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Geopolitica

Gheddafi sta stornando. Sul serio

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Gheddafi sta tornando, e la Libia è pronta ad accoglierlo a braccia aperte.

 

Non si tratta di Muhammar, che è difficile che torni dal Regno dei Morti (con buona pace di coloro che credono sia vivo, nascosto magari in un lussuoso sobborgo di Mosca con altri dittatori dalla pubblica morte simulata). Si tratta del figlio Saif al-Islam Gheddafi.

 

Il New York Times il mese scorso ha pubblicato un lungo e dettagliatissimo reportage che va ben oltre l’ardita intervista con il rampollo Gheddafi per offrire un quadro della Libia davvero importante per chiunque, come gli italiani, viva a poca distanza dalla polveriera libica. Inutile cercare analisi, o anche solo l’eco, di quello che viene detto nel pezzone del NYT sui media italiani.

 

Si tratta di un grande reportage, contente forse più di uno scoop.

 

In Italia e nei suoi giornali troppi sono gli interessi pubblici e privati (o meglio, semi-privati) in una situazione instabile dove il sistema Paese italiano certo non ha brillato per le sue scelte, scommettendo talvolta sul cavallo sbagliato, e creando una voragine di influenza un tempo impensabile, dove si sono posizionati la Turchia, la Russia, l’Egitto, gli Emirati, e finanche il Qatar e Francia e Regno Unito. Del resto ogni tanto bisogna ricordare a noi stessi che il ministro degli Esteri è Luigi Di Maio.

 

Il pezzo del NYT è un esempio  di immenso giornalismo di inchiesta. Mesi e mesi di lavoro dell’inviato, su e giù per la Libia a parlare con capi tribali, ministri, miliziani e uomini della strada. Al giornalista Robert F. Worth, soprattutto, è consentito di incontrare Saif Gheddafi (che nessun giornalista occidentale vedeva da dieci anni) in una ricca villa che sembra appena arredata, dove il figlio del dittatore parla con franchezza del futuro suo e del Paese, due cose che sembrano destinate a divenire una sola.

 

Saif Gheddafi prima del 2011 agiva come volto internazionale del regime tripolino. Era accettato nelle cerchie mondialiste, specie londinesi – aveva acquisito un inglese impeccabile con gli studi alla London School of Economics. Aveva fatto dichiarazioni sorprendenti, come quando disse che in Libia non c’era democrazia, e non intendeva essere un complimento a suo padre. Non aveva ruoli precisi all’interno dello Stato libico, tuttavia il padre gli aveva dato incarichi delicatissimi come le riparazioni per la bomba che disintegrò il volo Pan Am 103 sopra Lockerbie. Si dice che egli possa aver avuto un ruolo nella decisione del padre di smantellare le armi di distruzione di massa (di fatto, la scelta più stupida possibile, che gli è costata con probabilità la morte e l’esplosione del suo Paese).

 

«Hanno violentato il paese, è in ginocchio. Non ci sono soldi, nessuna sicurezza. Non c’è vita qui. Vai alla stazione di servizio: non c’è diesel. Esportiamo petrolio e gas in Italia – stiamo illuminando mezza Italia – e qui abbiamo blackout. È più di un fallimento. È un fiasco».

Tuttavia, quando scoccò l’ora fatale della primavera araba in suolo libico, Saif partecipò alla repressione del regime, che fu certo violenta. Quando il ghedaffismo ebbe la peggio, Saif invece di essere giustiziato venne rapito da una milizia indipendente, che lo preservò dalle attenzioni di altre fazioni ribelli portandolo nella loro regione di origine, le montagne di Zintan. Fu prigioniero per lungo tempo, anche dopo le elezioni libiche del 2012.

 

Seguirono anni di caos e sangue. Milizie armate devastano città e villaggi, compare perfino un mini-califfato ISIS sulla costa.

 

«Lentamente, i libici hanno iniziato a pensare in modo diverso a Saif al-Islam, che profetizzò la frammentazione della Libia nei primi giorni della rivolta del 2011. Ci sono state segnalazioni che era stato liberato dai suoi rapitori, e anche che stava progettando di candidarsi alla presidenza. Ma nessuno sapeva dove fosse». Era a Zintan, assieme ai suoi nemici ora alleati. Da prigioniero a principe in attesa. «Riesci a immaginare? Gli uomini che erano le mie guardie ora sono miei amici». R

 

All’epoca qualcuno parlava del fatto che Saif fosse ancora vivo forse perché sapeva dove era nascosto, e magari poteva disporre, del famoso «tesoro di Gheddafi». Renovatio 21 rammenta figure che erano alla febbrile ricerca di questa quantità infinita di danari, da riconsegnare alla Libia, alla banche o chissà a chi. Il tesoro, infine, parrebbe non essere stato trovato.

 

Il giornalista nota che a Saif mancano il pollice e l’indice destro, che sostiene essere stati amputati in un attacco aereo nel 2011. Dice inoltre di non essere più prigioniero, e di star preparando il suo ritorno sulla scena politica.

 

«Saif ha sfruttato la sua assenza dalla vita pubblica, osservando le correnti della politica mediorientale e riorganizzando silenziosamente la forza politica di suo padre, il Movimento Verde. È timido sul fatto che si candiderà alla presidenza, ma crede che il suo movimento possa ripristinare l’unità perduta del Paese». Qui il New York Times fa un implicito riferimento al populismo di Trump.

 

Può essere che si senta tradito dagli italiani, che in fine dei conti erano grandi alleati del padre?  Significa che se salisse al potere, Saif farà una politica anti-italiana, a partire dalla questione energetica?

Un messaggio contro i politici che, tra corruzione e incompetenza, hanno portato il Paese alla miseria e alla violenza, cioè l’esatto contrario di quello che era la Libia di Gheddafi senior.

 

«Hanno violentato il paese, è in ginocchio. Non ci sono soldi, nessuna sicurezza. Non c’è vita qui. Vai alla stazione di servizio: non c’è diesel. Esportiamo petrolio e gas in Italia – stiamo illuminando mezza Italia – e qui abbiamo blackout. È più di un fallimento. È un fiasco».

 

Già qui, ci sarebbe mezzo scoop per gli Italiani. A cosa si riferisce il rampollo? Può essere che si senta tradito dagli italiani, che in fine dei conti erano grandi alleati del padre (che arrivò a piazzare l’immagine di Berlusconi che stringe la mano al Rais come grafica di tutti passaporti libici)? Significa che se salisse al potere, Saif farà una politica anti-italiana, a partire dalla questione energetica?

 

«Nonostante lo status di fantasma di Saif , le sue aspirazioni presidenziali vengono prese molto sul serio

Non sono questioni di poco conto per il nostro Paese. Chi si occupa di combustibile, di economia, di tenuta del Paese, leggendo questa dichiarazione dovrebbe sobbalzare dalla sedia.

 

Anche perché l’analisi pare condivisa sia dal giornale di Nuova York che dal popolo libico: «Dieci anni dopo l’euforia della loro rivoluzione, la maggior parte dei libici probabilmente sarebbe d’accordo con la valutazione di Saif».

 

Non si tratta di un miraggio. Gheddafi junior ha delle concrete possibilità di arrivare al potere.

 

«Nonostante lo status di fantasma di Saif , le sue aspirazioni presidenziali vengono prese molto sul serio. Durante i colloqui che hanno formato l’attuale governo libico, i sostenitori di Saif sono stati autorizzati a partecipare e finora hanno manovrato abilmente per respingere le regole elettorali che gli avrebbero impedito di candidarsi».

 

Racconta il giornalista americano:

 

«Per molti libici, il ritorno di Saif al-Islam sarebbe un modo per chiudere la porta a un decennio perduto»

«Ero in Libia solo da pochi giorni quando sono entrato in un’area di servizio autostradale e mi sono ritrovato a guardare un discorso del colonnello Muammar el-Gheddafi degli anni ’80, trasmesso dal canale televisivo del Movimento dei Verdi con sede al Cairo. Una notte all’iftar del Ramadancena a Tripoli, ho chiesto a quattro libici poco più che ventenni chi avrebbero scelto come presidente. Tre di nome Saif al-Islam. Un avvocato libico mi ha detto che i suoi sforzi informali per valutare l’opinione pubblica suggeriscono che otto o nove libici su 10 voterebbero per Saif».

 

Un voto di protesta che, come abbiamo visto in vari Paesi del mondo, potrebbe diventare una frana irresistibile.

 

È «peculiare che il figlio di Muammar el-Gheddafi – lo stesso uomo che ha promesso “fiumi di sangue” in un discorso del 2011 – è ora visto da molti come il candidato presidenziale con le mani più pulite».

 

«I limitati dati dei sondaggi in Libia suggeriscono che un gran numero di libici – fino al 57 percento in una regione – esprimono “fiducia” in lui. Un omaggio più tradizionale alla vitalità politica di Saif è arrivato due anni fa, quando si dice che un rivale abbia pagato 30 milioni di dollari per farlo uccidere. (Non era il primo attentato alla sua vita.)».

 

«Per molti libici, il ritorno di Saif al-Islam sarebbe un modo per chiudere la porta a un decennio perduto».

 

«Tutta la Libia sarà distrutta. Ci vorranno 40 anni per raggiungere un accordo su come governare il Paese, perché oggi tutti vorranno essere presidente, o emiro, e tutti vorranno governare il Paese»

Attorno a Saif, quindi, si sta agglutinando un gruppo di potere, oltre che al consenso popolare. Di più: un mito, una narrazione.

 

Non solo. Anche la geopolitica si sta muovendo attorno a lui.

 

«Una vittoria per Saif sarebbe certamente un trionfo simbolico per gli autocrati arabi, che condividono il suo odio per la primavera araba. Sarebbe accolto anche al Cremlino, che ha rafforzato uomini forti in tutto il Medio Oriente e rimane un importante attore militare in Libia, con i propri soldati e circa 2.000 mercenari ancora sul campo. “I russi pensano che Saif potrebbe vincere”, mi ha detto un diplomatico europeo con una lunga esperienza in Libia. Saif sembra avere altri sostenitori stranieri».

 

Questo nonostante egli sia ricercato per crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale per i fatti del 2011. Non che i processi lo spaventino: È stato processato in un procedimento separato a Tripoli nel 2015, facendo apparizioni tramite collegamento video da una gabbia a Zintan, ed è stato condannato a morte per fucilazione. Secondo la legge libica, ci sarà un ricorso.

 

I libici ricordano ancora un suo discorso televisivo del 20 febbraio 2011, a tre giorni dalla prima protesta della Primavera Araba libica, partita da Bengasi. Invece che fare concessioni e intavolare discorsi para-occidentali su democrazia e diritti umani, accusò la protesta, dicendo che era ordita dagli oppositori libici all’estero ed era portata avanti da tossicodipendenti e criminali. Poi fece una profezia che i libici ricordano tutti benissimo: a causa delle sue radici tribali, la Libia è diversa dall’Egitto e dalla Tunisia, quindi potrebbe facilmente frantumarsi in mini-stati ed emirati. Nel discorso preconizzava la guerra civile, i confini infranti, la migrazione di massa.

 

«Tutta la Libia sarà distrutta. Ci vorranno 40 anni per raggiungere un accordo su come governare il Paese, perché oggi tutti vorranno essere presidente, o emiro, e tutti vorranno governare il Paese».

 

«Quello che è successo in Libia non è stata una rivoluzione. Puoi chiamarla guerra civile o giorni di malvagità. Non è una rivoluzione»

Il discorso all’epoca peggiorò le cose. I  rivoltosi lo interpretarono come la caduta definitiva della maschera della famiglia Gheddafi. La Jamahiriya era irriformabile.

 

Oggi invece è difficile non vedere quanto le cose che disse si sono avverate. Così la pensano molti libici, dopo questo «decennio perduto» tra guerre civili e milizie islamiche sempre più prepotenti.

 

«Quello che è successo in Libia non è stata una rivoluzione. Puoi chiamarla guerra civile o giorni di malvagità. Non è una rivoluzione». Anche qui, il realismo non fa difetto al ragazzo.

 

Saif accusa Barack Obama di essere l’uomo che ha davvero distrutto la Libia, e il NYT amette che «potrebbe essere vero». Lo stesso Obama, nel 2016, dichiarò che l’attacco alla Libia, che di fatto equivaleva a permettere il suo crollo, fu il suo più grande errore. In Libia gli americano hanno fatto peggio che in Afghanistan, Hanno fatto collassare lo Stato, ma senza assumersi alcuna responsabilità: anzi, quando il gioco si è fatto davvero duro, con l’assassinio dell’ambasciatore J. Christopher Stevens a Bengasi (che, di racconta, fu trovato impalato) mollarono definitivamente i libici al caos che gli USA stessi avevano contribuito ad ingenerare.

 

Gheddafi jr ne ha anche per Recep Tayyip Erdogan: «Prima era con noi e contro l’intervento occidentale»., C’è nell’articolo anche un accenno a Nicolas Sarkozy, definito «attore straniero opportunista». Il giornale non lo dice, ma Sarkozy fu sospettato di aver spinto per la guerra in Libia anche a causa di imbarazzanti voci di finanziamenti di Gheddafi riguardo la campagna elettorale presidenziale del 2007: Saif nel 2018 dichiarò ad Euronews che «l’ex presidente Sarkozy è responsabile del caos, della diffusione del terrorismo e del traffico di esseri umani in Libia». Mentre Erdogan ora è da considerarsi il protettore militare del governo di Tripoli, dove ha scalzato il ruolo di Roma in vari settori, arrivando a far sgomberare un ospedale italiano per far posto ai suoi miliziani, che sono, si dice, tagliagole veterani del macello siriano.

 

In un Paese con lo Stato collassato, comando tribù e milizie – che chiamano meno spregiativamente kataib, brigate. E cioè clan familiari, alcuni dei quali in grado di compiere atrocità senza fine

L’intero appeal pollitico di Saif si riflette nella sua analisi veritiera della Libia come Stato in perenne collasso. «Non è nel loro interesse avere un governo forte»,  dice dei governi che si alternano. «Ecco perché hanno paura delle elezioni. Sono contrari all’idea di un presidente. Sono contro l’idea di uno Stato, un governo che ha la legittimità derivata dal popolo».

 

In un Paese con lo Stato collassato, comando tribù e milizie – che chiamano meno spregiativamente kataib, brigate. E cioè clan familiari, alcuni dei quali in grado di compiere atrocità senza fine.

 

Per esempio a Tarhuna, una cittadina agricola a circa un’ora di macchina a sud-est della capitale, comandava la milizia dei fratelli Kani. Alla fine, la loro kataib è stata cacciata. Dal  giugno dello scorso anno, quando i Kani se ne sono andati,  i residenti hanno iniziato a trovare resti umani vicino a un uliveto ai margini della città.

 

Le squadre di scavo hanno scoperto i corpi di 120 persone, ma vi sono anche altre fosse comuni. Più di 350 famiglie hanno denunciato la scomparsa di parenti. Le vittime includevano donne e bambini, ad alcuni dei quali hanno sparatoi fino a 16 volte.

«Per molti libici, Saif era diventato una specie di fantasia nazionale collettiva, un sogno di salvataggio»

 

«Quando le loro storie sono emerse, si è aperta una finestra su un bizzarro regno del terrore che è durato per quasi otto anni. Nessuno ha fatto nulla per fermare i Kani, perché si sono resi così utili a tutti nella classe politica libica, alleandosi prima con i capi politici di Tripoli e poi con Haftar. Il loro regno ha trasformato Tarhuna in uno stato di polizia con echi di Gheddafi: sei fratelli hanno messo il loro marchio su tutto e hanno terrorizzato la loro gente, tutto in nome della rivoluzione».

 

E in questa situazione che Saif è diventato un miraggio benevolo per tutta la popolazione della Libia.

 

«Per molti libici, Saif era diventato una specie di fantasia nazionale collettiva, un sogno di salvataggio – scrive Worth – il suo mistero sarebbe un balsamo per loro. Vorrebbero credere che fosse cambiato e che avesse imparato. Dopo tanti anni di delusioni, erano alla disperata ricerca di un salvatore. “Penso che la gente speri in una storia di redenzione”, mi è stato detto da un avvocato libico».

 

Riassumendo: Gheddafi sta tornando – e la cosa potrebbe sconvolgere gli equilibri mediterranei e non solo. L’Italia non se ne sta nemmeno accorgendo. Del resto, che ci volete fare: la diplomazia è in mano a Giggino Di Maio, e non si tratta di una «fantasia nazionale collettiva», ma dell’amara realtà.

 

Una realtà che, una volta di più, potrebbe costarci carissimo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Geopolitica

La Russia effettua testa missili vicino alle isole Curili fra le proteste giapponesi

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La Marina russa ha effettuato con successo un test missilistico nei pressi delle isole Curili, ha dichiarato la Flotta del Pacifico.

 

Il test arriva una settimana dopo che il Giappone ha protestato energicamente contro la prima visita in assoluto del presidente russo Vladimir Putin nell’arcipelago, parzialmente rivendicato da Tokyo.

 

Il test missilistico, avvenuto vicino alle isole Curili meridionali, ha coinvolto l’incrociatore lanciamissili Varyag, il sottomarino a propulsione nucleare Omsk e un sistema missilistico superficie-nave Bastion a base terrestre, ha dichiarato giovedì la Flotta russa del Pacifico in un comunicato.

 

Secondo quanto riferito dalla flotta, sono stati sparati diversi tipi di munizioni contro un bersaglio che simulava navi nemiche a una distanza di circa 300 km (186 miglia), utilizzando i dati di puntamento forniti dall’aviazione navale. I dati oggettivi di controllo hanno confermato la distruzione di tutti gli obiettivi, è stato sottolineato.

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Il ministro degli Esteri giapponese Toshimitsu Motegi ha reagito alle esercitazioni dichiarando ai giornalisti che Tokyo «non può tollerare mosse [della Russia] volte a rafforzare la potenza militare sulle quattro isole settentrionali, perché contrastano con la posizione del nostro Paese» sui territori contesi.

 

In precedenza, l’agenzia di stampa Kyodo aveva riferito che il Giappone aveva presentato una protesta alla Russia dopo che Mosca lo aveva informato del prossimo test missilistico la scorsa settimana.

 

Martedì, il ministero degli Esteri russo ha convocato l’ambasciatore di Tokyo a Mosca per esprimere una ferma protesta contro le «dichiarazioni anti-russe» della leadership giapponese.

 

Dopo la visita di Putin a Iturup, la più grande delle isole Curili, il 13 agosto, il primo ministro giapponese Sanae Takaichi ha definito il viaggio «assolutamente inaccettabile» e ha affermato che «ferisce i sentimenti del popolo giapponese». Anche Motegi ha rilasciato una dichiarazione, sostenendo che le quattro isole più meridionali dell’arcipelago «sono parte integrante del territorio giapponese sia storicamente che secondo il diritto internazionale».

 

Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato di aver informato l’inviato giapponese che «la sovranità e la giurisdizione della Russia sulle isole Curili meridionali sono inviolabili. Questi territori sono stati trasferiti al nostro Paese dopo la Seconda Guerra Mondiale, come sancito dai relativi accordi delle Potenze Alleate e dalla Carta delle Nazioni Unite».

 

«Qualsiasi tentativo da parte giapponese di mettere in discussione, direttamente o indirettamente, questa ovvia realtà è categoricamente inaccettabile e illegittimo», ha aggiunto.

 

Il ministero ha avvertito che Mosca «si riserva il diritto di adottare contromisure appropriate» in risposta all’adesione del Giappone alle sanzioni occidentali contro la Russia e al suo sostegno all’Ucraina.

 

Le isole Curili, che si estendono dalla Kamchatka all’Hokkaido in Giappone, passarono sotto il controllo sovietico dopo la sconfitta di Tokyo nella seconda guerra mondiale e furono successivamente incorporate nell’URSS. Le autorità giapponesi, tuttavia, continuano a rivendicare le isole di Iturup, Kunashir, Shikotan e Habomai, che chiamano «Territori del Nord».

 

Questa disputa è stata il principale ostacolo alla firma di un trattato di pace formale tra Mosca e Tokyo negli ottant’anni trascorsi dal conflitto.

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Le Isole Curili formano un arcipelago vulcanico di oltre 50 isole tra Hokkaido (Giappone) e la penisola della Kamchatka (Russia), separando il mare di Ochotsk dal Pacifico. Originariamente abitate dall’antica popolazione degli Ainu, furono oggetto di contesa tra Russia e Giappone già nel XIX secolo.

 

Nel 1855 il Trattato di Shimoda assegnò al Giappone le quattro isole meridionali (Iturup/Etorofu, Kunashir/Kunashiri, Shikotan e Habomai), mentre le settentrionali andarono alla Russia. Nel 1875, con il Trattato di San Pietroburgo, il Giappone ottenne l’intero arcipelago in cambio di Sachalin. Dopo la guerra russo-giapponese (1905) le Curili rimasero giapponesi.

 

Nel 1945, in base agli accordi di Yalta, l’URSS entrò in guerra contro il Giappone e occupò tutte le isole, deportando circa 17.000 abitanti nipponici. Il Trattato di San Francisco (1951) vide il Giappone rinunciare alle Curili, ma senza specificare i confini e senza la firma sovietica. Da allora Mosca controlla l’arcipelago (parte dell’oblast’ di Sachalin), mentre Tokyo rivendica le quattro isole meridionali come «Territori del Nord», impedendo la firma di un trattato di pace formale.

 

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Geopolitica

Trump dichiara Ormuzzo «nuovo territorio USA»

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L’Iran ha definito il presidente americano Donald Trump «delirante» dopo che questi ha proclamato lo Stretto di Ormuzzo «nuovo territorio statunitense».   Trump ha avanzato la rivendicazione sulla strategica via navigabile, che resta fortemente interrotta a causa della situazione di stallo in corso, in un post su Truth Social martedì. Il presidente degli Stati Uniti ha condiviso una mappa dello stretto e delle aree circostanti con una zona cerchiata e etichettata come «Nuovo territorio degli Stati Uniti».   Il post ha immediatamente suscitato una reazione a Teheran, con il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi che ha condannato i «deliri» di Trump e ha avvertito che l’Iran li avrebbe «corrette». Allo stesso tempo, ha elogiato Trump per essere riuscito a «scrivere correttamente il nome dell’eterno Golfo Persico», riferendosi apparentemente alle presunte intenzioni del presidente statunitense di ribattezzare il corso d’acqua «Golfo Arabo».   Come riportato da Renovatio 21, l’idea dello Stretto ermisino come territorio USA era stata dichiarata già pochi giorni fa ad un evento a Garden City, nello Stato di Nuova York.

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L’affermazione era stata derisa dal viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi che aveva parlato di «fantasiose illusioni».   «Una volta per tutte, accettate la realtà: fino ad ora avete subito pesanti sconfitte strategiche; lo Stretto di Ormuzzo è stato iraniano, è iraniano e rimarrà iraniano», ha dichiarato il viceministro Gharibabadi in un post su X sabato, aggiungendo che il canale «sarà chiuso e aperto solo su comando dell’Iran, e finché non accetterete la realtà della sconfitta e non cesserete le vostre illusioni, l’Iran continuerà a far rispettare il blocco». Ormuzzo «non può essere conquistata con un tweet, né con una portaerei, né con un ordine, né con un discorso elettorale» ha dichiarato il funzionario diplomatico di Teheran, sottolineando che l’Iran«non teme le minacce né si lascia intimidire dalle dimostrazioni di potere».   Lo scambio avviene mentre i negoziati tra Washington e Teheran restano in una fase di stallo, e la finestra di due mesi per raggiungere la pace è scaduta lunedì. Poco dopo aver rivendicato lo Stretto ermisino, Trump ha confermato che «non sono in corso né programmati colloqui o conversazioni» con l’Iran. «Il blocco navale rimane pienamente in vigore. Lo Stretto di Ormuzzo è aperto e operativo. Tutte le mine marine sono state rimosse o fatte brillare», ha affermato il presidente statunitense in un successivo post su Truth Social.   Lunedì Trump ha minacciato di attaccare l’Oman, alleato degli Stati Uniti, e di «bombardarlo senza pietà» qualora questo «ostacolasse» il suo presunto tentativo di porre fine al conflitto con l’Iran. Mentre Mascate ha svolto un ruolo di primo piano nella mediazione dei colloqui tra Stati Uniti e Iran, ha condotto negoziati paralleli con Teheran per la creazione di un meccanismo congiunto di gestione dello Stretto ormusino.   L’Iran sta cercando di imporre pedaggi permanenti per il transito sicuro attraverso lo stretto e ha raggiunto un’intesa con l’Oman in merito, ha dichiarato lunedì il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei. Gli Stati Uniti si sono pronunciati a favore dell’imposizione di pedaggi all’Iran per il transito attraverso lo stretto, segnalando che continueranno a bloccare i porti iraniani a tempo indeterminato finché l’Iran non rinuncerà a tale richiesta.

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Gli Emirati Arabi dicono di essere stati colpiti da missili iraniani: rapporti economici interrotti

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Gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato l’Iran di aver lanciato due missili balistici nella loro direzione martedì, mentre il periodo di due mesi destinato ai colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran si è concluso senza progressi rilevanti. In seguito all’episodio, Abu Dhabi ha annunciato la sospensione di tutte le transazioni commerciali e finanziarie con Teheran.

 

Il presunto incidente è stato segnalato dal ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti e dall’Autorità nazionale per la gestione delle emergenze, delle crisi e dei disastri (NCEMA). Le agenzie non hanno precisato se i missili in arrivo siano stati abbattuti. I militari hanno dichiarato che uno di essi è caduto all’interno delle acque territoriali del Paese, mentre il secondo è atterrato al di fuori di esse.

 

Nel corso della giornata il ministero della Difesa ha affermato che i proiettili sembravano aver colpito «navi marittime». Il ministero non ha specificato se le imbarcazioni presumibilmente prese di mira si trovassero nelle acque territoriali o internazionali del Paese.

 

Poco dopo che l’esercito degli Emirati Arabi Uniti ha fornito un aggiornamento sulla sua valutazione del presunto attacco, il Ministero degli Esteri ha annunciato la sospensione di tutti gli scambi commerciali e le transazioni con l’Iran a seguito dell’incidente.

 

«Alla luce dell’escalation regionale che ha minato la pace e la sicurezza regionali e internazionali, tutte le attività, gli scambi commerciali e le transazioni finanziarie con l’Iran sono stati sospesi fino a nuovo avviso», ha dichiarato il ministero in un comunicato.

 

L’Iran non ha commentato pubblicamente le accuse. Al culmine della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, Teheran ha ripetutamente preso di mira la nazione del Golfo, accusandola di aver consentito alle forze statunitensi di utilizzare il suo territorio per lanciare attacchi.

 

L’emittente statale iraniana Press TV ha sostenuto che il bombardamento presentava tutte le caratteristiche di un’operazione israeliana sotto falsa bandiera.

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Il periodo di 60 giorni previsto dal memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per raggiungere un accordo di pace è scaduto lunedì senza che si sia registrata alcuna svolta. Le due parti si sono scambiate ripetutamente attacchi durante il periodo di negoziazione, mentre la navigazione attraverso lo strategico Stretto ormusino è rimasta in gran parte interrotta.

 

Ieri il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato che «non erano in corso né programmati colloqui o conversazioni» con l’Iran. «Il blocco navale rimane pienamente in vigore. Lo Stretto ermisino è aperto e operativo. Tutte le mine marine sono state rimosse o fatte brillare», ha scritto su Truth Social.

 

L’Iran sostiene di controllare il traffico marittimo attraverso quel corso d’acqua e ha ripetutamente segnalato l’intenzione di imporre pedaggi permanenti per garantirne il transito sicuro.

 

Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano (SNSC), ha ribadito la posizione, affermando che il mancato intervento di Washington per la riapertura dello stretto segnala «l’avvento di un nuovo ordine post-americano nel Golfo Persico».

 

«Il divario tra l’incapacità degli Stati Uniti di riaprire lo Stretto di Ormuzzo e la loro pretesa di possederlo è maggiore delle 7.000 miglia di distanza che separano Washington dallo Stretto stesso», ha scritto Rezaei su X.

 

L’escalation si verifica in un contesto di notizie riguardanti una carenza di missili negli Stati Uniti, mentre la portaerei USS Abraham Lincoln, che opera vicino all’Iran, è afflitta da problemi di manutenzione e approvvigionamento. Trump ha sospeso la campagna di bombardamenti contro obiettivi iraniani vicino allo Stretto di Ormuzzo alla fine di luglio, dichiarando di voler lasciare spazio ai negoziati.

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