le circostanze e le conseguenze in modo univoco e completo, anche solo perché questi cambiamenti si stanno svolgendo simultaneamente e il loro impatto sulle società e sugli stati è contraddittorio. Ma di questo parlerò più avanti.   La portata dei cambiamenti già avvenuti e di quelli che ancora devono avvenire è semplicemente enorme, e sembra che ne siamo consapevoli. Non è un caso che in questo momento si discuta così tanto del futuro, spesso con una netta sensazione di ansia dovuta all’incertezza e all’imprevedibilità. Ma mentre l’umanità sta vivendo profondi cambiamenti, non ha ancora compreso appieno la portata della sfida che si trova ad affrontare. Questo è l’inizio di una realtà completamente nuova, totalmente inedita. Minacce e pericoli sono strettamente intrecciati con opportunità e prospettive, eppure sono inseparabili. Le nostre vite stanno cambiando radicalmente.   Permettetemi di ribadire ancora una volta: non si tratta solo, o nemmeno principalmente, di uno spostamento degli equilibri di potere tra le nazioni o di una ridistribuzione dell’influenza economica e tecnologica – tutto ciò è certamente importante e presente. Ma soprattutto, questi cambiamenti incidono sulla natura biologica e morale degli esseri umani, sulla loro essenza, sul nostro stile di vita e sui fondamenti della nostra visione del mondo. La tecnologia apre prospettive letteralmente fantastiche per estendere e migliorare la qualità della vita. Ma, purtroppo, eleva anche a un nuovo livello la possibilità di un’annientamento universale, a causa di conflitti militari, rapido degrado ambientale o perdita di controllo sui processi tecnologici.   È evidente che un’atmosfera del genere non può che provocare un crescente nervosismo tra individui e società, alimentando tensioni interne derivanti dall’incertezza e dalla mancanza di comprensione di ciò che riserverà il futuro. Una conseguenza è la turbolenza politica interna in molti paesi, soprattutto perché i sistemi partitici tradizionali riflettono sempre meno la struttura sociale in rapida evoluzione. Per qualsiasi Stato, a prescindere dalla sua struttura o dalle tradizioni culturali e storiche su cui si fonda, la stabilità interna – credo che sarete d’accordo – è sempre più importante di qualsiasi altra cosa, e per preservarla i governi possono intraprendere una vasta gamma di azioni, comprese quelle che influenzano la situazione all’estero, nei Paesi e nelle regioni limitrofe e persino nel mondo intero – in altre parole, purtroppo, esportando instabilità. Tutto ciò non fa che esacerbare e intensificare la tensione, per così dire, l’intensità del contesto internazionale.  

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Qualunque scenario si delinei a livello globale nei prossimi anni, è purtroppo altamente probabile che i conflitti internazionali continuino. Ciò è tanto più vero in quanto i profondi cambiamenti in atto e le opportunità che ne derivano stimolano e alimentano ambizioni e la propensione al rischio per ottenere vantaggi apparentemente maggiori. Sarei negligente se mi sbagliassi, ma purtroppo queste sono proprio le tendenze persistenti dei nostri giorni.   Siamo fiduciosi che, strategicamente, allontanandoci dall’egemonia occidentale, la situazione globale migliorerà gradualmente, evolvendosi verso un ordine internazionale multipolare più stabile, democratico e libero. Tuttavia, è altrettanto chiaro che, nel percorso verso tale ordine mondiale, dovremo affrontare diversi rischi per gli Stati, le comunità e ogni singolo individuo. Di fronte a cambiamenti radicali, ciò è inevitabile, pertanto minimizzare i rischi a qualsiasi livello – da quello globale a quello personale – è oggi il compito primario dei decisori in politica, economia, scienza e nella vita in generale. Molto dipende da queste persone. La loro responsabilità consiste anche nell’aiutare le persone a comprendere questi rischi e a prepararsi ad affrontarli, affinché individui e famiglie non siano lasciati soli ad affrontare le sfide in materia di sicurezza, mercato del lavoro in continua evoluzione, spazio digitale e così via.   Cosa è più importante ora, a mio avviso? La cautela e la prudenza, per evitare di essere travolti dalla valanga di cambiamenti incontrollabili? Oppure un approccio proattivo e assertivo, volto a superare scenari sfavorevoli o a sfruttare le circostanze a proprio vantaggio? Non c’è una risposta univoca; ogni situazione richiede un approccio diverso.   Naturalmente, chi prende le decisioni cerca di adattarsi agli eventi attuali. Ma nel contesto di quella che oggi viene definita una policrisi – onnicomprensiva e pervasiva – è oggettivamente molto difficile per loro distaccarsi dalla routine quotidiana della gestione e guardare oltre. Le responsabilità attuali sono enormi e un errore può essere molto costoso, anche per il futuro. I compiti di oggi spesso relegano gli obiettivi strategici in secondo piano. Questo è comprensibile, certo, ma estremamente pericoloso. È impossibile rispondere a molte delle sfide attuali senza considerare come le nostre azioni di oggi influenzeranno il nostro futuro. Come diceva un celebre aforisma del pensiero politico russo, è impossibile non vedere la foresta per gli alberi.   Qual è dunque il quadro generale? Chiaramente, i meccanismi di coordinamento degli interessi e delle azioni degli Stati creati in passato non sono più in grado di svolgere pienamente ed efficacemente la loro funzione regolatrice. Questo non perché siano inefficaci, ma perché sono cambiate le condizioni in cui e per le quali sono stati originariamente creati. La nuova realtà emergente faciliterà, naturalmente, la creazione di nuovi strumenti, ma si tratta di un processo molto lungo. Francamente, alcune organizzazioni internazionali oggi spesso non riescono a ridurre i rischi, e talvolta addirittura li generano e li provocano, servendo gli interessi di uno o più Paesi. Eppure, non è questo il loro scopo originario.   Le critiche si rivolgono anche a una struttura fondamentale come le Nazioni Unite, che, secondo la sua Carta, è chiamata a svolgere il ruolo di meccanismo centrale di coordinamento negli affari globali. Queste critiche non sono sempre oggettive, naturalmente, ma contengono anche valide motivazioni. Ciò è dovuto in parte al fatto che l’ONU, pur essendo l’organizzazione globale più rappresentativa, è di fatto governata in modo molto meno collegiale e democratico di quanto previsto. Un gruppo ristretto di Paesi occidentali, una chiara minoranza globale, esercita un’influenza sproporzionata, cercando di appropriarsi delle funzioni di governo. E man mano che l’influenza reale di questi Stati diminuisce a favore di una maggioranza globale sempre più indipendente e sicura di sé, gli squilibri nella struttura dell’ONU diventano sempre più evidenti. Si tratta di un problema sistemico che non può essere risolto dall’oggi al domani.   La Russia ha sempre sostenuto l’idea di una riforma equa delle Nazioni Unite, ma tale riforma è impossibile senza un consenso interno, che al momento è difficile da raggiungere. Ripeto: sosteniamo con fermezza che la struttura dell’ONU debba riflettere la diversità del mondo, con i Paesi di Asia, Africa, America Latina e Medio Oriente che svolgono un ruolo molto più significativo all’interno dell’organizzazione. È importante ricordare che la trasformazione dell’ONU non riguarda semplicemente l’ampliamento del Consiglio di Sicurezza e altre misure volte a raggiungere una rappresentanza geografica più equilibrata dei paesi negli organi di governo internazionali. Implica anche nuovi contenuti, nuovi ambiti di lavoro e nuove aree di intervento prioritarie, comprese quelle più promettenti, soprattutto perché i cambiamenti globali stanno creando molti nuovi dilemmi che prima semplicemente non esistevano.

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L’esempio più lampante è la questione dell’Intelligenza Artificiale, con la quale dobbiamo ancora imparare a convivere e lavorare. In che modo il suo rapido sviluppo influenzerà lo sviluppo intellettuale dell’umanità, il suo patrimonio spirituale e culturale? Non a caso si discute del concetto di «digitalizzazione dolce», ovvero del rifiuto dell’introduzione incontrollata di tali tecnologie in ambiti da sempre importanti e sensibili allo sviluppo morale umano. E gli aspetti socio-umanitari della diffusione dell’Intelligenza Artificiale vengono ora analizzati con ancora maggiore attenzione e approfondimento rispetto a quelli tecnici o economici. Gli esperti temono sempre più che la diffusione dell’Intelligenza Artificiale possa trasformarsi nell’ennesimo tentativo di ridurre tutti a un denominatore comune, alla spersonalizzazione, questa volta attraverso l’uso di algoritmi personalizzati. Un simile totalitarismo digitale sarebbe un vicolo cieco, tetro e disumano quanto le società totalitarie che conosciamo dal passato.   Un’altra questione importante – già attuale e destinata a diventare ancora più urgente nel prossimo futuro – è come gli Stati, abbracciando sempre più la digitalizzazione, possano garantire la propria sovranità in questo ambito? Ovvero, come possono tutelare la propria sicurezza e identità senza isolarsi dal progresso globale e rimanere indietro nello sviluppo tecnologico?   Un altro ambito in cui scienza e tecnologia stanno cambiando radicalmente il mondo è la capacità umana di intervenire profondamente in ciò che prima era considerato prerogativa del Creatore: la modificazione genetica del corpo, l’influenza sullo sviluppo della personalità, la programmazione del comportamento umano e persino delle modalità di pensiero. Paesi e comunità devono unire le forze per cercare congiuntamente soluzioni universalmente accettabili a queste questioni esistenziali, estremamente delicate e cruciali.   Sarebbe logico svolgere un lavoro del genere nell’ambito di organizzazioni internazionali. Ma molte di esse, come già osservato, sono soggette a un’eccessiva influenza da parte dei Paesi occidentali, interessati non al progresso universale, ma solo al mantenimento del proprio potere. Le istituzioni che si sono dimostrate efficaci dopo la Seconda Guerra Mondiale non rispecchiano la situazione del secondo quarto di questo secolo. È possibile riformarle efficacemente per adeguarle alle realtà contemporanee? La questione rimane aperta.   Dalla situazione globale attuale stanno emergendo anche nuove comunità internazionali. Indubbiamente, esse promettono molto , siano esse associazioni regionali o strutture globali come i BRICS. Tuttavia, bisogna riconoscere che tutte si trovano ad affrontare un lavoro significativo per definire la propria funzionalità, i campi di applicazione ottimali e i limiti delle proprie capacità. Aspettarsi che strutture relativamente recenti plasmino rapidamente il mondo che le circonda e formalizzino il suo modello multipolare è certamente irrealistico; si tratta di un percorso lungo e arduo, pieno di incognite, ma che senza dubbio porterà a dei risultati.   Significa forse che siamo condannati al caos? No, un simile verdetto è certamente prematuro. In generale, un mondo governato da norme e istituzioni regolamentari ben definite, un mondo, per così dire, ordinato, è un’invenzione recente, risalente al secolo scorso. Tutti i secoli precedenti se la sono cavata senza. I risultati, come sappiamo, sono stati, per usare un eufemismo, altalenanti: arroganza, invidia e avidità sono sempre state presenti nella politica mondiale e lo sono ancora oggi.   Ciononostante, le potenze responsabili hanno sempre gareggiato in un modo o nell’altro, ma hanno anche collaborato, ideato e costruito sistemi di relazioni tra di loro e con altri stati più piccoli e, in generale, hanno sempre cercato, di norma, di mantenere la stabilità.   Oggi, sullo sfondo di una crisi istituzionale e del degrado del diritto internazionale, le grandi potenze si trovano ad affrontare enormi responsabilità, commisurate alle loro immense capacità. Tali Stati possiedono il potenziale per intraprendere azioni che potrebbero modificare istantaneamente le tendenze globali verso una maggiore prevedibilità e sicurezza, oppure, al contrario, aggravare, esacerbare e infine far collassare tutti i problemi. Questo potenziale è notevolmente amplificato dalle suddette nuove tecnologie, ed è chiaro che il futuro del mondo intero, e quindi di ogni singolo individuo, dipende da quanto efficacemente verrà gestito il rischio durante questi drammatici cambiamenti.   La mancanza di regole universalmente accettate, di una comprensione del principio di sicurezza uguale e indivisibile, o l’abolizione di tale principio, spesso conduce a comportamenti egoistici e, in alcuni casi, a tentativi aggressivi di ottenere vantaggi unilaterali, esacerbare la confusione e sfruttarla per i propri fini. La politica globale ne offre esempi quasi quotidianamente. Ogni tabù immaginabile viene violato – non li elencherò tutti ora, ma credo che i presenti in questa sala lo comprendano perfettamente. Sono profondamente convinto che una questione così complessa come le relazioni internazionali richieda tuttavia precisione, adesione non solo alle leggi adottate ma anche, come dicono i giuristi, al diritto consuetudinario, ovvero non solo alla lettera ma anche allo spirito della legge, alle prassi consolidate e generalmente accettate.

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I confini morali ed etici e il comune senso di decenza rimangono importanti, perché il loro rispetto crea la possibilità di almeno un minimo di dialogo. Al contrario, la sistematica inosservanza degli obblighi, l’inganno, la trasformazione della comunicazione in farsa, la strumentalizzazione di qualsiasi discussione significativa in propaganda, la derisione ostentata dei fatti e la loro manipolazione per ottenere vantaggi a breve termine distruggono le fondamenta stesse della convivenza internazionale.   Tali pratiche, per così dire, nella gestione degli affari internazionali sono miopi e pericolose. I vantaggi temporanei ottenuti in questo modo possono trasformarsi in battute d’arresto a lungo termine e, soprattutto, peggiorare la situazione di tutti, poiché il mondo rimane interconnesso. Il principio secondo cui «la forza non ha senso» sembra talvolta guidare alcuni attori internazionali, fiduciosi nel proprio eccezionalismo militare, politico, economico e, a loro avviso, morale. Sappiamo fin troppo bene dalla storia che questo non porta mai a nulla di buono.   Permettetemi una breve digressione dall’argomento principale. I presenti qui hanno opinioni molto diverse sull’attuale, acutissimo conflitto ucraino, e sulle sue cause. Vorrei dire qualcosa a riguardo. Sì, e anche centinaia, se non migliaia, di esperti – vostri colleghi – che studieranno i materiali di questo incontro del Valdai Club hanno le proprie idee in merito. So, naturalmente, che alcuni nella comunità degli esperti si chiederanno: la Russia parla di pace, ma ha iniziato una guerra. Mi sono già espresso su questo argomento molte volte. Lo ribadisco anche in questo incontro.   Dov’è la verità? La verità è che non la volevamo e non siamo stati noi a iniziare la guerra; sono stati loro a iniziare a combattere contro di noi. Non si sarebbe dovuto incoraggiare per anni il nazionalismo aggressivo e la russofobia in Ucraina, con l’obiettivo di trasformarli in uno strumento nella lotta contro la Russia. La NATO non avrebbe dovuto avviare lo sviluppo militare dei nostri territori storici per il proprio tornaconto, né pianificare la costruzione di basi in quei territori. Non si sarebbe dovuto spingere i radicali di Kiev a organizzare un colpo di Stato, per poi rifornire il regime, di fatto illegittimo, così creato, di un’ampia varietà di armi offensive. Non si sarebbe dovuto pianificare la creazione di campi di concentramento per gli abitanti del Donbass e della Crimea. Non si sarebbe dovuto schiacciarli con i carri armati, bombardarli con i missili, sparargli dagli aerei o bruciarli vivi, persone disarmate, semplicemente perché erano russi per nazionalità e spirito.   Ci sono molti altri «divieti» di questo tipo, ma mi fermerò qui. Sono certo che la Russia sia stata deliberatamente messa in una situazione in cui è stata semplicemente costretta – in risposta a questa evidente aggressione – a difendersi con le armi. Ci hanno deliberatamente portato a questo punto. E in generale, non c’è bisogno di trasformare la russofobia, l’oppressione e l’omicidio dei russi e la distruzione della Russia in un’ideologia di Stato, né di porsi come obiettivo la sconfitta strategica della Russia. È così che suonava, vero? Nessuno l’ha dimenticato. Noi, almeno, non l’abbiamo dimenticato.   Se vogliamo vivere – e tutti vogliono vivere – allora, come dissi una volta in un discorso pubblico, viviamo in armonia e cerchiamo insieme il modo di farlo. E costruire la fiducia è, naturalmente, un processo complesso e fragile, molto difficile da instaurare e molto facile da distruggere.   Gli interessi nemmeno dei partner più stretti possono coincidere completamente. Cosa possiamo dire, dunque, dei paesi che intrattengono rapporti di rivalità, intensa competizione e, soprattutto, di confronto?

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Prima o poi, la situazione e il sistema internazionale raggiungeranno una sorta di equilibrio stabile. Si tratta, ovviamente, di un processo complesso, multifattoriale e stratificato che richiede compromesso reciproco, adattamento reciproco e una valutazione lucida della situazione, anche da parte dell’Occidente. L’ex potenza egemone dovrà inevitabilmente riconoscere la realtà di un mondo multipolare – è inevitabile – e considerare le tendenze dello sviluppo economico globale. Dovrà imparare a cooperare con i paesi della maggioranza sulla base del rispetto dei loro interessi fondamentali. Questo, naturalmente, non avverrà in tempi brevi. Vivremo in un mondo estremamente instabile e volatile. Il percorso verso un nuovo sistema sarà costellato di colpi di scena inaspettati – purtroppo, spesso spiacevoli e persino pericolosi.   E qui vorrei rivolgermi alla nostra storia nazionale. La Russia ha attraversato un difficile percorso di trasformazione radicale, e questo processo è tuttora in corso. Trentacinque anni fa, abbiamo assistito al crollo del nostro sistema statale, una vera tragedia per decine di milioni di persone che si sono ritrovate improvvisamente «all’estero», e questo ha cambiato il loro destino e quello dei loro figli. Sia qui in Russia che nei Paesi limitrofi, ciò ha portato a una trasformazione fondamentale, anche a livello globale.   Vorrei sottolineare una certa ingenuità, idealismo e forse persino negligenza da parte di coloro che guidavano lo Stato negli ultimi anni dell’era sovietica. La fiducia cieca nei partner occidentali, la credenza nella possibilità di una sorta di «accordi tra gentiluomini», in cui si supponeva bastasse credere alla parola dell’interlocutore e raggiungere un accordo, tutto ciò si è rivelato una beffa crudele per l’Unione Sovietica.   Col senno di poi, appare chiaro quanto questo abbia giocato un ruolo distruttivo non solo nel destino dell’URSS, ma anche nel garantire la stabilità globale a lungo termine. I leader sovietici volevano compiacere l’Occidente, mentre i leader occidentali volevano rimodellare il mondo a proprio piacimento e accaparrarsi la propria parte, preferibilmente maggiore, dell’eredità sovietica. Ne vediamo i risultati.   Il crollo dell’URSS fu il risultato di una combinazione di squilibri interni accumulati. Questa è la prima cosa che dobbiamo riconoscere – è vero, è vero – ovvero, squilibri interni, errori commessi da più di una generazione di leader del paese. Miopia, schemi ideologici ristretti e inadeguati al posto del pragmatismo, mancanza di professionalità e la tendenza a nascondere i problemi evidenti sotto il tappeto peggiorarono gradualmente e minarono la reputazione interna e internazionale dell’URSS. E in definitiva, ne causarono il crollo.   Ciò che sta accadendo oggi nel mondo, i conflitti e gli sconvolgimenti attuali, sono in gran parte il risultato della riluttanza, dell’impreparazione o dell’incapacità dei politici della fine del XX secolo, sia in Oriente che in Occidente, di affrontare seriamente e profondamente quest’epoca di cambiamenti epocali. Non si tratta di scaricare la responsabilità sui leader del passato; è la realtà.   Ma anche in quell’epoca ormai lontana, sia in Oriente che in Occidente, c’erano altre persone, altri politici, che comprendevano a fondo i problemi e, a mio avviso, proponevano le soluzioni giuste. Le loro valutazioni, oggi, possono essere definite provvidenziali.   Sapete, ho già menzionato pubblicamente un paio di volte una figura politica tedesca di nome Egon Bahr. Era membro del presidium del Partito Socialdemocratico di Germania.   Ve ne citerò solo alcuni. Sapete, quando ho letto dei suoi contatti con i vertici sovietici sia a Bonn che a Mosca, sono rimasto semplicemente sbalordito: sbalordito dalla sua perspicacia, intelligenza e cultura.   Vi riporterò alcune delle sue dichiarazioni rilasciate nel giugno e nel febbraio del 1990, periodo che, a quanto ci risulta, rappresentò una svolta cruciale per il destino dell’Europa e del mondo intero.   La principale preoccupazione del signor Bahr era la minaccia di un continuo confronto in Europa dopo la riunificazione tedesca e il rafforzamento, e cito testualmente, dell’«influenza di quei circoli all’interno della NATO che non sono affatto desiderosi di intraprendere la via della cooperazione paneuropea e di arginare il confronto». Questa è una sua citazione. Già allora si era reso conto dell’esistenza di tali circoli. E avrebbe dovuto saperlo, no? Durante i negoziati del 1990, Egon Bahr dichiarò, e cito testualmente: «se non si prenderanno provvedimenti decisivi per superare la divisione dell’Europa in blocchi ostili, gli sviluppi potrebbero prendere una piega molto sfavorevole, condannando l’URSS all’isolamento internazionale». Anche questa è una sua citazione. E cosa fu proposto? Per inciso, vediamo che proprio come aveva previsto, proprio come aveva avvertito, alla fine è successo.

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Cosa fu proposto nell’Europa centro-orientale? Si propose la creazione di un consiglio di sicurezza con la partecipazione sia degli Stati Uniti che dell’URSS, e con ampi poteri. Questo consiglio avrebbe dovuto includere praticamente tutta l’Europa centro-orientale.   Tuttavia, dopo il crollo dell’URSS, le stesse forze che avevano preso il sopravvento in Occidente, come disse una volta Egon Bahr, si sono dimostrate davvero restie a intraprendere la via della cooperazione paneuropea. Nonostante i molti anni – e voglio sottolineare, molti anni – di tentativi della nuova Russia di integrarsi nella cosiddetta civiltà occidentale, in pratica hanno fatto tutto il possibile per isolare e distruggere ulteriormente la Federazione Russa stessa, considerandola, nonostante tutti i cambiamenti politici interni avvenuti in Russia, come una parte fondamentale dello storico Impero russo. E continuano a ripeterlo in vari eventi e incontri: dobbiamo distruggere ulteriormente l’impero.   Tutto ciò ha portato all’attuale situazione, francamente molto pericolosa, in Europa e nel mondo.   Vorrei richiamare la vostra attenzione, signore e signori, sul fatto che, in mia profonda convinzione, il signor Bar pensava allora esclusivamente al futuro dell’Europa, a questa stessa casa paneuropea, di cui i leader dell’URSS parlavano molto all’epoca, ma, purtroppo, si limitavano alle parole.   In Russia, forse meglio di molti altri, sappiamo quanto sia difficile superare le conseguenze di crolli e catastrofi storiche, orientarsi in circostanze nuove e spesso sfavorevoli affidandosi all’istinto. Spesso abbiamo dovuto procedere per tentativi ed errori, reagendo al volo alle situazioni che si presentavano.   Non dimentichiamo mai, però, che una nazione ha bisogno di prospettiva, di una direzione verso il futuro. Senza il passato, naturalmente, non c’è futuro. L’eredità dei nostri antenati, che hanno costruito un grande e unico Paese, deve essere preservata e rafforzata. Senza un fondamento storico e il rispetto per la tradizione, nessuna società può esistere. Ma è vero anche il contrario: senza un futuro, il passato perde di significato. Per quanto grandiose siano state le conquiste dei nostri predecessori, non possiamo diventare un museo della grandezza passata. La vera grandezza di uno Stato è impossibile senza la capacità di stare al passo con i tempi e, idealmente, di anticiparli. La valorizzazione del nostro patrimonio e il suo sviluppo creativo in base alle nuove condizioni sono la migliore garanzia che la tradizione nazionale non diventi un reperto antico, un accessorio storico alla moda, o l’unico oggetto della nostra costante attenzione. Dobbiamo concentrarci sulla creazione di un ambiente vibrante e fertile per le conquiste future.   Per quanto riguarda il futuro, molto è indubbiamente avvolto nell’incertezza, con troppi fattori in rapida evoluzione e influenzanti. Ma una tabella di marcia per raggiungerlo è certamente necessaria, e non si tratta di un’utopia, né di una speculazione astratta o della proiezione di immagini ideali distaccate dalla realtà, bensì di una valutazione realistica dei rischi, delle opportunità e degli obiettivi necessari. La Russia sta tracciando per sé un percorso di questo tipo verso il futuro e, naturalmente, è pronta a partecipare a questo lavoro insieme ad altri paesi e popoli del mondo.   Ripeto, la portata e, soprattutto, la velocità dei cambiamenti in atto nel mondo non hanno precedenti. E dobbiamo riconoscere che il momento in cui nulla potrà più essere cambiato potrebbe arrivare molto rapidamente e inaspettatamente per tutti. Semplicemente, la logica di un’escalation di dure reazioni reciproche porterà a un’irreversibilità fatale.   Il termine «escalation» ricorre spesso oggigiorno nel contesto della descrizione e della previsione di vari conflitti globali: la riluttanza a impegnarsi in una diplomazia autentica, fondata sulla realtà e che tenga conto degli interessi di tutte le parti, spinge ad inasprire la situazione, ad alzare la posta in gioco, spesso bluffando e oltrepassando le linee rosse nella speranza di sopprimere e intimidire l’avversario, o di costringerlo alla resa. L’escalation delle ostilità e delle sanzioni non è una pratica nuova; è stata utilizzata in molti conflitti e non è mai unilaterale: alle azioni provocatorie di alcuni si contrappone una risposta da parte di altri. In questo modo, la spirale si stringe e le conseguenze distruttive si amplificano.   Alla radice dell’escalation – e non sto dicendo nulla di nuovo – ci sono l’arroganza e l’eccessiva sicurezza di sé. Questa è la strada che porta sull’orlo del disastro, soprattutto oggi, quando le principali potenze mondiali possiedono armi in grado di distruggere ogni forma di vita o, quantomeno, di portare la Terra a uno stato catastrofico. Possiamo essere certi che queste armi non verranno mai usate? Ovviamente no. Conosciamo tutti il ​​famoso detto: se una pistola è appesa al muro all’inizio di uno spettacolo, prima o poi sparerà. Dobbiamo tenerlo a mente ed evitarlo.   Quanto più intransigente è l’opposizione, tanto più apertamente viene dichiarato l’obiettivo della «sconfitta strategica» del nemico, tanto maggiore è la probabilità che la battaglia si intensifichi fino alla sua fase più brutale. Le leggi della sopravvivenza non agiscono solo nella fauna selvatica, ma anche nelle comunità sociali, quando si trovano di fronte alla prospettiva di perdere la propria indipendenza, la propria dignità e persino il diritto di esistere.

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Gentili signore e signori!   Lo ripeto: la formazione fondamentale di un nuovo ordine mondiale è inevitabile. Speriamo che ciò avvenga entro una prospettiva storica prevedibile, ma per ora tutto sta accadendo in modo troppo violento e spontaneo. Stiamo solo abbozzando, tastando i contorni del futuro.   Ma questo, ovviamente, non significa che dobbiamo restare con le mani in mano ad aspettare cosa succederà. Per raggiungere la fase creativa – e, come ho già detto, prima o poi arriverà sicuramente – dobbiamo sopravvivere all’attuale momento pericoloso ed evitare che si materializzino le minacce più distruttive.   Ritengo particolarmente importante sottolineare ancora una volta due aspetti che, a mio avviso, dovrebbero diventare oggetto di serio dibattito per tutti noi a livello politico, tecnico, specialistico e persino filosofico.   Innanzitutto, la questione che ho già accennato è l’Intelligenza Artificiale. Attualmente, il mondo sta discutendo se sia opportuno adottare misure per rallentare deliberatamente la ricerca e lo sviluppo in questo campo, impedendo che la tecnologia sfugga al controllo umano. Si tratta di un argomento estremamente complesso che richiede un’attenta riflessione. La storia umana dimostra che arrestare il progresso tecnologico è impossibile, ma dobbiamo comprenderne le conseguenze, soprattutto in termini di applicazione dei suoi risultati, anche in ambito militare.   Esistono già casi in cui l’Intelligenza Artificiale prende decisioni basandosi sulla propria comprensione di ciò che è appropriato. Questo vale sia per le applicazioni civili che per quelle militari. Con la continua implementazione delle tecnologie di IA, il loro ruolo crescerà e gli algoritmi assumeranno responsabilità sempre maggiori . Inoltre, gli esseri umani, ovviamente, non possono competere con la capacità di una macchina di analizzare una situazione quasi istantaneamente. Tuttavia, gli esseri umani possiedono altre qualità: buon senso, intuizione, la capacità di prendere decisioni che potrebbero non essere ovvie, ma che alla fine si rivelano le uniche corrette e salvavita.   Sapete, vorrei raccontarvi una storia tratta dalla prassi sovietica, dalla realtà sovietica. Settembre 1983. Il tenente colonnello Stanislav Petrov, specialista in missili, era in servizio di combattimento e ricevette un segnale dal sistema di allarme per attacchi missilistici. Negli Stati Uniti, sistemi simili sono in funzione da tempo. Il sistema rilevò il lancio di cinque missili balistici intercontinentali americani. Qualsiasi algoritmo avrebbe classificato questo come un chiaro motivo per un attacco di rappresaglia. Ma l’esperto ufficiale dubitò dell’accuratezza del segnale, sospettò un malfunzionamento del sistema, e aveva ragione. Se al suo posto ci fosse stata un’Intelligenza Artificiale, le cose sarebbero potute andare molto diversamente. Questo, a mio parere, è un esempio molto significativo.   I limiti dell’utilizzo delle tecnologie di Intelligenza Artificiale in ambito di sicurezza sono una questione di sopravvivenza per l’umanità. L’Intelligenza Artificiale contribuisce ad aumentare l’efficacia della guerra, il che a sua volta porta a conflitti più distruttivi.   È necessario un dibattito internazionale imparziale e professionale sui metodi moderni di condurre la guerra: come preservare i confini umanitari e limitare le manifestazioni più brutali dei conflitti armati, associate alla crescita delle capacità distruttive. So che il vostro forum ha ospitato una sessione il cui titolo mi è sembrato molto appropriato: «L’etica della nuova guerra: umanità e disumanità».   In effetti, la disumanità dei conflitti moderni può essere compresa in due modi. Comprende la crescente crudeltà e il disprezzo per le norme umanitarie. Comprende anche nuove forme di confronto, in cui l’Intelligenza Artificiale e i sistemi autonomi giocano un ruolo sempre più importante nel combattimento, sostituendo gradualmente gli esseri umani, soprattutto nei processi decisionali. Si tratta di un argomento vasto e complesso che richiede la massima attenzione. L’automazione e la digitalizzazione della guerra portano a una disumanizzazione della percezione, trasformando lo spargimento di sangue e la perdita di vite umane in una sorta di videogioco, una routine meccanica. E questo, per dirla senza mezzi termini, spiana la strada alla ferocia dell’umanità, accompagnata da discorsi di travolgente progresso tecnologico.   Un tempo, alla fine del XIX secolo, nel 1899, fu la Russia a promuovere la Conferenza dell’Aia, che per la prima volta codificò le regole della guerra, la risoluzione pacifica delle controversie e l’umanizzazione del combattimento. Sì, certo, le vere e nobili idee allora enunciate non hanno protetto l’umanità dagli sconvolgimenti del XX secolo. Le guerre mondiali sembrano aver spazzato via le conquiste del diritto umanitario. Ma ora è giunto il momento di riaprire la questione delle regole del conflitto armato.   Non ci sono illusioni: le guerre sono sempre esistite nel corso della storia umana, e i conflitti armati continuano a esistere e probabilmente continueranno a esistere. Questa, purtroppo, è parte integrante dell’esistenza umana. Il servizio militare è la professione di coloro che difendono gli interessi del proprio Paese, ma la professionalità in ambito militare richiede anche il rispetto delle norme umanitarie. L’esercito russo, ad esempio, si è sempre ispirato all’inviolabilità di queste norme e, ci tengo a sottolinearlo, non ha mai sferrato un attacco preventivo contro obiettivi non direttamente collegati alle infrastrutture militari del nemico.   L’aumento delle tensioni internazionali e l’intensificarsi del confronto globale hanno un’altra conseguenza molto negativa a lungo termine, ed è questo il secondo fattore più importante su cui vorrei richiamare la vostra attenzione oggi: nell’attuale clima di conflitto, infatti, sono state sacrificate le soluzioni concrete ai problemi globali che affliggono tutta l’umanità. Questi problemi, di cui si discuteva costantemente fino a poco tempo fa, sono oggi in qualche modo caduti nel dimenticatoio: clima, ecologia, povertà, disuguaglianza. Sono stati accantonati per il momento, ma la loro urgenza non fa che crescere; non sono scomparsi. Purtroppo, non c’è motivo di sperare che la comunità internazionale nel suo complesso sarà in grado di affrontare seriamente questa agenda in un futuro prevedibile. Ma se le questioni urgenti e pressanti non possono essere risolte a livello globale, devono essere affrontate a livello regionale, soprattutto perché questo è più vicino e comprensibile per le persone.   Siamo tutti responsabili del pianeta nel suo insieme, ma soprattutto della nostra casa e dei suoi dintorni immediati. La nostra casa, in senso lato, è l’Eurasia, un vasto territorio, centro e fulcro della maggior parte dei processi più importanti che si svolgono nel mondo. Molto dipende da come gestiamo l’Eurasia e, più in generale, l’intero scenario globale.   Nel contesto della crescente instabilità globale, l’idea di una Grande Partnership Eurasiatica, originariamente proposta dalla Russia, assume un significato particolare. Gli scontri militari e politici stanno minando la connettività globale, minacciando le catene di produzione, trasporto e logistica, nonché le consolidate rotte commerciali e di comunicazione. Il compito e la responsabilità dei paesi eurasiatici è quello di proteggere il nostro spazio il più possibile dai rischi globali e dai processi destabilizzanti, di sfruttare le nuove opportunità tecnologiche e di altro tipo per ampliare significativamente l’interazione eurasiatica e rafforzare la connettività di questo vasto territorio.   Vorrei inoltre sottolineare che le comunità culturali e civili rappresentate in Eurasia vantano una lunga e complessa esperienza di interazione, maturata nei periodi storici più difficili. L’Eurasia ha il potenziale per diventare un prototipo di comunicazione internazionale in un contesto di eterogeneità di culture, approcci e interessi, dove le differenze si trasformano in un vantaggio anziché in un ostacolo per la costruzione di un partenariato sostenibile ed equilibrato.   A questo proposito, vorrei richiamare l’attenzione sull’iniziativa che abbiamo proposto insieme ai nostri amici bielorussi per elaborare una Carta eurasiatica della multipolarità e della diversità nel XXI secolo. La scorsa settimana, in occasione di una riunione dei ministri degli esteri di Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e altri partner, tenutasi a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è stato avviato il lavoro concreto su questo documento fondamentale.   Il valore dell’Eurasia risiede principalmente nella sua natura in gran parte autosufficiente e nella sua capacità di risolvere qualsiasi problema. Le uniche cose di cui questa vasta comunità di nazioni ha bisogno sono una sicurezza indivisibile, l’assenza di minacce militari e una pace duratura.

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Cari colleghi!   Tutti noi, l’intera comunità globale, abbiamo una responsabilità condivisa per il futuro. E questa non è un’esagerazione né una metafora; ripeto, si tratta di un compito concreto che dobbiamo affrontare senza indugio.   Vorrei credere che i nostri discendenti potranno imparare dai futuri libri di storia che il secondo quarto del XXI secolo ha segnato una svolta, quando l’umanità, riconoscendo la portata del cambiamento e le sfide alla propria esistenza, ha trovato la forza di mettere da parte litigi, ambizioni ed egoismi e unirsi per risolvere problemi comuni. Ha trasformato la rivoluzione tecnologica da una serie di minacce in un’ampia gamma di opportunità. Ha iniziato ad  affrontare i problemi della disuguaglianza sociale e del degrado ambientale non a parole, ma con i fatti. Ha riconosciuto l’inutilità del confronto militare e della dittatura e la necessità di soluzioni ai problemi emergenti accettabili per tutti. Infine, ha iniziato a costruire un nuovo ordine mondiale sostenibile. Sono fiducioso che questo accadrà.   Perché se tutto ciò non accadrà, c’è il rischio che nessuno potrà studiare su questi libri di testo. E i libri di testo stessi non verranno pubblicati.   Crediamo nel meglio e, soprattutto, facciamo tutto il possibile affinché questo meglio arrivi e resti con noi.   Desidero ringraziarvi per l’attenzione e augurarvi ogni successo. Apprezzo molto i nostri incontri. Grazie. Grazie mille.   Vladimir Putin

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)   
 
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Vera rivolta contro il mondo moderno. Mons. Williamson commenta il manifesto di Unabomber

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Renovatio 21 pubblica una trascrizione della lezione che monsignor Richard Williamson (1940-1925), in quella che sembra un’aula di quello che fu il seminario della FSSPX a Winona, in Minnesota, dedicata all’analisi del Manifesto di Unabomber, al secolo Theodor Kaczynsky (1942-2023), matematico, pensatore e terrorista che disseminò di bombe postali gli Stati Uniti per lustri.  Come raccontato da Renovatio 21, non è irrilevante notare che il giovanissimo Kaczynsky, arrivato all’ateneo di Harvard a 16 anni grazie alle sue doti matematiche straordinarie, fu oggetto di un crudele esperimento psicologico (forse legato al famigerato programma di studio del controllo mentale MK Ultra messo in piedi dalla CIA duranta la guerra fredda) volto a distruggerne la persona. Ad ogni modo, la lezione di monsignor Williamson sull’argomento assume particolarmente valore  perché mostra il contatto tra due visioni totalmente critiche del mondo moderno, quella antitecnologica dell’Unabomberro e quella tradizionista di monsignor Williamson, della FSSX e di tutto il cattolicesimo tradizionalista. Sentire la mezzoretta monsignor Williamson commentare la disamina delle questioni della società presente di Kaczynsky vale di più, a nostro avviso, delle centinaia di pagine di Rivolta contro il mondo moderno di Julius Evola, con le sue fumisterie esoteriche intellettualoidi. Notevole, in questo discorso di Sua Eccellenza registrato trenta anni fa, l’attacco sferrato all’Unione Europea, allora non ancora a pieno regime con l’euro, e a quanti, pur dicendosi sovranisti, non sono in grado di fermarla rinunziando alla sua interdipendenza economica. Ulteriormente impressionante la piena condanna del vescovo Williamson contro la scuola moderna, della psicoterapia e soprattutto l’uso degli psicofarmaci, usati per piegare i bambini e gli adulti ad una società sbagliata.

 

 

Il manifesto di Unabomber, che è di circa cento pagine in edizione economica, quindi è piuttosto corposo, e lui dice che è già troppo breve. Quindi lui ritiene di avere un grande argomento, e io credo che ce l’abbia. Non penso che sia infallibile, e non penso che sia un santo, ma penso che sia interessante, e penso che abbia ragione su qualcosa.

 

Leggiamo il breve, brevissimo sommario. «La società moderna  sta distruggendo la dignità umana e la libertà attraverso la sua tecnologia industriale. Le macchine  stanno disumanizzando».

 

«Un sintomo di questa distruzione è il moderno uomo di sinistra, o sinistrorso – un tipo d’uomo ricorrente in numerosi movimenti di protesta oggi, spesso lui stesso non appartenente a nessun gruppo di minoranza». In altre parole, non è nero, non è nemmeno una donna, non è lesbica, non è ebreo o altro – è un WASP [White Anglo Saxon Protestant, ossia i bianchi di origine britannica e protestante, ndt] – ma nondimeno, «nel nome di una varietà di questi gruppi, attacca la civiltà occidentale con un’ostilità che tradisce la sua mancanza di reale compassione per le presunte vittime». Il tuo sinistrorso finge di simpatizzare con ebrei e neri o omosessuali o quel che sia, e non è vero. Queste cose sono tutte uno strumento per colpire la civiltà occidentale.

 

Perché vuole colpire la civiltà occidentale? Unabomber non lo sa, ma io e te lo sappiamo: perché la civiltà occidentale ha tradito Dio molto tempo fa.

 

Quello che Unabomber, nel primo paragrafo, sta di fatto osservando, senza capirlo è che il mondo si sta rivoltando contro la gente. In altre parole, i cuccioli di foca, lo strato di ozono usato – in realtà sono ancora i neri e gli ebrei a essere usati, o gli handicappati, o tutti questi gruppi minoritari usati come leva per distruggere quello che resta ancora di una civiltà cristiana. Perché il sinistrorso dice «questo strato non va bene», e ha ragione in buona parte, perché questo strato è molto lontano dalla Chiesa cattolica, e lui rappresenta diversi tradimenti già avvenuti.

 

Quindi il sinistrorso attacca – be’, in nome di cosa attacca? Non può attaccare in nome del re, perché sarebbe tirannia. Non può attaccare in nome dell’aristocrazia, perché sarebbe elitismo. Non può attaccare in nome della classe media, perché sarebbe capitalismo. Quindi deve attaccare in nome degli alberi, dei cuccioli di foca, e dei neri e degli ebrei. Quindi è arrivato fin qui – questo è ciò che il sinistrorso sta di fatto facendo.

 

Unabomber non può vederlo, perché non appartiene a un gruppo di minoranza, ma iltuo sinistrorso, dice Kaczynski, attraversa questa falsa associazione con i gruppi minoritari come mezzo per colpire la civiltà occidentale, e lo fa con un’ostilità che tradisce il fatto che non è realmente interessato o solidale con neri, ebrei e omosessuali. In realtà vuole distruggere quello che resta della civiltà occidentale.

 

«Né la sua rivolta può essere così autentica contro la società quando desidera integrarli in essa» – questa è un’altra affermazione che richiede di essere discussa intelligentemente. Vedete? Perché lui vuole i neri – dice che i neri sono disprezzo, sono una trappola — vuole i neri di nuovo nella società. Ehi, pensavo avessi detto che la società non andava bene – ma allora perché vuoi tirarci dentro i neri? Vedete, sta cogliendo la contraddizione che c’è in questi sinistrorsi. Dice che il sinistrismo è una barzelletta, e ha ragione, e dice che è un sintomo.

 

Il sinistrismo è dunque un – la malattia del sinistrismo è un sintomo della malattia della società moderna, e lui darà la colpa della malattia della società moderna alla tecnologia industriale.

 

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Punto due. «Il sistema tecnologico-industriale – TI, in breve – rende talmente facile per gli uomini soddisfare i loro bisogni di base di cibo, vestiario e riparo, che il bisogno altrettanto naturale dell’uomo di raggiungere qualche obiettivo attraverso uno sforzo serio da parte sua rimane ampiamente frustrato».

 

Ha di nuovo ragione. Ai vecchi tempi non c’erano ragazzi che vagavano per le strade e si frustravano, che facevano sparatorie dall’auto e frequentavano cinema squallidi – be’, non succedeva ai vecchi tempi, perché i ragazzi dovevano lavorare la terra, perché se non lavoravano la terra, la madre sarebbe morta di fame a febbraio o marzo.

 

La dura disciplina del lavoro agricolo faceva sì che i ragazzi non si mettessero nei guai, e nemmeno le ragazze si mettessero nei guai. Le ragazze non avevano la lavatrice, quindi dovevano restare a casa a mandare avanti la fattoria, lavare i vestiti degli uomini mentre gli uomini lavoravano tutto il giorno nei campi. Quindi c’era un’interazione e una necessità e una dura fatica di vita che impediva loro di perdere le misure.

 

C’è una cosa molto divertente detta a proposito degli immigrati ebrei – che sbarcavano a Brooklyn, e poi, si trasferivano nell’entroterra, nelle zone più eleganti del New Jersey, dove dice: «Sai, quando siamo sbarcati dal Vecchio Mondo a Brooklyn, eravamo troppo miserabili per pensare al suicidio. Ma ora che siamo ricchi, oziosi e agiati nel New Jersey, e abbiamo bellissime case, pensiamo tutti al suicidio. Finché eravamo miserabili eravamo abbastanza felici; ora che siamo completamente felici, siamo tutti miserabili». Ecco, è questo – è questo che sta dicendo Unabomber.

 

Sta dicendo che un uomo non ha bisogno solo di cibo e vestiti e così via – ha anche bisogno di fare qualcosa con uno scopo nella sua vita, di sentire di aver dato un contributo, di sentire che quello che fa conta. E quel senso che quello che fa conta tende a essere distrutto dalle enormi mietitrebbie che, con una bocca larga come questa stanza, attraversano un campo in poche ore e sfamano l’intero villaggio per tutto l’inverno.

 

C’è un compromesso per queste macchine magnifiche, ed è tutto molto bello avere una magnifica mietitrebbia che sfamerà l’intero villaggio per tutto l’inverno in poche ore, ma il compromesso è che i ragazzi diventeranno dei fannulloni assistiti. Se non avessi enormi mietitrebbie, non potresti avere fannulloni assistiti, perché i fannulloni assistiti sarebbero tutti fuori a raccogliere cotone, perché dovrebbero guadagnarsi da vivere e mettere il cibo in tavola.

 

Quindi il compromesso di queste enormi macchine è un tempo libero che molta gente non sa come usare, e in realtà la distruzione del senso del proprio valore per molte persone, perché «non devo lavorare, mi occupo di bollini e assistenza sociale, è tutto…»

 

«La famiglia o qualsiasi altra lealtà su piccola scala naturale all’uomo…», e intende allora l’uomo locale, di villaggio. Unabomber si rende conto che l’uomo vive naturalmente in piccole comunità. Vive in una famiglia, poi la famiglia vive in un isolato, e l’isolato fa parte di un villaggio o di una strada. E Unabomber dice che gli uomini ne hanno bisogno, ma dice che «qualsiasi lealtà su piccola scala di questo tipo viene necessariamente distrutta dall’impegno su larga scala richiesto dal funzionamento della tecnologia industriale».

 

È molto acuto. Fermiamoci un momento a pensarci. Ecco una fabbrica che produce in serie, credo sia questo il suo esempio, che produce in serie, diciamo, scarpe, e poiché ne produco così tante, le produco a prezzi molto bassi. Ma se produco, a Cleveland, Ohio, un’enorme quantità di scarpe, devo farle arrivare in tutte le parti del Paese. In altre parole, ci deve essere una distribuzione perché le scarpe siano prodotte così a buon mercato. I camionisti, gli autotrasportatori, devono portarle fuori; gli autotrasportatori non devono scioperare. Gli autotrasportatori devono essere sincronizzati con la fabbrica, e poi i rivenditori devono essere sincronizzati con gli autotrasportatori, sincronizzati con la fabbrica. La produzione su larga scala richiede il buon funzionamento di una macchina enorme.

 

Quindi, dice, è questo che intende per «l’impegno su larga scala richiesto dalla tecnologia industriale». La tecnologia industriale richiede un impegno su larga scala per funzionare. Dice che un solo frigorifero richiede acciaio, richiede freon – la fabbrica che produce freon, o qualcosa di simile – richiede qualcuno che lo trasporti attraverso il Paese, richiede un’infinità di cose a cui non pensi quando il frigorifero è semplicemente lì, fermo. Ma dietro un frigorifero c’è tutto un sistema, un intero sistema su vasta scala e grande, tutto necessario perché un frigorifero funzioni – a cui si aggiunge, ovviamente, la necessità di un’intera centrale elettrica locale.

 

Insomma, la tecnologia industriale distrugge i valori familiari, perché devi mettere la lealtà verso il grande sistema al di sopra della lealtà verso il mio piccolo villaggio, altrimenti il grande sistema semplicemente non funzionerà. E quindi il grande sistema è in guerra con i piccoli sistemi, e se metti tutta la tua fede e il tuo denaro nei grandi sistemi, questo distruggerà necessariamente i piccoli sistemi.

 

Quindi quando la gente dice «vogliamo la famiglia, vogliamo i valori familiari, vogliamo la famiglia, vogliamo i valori familiari», e poi nel respiro successivo dice «ma vogliamo beni prodotti in serie che siano tutti molto economici, così da avere uno stile di vita comodo e agiato», Unabomber dice che queste persone si contraddicono senza rendersene conto. Vogliono un’infinità di cose che minano quello che, dall’altra parte, pensano anche loro di volere.

 

E così l’intero sistema della vita americana, per esempio, tende alla distruzione della famiglia, tanto che quando poveri americani si alzano in piedi e dicono «voglio difendere la mia famiglia, credo nei valori familiari, voglio difendere la mia famiglia», quasi sempre quegli stessi americani, due o tre o cinque o dieci o cinquanta minuti dopo, si schiereranno a favore della tecnologia, o a favore dell’industria, o a favore di qualcosa che mina proprio quella famiglia che avevano appena detto di voler difendere. Quindi c’è sempre un compromesso, e il compromesso della tecnologia industriale è costoso.

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Esattamente la stessa cosa sta succedendo in Europa. In Europa, inglesi perbene dicono «vogliamo l’Inghilterra», tedeschi patriottici dicono «vogliamo la sovranità della Germania», un francese perbene dice «vogliamo la Francia cattolica all’antica» – ma un quarto d’ora dopo, quello stesso inglese, quello stesso tedesco e quello stesso francese dicono tutti «ma vogliamo anche la bella vita che è offerta dalla produzione su scala europea». Ma nel momento in cui ti schieri per la produzione su scala europea, in modo che le scarpe vengano dalla Spagna, i pomodori vengano dall’Italia, i rasoi vengano dall’Olanda, il manzo venga dall’Inghilterra, qualsiasi cosa sia — nel momento in cui vuoi la produzione su scala, con le banane che vengono dall’Irlanda, qualsiasi cosa possa essere – devi necessariamente mettere l’Europa al primo posto. E così questi cari europei, che da un lato vogliono difendere il proprio Paese, dall’altro vogliono la vita morbida, economica e facile – si contraddicono senza rendersene conto.

 

Se vuoi un Paese bello e sovrano, devi pagarne il prezzo, che è avere meno beni manifatturieri comodi ed economici. Se vuoi questi beni prodotti in serie, comodi, economici e facilmente disponibili, devi dire, prima o poi, addio alla sovranità nazionale. Scegli – paghi i tuoi soldi, fai la tua scelta – ma non puoi avere entrambe le cose. Unabomber lo vede, ed è un uomo intelligente, e dice: non puoi avere sia la tecnologia industriale su scala nazionale sia la famiglia – non puoi avere entrambe le cose, dovrai fare una scelta. Quindi, distrugge i valori familiari.

 

«Allo stesso modo, la moltitudine di regole e regolamenti imposti dal funzionamento della tecnologia industriale soffoca la capacità dell’uomo di agire per conto proprio per raggiungere obiettivi reali» – che è ciò che Unabomber chiama «la sua vera libertà». E quindi, secondo Unabomber, la tecnologia industriale non è solo contro la famiglia, la tecnologia industriale è anche contro la libertà. Ha questo pallino della libertà, ma c’è qualcosa di vero.

 

Tre: «nessun adattamento o compromesso minore può riconciliare la tecnologia industriale con la libertà, sia perché la tecnologia industriale deve regolare da vicino il comportamento umano per poter funzionare, sia perché tutte le parti della tecnologia industriale sono interdipendenti». È una cosa che dimostra nel dettaglio.

 

Se prendi, ad esempio, un’acciaieria. Come sapete, un’acciaieria, un forno per rotaie d’acciaio, deve restare caldo tutto il tempo. Ci vuole molto tempo per riscaldare un forno d’acciaio, e una volta che è caldo, devi tenerlo in funzione. In altre parole, dovrai avere operai attivi ventiquattr’ore su ventiquattro – operai per il primo turno, operai per il secondo turno, operai per il terzo turno. E se uno degli operai del turno molla, il forno si raffredda e gli altri operai del turno vanno nei guai. Devi entrare nel sistema e diventare parte del sistema e obbedire al sistema perché il sistema funzioni.

 

Mentre quando gestisci la tua piccola fattoria, con i tuoi piccoli cavalli, indipendentemente da qualsiasi altra fattoria, non devi preoccuparti di ciò che qualcun altro sta facendo nella sua fattoria – sei tu l’unità, l’unità di lavoro è solo la tua piccola fattoria, l’unità di lavoro al massimo è il tuo piccolo villaggio. Ma la tecnologia industriale fa sì che la tua unità di lavoro sia o l’intero Paese o l’intero continente, e in Europa la cosa sta diventando drammatica, perché la sovranità nazionale di queste famose vecchie nazioni sta andando in rovina, e sta andando in rovina sotto le ruote del colosso inarrestabile della tecnologia industriale.

 

Tutte le parti sono interdipendenti. Per esempio, i produttori di frigoriferi hanno assolutamente bisogno di elettricità, e l’elettricità ha assolutamente bisogno di qualcuno che produca le macchine che necessitano di elettricità. Tutto il sistema si intreccia su una scala enorme. Tutto il sistema deve intrecciarsi – non puoi negarlo, semplicemente non puoi negarlo. E c’è sempre un compromesso, ma se hai la tecnologia su scala nazionale, c’è una grave perdita per quanto riguarda la famiglia.

 

Ed egli argomenta che «il desiderio degli uomini per la tecnologia industriale e per i benefici che la tecnologia industriale offre da tempo si è dimostrato più forte del loro desiderio di libertà, per una varietà di ragioni, cosicché l’avanzata della tecnologia industriale sembra a molte persone irreversibile». Sono sicuro che a molti di voi sembra reversibile.

 

Per esempio, un esempio interessante, l’uso dell’automobile era originariamente facoltativo. Quando le automobili sono apparse per la prima volta, potevi averne una o potevi non averla, non eri obbligato ad averla. Tuttavia poi, dopo un po’, dopo che le automobili erano arrivate – specialmente negli Stati Uniti – le città sono state disegnate in funzione dell’automobile, i sobborghi hanno immediatamente iniziato a estendersi molto più ampiamente, e per andare ai negozi hai bisogno di un’automobile.

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Nelle città e nei paesi all’antica, come nel New England, potevi andare a piedi ai negozi o alle case – ma non più oggi. Il centro commerciale è a cinque o dieci minuti in automobile, e tutti non pensano due volte per saltare in macchina e guidare fino al centro commerciale per fare acquisti – ti serve un’automobile per arrivare al centro commerciale. A volte non hanno nemmeno più marciapiedi o passaggi pedonali per andare dai sobborghi o dalle case ai centri commerciali, e se cammini da casa tua al centro commerciale, passa la volante della polizia a chiederti cosa stai facendo, perché sei una creatura strana se sei ancora sulle tue due gambe.

 

In altre parole, in origine l’uso dell’automobile era facoltativo, ma l’automobile stessa ha cambiato talmente l’assetto delle città che ora devi avere un’automobile. Quindi, argomenta, la tecnologia industriale non sarà fermata da nessuna riforma su piccola scala, ma solo da una rivoluzione totale. Quindi vuole un’altra rivoluzione per smantellare l’establishment della tecnologia industriale.

 

Va ammesso: l’uomo ha un po’ di cervello. Quattro: lo scontro tra tecnologia industriale e libertà umana è messo in evidenza dal fatto che la tecnologia industriale persegue attualmente modi per domare il comportamento umano selvaggio; per esempio, il controllo della scuola, il controllo della genitorialità, le droghe – come si chiama quella famosa che danno ai bambini, il Ritalin o qualcosa del genere – la psicoterapia, la neurologia, la genetica, e presto, è dietro l’angolo, l’ingegneria del cervello.

 

Queste sono tutte forme di manipolazione con cui la tecnologia industriale, se può, re-ingegnerizzerà la natura stessa dell’uomo per adattarla alla tecnologia industriale. Ha ragione! In altre parole, è la coda che scodinzola il cane. L’uomo ha creato la tecnologia industriale per servirlo, ma ora l’uomo sarà cambiato per servire e adattarsi alla tecnologia industriale. Questo è ciò che sta succedendo – sta succedendo proprio attorno a noi.

 

Sai, diamo ai bambini le medicine perché non si adattano alle nostre meravigliose scuole, o non si adattano al nostro meraviglioso stile di vita. «Mia moglie sta pensando che io sono un figlio di hmh – be’, devo mandarla dallo psicoterapeuta perché ha un problema». No – forse non ce l’ha, forse sei tu il problema. Forse tutti questi ragazzi che non si adattano alla società moderna — forse non sono loro gli inadatti, forse è la società a essere inadatta.

 

Ascolti questi cantanti rock – ho menzionato i Pink Floyd – ascolti questi cantanti rock, sono in preda al dolore, sono in preda al dolore per la società moderna. «Non abbiamo bisogno di istruzione, non abbiamo bisogno di controllo del pensiero» – si lamentano delle scuole, perché il sistema scolastico processa e fa il lavaggio del cervello, il sistema scolastico nega a questi ragazzi il loro valore e la loro importanza come esseri umani. Vuole trasformarli in macchine, vuole trasformarli in nerd informatici.

 

E c’è una frase meravigliosa nel libro che dice è che gli insegnanti nelle scuole di oggi sono troppo occupati a togliere coltelli e pistole ai ragazzi per avere il tempo di trasformarli in nerd informatici. Detto bene, molto ben detto, perché i ragazzi non vogliono essere trasformati in nerd informatici.

 

Cosa vogliono i ragazzi? Non lo sanno, non sanno cosa vogliono – tutto quello che sanno è che non vogliono la società moderna. Non sto dicendo che i ragazzi siano santi o angeli, ma sto dicendo che la società moderna ha molte cose profondamente sbagliate, e Unabomber, anche senza la fede, è abbastanza intelligente da essere sulla traccia di queste cose che la società moderna ha sbagliato.

 

Quello che sta succedendo è – ed è qui che ci ricolleghiamo alle encicliche – la Chiesa cattolica comprende la natura umana come Dio l’ha fatta, ma i massoni vogliono cambiare la natura umana. Vogliono piegarla, vogliono sostituire la natura data da Dio con una nuova natura tutta loro. Ma la nuova natura, il nuovo mondo, il nuovo mondo tecnologico, il nuovo mondo delle macchine che stanno producendo per cambiare la natura umana, non si adatta alla natura umana, e quindi i poveri ragazzi strillano e urlano, perché sanno che non si adatta.

 

Poi i ragazzi raggiungono l’età di vent’anni, e cedono. I ragazzi dicono: «Be’, mi offrono un lavoro bello comodo da cinquantamila l’anno, e c’è una bella ragazza qui, quindi mi accontenterò di una casetta scadente, una moglie scadente, un’auto scadente, uno stipendio scadente, e avrò una felicitàscadente, e poi so che i miei figli ascolteranno il rock and roll quando cresceranno, ma so che ne usciranno, proprio come è successo a me». Che razza di mondo è questo?

 

Quindi, tutte queste sono forme di manipolazione attraverso cui la tecnologia industriale nazionale, se può, re-ingegnerizzerà la natura stessa dell’uomo per adattarla alla tecnologia industriale – la coda sta già scodinzolando il cane. Abbiamo un profondo problema umano, e Unabomber sta uccidendo persone per svegliare la gente su questo problema. Non sto dicendo che abbia ragione  – ma l’uomo è così frustrato nel tentativo di far arrivare un messaggio serio a persone che non vogliono essere raggiunte, che ricorre a uccidere per farsi ascoltare.

 

«Attualmente, sempre più esseri umani si sollevano in rivolta contro la tecnologia industriale, ma se la tecnologia industriale prevale, nemmeno i governanti, i manipolatori, i tizi al comando della tecnologia industriale, avranno molta libertà di movimento». Okay – è verissimo. Sono seduto in cima a questa macchina, che sta schiacciando tutti gli altri, ma devo restare nella cabina di questa macchina, e devo continuare a controllare tutti questi comandi – altrimenti non sarò più seduto qui a lungo. Qualcun altro prenderà il mio posto, perderò il controllo, loro smetteranno di essere schiacciati, e allora sarò io a essere schiacciato insieme a tutti gli altri.

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Quindi la macchina schiaccia le persone sotto di essa in un modo, e schiaccia le persone che la guidano in un altro. È un trionfo del diavolo – un assoluto trionfo del diavolo. Tutti vengono disumanizzati, tutti vengono schiacciati.

 

Se vince, allora nemmeno i conducenti della tecnologia industriale avranno molta libertà di movimento, mentre se la tecnologia industriale viene distrutta – questo è il sogno di Unabomber – potrebbe esserci il caos, ma almeno l’umanità avrà un’altra possibilità, e il caos potrebbe causare meno sofferenza rispetto al proseguimento della nostra tecnologia industriale.

 

E lui argomenta ogni punto lungo il percorso. Cinque: perché se la tecnologia industriale sopravvive, allora il futuro appare cupo, perché ha varie alternative. Se non viene spezzata e distrutta, se non prendiamo mazze per demolire l’intero stile di vita della tecnologia industriale, se la tecnologia industriale continua, ci sono varie alternative.

 

O, per ragioni di efficienza, le macchine saranno in totale controllo e nessun uomo avrà alcuna libertà, «oppure un’élite resterà al comando, e l’élite gestirà le macchine padrone. E allora ci sono di nuovo due alternative: l’élite gestirà le macchine padrone in modo da eliminare le masse, così che pochi siano al comando mentre il resto sia tutto morto; oppure gestiranno le macchine in modo da domare le masse, addomesticare le masse, così che i pochi siano incatenati alla macchina – devono restare al posto di guida e continuare a premere i pulsanti – mentre il resto non ha libertà o significato nelle proprie vite».

 

«Se la tecnologia industriale sopravvive, in qualunque modo, l’uomo dovrà essere re-ingegnerizzato oltre ogni riconoscimento». Ora, questo è o tecnologia industriale o uomo – scegli. È questo che sta argomentando. È un forte sei.

 

Sei: la la tecnologi aindustriale non è inarrestabile. Possiamo inceppare gli ingranaggi. L’alternativa positiva di cui abbiamo bisogno ora – è qui che entra la natura selvaggia, è per questo che è andato a vivere in una capanna nel Montana, libero dagli uomini, o con uomini selvaggi. Quindi torna a distruggere esseri umani – non ha risposta, non ha una vera risposta. Vede il problema, è molto bravo con il problema, ma senza la fede non ha idea di come rimetterlo insieme, o come uscirne.

 

Quindi la sua risposta è logica: dato che la tecnologia industriale è il problema, allora dobbiamo tornare alla natura selvaggia. E aveva quella piccola capanna nel mezzo del Montana, nel mezzo del nulla.

 

Qual è il vantaggio della natura selvaggia? È completamente non tecnologica – sai, vipere e felci e cespugli e fiumi e torrenti e montagne e nuvole. Non è tecnologia, è bella, si prende cura di sé stessa, permette la sopravvivenza – la vita. Si può avere il mal di denti, ma meglio il mal di denti che la tecnologia industriale.

 

«I mezzi per rovesciare la tecnologia industriale sono una rivoluzione che non sarà solo politica, ma economica e tecnologica, mondiale, perché non può essere rovesciata pezzo per pezzo». Quindi sta sognando una massiccia sollevazione mondiale contro la macchina.

 

Soprattutto – quindi vuole un’altra rivoluzione, ne abbiamo avute una, due, tre, quattro, quindi vuole una quinta rivoluzione, è tutta la stessa cosa.,, « Poiché la tecnologia industriale non può essere rovesciata pezzo per pezzo, soprattutto, che i nostri rivoluzionari abbiano l’unico obiettivo chiaro: la tecnologia industriale deve sparire (…) Tutti i mezzi per raggiungere quell’obiettivo possono poi essere adattati pragmaticamente». E qui parla come Lenin, sai – parla come un comunista, e dice che abbiamo bisogno di una rivoluzione, e i rivoluzionari devono fissarsi sull’obiettivo e poi adattare tutti i mezzi, se prendi quello che diceva Lenin.

 

Sette, infine: che i nostri rivoluzionari non si mescolino con i sinistrorsi, che sono anti-individualisti quanto la tecnologia industriale stessa, e quindi i sinistrorsi si opporranno alla tecnologia industriale solo per poi usarla contro tutti gli altri. Lui conosce i sinistrorsi a fondo – ha detto che odia la tecnologia industriale, e poi odia i sinistrorsi, e vuole tornare alla natura selvaggia. È solo un’altra soluzione anomala, in effetti, ma ha ragione – come spesso, fino in fondo – ha ragione sui difetti dell’establishment precedente. Enrico VIII aveva torto, perché Enrico stava attaccando la Chiesa cattolica, ma tutti gli altri hanno più o meno ragione in quello che attaccano.

 

«Inoltre, il sinistrismo è abitualmente incline a collaborare con le rivoluzioni con i non-sinistrorsi solo per poi tradirli in seguito. Il sinistrismo è totalitario per natura – infatti è una religione sostitutiva, il bisogno di credere nella quale farà sì che anche seguaci onesti condonino i crimini più indecenti dei loro leader».

 

E così ha iniziato con la delinquenza del sinistrismo, e finisce con la delinquenza del sinistrismo, quindi sa che il sinistrismo non è una risposta – sta protestando contro il sinistrismo, sta protestando contro i socialisti di Franklin Delano Roosevelt, i socialisti assistenzialisti di FDR e il loro Stato assistenziale, il loro Stato assistenziale tecnologico-industriale.

 

È un altro gradino più in basso, poveretto – se solo potessei avesse saputo tornare alla fede.

 

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Immagine screenshot da YouTube

 

 

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