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Attraverso il rock italiano degli ultimi 30 anni. Intervista a Sergio Carnevale

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Sergio Carnevale è batterista – e membro storico e inamovibile – di una delle band italiane più innovative degli ultimi decenni, i Bluvertigo. Drummer versatile ed eclettico che ha prestato la sua esperienza musicale affiancando artisti del calibro dei Baustelle, Max Pezzali e del Maestro Franco Battiato, Sergio attualmente siede anche dietro ai tamburi di un altro gruppo storico del rock italiano recente, i Marlene Kuntz, accompagnando la band nei live in tutta Italia. Ma la vera sorpresa è la reunion dei Bluvertigo. Un tour che questa estate porta in giro il verbo musicale di questo gruppo, che tanto ha dato alla musica italiana e che ancora ha molto da dare.

 

Con Sergio abbiamo parlato a 360° della sua carriera, della sua musica e del suo batterismo.

 

Attualmente sei in tour con i Marlene Kuntz, avendo preso il posto di Luca Bergia dopo la sua prematura e dolorosa scomparsa. Ci racconti com’è nato il tuo incontro con la band e come ti sei approcciato alla loro discografia nell’adattare il tuo drumming?

Conoscevo i ragazzi già da molto tempo, ma ho approfondito il rapporto con Cristiano Godano anni fa grazie a un progetto parallelo con Federico Poggipollini, lo storico chitarrista di Ligabue. Avevamo messo in piedi questa superband un po’ per gioco: l’idea nostra era coinvolgere colleghi che arrivassero da veri contesti di band, non classici turnisti. Una volta è passato Saturnino, un’altra Max Gazzè… e anche alla voce avevamo diversi cantanti che si alternavano. Cristiano l’ho coinvolto a fare Colpa d’Alfredo di Vasco Rossi e Com’è profondo il mare di Lucio Dalla con Roberto Dell’Era al basso. In questo contesto stimolante ci siamo conosciuti ancor meglio.

 

Dopo il biennio pandemico mi arriva una sua chiamata per chiedermi se fossi disponibile. Feci il provino con loro a Cuneo, ci confrontammo e nacque la collaborazione. Luca non lo conoscevo bene: ci si incontrava ai concerti come con gli altri Marlene, ci salutavamo ma niente più. Così è partita questa nuova avventura.

 

La cosa che mi ha stimolato da subito è il loro approccio, completamente diverso dal mio modo di suonare. Ho fatto tante cose differenti nella mia carriera, ma il bello dei Marlene è che hanno un atteggiamento molto cuneese: sono duri e puri, intensi, determinati e con un mood molto cupo. Ammetto candidamente che non sono mai stato un loro fan, perché non ascoltavo quel tipo di musica e il drumming di Luca l’ho scoperto solo col tempo. Noi abbiamo fatto musica negli stessi anni e con i Bluvertigo ero proiettato verso tutt’altra situazione, per cui loro non rientravano nei miei ascolti, anche se qualche canzone mi piaceva.

 

Quel mondo musicale — dei Marlene, degli Afterhours, dei Karma e delle band di quell’epoca — prendeva ciò che arrivava dall’estero e lo trasformava, con testi in italiano, in qualcos’altro. Devo dire che con il tempo mi sono innamorato della loro musica e li ho capiti davvero solo quando ci sono entrato. All’inizio è un lavoro, ma la verità è che tutto il contesto e quell’atmosfera mi prendono e mi divertono, proponendomi qualcosa di diverso da ciò che stavo facendo; ed è una cosa che mi piace dal punto di vista professionale, perché mi arricchisce.

 

Questo picchiare ed essere così energici è un’attitudine che a sprazzi ho vissuto anche in qualche brano dei Bluvertigo, ma con i Marlene è l’esatto opposto: ci sono magari due lenti in un contesto dove si pesta di brutto, con un sound violento che ti arriva come un pugno nello stomaco. È una situazione bellissima e Cristiano e Riccardo sono bravissimi. Al mio fianco ho Lagash al basso, con cui ho trovato un’intesa basso/batteria molto coesa e — non vorrei peccare di presunzione — abbiamo un suono decisamente esterofilo e particolare.

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Avendovi visto dal vivo confermo questa energia rock che emanate dal palco.

Con Lagash c’è una bellissima alchimia: mi trovo bene, ci divertiamo e ci sorprendiamo a vicenda. In questo tour che celebra l’album Il Vile non c’è più Davide Arneodo per scelte artistiche, ma questa dimensione a quattro è decisamente più definita, molto più focalizzata su certi aspetti. Ci si diverte parecchio.

 

Un’altra cosa che ci tengo a dire su Luca è che quando sono entrato nei Marlene, ho fatto fatica all’inizio a trovare una quadra per interpretare i suoi brani. Dal punto di vista del drumming era davvero fantasioso e stimo moltissimo il suo stile: ha creato groove e soluzioni originali, e ci sono parecchi spunti che ho scoperto e amato soltanto suonandoli.

Va da sé che, mettendomi a studiare i pezzi, ho dovuto rielaborarli a modo mio: non sono un turnista e non potrei mai rifare esattamente ciò che faceva lui… anche perché non ne sarei capace! [ride] Non potrei mai scrivermi le parti e riprodurle alla lettera, non so neanche leggerle e poi non fa proprio per me rifare la stessa identica cosa ogni sera. Io sono fatto così, vado molto a istinto: una volta imparato il pezzo eseguo gli obbligati, la strofa, il ritornello, ma i fill ogni volta li faccio diversi. Questo fa parte da sempre del mio modo di suonare… lo facevo perfino con Max Pezzali, quindi figurati!

 

I Bluvertigo sono la tua band e la parte fondamentale della tua carriera. In questo momento siete in partenza per il tour estivo. Ci racconti questo vostro ritorno sulle scene?

Abbiamo fatto una data il 14 di aprile all’Alcatraz di Milano ed è stato un grosso successo; tutti ne hanno parlato molto bene. Erano tutti lì ad aspettare l’ennesima minchiata, invece è stato un gran bel concerto e abbiamo dimostrato a tutti di essere tornati con un impianto sonoro di un certo tipo e con dei visual che ho curato io personalmente. Una situazione molto bella e professionale. È la mia band, che cosa posso dire? È bello risuonare i pezzi dopo tanti anni, e pur non suonandoli da un po’ ce li hai dentro, ma al contempo certe cose le fai diversamente rispetto a gli anni che furono. Questa cosa la trovo molto bella e abbiamo molta libertà in questo. 

 

Mi muovete nel vostro territorio musicale in libertà.

Nella nuova scaletta ci sono i primi due pezzi che io ho espressamente voluto, perché sono brani molto attuali secondo me, Il dio denaro e Decadenza, visto il momento storico che stiamo vivendo. C’è anche una logica nel titolo del tour che si chiama Essere umani, in un presente dove da una parte la tecnologia sta cambiando tutto e dall’altra le guerre che rendono l’essere umano il peggiore dei peggiori. 

 

Oggi si avverte una disumanizzazione in tanti aspetti del quotidiano, come l’invadenza digitale che subiamo e accettiamo ogni giorno.

Nell’arte possiamo trovare un’ancora di salvezza. La tecnologia fa già parte della nostra vita e sempre più lo sarà, per cui liberarcene sarà impossibile: dovremo conviverci. La fantasia appartiene al nostro essere umani e quella potrà salvarci; per quanto un’AI possa tentare di ricrearla, non è la stessa cosa. Questo aspetto va difeso e preservato.

 

È anche vero che la tecnologia ci aiuterà in una serie di cose, ma ci sarà un controllo sempre più pervasivo, dove noi saremo sempre più dei numeri. Questa cosa mi rattrista molto, ma non ne possiamo fare a meno.

 

C’è anche l’aspetto della tecnologia applicata alla guerra: noi passiamo con uno scroll da un bambino a cui viene sparato in testa a una modella che mostra le sue curve. Ci passa tutto davanti agli occhi in maniera velocissima. Mi sento in balia di situazioni rispetto alle quali, per quanto non possa essere d’accordo, non so cosa possa effettivamente fare io. Posso insegnare a mio figlio a stare attento, spiegargli quello che succede così che possa quantomeno rendersene conto, ma siamo già dentro a tutto questo.

 

Già riuscire a prenderne consapevolezza è un fatto. 

È un primo passo. 

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Tornando ai Bluvertigo, Acidi è basi del 1995 è il vostro primo album in studio e Metallo non metallo (1997) il secondo. Ci racconti come avete lavorato a questi dischi?

Il primo album è un disco in cui io arrivai in corsa e infatti nei credits trovi scritto «con Sergio Carnevale», perché il batterista se ne andò mentre loro erano in studio. Feci delle batterie molto volanti, perché mancavano solo quelle, mentre il resto era tutto fatto. Entro nella band, firmo il contratto con loro e da lì parte tutto.

 

Per Metallo non metallo lavorammo un mese alle registrazioni nello studio Officine Meccaniche di Milano. La cosa molto divertente è che per ogni pezzo c’era «il santino»: in Cieli neri il santino erano i King Crimson e quella era la direzione che volevamo prendere. Ogni pezzo aveva delle situazioni che dovevano essere in qualche modo veicolate idealmente verso quell’ispirazione musicale, senza copiare, ovviamente.

Fu un lavoro molto bello, con tanta sperimentazione: voci fatte dentro i pick up della chitarra, batterie passate dentro gli amplificatori del basso, saturazioni… non c’erano i plug-in, per cui tutto quello che è il suono che siamo riusciti a ottenere è stato frutto di un lavoro di ricerca certosina. Potevamo stare tre ore sul suono di un charleston passato, filtrato ed effettato per poi dire: «è una merda, rifacciamo tutto». È stato divertente e molto stimolante, sia dal punto di vista professionale sia della ricerca del suono. Ho dei ricordi molto belli di Metallo non metallo.

 

Quando registrammo l’album Zero [1999, ndr] avevamo un budget più consistente. Con la vittoria degli MTV Music Award appena conseguita eravamo famosi, ma non siamo mai stati mainstream. Non siamo mai stati una band da centro, ma neanche un gruppo da prima serata nelleTV tv generaliste. Siamo stati sempre un crossover strano, forse un po’ troppo avanti con i tempi e capito troppo tardi. Speriamo che adesso la gente se ne accorga e mi aspetto che venga in tanti ai nostri concerti.

 

Sull’album Zero c’è la mano di David Richards, già al servizio dei Queen, noto produttore discografico e ingegnere del suono.

L’album lo abbiamo mixato nel suo studio, quello dei Queen. Le registrazioni le facemmo in vari studi a Milano e poi, per un mese, siamo andati in quello studio a Montreux a mixare il tutto. David Richards mixò originariamente Always Crashing in the Same Car di Bowie, che noi inserimmo come cover nel nostro album, sempre mixata da Richards. Mi ricordo che c’erano la batteria Ludwig cromata e la batteria elettronica con cui programmavano le basi ritmiche. Ci sono passati tutti i big della musica internazionale lì dentro. Una figata!

 

 

L’assistente di studio ci mostrò un preset che aveva fatto Brian Eno e allora ci siamo detti: «dobbiamo usarlo di default!». Era il periodo in cui era venuto fuori Pro Tools, a cui noi abbiamo fatto una sorta di doppio passaggio: avevamo Pro Tools da una parte che entrava nel banco mixer, per cui c’era il suono digitale e poi quello analogico. Si usavano comunque i nastri per comprimere le batterie, poi passarle sul digitale e quindi ancora sul banco analogico. È stato molto bello perché avevamo la libertà di fare cose diverse ed era veramente sperimentazione e avanguardia della tecnologia.

 

Oggi è più facile fare dischi e ciò ha portato a una quantità ragguardevole di uscite musicali. Con la tecnologia che c’è oggi, a casa puoi incidere tranquillamente un album. Una volta dovevi andare in studio e lo studio costava. Le Officine Meccaniche, all’epoca, costavano 750 mila lire al giorno: erano tanti soldi.

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Zero ha avuto una produzione molto costosa, in un momento in cui l’industria discografica aveva ancora margini economici notevoli.

Da lì in poi le case discografiche si sono fuse l’una nell’altra ed è arrivato lo streaming, facendo crollare le vendite dei supporti fisici; di conseguenza non avevano più quei budget a disposizione. Noi abbiamo goduto di finanziamenti importanti proprio alla fine di quel periodo. Quando i dischi si vendevano, l’industria discografica si poteva permettere cose che poi non ha più potuto fare, per cui tutto si è ridimensionato ed è cambiato.

 

Nel registrare le batterie negli album dei Bluvertigo avevi totale fantasia e creatività nel creare i groove e i fill?

Quando si lavora in gruppo c’è sempre un confronto e quando eseguo una take chiedo sempre il parere agli altri. Ci si confronta, modifico e la risuono in base ai vari suggerimenti finché non esce quella che mette d’accordo tutti.

 

Su La crisi c’è un punto dove si ferma tutto e quello stop è venuto fuori in studio di registrazione mentre stavo facendo la take; non ero convinto di quello che stavo suonando e mi sono fermato con un fill improvvisato talmente bene in battere, per pura casualità, perché non era assolutamente voluto o cercato. Dall’altra parte mi hanno detto: «Figata! Rientra da quel punto in poi» [ride]. Era un errore, ma è talmente incastrato a tempo nel brano che sembra studiato! A volte queste cose capitano in studio.

 

Quando feci il session man per i Baustelle sul disco Amen, uscito nel 2008, c’era il produttore Carlo Ubaldo Rossi che mi diceva: «Metti il piatto qui, il fill qui, fai questa cosa…» e io cercavo di eseguire. Le idee erano sue e io ho suonato come diceva e voleva lui. Poi gli ho detto: «Posso farti una take a mio gusto?». Ho fatto la registrazione senza pensare e mi ha detto: «Stai suonando meglio!». «Eh, grazie al cazzo! Non penso a tutto quello che devo o non devo fare nei vari punti del brano».

 

Tutto ciò rientra in un mio problema e in una mia mancanza: non sono il batterista che si scrive le cose e legge le partiture. Se penso troppo a dove mettere o non mettere quel piatto vado già in agitazione. Nel momento in cui sono libero mentalmente faccio una take che sento più mia. Sta poi al produttore decidere quale usare. Ma l’intuizione, l’espressività, avvengono solo in quel momento, non possono essere dettate da una rigida partitura. Io non funziono così e in quei casi non sono il batterista giusto. Belli i Baustelle, però il mio batterismo è questo.

 

I Bluvertigo hanno vissuto l’ultimo momento dell’industria discografica. Oggi un gruppo come i Bluvertigo potrebbe ripetersi in quello che avete fatto voi? Ci saranno dei nuovi Bluvertigo in futuro?

Ma magari! Quello spazio lì non se l’è acchiappato nessuno, perché quella specie di art-rock libero a trecentosessanta gradi senza guardare il genere, non lo ha fatto ancora nessuno. 

 

Oggi le nuove produzioni appaiono più standardizzate.

Ma anche all’epoca. Noi siamo cresciuti con i Subsonica e loro hanno fatto sempre quella cosa lì che fanno ancora oggi; vanno dritti per la loro strada musicale. Non c’è niente d’improvvisazione. È un loro modo di suonare e un concetto totalmente diverso dal nostro, e non è che uno è giusto e l’altro sbagliato. Loro sono bravissimi, ma hanno il loro modo di essere, che è molto differente dal nostro.

 

 

Anche noi abbiamo sempre avuto le basi, ma abbiamo un atteggiamento punk dettato dal nostro «capitano», che è completamente pazzo, e dall’altra parte questo fa sì che noi siamo cresciuti con quell’atteggiamento, in totale libertà di espressione, che è quello che sto portando avanti adesso anche con i Marlene.

 

Un pezzo dei MK l’ho sempre eseguito in un modo, ma poi dal vivo ci metto dentro una roba, Lagash si gira perché capisce e si mette a ridere e poi mi dice: «Figata!». Mi permetto queste licenze perché mi vengono naturali e devo cercare sempre di divertirmi mentre suono. Mi annoierei a fare sempre la stessa identica cosa.

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Come avete costruito la fanbase dei Bluvertigo? Al tempo non c’erano i social, che oggi sono un fattore determinante per la visibilità.

Radio Popolare passava tutti i gruppi alternativi, mentre a noi ci odiava. Ci consideravano dei fighetti. Facevamo il verso agli anni Ottanta, ma non eravamo solo quello, anche se Andy si metteva le gonne e Marco si truccava. Per cui era un atteggiamento che per loro era eccessivo, perché al tempo c’erano riviste musicali come Rumore o Il Mucchio Selvaggio che, se ti etichettavano come alternativo, ok, sennò eri uno sfigato. Poi c’era la parte mainstream, come potevano essere Tv Sorrisi e Canzoni e il Festival di Sanremo, e noi non siamo mai stati nemmeno quella cosa lì.

 

Per cui è sempre stato difficile venir fuori e abbiamo costruito la nostra credibilità suonando veramente tanto. Quando uscì Metallo non metallo il primo singolo estratto fu Il mio mal di testa. Quel brano venne trasmesso in un momento storico in cui VideoMusic stava scemando e dall’altra parte non c’era più niente. Per cui il videoclip decidemmo di non farlo, perché non sarebbe servito a nulla, e la nostra fortuna è stata che poi arrivò MTV e le cose per noi cambiarono radicalmente. Loro, essendo esterofili e arrivando con uno sguardo più aperto rispetto alle tv nostrane, ci considerarono diversamente.

 

Nel 1998 vincemmo gli MTV Music Award e potevamo essere il fiore all’occhiello della musica italiana nel mondo, perché il nostro sound era internazionale. Quando vincemmo quel premio, in lizza con noi c’erano Vasco Rossi, Ligabue, 99 Posse e Articolo 31 e tutti rappresentavano un sound che all’estero non se lo sarebbero mai cagato. Noi avevamo un’immagine da boy band, apparentemente molto colorata, ma in verità si suonava per davvero.

 

 

Nel 2002 aprite il concerto di David Bowie. 

Quello fu un momento storico. Peccato non avere foto. Ci siamo trovati ad aprire il concerto di Bowie perché il batterista dei Travis si fece male e non poterono esibirsi, così ci trovammo noi ad aprire David Bowie davanti, peraltro, a un pubblico affine alla nostra musica. Bowie, finito il suo show, se ne andò subito perché aveva un impegno a Nizza il giorno dopo. Abbiamo avuto giusto il piacere di un saluto veloce.

 

MTV StoryTellers nel 2008 fu un’altra vostra bella performance in chiave più intima.

Fu un live più acustico e riarrangiammo i brani in quella chiave lì, inframezzati da nostre interviste tra un brano e l’altro. Non fu una novità per noi, in quanto dopo l’uscita di Zero facemmo una situazione analoga, tutta processata attraverso Pro Tools, e i suoni erano esattamente come in studio. Un suono molto freddo e digitale, senza amplificatori sul palco.

 

Per poi passare alla seconda parte di quel tour, dove abbiamo abbandonato tutto e tenuto solo un click in cuffia per lanciare i pezzi, tutto riarrangiato senza sequenze. Molto rock! L’ultima parte, invece, era un ibrido tra le due situazioni sopracitate. Tutto ciò fa parte del nostro essere. No regole!

 

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Com’erano i backstage dei Bluvertigo negli anni Novanta?

Eravamo ragazzi e avevamo una cazzimma completamente diversa. Considera che al tempo di Metallo non metallo avevo ventotto anni e trovarsi in giro a suonare, avere i propri camerini, le fan e tutto quello che ne consegue, erano momenti divertenti e goliardici. Non ci siamo risparmiati, questo lo posso dire [ride].

 

Quando ti intervistai per il mio libro Visti da dietro. La musica raccontata dai batteristi, mi raccontasti di una serata milanese con David Byrne.

C’erano dei miei amici galleristi che organizzarono una mostra di David Byrne a Milano. Essendo loro impegnati, mi chiesero di portare Byrne in giro la sera. Io avevo una vecchia Polo e passai a prendere Marco e Andy e poi caricai lui. Abbiamo passato una settimana dove lo abbiamo accompagnato per concerti, locali e serate varie. 

 

Nel 2001 partecipate a Sanremo con il brano L’assenzio. Come arrivaste al Festival?

A noi di Sanremo non ce ne fregava niente, perché avevamo già la nostra considerazione e per noi era solo una vetrina. Arrivammo con un pezzo che trovo attuale ancora oggi. Da una parte sono orgoglioso di essere arrivato ultimo, ma dall’altra non ci ha fatto bene, perché il brano è molto forte e forse un po’ troppo avanti per i tempi. Andò come andò.

 

Alla nostra seconda partecipazione, nel 2016, portammo una canzone che s’intitola Semplicemente, un pezzo che io non ho mai amato, però Marco era in fissa con quel brano. Secondo me lo facemmo anche un po’ troppo in fretta. In questo tour quel brano non c’è in scaletta.

 

Prima abbiamo citato la tua collaborazione con i Baustelle. Come ti sei trovato con loro e con il loro leader Francesco Bianconi? 

Quello che ti posso dire è che loro sono molto bravi, Amen è un bel disco e Francesco è molto bravo nella scrittura. I pezzi, dopo un po’, risultano sempre quella roba lì. Loro, per scelta, hanno quel sound ben delineato e lo portano avanti. Non c’è rock ‘n roll, è tutto fottutamente mentale, per cui le cose sono sempre le stesse. Almeno quando ci ho suonato io era così.

 

Nel tempo poi non ci siamo più visti, ma adesso so che hanno una bella band e spero che un’evoluzione ci sia stata. All’epoca soffrivo un po’ del fatto che suonavamo troppo legati: «Sleghiamoci un attimo, usciamo un minimo dal seminato…». Le cose invece erano tutte molto diritte e inquadrate. È il loro modo di essere, alla fine. Non è una critica.

 

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Come mai, secondo te, si è esaurito il decennio del rock italiano anni Novanta?

I Baustelle, i Verdena – grande band – sono quello che è venuto dopo quel decennio. Non saprei dirti, le cose sono andate come sono andate e c’è stata una deriva verso l’hip hop e la trap di oggi, tutta ’sta merda che comunque ha scassato le balle per tanti anni e che ora si sta ridimensionando.

 

Spero e credo che ci siano delle nuove leve di giovani ragazzini che inizino a guardare a quel passato che rappresentavamo noi come a un esempio da cui poter trarre qualche spunto interessante.

 

Suoni all’Heineken Jammin’ Festival sia con i Bluvertigo sia con i Baustelle. Un palco importante.

Nel 2008 con i Baustelle suonammo prima dei Police. Nell’edizione del 1999 con i Bluvertigo c’era un cartellone da urlo: noi, Placebo, Hole, Blur e Marilyn Manson all’apice della sua popolarità. Nel 1997 aprimmo un concerto dei Tears for Fears, abbiamo aperto agli Oasis nel 1996…

 

Che sensazioni avevi in un palco così grande e importante come quello del Jammin’ Festival?

Beh, ti caghi anche un po’ sotto e intorno a te hai dei super professionisti e dei tuoi miti. Devi cercare di fare bella figura e non fare figure di merda. Ammetto che c’era un po’ di tensione, anche perché tutto viene allestito in maniera molto veloce e devi sperare che tutte le cose funzionino. Una serie di stress non indifferenti. Una volta che sei su parti e via! È un momento bello intenso.

 

Tu collabori con Max Pezzali in studio incidendo alcuni brani nel disco Terraferma del 2011 e facendo quattro tour con lui. Come arrivi a suonare con Max?

Ci arrivai tramite Pierpaolo Peroni, perché era il braccio destro di Cecchetto, il quale lavorava con Max. Volevano cambiare la band, dove tra l’altro avevano dei turnisti di prim’ordine.

 

Ricordo questi live con un’attitude da sessionman – come ti dicevo prima – senza l’anima. Va bene che è Pezzali, ma tutto è impacchettato, tutto perfetto, tutto sempre allo stesso modo e non c’è mai niente fuori posto. Questo modo di suonare lo trovo distante dal mio essere ed è tutto quello che non mi rappresenta.

 

Se penso a quando suonavo Hanno ucciso l’uomo ragno, il fill non era mai uguale: lo facevo sempre sullo stesso punto, ma ogni sera era diverso, anche perché non me lo ricordavo. Posso ricordarmi uno stop, ma non esattamente il tipo di fill. Mi piace avere questo mio atteggiamento e mi gasa questa cosa.

 

Max Pezzali è una persona meravigliosa, di una simpatia indicibile. È stato sicuramente un gran bel lavoro, molto professionale, con palchi enormi e una produzione di livello superiore: la mensa che viaggiava con noi, un palco di venticinque metri…

 

In studio come ti sei trovato invece?

Il pezzo era quello e lo dovevo suonare in quel modo; scelgono la take migliore e via. Citando i Bluvertigo ti dico che «sono come suono».

 

Quando ci siamo incontrati l’ultima volta mi dicesti che voi Bluvertigo avete delle registrazioni inedite con Franco Battiato.

C’è un lavoro che speriamo prima o poi venga alla luce. Le registrazioni risalgono al 2002 e noi suonammo i suoi pezzi con lui alla voce, mentre lui cantò Altre forme di vita con noi. Meraviglioso.

 

 

Francesco Rondolini

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 Immagine di Angela_Anji via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0.

 

 

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Dalla scherma mondiale alla chitarra dei Bluvertigo. Intervista a Livio Magnini

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Livio Magnini è un musicista, chitarrista e produttore italiano, conosciuto dal grande pubblico soprattutto per essere un membro dei Bluvertigo. Prima ancora della musica, però, ha vissuto un percorso sportivo prestigioso: giovane promessa della scherma italiana, ha raggiunto importanti risultati a livello internazionale fino a entrare nella Nazionale, prima di scegliere di seguire l’altra sua grande passione, la musica.   Chitarrista dalla forte impronta tecnica e sperimentale, Magnini ha contribuito al suono dei Bluvertigo a partire dalla metà degli anni Novanta, partecipando alla realizzazione di alcuni dei dischi più innovativi della scena italiana di quel periodo, tra cui Metallo non metallo e Zero. Parallelamente ha sviluppato una profonda conoscenza della tecnologia musicale, diventando anche produttore, arrangiatore e un professionista molto apprezzato in studio.   Nel corso della sua carriera ha collaborato con numerosi artisti e oggi continua il suo percorso con i Bluvertigo in una nuova fase definita dallo stesso Magnini come una vera e propria rinascita della band. Lo abbiamo incontrato ad Assisi, dove, prima del concerto, ha concesso un’intervista ai lettori di Renovatio 21.   Sei stato un giovane campione di scherma con ottimi risultati in campo internazionale, arrivando a conquistare un secondo posto ai Campionati Europei juniores. Ci racconti questa tua esperienza? Ho fatto i Mondiali a Denver, in Colorado, e a Gouda, in Olanda, dove sono arrivato quinto nella categoria Under 16. Sono poi entrato in Nazionale A ed ero nei sette preolimpici e proprio in quel momento, quando ormai avevo appeso la chitarra al chiodo e impugnato la sciabola – con ottimi risultati, peraltro – è successo che ho incontrato Morgan. Insegnavamo nello stesso studio, io programmazione effetti e lui musica d’insieme. Mi ha proposto di entrare nei Bluvertigo per sostituire Marco Pancaldi alla chitarra. Ho avuto un attimo di smarrimento, perché ho dovuto pensare davvero bene a quello che avrei scelto: la scherma è stata una parte essenziale della mia vita. Sono stato quattordici anni in Nazionale e l’ho praticata per diciassette anni.   Ieri abbiamo suonato a Napoli e mi sono venuti a trovare i miei ex compagni di squadra, tra cui gli olimpionici Gigi Tarantino, Raffaello Caserta e Roberto Napoli. Mi ha fatto molto piacere e mi hanno ricordato che agli allenamenti, nella sacca da scherma, mettevo la chitarra! Mi prendevano in giro e mi chiamavano «Giovanni con la chitarra», come il personaggio di un film. Sono molto contenti di questo cambiamento che ho fatto, vedendo i risultati di oggi.   Quando mi sono licenziato dalle Fiamme Oro – il gruppo sportivo della Polizia di Stato – ho comunicato alla Federazione che pensavo di fermarmi; hanno subito pensato a una strategia per portarmi comunque alle Olimpiadi, perché le riserve non erano ancora state scelte definitivamente. Mi sono presentato al presidente della Federazione e gli ho detto: «Vorrei sfatare immediatamente tutta questa cosa. Io sto smettendo di fare questa disciplina sportiva». Tutti mi consideravano un pazzo, specie quelli della Polizia: «Tu hai un lavoro sicuro e hai già gradi importanti per meriti sportivi». Non comprendevano proprio questa mia scelta.

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Ancora oggi in Italia il musicista subisce sempre lo stesso sfottò: «Sì, va bene che suoni, ma qual è il tuo vero lavoro?», come se fare il musicista non lo fosse. Ah, certo! Tuttora sento questa battuta, soprattutto da quelli che non conoscono bene i Bluvertigo.   La scherma per noi italiani è uno sport importante che, specialmente alle Olimpiadi, catalizza molte attenzioni da parte di tutti gli appassionati di sport. Vantiamo fior di campioni che tu conosci bene, immagino. Aldo Montano aveva quattordici anni quando io stavo per fare il salto nei professionisti. Era decisamente più robusto di adesso [ride] e ancora non era quel grande campione che di lì a poco sarebbe diventato.   Che ambiente è quello della scherma? È un ambiente sportivo, quindi ha un’umanità, ma ha anche una certa durezza e disciplina. In più, essendo uno sport individuale, è ancora diverso: si forma lo spirito di squadra, ma tu sai già che ognuno dei tuoi compagni è un tuo avversario potenzialmente. Più sali la china e più diventa un ambiente sportivo a tutti gli effetti e anche nella scherma ci sono le raccomandazioni, le persone che stanno vicino alla Federazione, quelle che non ci stanno… Io sono sempre stato un ingenuo, in questo senso. Un ingenuo che veniva da Milano e aveva un rapporto di amicizia con tutti e non aveva proprio idea del «discorso politico» che poteva esserci in quell’ambiente. Forse perché nella mia testa io non ho mai pensato di fare la scherma come mestiere e che diventasse la mia unica ragione di vita.   Ti sei ritrovato quasi per caso a essere un campione in questo sport? Quando faccio una cosa la faccio al cento per cento. Qualsiasi cosa sia, anche le cose più semplici e banali del quotidiano. Mi è capitato di fare questo sport, è stato bello, ho girato il mondo per tredici anni, ho conosciuto un sacco di persone e ho conseguito dei risultati che mi hanno dato tanta soddisfazione. Forse nel momento più importante, riflettendo proprio su quello che sarebbe stata la mia vita dopo, ho pensato: «Il maestro di scherma non lo farò mai. Il consigliere federale tantomeno, perché non son tagliato per la politica e il poliziotto neanche a parlarne, anche se io e la disciplina andiamo perfettamente d’accordo». Quando mi si è presentata questa opportunità di fare qualcosa nel mondo della musica, ho scelto la musica.   Come nasce la passione per la musica? Nasce da subito, da sempre. Grazie ai miei genitori e a mio fratello. All’asilo c’era un’insegnante di musica e poi è diventata la mia insegnante di religione, che era la mamma di una compagna di scuola di mio fratello che insegnava flauto. Al contatto immediato con la musica mi si è aperto un mondo. I miei genitori mi raccontavano che a tre o quattro anni cercavo un qualcosa per riprodurre col flauto le melodie che sentivo, come il famoso motivo della pubblicità della Barilla [Hymne di Vangelis, ndr]. I miei familiari hanno preso tutti lezioni di chitarra e l’unico che non le ha prese sono io, perché ero troppo piccolo e quindi me lo impedivano. Avevo questa immagine di loro tre il giovedì sera con il maestro a casa a fare lezione, mentre io dovevo guardare. Mi faceva strano.   Il primo strumento che ho suonato è stata la tastiera, perché mi ci sono appassionato per i synth. Mio papà mi regalò una tastierina della Casio che comprò in Giappone quando avevo dieci anni, nel 1983. Da lì ho scoperto il mondo del sequencing, della programmazione, perché questa tastierina ti permetteva di registrare delle melodie su una card RAM – parliamo della preistoria digitale – riascoltarle, aggiungere degli arrangiamenti eccetera. Io ero malato di tecnologia: quando mi regalavano un robot io mi divertivo a smontarlo pezzo per pezzo, lo catalogavo e poi lo rimontavo per capire come funzionava. Regalandomi quella tastiera è come se mi avessero regalato un calcolatore nucleare [ride]! Volevo sapere a cosa servivano tutti i tasti, l’importante non era solo suonare, ma comprendere tutte le potenzialità di quello strumento.   Quella tua passione poi si è sviluppata in un altro aspetto della tua professione di musicista; oltre che un chitarrista sei anche un producer. Sì! Quella tastiera mi ha insegnato a registrare e a programmare: una cosa è eseguire e una cosa è occuparsi della parte tecnica. C’ho sempre avuto questa dicotomia. Col tempo mi son messo a insegnare programmazione effetti perché ero un nerd. Compravo le tastiere e volevo sapere ogni cosa, compravo gli effetti per la chitarra e volevo conoscerli a menadito. Andavo spesso in un negozio di strumenti musicali a Milano e, a un certo punto, il padrone, oramai sfinito dalle mie petulanti curiosità, mi disse: «Senti, prenditi tutti i manuali di quello che abbiamo qua, studiateli e così quando arriva qualche cliente e qualche professionista io ti chiamo, tu vieni qua e gli spieghi come si usano le nuove strumentazioni».   Ed è iniziato tutto da lì. Infatti accompagnai un amico in studio di registrazione per registrare il suo primo demo e fargli i suoni di chitarra con la sua attrezzatura. Il fonico che era lì, che si chiama Paolo Mauri, mi guarda e mi dice: «Tu non vorresti fare questo mestiere?». «Ma quale mestiere?», «Il fonico. Lo stai facendo per una cosa singola ma hai talmente tanta perizia che secondo me ti riuscirà bene farlo».   Dopo un mese lavoravo in studio, cambiando radicalmente la mia vita.

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Oggi suonate ad Assisi con i Bluvertigo. C’è tanta attesa e tanto entusiasmo per questo vostro ritorno sulle scene. Che ci dici in merito a questa reunion? Reunion non è la parola più corretta, ma io direi proprio reborn, rinascita. A differenza di alcune impersonificazioni di queste reunion che abbiamo fatto negli anni precedenti, veramente sommarie. In questo caso, da agosto dell’anno scorso, la cosa che abbiamo ricostituito innanzitutto è il rapporto tra di noi, andando anche a scavare e andando a toccare anche dei tasti dolenti che a volte si incancreniscono e sedimentano nel tempo. Viceversa, riuscire a rimuoverli dà un’altra prospettiva e sicuramente l’età gioca un ruolo importante. C’è una maturità diversa, una tranquillità e una non voglia di belligeranza che ti porta a superare eventuali difficoltà.   Questo tour lo vedo come una rinascita e una ripartenza dei Bluvertigo. Spero che tutto questo duri il più possibile, però intanto quello che vedo è che sta andando tutto bene. Ma al di là dell’andare bene è che noi quattro ci siamo e siamo presenti a noi stessi. Durante il concerto succedono cose, c’è tanta emotività, c’è sintonia, c’è un clima disteso. Tutto questo partecipa a far sì che il concerto sia diverso. Non ultimo, c’è una messa a fuoco da parte di tutti su tutto quanto: dai contenuti video agli arrangiamenti.   Nel 1997 esce Metallo non metallo ed è il primo disco dove tu partecipi alle registrazioni. Entro nella band alla fine del tour di Acidi e basi, a marzo 1996. Loro erano già stati in studio a registrare alcuni pezzi poi finiti in Metallo non metallo e poi ci sono ritornati e io ho registrato delle parti.     Come lavorano in studio i Bluvertigo? Sergio Carnevale ci ha raccontato qualcosa proprio al nostro giornale, ma dal suo punto di vista di batterista. Inizialmente il setup era questo: Marco arrivava con il pezzo fatto e finito in versione MIDI, anche con le parti ideali di chitarra, ma suonate elettronicamente. Da lì si elaborava l’idea e si usavano i «santini», ossia dei dischi di riferimento dove c’erano dei pezzi a cui noi ci ispiravamo in termini di sound o altro per una rielaborazione. La cosa più importante della musica è saper rubare con perizia; da inventare credo che ci sia ben poco, ma si può rielaborare tanto. La nostra era una rielaborazione con dei riferimenti e ogni pezzo aveva il suo riferimento. Marco portava i testi e se ne discuteva insieme. Lui aveva un librone dove aveva scritto pensieri e aforismi e da lì poteva attingere per poi inserire qualche frase all’interno di una canzone e rielaborare il testo.   Morgan ha una creatività vulcanica. Assolutamente sì!

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Dove hanno attecchito le vostre prime fanbase? In Veneto e nella zona milanese/comasca/varesina. Pensa che alla seconda data con i Bluvertigo alcune di loro mi hanno regalato degli indumenti, perché mi vestivo ancora troppo normalmente rispetto al look della band. Queste fan mi portarono i primi pantaloni di vinile blu e una camicia azzurra hawaiana molto strana. Quello fu il mio primo outfit ufficiale [ride].   Immagino che in quegli anni abbiate avuto anche voi le vostre groupie. Certo che ne abbiamo avute. Gli altri gruppi dicevano che ai nostri concerti c’era una quantità di donne superiore a quella di tutti gli altri concerti delle altre band. Qualcuno diceva che era dovuto al fatto che ci vestivamo in un certo modo e che ci truccavamo; bah, mi fa ridere sta cosa. Poi quelle groupie sono cresciute, son diventate mamme, mogli e si sono trasformate in amiche che tuttora ci capita di incontrare. Ci hanno accompagnato per circa quindici anni, alla fine, ed è anche normale che si instaurino dei rapporti di amicizia.   Nel 1999 esce Zero, un disco che ha avuto un budget importante per la produzione. Cifre importanti per un gruppo alternativo come il nostro, ma per la discografia del tempo erano ridicole. Ti faccio un esempio: ci eravamo fissati che dovevamo mixare il disco al Capri Digital Studios, l’avevamo espressamente richiesto e la Sony ce lo aveva promesso. Però Mariah Carey decide di registrare le voci del suo disco a Capri proprio nel mese in cui noi lo avevamo riservato. Sony America manda un diktat a Sony Italia e Sony Italia si trova in una situazione di imbarazzo. Ci chiamano e ci spiegano la situazione. Noi a muso duro rivendichiamo i patti stabiliti, ma visto che non ce lo permettono gli diciamo: «Va bene, allora ci date la possibilità di andare in un qualsiasi studio di registrazione del mondo a nostra scelta per lo stesso tempo». In più viene richiesto un extra budget a Sony USA.    Il tanto chiacchierato investimento sul nostro disco, che loro al tempo hanno sbandierato, è un ripiego alla situazione che ti ho appena raccontato, ma di fatto quelle cifre sono una bazzecola per loro. Otteniamo complessivamente centotrentacinque milioni di lire come budget totale per il disco e li utilizziamo in questo modo: trentasei milioni li usiamo per comprare il nostro primo sistema Pro Tools e sistemarlo sotto casa di Marco, cosicché possiamo fare in casa quello che altrimenti avremmo dovuto fare in uno studio.    Impieghiamo nove mesi, tutti i giorni, per costruire questo studio, in particolare io, Celeste Frigo, il nostro fonico, e Marco ovviamente, perché era casa sua. Sergio e Andy arrivano quando lo studio è pronto per le parti di registrazione, che durano sei mesi abbondanti. Il resto dei soldi lo investiamo nell’acquisto di altre macchine, per pagare Celeste e per pagare lo studio per il missaggio, ovvero il Mountain Studios di Montreux, il famoso studio dei Queen, dove David Bowie produsse Outside con Brian Eno e dove Michael Jackson fece Black or White…

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Rinunciare al Capri Digital alla fine ha avuto un suo risvolto positivo. Assolutamente! È stato fantastico. Concludo il discorso del raffronto del budget: Mariah Carey come recording budget – solo per registrare il disco – aveva due milioni e mezzo di dollari. In totale avrà avuto sei o sette milioni di dollari contro i nostri centotrentacinque milioni di lire.   Cosa gli è mancato a quel disco per diventare mainstream, se reputi che gli sia mancato qualcosa? Al disco non è mancato niente. È mancato il tempo al pubblico per digerirlo. C’è gente che dice di aver capito Zero oggi; è un disco che suona attuale e sono passati ventisette anni. Sembra una musica all’avanguardia anche contestualizzandolo con la discografia contemporanea, ma ci dobbiamo ricordare che è uscito oltre due decenni fa.   Era quantomeno presagibile che non sarebbe stato un disco con un impatto facilissimo sul pubblico. La Sony lo ha lavorato, però probabilmente lo ha trattato come se fosse un disco mainstream e credo che questo sia stato l’errore, fondamentalmente, perché noi avevamo pensato proprio a un numero di singoli con una scadenza ben precisa: il primo singolo era la title track e doveva essere quello, perché poi a quel punto potevamo costruire tutto un percorso.     Invece la Sony si rifiutò categoricamente di far uscire Zero come singolo. In più avevano trovato la possibilità di fare un deal con la Peugeot con il brano La crisi, perché la canzone piaceva. Tra l’altro noi abbiamo inventato il claim di quella pubblicità: «Peugeot 106 e sei come sei». La crisi non c’entrava assolutamente nulla con quella pubblicità. In più come fai a fare la pubblicità di un prodotto dove il ritornello parla di crisi? È in antitesi con lo spot stesso. Fummo noi a proporgli Sono=Sono (Sono come sono).   Quando siamo usciti con La crisi, su MTV andò benissimo, ma le radio lo accolsero con meno entusiasmo e in quel periodo, se non passavi in un certo tipo di emittenti, allora ti pregiudicavi le posizioni in classifica. Tutto un discorso che per noi era completamente avulso da quello che era il nostro pensiero.   La promozione per un disco è fondamentale. Eh sì!   I vostri live sono stati sempre un crescendo; penso a palchi prestigiosi come l’Heineken Jammin’ Festival, il Primo Maggio, l’MTV Day… Il pubblico più vasto della nostra carriera lo abbiamo fronteggiato al concertone del Primo Maggio a Roma nel 1996, dove in piazza c’erano cinquecentomila persone. Quello era per me il sesto concerto che facevo con i Bluvertigo. Un bel battesimo del fuoco!     È un palco frenetico, dove i tempi sono strettissimi. Cambi palco velocissimi, si fanno solo tre pezzi e bisogna esserci subito. Ci fu anche il Primo Maggio del Giubileo a Tor Vergata dove c’erano quasi un milione di persone. Gente a perdita d’occhio, quasi senza senso. Per quanto riguarda i nostri live credo che il concerto con più pubblico pagante intorno alle dodicimila unità, lo facemmo nel 1998 o nel 1999.    Nel 1998 vincete gli MTV Award, quando MTV aveva un peso specifico notevole per la visibilità della musica. Anche perché quell’altra televisione non ci chiamava. Tutti i musicisti mainstream, al di là delle tv musicali, andavano in RAI o in Fininvest, mentre a noi non ci invitavano. Non potevano vederci.   Quella vittoria credo sia stato una bella soddisfazione per voi. Grandissima! Anche perché siamo stati gli unici italiani a vincere un MTV Music Award europeo, non quello italiano. Quello era l’MTV Award South Europe e noi lo abbiamo vinto.

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Com’era il vostro rapporto con le altre band? Da parte nostro era ottimo. La rivalità è sana. Abbiamo avuto una rivalità – forse l’unica e non dettata da noi ma dai giornalisti – con gli Afterhours, se così vogliamo chiamarla. Intanto ti dico che io avevo fatto l’assistente di studio quando loro registrarono Germi [1995, ndr] e Xabier Iriondo, lo conoscevo dai tempi dei Six Minute War Madness, perché registrai qualcosa in studio anche con loro, sempre come assistente.   Questa cosa di essere etichettati come rivali con gli After mi faceva un po’ sorridere, perché era pompata dall’esterno. Noi avevamo ottimi rapporti con tutti, ma eravamo odiatissimi e non abbiamo mai capito il perché. Questa cosa in realtà ci è servita, perché abbiamo convinto tutti sul campo, ossia live.   Prima di tutto i tecnici che, quando arrivavamo noi, molti pensavano che fossimo dei rompi coglioni per le nostre richieste sul palco. Noi abbiamo tanti canali sul palco e li abbiamo sempre usati tutti; le attrezzature che ci portiamo dietro le usiamo, non sono lì per fare scena.   Toni Soddu, che è una delle figure tecniche più importanti in Italia, lo capì istantaneamente. Arrivammo sul palco del Primo Maggio. Toni era serissimo. Guardò le nostre pedaliere e, per quei tempi – era il ’96 – vedere una band arrivare con delle pedaliere di livello internazionale, cablate seriamente e costruite da noi a casa di Marco, era una cosa fuori dal comune. Un lavoro a regola d’arte.   Notò subito anche che eravamo molto professionali nel fare il soundcheck e si spese per noi con gli altri direttori di produzione dicendo: «chi è quel coglione che mi ha detto che questi qui sono dei supponenti? Non avete capito un cazzo, perché se non avete compreso che ‘sti ragazzi sono gli unici professionisti che potete vedere sul palco in Italia, vuol dire che non avete capito». Noi avevamo un’estetica e quel concetto di estetica in Italia era per quel mainstream fasullo, per quegli artisti da hit estiva che cantavano in playback. Quelli avevano un look ben strutturato, mentre invece le band alternative dovevano essere sporche e vestite male. Un concetto che noi detestavamo e non capivamo per quale motivo una band doveva vestirsi di merda.   I Roxy Music negli anni Settanta curavano molto la loro immagine e non venivano considerati dei deficienti. Hanno fatto scuola a tre quarti dei gruppi che tutt’oggi ci sono. Noi eravamo proprio ostracizzati e in primis dalle band. I 99 Posse ci odiavano. Intanto perché pensavano fossimo di destra e ci faceva ridere da matti.   Noi eravamo più a sinistra della sinistra; in un pezzo come L’eretico, che dice «E allora basta con giovani porci / rossi in faccia, neri in testa», credo sia più eloquente di qualsiasi altra cosa. Noi non frequentiamo né un estremo né l’altro. Siamo al di fuori del concetto politico della politica.   Molte band in quel decennio hanno fatto proselitismo politico esplicito. Tanti gruppi si sono schierati.   Consentimi anche un’altra riflessione: alcuni ci hanno giocato ruffianamente. Lo hai detto tu, quindi non c’è problema! [ride] Con i 99 Posse poi siamo diventati amici. Stavo facendo una data con i Rezophonic e c’era Meg [cantante dei 99 Posse, ndr] che mi dice: «A me sei simpatico». «Bene, anche tu, Meg». «Tutta questa nostra polemica…». «Non so veramente chi è stato a innescare questa diatriba. Noi di sicuro no». Noi avevamo grande rispetto per quello che facevano musicalmente i 99 Posse. Erano quelli forse più vicini a noi mentalmente, anche se lontani in termini di genere musicale.   I Bluvertigo hanno esplorato diverse sonorità musicali con un sound prettamente internazionale. Più internazionale che italiano.   Perché non vi siete affermati anche sul mercato europeo? Cosa vi è mancato per farlo? Avemmo la possibilità di farlo dopo la vittoria agli MTV Award. Siamo dei cazzoni, ma non noi, perché ancora oggi l’Italia non è capace di esportare cultura se non il cibo, perché la cucina nostra sappiamo esportarla bene.   Per la musica ci siamo adagiati sugli allori del cantautorato, perché fondamentalmente la discografia ha preso un pacco di soldi tra gli anni Sessanta e Settanta e probabilmente non ha spinto per cercare mercati esteri ed esportare la nostra musica. Anzi, ne ha importata tanta, forse troppa. Questo ha distrutto completamente la capacità di espansione della musica e l’unico che ci ha provato – pagandone le conseguenze – è stato Lucio Battisti.   Ha sempre desiderato diventare un artista internazionale. Non so se i vostri lettori lo sanno, ma David Bowie e il suo chitarrista Mick Ronson erano fan di Lucio Battisti. Mick Ronson ha inciso una cover di Battisti in un suo album [Music Is Lethal, cover in lingua inglese di Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi uscita nel 1974, ndr]. La discografia italiana non è stata capace nemmeno di cavalcare una cosa del genere. Questo ti dà la misura di quanto provincialismo ci fosse da parte nostra.   Ennio Melis, fondatore di una nota casa discografica italiana, era un esponente del Vaticano; in Italia la discografia era puramente clericale. Quando le succursali estere chiamarono Melis, lui si fece dare sei mesi di tempo per movimentare il mercato e nacque il cantautorato. Plauso a Melis per averlo inventato, perché sennò le case discografiche se ne sarebbero andate dall’Italia.   Il problema qual è stato? Facendo questa cosa non hanno pensato all’esportazione e da lì si sono fregati. Poi sono arrivati gli anni Ottanta e hanno avuto un’idea ancora peggiore: creare i «fake artist». Artisti italiani che venivano venduti come cantanti internazionali. Il fenomeno dell’Italo Disco, per intenderci.   L’Italo Disco ha venduto milioni di dischi in tutto il mondo. Da poco abbiamo intervistato Gazebo e ce ne ha parlato di questo fenomeno musicale. Assolutamente!

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Voi partecipate al Festival di Sanremo nel 2001 con il brano L’assenzio. Ci arrivò un invito da parte di Sergio Bardotti, ma ci arrivò tardi, verso la fine di novembre. Il pezzo non esisteva e la consegna del brano era prevista per il 12 dicembre mi pare.   C’era questa idea di Luca Urbani, insieme a Marco, che avevano scritto una parte della canzone. Marco arrivò in studio con la strofa e tutta una serie di idee sparse. C’era la frase del ritornello, ma non c’era il ritornello: «Fanno bene fanno male, sto bene sto male…». Mi ricordo che una mattina io e Sergio arrivammo in studio e stavamo provando delle cose dei Police: «E se facciamo il ritornello alla Police? Chiusi per poi aprirci piano piano?». Lo abbiamo registrato.   Quando arrivano Marco e Andy lo ascoltano, Morgan ci fa una traccia di basso e il ritornello esce. E così è andata.   Che chitarre usi abitualmente? La mia storica chitarra è la Parker. Una chitarra molto particolare che il fato volle che venne adottata dai chitarristi di David Bowie, Reeves Gabrels e Adrian Belew, che io adoro. Ciò mi ha inorgoglito parecchio, perché io ho la Parker numero 0006 fatta dal liutaio Ken Parker a mano.   Una volta ti rubarono una chitarra, ma riuscisti a ritrovarla in modo abbastanza fortunoso. Il giorno prima di Natale del 2009, pochi giorni prima di partire per il tour mondiale con i The Bloody Beetroots, mi sono entrati i ladri in casa e mi hanno rubato tutto. Quella chitarra la ritrovai in un negozio; andai dal titolare e gli dissi: «Quella è la mia chitarra». Me l’ha rimessa in mano e me la sono riportata a casa.   Sei stato fidanzato con Giorgia, una delle cantanti più talentuose che abbiamo in Italia. Avete anche collaborato in diversi brani. Ho lavorato con lei per caso. Doveva realizzare i singoli da inserire come inediti nel suo greatest hits: Marzo e Vivi davvero. Combinazione, il fonico che doveva fare questo lavoro si era ammalato e Michael Baker – il produttore – era venuto in Italia proprio per questi due brani.   Enrico D’Alessandro, il figlio di Mimmo D’Alessandro, conosceva bene la mia vita da studio e tutte le cose che avevo fatto prima con un sacco di artisti e mi chiese di dargli una mano. Ho registrato anche le chitarre di Marzo e sono stato co-produttore di quelle tracce, fino a che sono diventato il produttore della maggior parte dei brani contenuti in Ladra di vento [2003, ndr].   Abbiamo lavorato insieme per più di tre anni, anche dopo che la nostra relazione è finita. Abbiamo tuttora un rapporto di amicizia; mi ha scritto poco prima dell’inizio del tour perché lei suonava ad Asti il giorno prima di noi e allora ho approfittato e sono andato al suo concerto. Inoltre sono amico dei suoi musicisti.   Hai fatto un progetto musicale molto particolare che si chiama Vibes Landscape. Ce ne vuoi parlare? Con Elio Marchesini – uno dei percussionisti de La Scala – abbiamo portato il progetto in India insieme al direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco.   E allora qua scatta la curiosità: cosa avete combinato in India tu e il direttore? Abbiamo suonato con due dei guru più importanti della musica carnatica, che è la loro musica sacra. Per partecipare e poter suonare devi almeno avere dieci anni di esperienza sullo strumento. In India il tuo primo concerto lo puoi fare dopo dieci anni che suoni il tuo strumento, altrimenti non ti puoi neanche presentare sul palco.   Hanno cercato due pazzi che avessero voglia di confrontarsi con questi guru e ci mandarono delle trascrizioni quantomeno pittoresche. Sai che loro trascrivono la musica diversamente da noi e questo tipo aveva adattato una trascrizione sul modello del nostro pentagramma.   Provammo un mese a casa con Elio – grandissimo musicista, nonché mio socio musicale da più di venticinque anni – e non capivamo bene il senso. Arriviamo in India, a Madras, con Roberto all’una di notte e la prima prova era fissata per le cinque del mattino, perché loro le prove le fanno a quell’ora.  

India, novembre 2006: Livio Magnini (a sinistra) con il direttore Roberto Dal Bosco (a destra) e un amico dinanzi alle parete scolpita detta Arjuna’s Penance, Mahabali Puram, Tamil nadu.

  Appena arrivato in albergo sono crollato fino a che Roberto non mi ha svegliato e siamo andati. Iniziano a suonare e sentiamo una musica che non avevamo mai sentito e ci dicono: «Questi sono i pezzi che vi abbiamo mandato».   A quel punto gli chiesi: «Avete un registratore a cassetta?». Comprai una cassetta da 90 e io ed Elio ci mettemmo seduti e li facemmo suonare il concerto per un’ora e mezza da soli. Così abbiamo risolto la questione, compreso meglio la loro musica e suonato assieme a loro.   La cosa più bella è che il guru più famoso, Karaikudi R. Mani [1945-2023, ndr] un suonatore di una percussione tipica indiana, il mridangam, quella che suona Shiva quando viene rappresentato, ci chiamò a sé. Questo guru era il Maestro dei maestri e fece una cosa che sconvolse i suoi allievi: ci fece sedere di fianco a lui mentre i suoi allievi ci guardarono allibiti, perché per loro era impossibile farlo.   Loro si devono sedere più in basso del guru e lui non aveva mai fatto sedere nessuno, nemmeno i musicisti più blasonati con cui aveva suonato, al suo livello. Un allievo giapponese, vedendo la scena e pensando che non facessimo quel gesto perché ignari delle regole, si prostrò a terra davanti a lui in segno di scuse per noi.   Lui gli disse: «Loro li ho fatti sedere, perché in dieci anni in cui ho suonato con gente di tutto il mondo sono le uniche persone che si sono approcciate con umiltà e non hanno suonato quando noi abbiamo suonato. Hanno ascoltato per capire cosa avrebbero dovuto fare e poi hanno deciso quale fosse il modo giusto».   Una grande soddisfazione e un bell’attestato di stima. Enorme soddisfazione!   I Vibes Landscape hanno suonato anche per una videoinstallazione a Vicenza del 2008, Palladio Infinito. Esatto.     Vi siete esibiti in concerto in una cavità in piazza Ozanam a Milano, giusto? Era uno scavo di un parcheggio multipiano. Quei matti della rivista Zero, dove lavorava anche Roberto, per bocca del suo padrone Andrea Michetti, mi disse: «Che cosa facciamo con questo buco di trentacinque metri sottoterra?».   Non c’era nulla, solo una strada provvisoria per i camion per scendere in fondo. Gli risposi: «Noi ci mettiamo là in fondo e facciamo tipo girone dell’inferno, con la gente che rimane in superficie. Creiamo una bella e suggestiva illuminazione e facciamo delle proiezioni sulle pareti ancora di terra o di cemento grezzo».   Quella fu una delle cose più incredibili che sono successe a Milano in quel decennio. È ancora ricordato da molti.  

Concerto dei Jet Lag a Londra, novembre 2007

  Abbiamo avuto ospite sulle colonne di Renovatio 21, il giornalista ed esperto di spazio, Emilio Cozzi. So che è un tuo amico, ma anche un musicista con cui hai costruito un progetto musicale di grande qualità, i Jet Lag. Nostro amico comune con Roberto. I Jet Lag sono il progetto di cui vado più fiero, perché con Jacopo Rondinelli ed Emilio ho fatto questa cosa che, ahimè, è stata un po’ sottovalutata, perché in quel momento ci fu una fusione tra la Sony e la BMG e tutto rimase un po’ sospeso.   A detta di molti giornalisti italiani tra i più blasonati, quel progetto era clamoroso. Purtroppo non ha raccolto quello che meritava perché non ha avuto la possibilità di essere promosso.   Francesco Rondolini  

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Immagine di Angela_Anji via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0; immagine tagliata  
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Harvey Weinstein condannato a 15 anni per reati sessuali

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Il produttore hollywoodiano caduto in disgrazia Harvey Weinstein è stato condannato a 15 anni di carcere per violenza sessuale, secondo quanto deciso mercoledì da un tribunale di New York.

 

L’ex magnate del cinema, 74 anni, è stato giudicato colpevole l’anno scorso di un atto sessuale criminale di primo grado ai danni dell’ex assistente di produzione televisiva Miriam Haley, nel suo appartamento di Manhattan nel 2006. La sentenza è arrivata in un nuovo processo, dopo che le precedenti condanne di Weinstein a New York erano state annullate nel 2024.

 

«Spesso mi sentivo come se fossi io sotto processo», ha detto la Haley in aula, secondo CBS News. Ha aggiunto che portare avanti il caso le era sembrato a tratti «la peggiore decisione della mia vita» e ha accusato Weinstein di non aver mostrato alcun rimorso né «alcun segno di cambiamento».

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Lo Weinstein si è scusato con le persone che potrebbe aver ferito, ma continua a proclamarsi innocente. «Vieni trattato come un animale, anzi, sei persino meno di un animale perché non vali niente», ha detto a proposito del periodo trascorso in carcere, secondo CBS News.

 

Il giudice Curtis Farber ha osservato che Weinstein sarà ricordato per i film che ha portato sul grande schermo, ma che questa eredità «impallidirà al confronto» con i suoi crimini e con il fatto di essere diventato «il volto stesso del movimento #MeToo».

 

Prima che le accuse emergessero nel 2017, Weinstein aveva prodotto o contribuito a portare in sala alcuni dei film più noti di Hollywood, tra cui Pulp Fiction, Will Hunting – Genio ribelle e Shakespeare in Love, che vinsero vari premi oscarri.

 

Le rivelazioni hanno contribuito a trasformare #MeToo in un movimento globale, con donne che hanno accusato pubblicamente figure potenti dello spettacolo, dei media, della politica e di altri settori di molestie sessuali. La sentenza di mercoledì ha rappresentato un passaggio decisivo nella fase newyorkese di una vicenda giudiziaria che dura da quasi un decennio.

 

Nel 2020, a New York, Weinstein era stato condannato a 23 anni di carcere per aver aggredito sessualmente Haley e l’attrice Jessica Mann. Quelle condanne furono annullate nel 2024 e il tribunale dispose un nuovo processo.

 

Nel nuovo processo del 2025 Weinstein è stato di nuovo condannato nel caso Haley e assolto da un’altra accusa riguardante l’attrice polacca Kaja Sokola. La giuria non ha raggiunto un verdetto sull’accusa di stupro relativa a Mann, poi ritirata dall’accusa.

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Separatamente, Weinstein è stato condannato a 16 anni di carcere in California dopo una condanna per violenza sessuale nel 2022. Weinstein ha negato di aver aggredito sessualmente o violentato chiunque.

 

Il Weinstein, che è ebreo, durante le prime fasi dell’attacco si era servito esplicitamente di Black Cube, una nota agenzia di intelligence privata israeliana composta in larga parte da ex agenti del Mossad e delle forze di difesa israeliane (IDF). Il legame tra il produttore cinematografico e l’agenzia investigativa è emerso pubblicamente grazie alle storiche inchieste giornalistiche del 2017 firmate da Ronan Farrow sul The New Yorker ed è stato poi confermato da documenti legali presentati durante i suoi processi penali.

 

Il Farrow è figlio dell’attrice Mia Farrow e (anche se è emersa una possibile paternità dell’ex marito di quest’ultima, Frank Sinatra) del controverso comico ebreo Woody Allen, che Ronan odia di odio immortale, e alcuni suggeriscono che non è escluso che l’inchiesta del Farrow non avesse come fine quello di arrivare proprio alle malefatte padre.

 

Ingranaggio fondamentale dell’inchiesta di Farrow fu la modella italiana di origini filippine Ambra Battilana Gutierrez, già testimone, anni prima, nel caso delle cene di Silvio Berlusconi a Villa San Martino ad Arcore, conosciute anche con l’espressione, divenuta internazionale, di «Bunga-bunga». Secondo quanto riportato nel 2015 lo Weinstein molestò la modella nel suo ufficio nel quartiere neoeboraceno Tribeca. A differenza di altre vittime, la Battilana andò subito alla polizia e accettò di indossare un microfono per incastrare il produttore in un’operazione sotto copertura.

 

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Durante l’incontro registrato dalla Battilana, Weinstein ammise esplicitamente di averle toccato il seno il giorno prima. Nonostante questa prova schiacciante, il procuratore distrettuale di Manhattan, Cyrus Vance jr. (figlio dell’ex segretario di Stato USA Cyrus Vance sr.), decise incredibilmente di non incriminare il produttore, e la modella fu costretta a firmare un accordo di riservatezza (Nda) da un milione di dollari per non parlare

 

La commentatrice politica statunitense Candace Owens sostiene fermamente che Weinstein sia stato ingiustamente condannato e ha avviato una campagna mediatica per scagionarlo davanti all’opinione pubblica. Attraverso una serie di inchieste e interviste esclusive realizzate direttamente con il produttore in carcere, la Owens ha strutturato la sua difesa basandosi su tesi ben precise.

 

Per la Owens, il comportamento del produttore, già grande fiancheggiatore hollywoodiano del Partito Democratico, era immorale ma non criminale: bisogna distinguere nettamente tra l’abuso di potere o l’infedeltà coniugale e il reato di stupro. Candace definisce Weinstein un «uomo immorale», ma nega che sia un violentatore.

 

La podcaster riconosce quindi la natura transazionale dei rapporti tra lo Weinstein è le attrici, aspiranti o affermate che fossero: secondo la sua analisi, i rapporti tra il produttore e le attrici erano di tipo transazionale e consensuale, finalizzati a ottenere favori in cambio di avanzamenti di carriera a Hollywood – si tratterebbe quindi del grande classico del «divano del produttore», un tropo non solo di Hollywooddo.

 

Vi è poi, secondo la commentatrice, il fattore estetico: in talune dichiarazioni provocatorie rilasciate alla stampa, la Owens ha affermato che molte donne si sarebbero rivoltate contro di lui solo a posteriori perché Weinstein «non è un uomo attraente come Brad Pitt», trasformando rapporti consensuali in accuse di violenza.

 

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Si sarebbe trattato, quindi, di un processo mediatico e politicizzato: la Owens accusa il movimento #MeToo di aver creato un clima da «tribunale del popolo», dove il desiderio di giustizia sociale ha soffocato le prove fattuali, portando a processi fortemente politicizzati, in cui è stata vista l’incoerenza delle accusatrici – analizzando i documenti processuali e i messaggi privati, come le email tra Weinstein e un’accusatrice, la Candazza ha evidenziato come molte presunte vittime abbiano continuato a cercare affettuosamente il produttore, richiedendo favori lavorativi e biglietti aerei anche dopo i presunti abusi.

 

Si sarebbe trattato, quindi, di un processo mediatico e politicizzato: la Owens accusa il movimento #MeToo di aver creato un clima da «tribunale del popolo», dove il desiderio di giustizia sociale ha soffocato le prove fattuali, portando a processi fortemente politicizzati, in cui è stata vista l’incoerenza delle accusatrici – analizzando i documenti processuali e i messaggi privati, come le email tra Weinstein e un’accusatrice, la Candazza ha evidenziato come molte presunte vittime abbiano continuato a cercare affettuosamente il produttore, richiedendo favori lavorativi e biglietti aerei anche dopo i presunti abusi.

 

Si sarebbe avuta quindi una violazione del giusto processo: la Owens ha criticato aspramente la condotta dei giudici (esultando quando la prima condanna di Nuova York è stata ribaltata per vizi di forma), sostenendo che i processi si siano trasformati in «character assassination» piuttosto che in verifiche oggettive dei fatti contestati.

 

Alla base delle teorie della Owens – che ha intervistato il Weinstein dal carcere – vi è un’originale teoria, quella secondo cui a Hollywood opererebbe una cricca, di una certa estrazione socio-religiosa, che lavorerebbe alacremente per il controllo delle IP, la proprietà intellettuale, cioè i diritti sui film. Secondo questa suggestione, lo Weinstein sarebbe stato semplicemente «sacrificato» così da ottenerne poi i poteri.

 

La stessa cosa, sussurra la Owens, sarebbe successa a Michael Jackson: i grandi scandali che lo hanno colpito hanno reso aggredibili i diritti commerciali del catalogo di cui disponeva, che dal 1985 comprendeva anche quelli della società editoriale ATV Music Publishing, acquistata per 47.5 milioni di dollari e che deteneva i diritti di pubblicazione di circa 4.000 canzoni, tra cui oltre 250 brani storici dei Beatles scritti dal duo Lennon-McCartney.

 

Ora i media si stanno rovesciando contro la Owens l’accusa di essere stata pagata: durante l’udienza, i pubblici ministeri hanno affermato di possedere registrazioni in cui Weinstein offriva 1,75 milioni di dollari a un podcaster non identificato, durante una telefonata dal carcere, affinché diffondesse video utili alla sua difesa, «inquinando il bacino di potenziali giurati e raggiungendo i giurati già presenti, prima e dopo i processi». Tale podcaster, sarebbe secondo le allusioni, la Owens.

 

Un portavoce della popolarissima giornalista ha negato che sia mai stata pagata da Weinstein. Il portavoce di Weinstein ha negato le accuse di manipolazione della giuria. «Questa affermazione è palesemente falsa. Harvey non ha mai offerto né pagato a nessuno 1,75 milioni di dollari per influenzare una giuria, e non c’è mai stato un accordo del genere», ha dichiarato.

 

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Immagine di David Shankbone via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported

 

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La figlia di Stanley Kubrick parla dei «20 minuti mancanti» da Eyes Wide Shut

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Vivian, la figlia minore del celebre regista Stanley Kubrick, ha respinto le affermazioni secondo cui mancherebbero 20 minuti dal film capolavoro finale del padre uscito nel 1999, Eyes Wide Shut.   In una spiegazione dettagliata pubblicata su X, in risposta alle affermazioni diffuse da molti, tra cui il celeberrimo podcasterro Joe Rogan, Vivian Kubrick, che ha una carriera di musicista nel campo delle colonne sonore, ha osservato che suo padre distruggeva le riprese scartate e i filmati extra per impedire la creazione di versioni alternative dei suoi film, e ha affermato di non aver mai visto prove dell’esistenza di tali presunti filmati.   «Sapete, questo è il momento giusto per affrontare finalmente la questione dei 20 minuti mancanti di Eyes Wide Shut. È una storia che circola da molti anni, quindi lasciatemi dire cosa so e cosa non so», ha scritto, aggiungendo: «per contestualizzare, mio ​​padre faceva sempre incenerire le sue scene tagliate una volta terminato un film, proprio per impedire alla casa di produzione di rimontare in seguito il suo lavoro o di creare versioni alternative».   «Si è molto speculato sul fatto che circa 20 minuti di Eyes Wide Shut siano stati tagliati dopo la sua morte. Questo sarà una grande delusione per molti, ma io non ho sentito nulla al riguardo all’epoca, né ho sentito nulla in seguito che confermi l’esistenza di una simile sezione. Immagino che possiate smettere di leggere qui. Ma se siete interessati ai dettagli, continuate a leggere».       Nel suo post, Kubrick ha taggato Alex Jones – di cui la Kubrick è sostenitrice e di cui è negli anni stata spesso ospite –, il giovane podcasterro Julian Dorey e Joe Rogan, nella cui trasmissione mesi fa era stato ospite il cineasta Roger Avary assieme al suo ex sodale Quentin Tarantino.     Avary, che ha dimostrato di avere una lettura profonda non solo dei film ma anche degli eventi mondiali, aveva spiegato che il finale del film di Kubrick conteneva un messaggio terrificante, che con probabilità sarebbe stato ampliato da questi presunti 20 minuti che gli studios avrebbero censurato al celebrato regista, scatenandone l’ira – Kubrick era noto per pretendere il controllo totale del film, persino nei suoi doppiaggi, con la leggenda secondo cui poteva far rifare un ciak anche cento volte. La produzione di un film di Kubrick poteva quindi durare mesi.   Secondo Avary, nel finale di Eyes Wide Shut vediamo un’inquadratura due uomini che, nel contesto di un negozio di giocattoli, portano via la figlia dei protagonisti, interpretati da Tom Cruise e dall’allora moglie Nicole Kidman. Questa sarebbe la rappresentazione del vero prezzo che il protagonista paga per aver scoperto i riti magico-sessuali dell’élite.   Allo stesso tempo, hanno aggiunto tanti osservatori, tale idea potrebbe essere un’allusione ai traffici pedofili delle élite, un po’ come avveniva con Epstein. Il fatto che la bambina mostri ai genitori un orsacchiotto sarebbe un altro riferimento alle reti degli abusatori.       Un concetto non dissimile di traffico di minorenne è ripetuto nel film nella storia della figlia dell’affitta-costumi interpretato da Rade Serbedzjia. Il personaggio ha il nome molto serbo di Milic, che tuttavia qualcuno ritiene possa essere, con un semplice cambio di consonante, Moloch, la divinità cui si sacrificavano i figli.     Secondo altri ancora, in questa idea – di cui sarebbe rimasta solo un’inquadratura – vi sarebbe un elemento autobiografico: proprio la figlia Vivian, che era stata vicino al padre al punto da scrivere la colonna sonora di Full Metal Jacket (1987), si era poi affiliata a Scientology – di cui è, quasi nella posizione di vertice, lo stesso Cruise – e questo sarebbe poi ricostruito come nel «rapimento» della figlia della coppia dei protagonisti.   Kubrick morì nel 1999 quando la produzione era quasi finita. Il film fu presentato al Festival di Venezia con grande successo. Gli interrogativi su altri elementi della sua opera continuano, come un presunto messaggio segreto disseminato in varie pellicole (tra cui soprattutto Shining) sulla falsità dell’allunaggio, le cui immagini, secondo una certa vulgata, sarebbero state girate dallo stesso Kubrick, forte della lezioni sugli effetti speciali appresa realizzando 2001 Odissea nello Spazio, in uno studio cinematografico.

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Di seguito traduciamo in toto il testo della Kubrick pubblicato su X.  

Eyes Wide Shut: i 20 minuti mancanti

Sapete, questo è il momento giusto per affrontare finalmente la questione dei 20 minuti mancanti di Eyes Wide Shut. È una storia che circola da molti anni, quindi lasciatemi dire cosa so e cosa non so.   Per contestualizzare, mio ​​padre faceva sempre incenerire le scene scartate una volta terminato un film, proprio per impedire alla casa di produzione di rimontare in seguito il suo lavoro o di crearne versioni alternative.   Si è molto speculato sul fatto che circa 20 minuti di Eyes Wide Shut siano stati rimossi dopo la sua morte. Questo sarà sicuramente una delusione per molti, ma io non ho sentito nulla al riguardo all’epoca, né ho sentito nulla in seguito che confermi l’esistenza di una simile sezione. Immagino che possiate smettere di leggere qui. Ma se siete interessati ai dettagli, continuate a leggere.

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Certo, non ero in grado di sapere tutto ciò che poteva essere accaduto prima o subito dopo la morte di mio padre. All’epoca vivevo a Los Angeles e stavo componendo la colonna sonora di un altro film. Volai in Inghilterra, completamente traumatizzata, per essere presente ai preparativi per il funerale e la sepoltura di mio padre. Ma dovetti tornare a Los Angeles il giorno dopo la sua sepoltura, sopraffatta dal dolore e dalla stanchezza, per completare la colonna sonora che ero contrattualmente obbligata a terminare, cosa che riuscii a malapena a fare. Quindi, in più di un senso, non ero presente a qualsiasi discussione potesse essere seguita.   L’unica modifica di cui ho sentito parlare all’epoca riguardava l’uso della CGI (immagini generate al computer) per oscurare parte della nudità nella scena dell’orgia, richiesta dalla Warner Brothers per ottenere un visto censura R per il film. Ma non ho sentito dire che siano state eliminate inquadrature o scene.   Quando mio padre morì, Eyes Wide Shut aveva raggiunto la fase di montaggio finale e si trovava nelle fasi conclusive della post-produzione. Era stato appena mostrato ai dirigenti dello studio, presumo con una colonna sonora provvisoria, mentre il mixaggio audio definitivo e parte del lavoro musicale dovevano ancora essere completati.   Era il 1999, l’epoca della distribuzione fisica delle pellicole. Il film fu montato con Avid [un sistema di montaggio digitale in auge tra gli anni Novanta e i primi Duemila, ndt], ma questo non va confuso con il tipo di archivio digitale permanente che si immagina oggi. Il materiale Avid consisteva in trasferimenti video a definizione standard realizzati dai giornalieri (720 × 576 pixel) e utilizzati per il montaggio. Si trattava di copie di lavoro, non di una conservazione digitale ad alta risoluzione del negativo originale. Non esisteva una versione digitale ad alta risoluzione di ogni ripresa archiviata su un server da qualche parte, come si potrebbe ragionevolmente immaginare oggi.   Naturalmente, erano presenti tutte le copie di prova in 35 mm, così come il negativo originale della cinepresa contenente gli scarti. Alla fine, molto tempo dopo che il film era stato completato e distribuito, le copie di prova in 35 mm e il negativo originale degli scarti furono inceneriti. Il negativo master originale del film finito e gli elementi intermedi della pellicola ricavati da esso furono, ovviamente, conservati in magazzino.   Una volta che l’immagine era definitiva, il negativo originale della cinepresa veniva fisicamente tagliato per corrispondere al montaggio finale di Avid. Una volta che il negativo era stato tagliato, non era possibile semplicemente annullare i tagli e riorganizzare la pellicola: ogni taglio distruggeva un fotogramma sia all’inizio che alla fine dell’inquadratura.   Il negativo master del film finito veniva quindi utilizzato per realizzare gli interpositivi, dai quali venivano ricavati gli internegativi, e questi ultimi venivano utilizzati per realizzare le copie in 35 mm destinate alla distribuzione cinematografica. Il negativo originale delle riprese scartate non veniva mai sottoposto a questo processo perché, ovviamente, quelle riprese non facevano parte del film finito.   Qualcuno potrebbe dire: «Ma allora, se la versione mancante di 20 minuti esistesse, sarebbe conservata sull’Avid!». Ma montare il film su Avid non significa che tutto quel materiale sia stato conservato per sempre. Non era un’epoca in cui ogni singolo elemento di montaggio veniva automaticamente conservato sui server per decenni, e non so se esista ancora del materiale di montaggio Avid della produzione. Questa è una domanda da porre alla University of the Arts London. Lì è conservato l’archivio ufficiale dei documenti, dei materiali di produzione e di altri documenti di mio padre, che coprono tutta la sua carriera, incluso Eyes Wide Shut. Ma a quanto ne so, non esiste alcuna copia del girato Avid del film.   Quindi, anche se 20 minuti fossero stati effettivamente rimossi dopo la sua morte, dubito seriamente che dovremmo aspettarci di trovare oggi da qualche parte un video o una copia digitale, un negativo inutilizzato o qualsiasi altra traccia fisica evidente di quel materiale. Ma l’assenza di tale materiale ha un doppio risvolto: non prova che quei 20 minuti siano mai esistiti.   Onestamente, non posso aggiungere altro. All’epoca non avevo mai sentito parlare di 20 minuti mancanti, non ho mai visto né mi è mai stata mostrata alcuna prova dell’esistenza di una simile sezione e non conosco alcun materiale superstite che lo dimostri.   Non posso dirvi cosa possa essere successo o meno nelle circa trenta ore immediatamente successive alla morte di mio padre; io non ero presente. Ma a meno che non emergano prove concrete – e non considero prove le storie di certe persone che, a mio parere, le inventano a posteriori; spesso le persone vogliono sensazionalizzare il proprio ruolo in una storia, se mai ne hanno avuto uno – la storia secondo cui sarebbero stati tagliati 20 minuti da Eyes Wide Shut dopo la sua morte rimane, a mio avviso, una vera e propria teoria del complotto, non un fatto accertato.   Infine, di una cosa sono certa: se davvero fossero stati sottratti 20 minuti, me ne sarei sicuramente accorta prima o poi. Una volta dissipata la nebbia dell’angoscia, mi sono impegnata a fondo per proteggere il lavoro di mio padre e ho preso questa responsabilità estremamente sul serio.

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Immagine di Carlos Pacheco via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0  
   
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