Arte
Attraverso il rock italiano degli ultimi 30 anni. Intervista a Sergio Carnevale
Sergio Carnevale è batterista – e membro storico e inamovibile – di una delle band italiane più innovative degli ultimi decenni, i Bluvertigo. Drummer versatile ed eclettico che ha prestato la sua esperienza musicale affiancando artisti del calibro dei Baustelle, Max Pezzali e del Maestro Franco Battiato, Sergio attualmente siede anche dietro ai tamburi di un altro gruppo storico del rock italiano recente, i Marlene Kuntz, accompagnando la band nei live in tutta Italia. Ma la vera sorpresa è la reunion dei Bluvertigo. Un tour che questa estate porta in giro il verbo musicale di questo gruppo, che tanto ha dato alla musica italiana e che ancora ha molto da dare.
Con Sergio abbiamo parlato a 360° della sua carriera, della sua musica e del suo batterismo.
Attualmente sei in tour con i Marlene Kuntz, avendo preso il posto di Luca Bergia dopo la sua prematura e dolorosa scomparsa. Ci racconti com’è nato il tuo incontro con la band e come ti sei approcciato alla loro discografia nell’adattare il tuo drumming?
Conoscevo i ragazzi già da molto tempo, ma ho approfondito il rapporto con Cristiano Godano anni fa grazie a un progetto parallelo con Federico Poggipollini, lo storico chitarrista di Ligabue. Avevamo messo in piedi questa superband un po’ per gioco: l’idea nostra era coinvolgere colleghi che arrivassero da veri contesti di band, non classici turnisti. Una volta è passato Saturnino, un’altra Max Gazzè… e anche alla voce avevamo diversi cantanti che si alternavano. Cristiano l’ho coinvolto a fare Colpa d’Alfredo di Vasco Rossi e Com’è profondo il mare di Lucio Dalla con Roberto Dell’Era al basso. In questo contesto stimolante ci siamo conosciuti ancor meglio.
Dopo il biennio pandemico mi arriva una sua chiamata per chiedermi se fossi disponibile. Feci il provino con loro a Cuneo, ci confrontammo e nacque la collaborazione. Luca non lo conoscevo bene: ci si incontrava ai concerti come con gli altri Marlene, ci salutavamo ma niente più. Così è partita questa nuova avventura.
La cosa che mi ha stimolato da subito è il loro approccio, completamente diverso dal mio modo di suonare. Ho fatto tante cose differenti nella mia carriera, ma il bello dei Marlene è che hanno un atteggiamento molto cuneese: sono duri e puri, intensi, determinati e con un mood molto cupo. Ammetto candidamente che non sono mai stato un loro fan, perché non ascoltavo quel tipo di musica e il drumming di Luca l’ho scoperto solo col tempo. Noi abbiamo fatto musica negli stessi anni e con i Bluvertigo ero proiettato verso tutt’altra situazione, per cui loro non rientravano nei miei ascolti, anche se qualche canzone mi piaceva.
Quel mondo musicale — dei Marlene, degli Afterhours, dei Karma e delle band di quell’epoca — prendeva ciò che arrivava dall’estero e lo trasformava, con testi in italiano, in qualcos’altro. Devo dire che con il tempo mi sono innamorato della loro musica e li ho capiti davvero solo quando ci sono entrato. All’inizio è un lavoro, ma la verità è che tutto il contesto e quell’atmosfera mi prendono e mi divertono, proponendomi qualcosa di diverso da ciò che stavo facendo; ed è una cosa che mi piace dal punto di vista professionale, perché mi arricchisce.
Questo picchiare ed essere così energici è un’attitudine che a sprazzi ho vissuto anche in qualche brano dei Bluvertigo, ma con i Marlene è l’esatto opposto: ci sono magari due lenti in un contesto dove si pesta di brutto, con un sound violento che ti arriva come un pugno nello stomaco. È una situazione bellissima e Cristiano e Riccardo sono bravissimi. Al mio fianco ho Lagash al basso, con cui ho trovato un’intesa basso/batteria molto coesa e — non vorrei peccare di presunzione — abbiamo un suono decisamente esterofilo e particolare.
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Avendovi visto dal vivo confermo questa energia rock che emanate dal palco.
Con Lagash c’è una bellissima alchimia: mi trovo bene, ci divertiamo e ci sorprendiamo a vicenda. In questo tour che celebra l’album Il Vile non c’è più Davide Arneodo per scelte artistiche, ma questa dimensione a quattro è decisamente più definita, molto più focalizzata su certi aspetti. Ci si diverte parecchio.
Un’altra cosa che ci tengo a dire su Luca è che quando sono entrato nei Marlene, ho fatto fatica all’inizio a trovare una quadra per interpretare i suoi brani. Dal punto di vista del drumming era davvero fantasioso e stimo moltissimo il suo stile: ha creato groove e soluzioni originali, e ci sono parecchi spunti che ho scoperto e amato soltanto suonandoli.
Va da sé che, mettendomi a studiare i pezzi, ho dovuto rielaborarli a modo mio: non sono un turnista e non potrei mai rifare esattamente ciò che faceva lui… anche perché non ne sarei capace! [ride] Non potrei mai scrivermi le parti e riprodurle alla lettera, non so neanche leggerle e poi non fa proprio per me rifare la stessa identica cosa ogni sera. Io sono fatto così, vado molto a istinto: una volta imparato il pezzo eseguo gli obbligati, la strofa, il ritornello, ma i fill ogni volta li faccio diversi. Questo fa parte da sempre del mio modo di suonare… lo facevo perfino con Max Pezzali, quindi figurati!
I Bluvertigo sono la tua band e la parte fondamentale della tua carriera. In questo momento siete in partenza per il tour estivo. Ci racconti questo vostro ritorno sulle scene?
Abbiamo fatto una data il 14 di aprile all’Alcatraz di Milano ed è stato un grosso successo; tutti ne hanno parlato molto bene. Erano tutti lì ad aspettare l’ennesima minchiata, invece è stato un gran bel concerto e abbiamo dimostrato a tutti di essere tornati con un impianto sonoro di un certo tipo e con dei visual che ho curato io personalmente. Una situazione molto bella e professionale. È la mia band, che cosa posso dire? È bello risuonare i pezzi dopo tanti anni, e pur non suonandoli da un po’ ce li hai dentro, ma al contempo certe cose le fai diversamente rispetto a gli anni che furono. Questa cosa la trovo molto bella e abbiamo molta libertà in questo.
Mi muovete nel vostro territorio musicale in libertà.
Nella nuova scaletta ci sono i primi due pezzi che io ho espressamente voluto, perché sono brani molto attuali secondo me, Il dio denaro e Decadenza, visto il momento storico che stiamo vivendo. C’è anche una logica nel titolo del tour che si chiama Essere umani, in un presente dove da una parte la tecnologia sta cambiando tutto e dall’altra le guerre che rendono l’essere umano il peggiore dei peggiori.
Oggi si avverte una disumanizzazione in tanti aspetti del quotidiano, come l’invadenza digitale che subiamo e accettiamo ogni giorno.
Nell’arte possiamo trovare un’ancora di salvezza. La tecnologia fa già parte della nostra vita e sempre più lo sarà, per cui liberarcene sarà impossibile: dovremo conviverci. La fantasia appartiene al nostro essere umani e quella potrà salvarci; per quanto un’AI possa tentare di ricrearla, non è la stessa cosa. Questo aspetto va difeso e preservato.
È anche vero che la tecnologia ci aiuterà in una serie di cose, ma ci sarà un controllo sempre più pervasivo, dove noi saremo sempre più dei numeri. Questa cosa mi rattrista molto, ma non ne possiamo fare a meno.
C’è anche l’aspetto della tecnologia applicata alla guerra: noi passiamo con uno scroll da un bambino a cui viene sparato in testa a una modella che mostra le sue curve. Ci passa tutto davanti agli occhi in maniera velocissima. Mi sento in balia di situazioni rispetto alle quali, per quanto non possa essere d’accordo, non so cosa possa effettivamente fare io. Posso insegnare a mio figlio a stare attento, spiegargli quello che succede così che possa quantomeno rendersene conto, ma siamo già dentro a tutto questo.
Già riuscire a prenderne consapevolezza è un fatto.
È un primo passo.
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Tornando ai Bluvertigo, Acidi è basi del 1995 è il vostro primo album in studio e Metallo non metallo (1997) il secondo. Ci racconti come avete lavorato a questi dischi?
Il primo album è un disco in cui io arrivai in corsa e infatti nei credits trovi scritto «con Sergio Carnevale», perché il batterista se ne andò mentre loro erano in studio. Feci delle batterie molto volanti, perché mancavano solo quelle, mentre il resto era tutto fatto. Entro nella band, firmo il contratto con loro e da lì parte tutto.
Per Metallo non metallo lavorammo un mese alle registrazioni nello studio Officine Meccaniche di Milano. La cosa molto divertente è che per ogni pezzo c’era «il santino»: in Cieli neri il santino erano i King Crimson e quella era la direzione che volevamo prendere. Ogni pezzo aveva delle situazioni che dovevano essere in qualche modo veicolate idealmente verso quell’ispirazione musicale, senza copiare, ovviamente.
Fu un lavoro molto bello, con tanta sperimentazione: voci fatte dentro i pick up della chitarra, batterie passate dentro gli amplificatori del basso, saturazioni… non c’erano i plug-in, per cui tutto quello che è il suono che siamo riusciti a ottenere è stato frutto di un lavoro di ricerca certosina. Potevamo stare tre ore sul suono di un charleston passato, filtrato ed effettato per poi dire: «è una merda, rifacciamo tutto». È stato divertente e molto stimolante, sia dal punto di vista professionale sia della ricerca del suono. Ho dei ricordi molto belli di Metallo non metallo.
Quando registrammo l’album Zero [1999, ndr] avevamo un budget più consistente. Con la vittoria degli MTV Music Award appena conseguita eravamo famosi, ma non siamo mai stati mainstream. Non siamo mai stati una band da centro, ma neanche un gruppo da prima serata nelleTV tv generaliste. Siamo stati sempre un crossover strano, forse un po’ troppo avanti con i tempi e capito troppo tardi. Speriamo che adesso la gente se ne accorga e mi aspetto che venga in tanti ai nostri concerti.
Sull’album Zero c’è la mano di David Richards, già al servizio dei Queen, noto produttore discografico e ingegnere del suono.
L’album lo abbiamo mixato nel suo studio, quello dei Queen. Le registrazioni le facemmo in vari studi a Milano e poi, per un mese, siamo andati in quello studio a Montreux a mixare il tutto. David Richards mixò originariamente Always Crashing in the Same Car di Bowie, che noi inserimmo come cover nel nostro album, sempre mixata da Richards. Mi ricordo che c’erano la batteria Ludwig cromata e la batteria elettronica con cui programmavano le basi ritmiche. Ci sono passati tutti i big della musica internazionale lì dentro. Una figata!
L’assistente di studio ci mostrò un preset che aveva fatto Brian Eno e allora ci siamo detti: «dobbiamo usarlo di default!». Era il periodo in cui era venuto fuori Pro Tools, a cui noi abbiamo fatto una sorta di doppio passaggio: avevamo Pro Tools da una parte che entrava nel banco mixer, per cui c’era il suono digitale e poi quello analogico. Si usavano comunque i nastri per comprimere le batterie, poi passarle sul digitale e quindi ancora sul banco analogico. È stato molto bello perché avevamo la libertà di fare cose diverse ed era veramente sperimentazione e avanguardia della tecnologia.
Oggi è più facile fare dischi e ciò ha portato a una quantità ragguardevole di uscite musicali. Con la tecnologia che c’è oggi, a casa puoi incidere tranquillamente un album. Una volta dovevi andare in studio e lo studio costava. Le Officine Meccaniche, all’epoca, costavano 750 mila lire al giorno: erano tanti soldi.
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Zero ha avuto una produzione molto costosa, in un momento in cui l’industria discografica aveva ancora margini economici notevoli.
Da lì in poi le case discografiche si sono fuse l’una nell’altra ed è arrivato lo streaming, facendo crollare le vendite dei supporti fisici; di conseguenza non avevano più quei budget a disposizione. Noi abbiamo goduto di finanziamenti importanti proprio alla fine di quel periodo. Quando i dischi si vendevano, l’industria discografica si poteva permettere cose che poi non ha più potuto fare, per cui tutto si è ridimensionato ed è cambiato.
Nel registrare le batterie negli album dei Bluvertigo avevi totale fantasia e creatività nel creare i groove e i fill?
Quando si lavora in gruppo c’è sempre un confronto e quando eseguo una take chiedo sempre il parere agli altri. Ci si confronta, modifico e la risuono in base ai vari suggerimenti finché non esce quella che mette d’accordo tutti.
Su La crisi c’è un punto dove si ferma tutto e quello stop è venuto fuori in studio di registrazione mentre stavo facendo la take; non ero convinto di quello che stavo suonando e mi sono fermato con un fill improvvisato talmente bene in battere, per pura casualità, perché non era assolutamente voluto o cercato. Dall’altra parte mi hanno detto: «Figata! Rientra da quel punto in poi» [ride]. Era un errore, ma è talmente incastrato a tempo nel brano che sembra studiato! A volte queste cose capitano in studio.
Quando feci il session man per i Baustelle sul disco Amen, uscito nel 2008, c’era il produttore Carlo Ubaldo Rossi che mi diceva: «Metti il piatto qui, il fill qui, fai questa cosa…» e io cercavo di eseguire. Le idee erano sue e io ho suonato come diceva e voleva lui. Poi gli ho detto: «Posso farti una take a mio gusto?». Ho fatto la registrazione senza pensare e mi ha detto: «Stai suonando meglio!». «Eh, grazie al cazzo! Non penso a tutto quello che devo o non devo fare nei vari punti del brano».
Tutto ciò rientra in un mio problema e in una mia mancanza: non sono il batterista che si scrive le cose e legge le partiture. Se penso troppo a dove mettere o non mettere quel piatto vado già in agitazione. Nel momento in cui sono libero mentalmente faccio una take che sento più mia. Sta poi al produttore decidere quale usare. Ma l’intuizione, l’espressività, avvengono solo in quel momento, non possono essere dettate da una rigida partitura. Io non funziono così e in quei casi non sono il batterista giusto. Belli i Baustelle, però il mio batterismo è questo.
I Bluvertigo hanno vissuto l’ultimo momento dell’industria discografica. Oggi un gruppo come i Bluvertigo potrebbe ripetersi in quello che avete fatto voi? Ci saranno dei nuovi Bluvertigo in futuro?
Ma magari! Quello spazio lì non se l’è acchiappato nessuno, perché quella specie di art-rock libero a trecentosessanta gradi senza guardare il genere, non lo ha fatto ancora nessuno.
Oggi le nuove produzioni appaiono più standardizzate.
Ma anche all’epoca. Noi siamo cresciuti con i Subsonica e loro hanno fatto sempre quella cosa lì che fanno ancora oggi; vanno dritti per la loro strada musicale. Non c’è niente d’improvvisazione. È un loro modo di suonare e un concetto totalmente diverso dal nostro, e non è che uno è giusto e l’altro sbagliato. Loro sono bravissimi, ma hanno il loro modo di essere, che è molto differente dal nostro.
Anche noi abbiamo sempre avuto le basi, ma abbiamo un atteggiamento punk dettato dal nostro «capitano», che è completamente pazzo, e dall’altra parte questo fa sì che noi siamo cresciuti con quell’atteggiamento, in totale libertà di espressione, che è quello che sto portando avanti adesso anche con i Marlene.
Un pezzo dei MK l’ho sempre eseguito in un modo, ma poi dal vivo ci metto dentro una roba, Lagash si gira perché capisce e si mette a ridere e poi mi dice: «Figata!». Mi permetto queste licenze perché mi vengono naturali e devo cercare sempre di divertirmi mentre suono. Mi annoierei a fare sempre la stessa identica cosa.
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Come avete costruito la fanbase dei Bluvertigo? Al tempo non c’erano i social, che oggi sono un fattore determinante per la visibilità.
Radio Popolare passava tutti i gruppi alternativi, mentre a noi ci odiava. Ci consideravano dei fighetti. Facevamo il verso agli anni Ottanta, ma non eravamo solo quello, anche se Andy si metteva le gonne e Marco si truccava. Per cui era un atteggiamento che per loro era eccessivo, perché al tempo c’erano riviste musicali come Rumore o Il Mucchio Selvaggio che, se ti etichettavano come alternativo, ok, sennò eri uno sfigato. Poi c’era la parte mainstream, come potevano essere Tv Sorrisi e Canzoni e il Festival di Sanremo, e noi non siamo mai stati nemmeno quella cosa lì.
Per cui è sempre stato difficile venir fuori e abbiamo costruito la nostra credibilità suonando veramente tanto. Quando uscì Metallo non metallo il primo singolo estratto fu Il mio mal di testa. Quel brano venne trasmesso in un momento storico in cui VideoMusic stava scemando e dall’altra parte non c’era più niente. Per cui il videoclip decidemmo di non farlo, perché non sarebbe servito a nulla, e la nostra fortuna è stata che poi arrivò MTV e le cose per noi cambiarono radicalmente. Loro, essendo esterofili e arrivando con uno sguardo più aperto rispetto alle tv nostrane, ci considerarono diversamente.
Nel 1998 vincemmo gli MTV Music Award e potevamo essere il fiore all’occhiello della musica italiana nel mondo, perché il nostro sound era internazionale. Quando vincemmo quel premio, in lizza con noi c’erano Vasco Rossi, Ligabue, 99 Posse e Articolo 31 e tutti rappresentavano un sound che all’estero non se lo sarebbero mai cagato. Noi avevamo un’immagine da boy band, apparentemente molto colorata, ma in verità si suonava per davvero.
Nel 2002 aprite il concerto di David Bowie.
Quello fu un momento storico. Peccato non avere foto. Ci siamo trovati ad aprire il concerto di Bowie perché il batterista dei Travis si fece male e non poterono esibirsi, così ci trovammo noi ad aprire David Bowie davanti, peraltro, a un pubblico affine alla nostra musica. Bowie, finito il suo show, se ne andò subito perché aveva un impegno a Nizza il giorno dopo. Abbiamo avuto giusto il piacere di un saluto veloce.
MTV StoryTellers nel 2008 fu un’altra vostra bella performance in chiave più intima.
Fu un live più acustico e riarrangiammo i brani in quella chiave lì, inframezzati da nostre interviste tra un brano e l’altro. Non fu una novità per noi, in quanto dopo l’uscita di Zero facemmo una situazione analoga, tutta processata attraverso Pro Tools, e i suoni erano esattamente come in studio. Un suono molto freddo e digitale, senza amplificatori sul palco.
Per poi passare alla seconda parte di quel tour, dove abbiamo abbandonato tutto e tenuto solo un click in cuffia per lanciare i pezzi, tutto riarrangiato senza sequenze. Molto rock! L’ultima parte, invece, era un ibrido tra le due situazioni sopracitate. Tutto ciò fa parte del nostro essere. No regole!
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Com’erano i backstage dei Bluvertigo negli anni Novanta?
Eravamo ragazzi e avevamo una cazzimma completamente diversa. Considera che al tempo di Metallo non metallo avevo ventotto anni e trovarsi in giro a suonare, avere i propri camerini, le fan e tutto quello che ne consegue, erano momenti divertenti e goliardici. Non ci siamo risparmiati, questo lo posso dire [ride].
Quando ti intervistai per il mio libro Visti da dietro. La musica raccontata dai batteristi, mi raccontasti di una serata milanese con David Byrne.
C’erano dei miei amici galleristi che organizzarono una mostra di David Byrne a Milano. Essendo loro impegnati, mi chiesero di portare Byrne in giro la sera. Io avevo una vecchia Polo e passai a prendere Marco e Andy e poi caricai lui. Abbiamo passato una settimana dove lo abbiamo accompagnato per concerti, locali e serate varie.
Nel 2001 partecipate a Sanremo con il brano L’assenzio. Come arrivaste al Festival?
A noi di Sanremo non ce ne fregava niente, perché avevamo già la nostra considerazione e per noi era solo una vetrina. Arrivammo con un pezzo che trovo attuale ancora oggi. Da una parte sono orgoglioso di essere arrivato ultimo, ma dall’altra non ci ha fatto bene, perché il brano è molto forte e forse un po’ troppo avanti per i tempi. Andò come andò.
Alla nostra seconda partecipazione, nel 2016, portammo una canzone che s’intitola Semplicemente, un pezzo che io non ho mai amato, però Marco era in fissa con quel brano. Secondo me lo facemmo anche un po’ troppo in fretta. In questo tour quel brano non c’è in scaletta.
Prima abbiamo citato la tua collaborazione con i Baustelle. Come ti sei trovato con loro e con il loro leader Francesco Bianconi?
Quello che ti posso dire è che loro sono molto bravi, Amen è un bel disco e Francesco è molto bravo nella scrittura. I pezzi, dopo un po’, risultano sempre quella roba lì. Loro, per scelta, hanno quel sound ben delineato e lo portano avanti. Non c’è rock ‘n roll, è tutto fottutamente mentale, per cui le cose sono sempre le stesse. Almeno quando ci ho suonato io era così.
Nel tempo poi non ci siamo più visti, ma adesso so che hanno una bella band e spero che un’evoluzione ci sia stata. All’epoca soffrivo un po’ del fatto che suonavamo troppo legati: «Sleghiamoci un attimo, usciamo un minimo dal seminato…». Le cose invece erano tutte molto diritte e inquadrate. È il loro modo di essere, alla fine. Non è una critica.
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Come mai, secondo te, si è esaurito il decennio del rock italiano anni Novanta?
I Baustelle, i Verdena – grande band – sono quello che è venuto dopo quel decennio. Non saprei dirti, le cose sono andate come sono andate e c’è stata una deriva verso l’hip hop e la trap di oggi, tutta ’sta merda che comunque ha scassato le balle per tanti anni e che ora si sta ridimensionando.
Spero e credo che ci siano delle nuove leve di giovani ragazzini che inizino a guardare a quel passato che rappresentavamo noi come a un esempio da cui poter trarre qualche spunto interessante.
Suoni all’Heineken Jammin’ Festival sia con i Bluvertigo sia con i Baustelle. Un palco importante.
Nel 2008 con i Baustelle suonammo prima dei Police. Nell’edizione del 1999 con i Bluvertigo c’era un cartellone da urlo: noi, Placebo, Hole, Blur e Marilyn Manson all’apice della sua popolarità. Nel 1997 aprimmo un concerto dei Tears for Fears, abbiamo aperto agli Oasis nel 1996…
Che sensazioni avevi in un palco così grande e importante come quello del Jammin’ Festival?
Beh, ti caghi anche un po’ sotto e intorno a te hai dei super professionisti e dei tuoi miti. Devi cercare di fare bella figura e non fare figure di merda. Ammetto che c’era un po’ di tensione, anche perché tutto viene allestito in maniera molto veloce e devi sperare che tutte le cose funzionino. Una serie di stress non indifferenti. Una volta che sei su parti e via! È un momento bello intenso.
Tu collabori con Max Pezzali in studio incidendo alcuni brani nel disco Terraferma del 2011 e facendo quattro tour con lui. Come arrivi a suonare con Max?
Ci arrivai tramite Pierpaolo Peroni, perché era il braccio destro di Cecchetto, il quale lavorava con Max. Volevano cambiare la band, dove tra l’altro avevano dei turnisti di prim’ordine.
Ricordo questi live con un’attitude da sessionman – come ti dicevo prima – senza l’anima. Va bene che è Pezzali, ma tutto è impacchettato, tutto perfetto, tutto sempre allo stesso modo e non c’è mai niente fuori posto. Questo modo di suonare lo trovo distante dal mio essere ed è tutto quello che non mi rappresenta.
Se penso a quando suonavo Hanno ucciso l’uomo ragno, il fill non era mai uguale: lo facevo sempre sullo stesso punto, ma ogni sera era diverso, anche perché non me lo ricordavo. Posso ricordarmi uno stop, ma non esattamente il tipo di fill. Mi piace avere questo mio atteggiamento e mi gasa questa cosa.
Max Pezzali è una persona meravigliosa, di una simpatia indicibile. È stato sicuramente un gran bel lavoro, molto professionale, con palchi enormi e una produzione di livello superiore: la mensa che viaggiava con noi, un palco di venticinque metri…
In studio come ti sei trovato invece?
Il pezzo era quello e lo dovevo suonare in quel modo; scelgono la take migliore e via. Citando i Bluvertigo ti dico che «sono come suono».
Quando ci siamo incontrati l’ultima volta mi dicesti che voi Bluvertigo avete delle registrazioni inedite con Franco Battiato.
C’è un lavoro che speriamo prima o poi venga alla luce. Le registrazioni risalgono al 2002 e noi suonammo i suoi pezzi con lui alla voce, mentre lui cantò Altre forme di vita con noi. Meraviglioso.
Francesco Rondolini
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Immagine di Angela_Anji via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0.
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Dalla scherma mondiale alla chitarra dei Bluvertigo. Intervista a Livio Magnini
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India, novembre 2006: Livio Magnini (a sinistra) con il direttore Roberto Dal Bosco (a destra) e un amico dinanzi alle parete scolpita detta Arjuna’s Penance, Mahabali Puram, Tamil nadu.

Concerto dei Jet Lag a Londra, novembre 2007
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Harvey Weinstein condannato a 15 anni per reati sessuali
Il produttore hollywoodiano caduto in disgrazia Harvey Weinstein è stato condannato a 15 anni di carcere per violenza sessuale, secondo quanto deciso mercoledì da un tribunale di New York.
L’ex magnate del cinema, 74 anni, è stato giudicato colpevole l’anno scorso di un atto sessuale criminale di primo grado ai danni dell’ex assistente di produzione televisiva Miriam Haley, nel suo appartamento di Manhattan nel 2006. La sentenza è arrivata in un nuovo processo, dopo che le precedenti condanne di Weinstein a New York erano state annullate nel 2024.
«Spesso mi sentivo come se fossi io sotto processo», ha detto la Haley in aula, secondo CBS News. Ha aggiunto che portare avanti il caso le era sembrato a tratti «la peggiore decisione della mia vita» e ha accusato Weinstein di non aver mostrato alcun rimorso né «alcun segno di cambiamento».
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Lo Weinstein si è scusato con le persone che potrebbe aver ferito, ma continua a proclamarsi innocente. «Vieni trattato come un animale, anzi, sei persino meno di un animale perché non vali niente», ha detto a proposito del periodo trascorso in carcere, secondo CBS News.
Il giudice Curtis Farber ha osservato che Weinstein sarà ricordato per i film che ha portato sul grande schermo, ma che questa eredità «impallidirà al confronto» con i suoi crimini e con il fatto di essere diventato «il volto stesso del movimento #MeToo».
Prima che le accuse emergessero nel 2017, Weinstein aveva prodotto o contribuito a portare in sala alcuni dei film più noti di Hollywood, tra cui Pulp Fiction, Will Hunting – Genio ribelle e Shakespeare in Love, che vinsero vari premi oscarri.
Le rivelazioni hanno contribuito a trasformare #MeToo in un movimento globale, con donne che hanno accusato pubblicamente figure potenti dello spettacolo, dei media, della politica e di altri settori di molestie sessuali. La sentenza di mercoledì ha rappresentato un passaggio decisivo nella fase newyorkese di una vicenda giudiziaria che dura da quasi un decennio.
Nel 2020, a New York, Weinstein era stato condannato a 23 anni di carcere per aver aggredito sessualmente Haley e l’attrice Jessica Mann. Quelle condanne furono annullate nel 2024 e il tribunale dispose un nuovo processo.
Nel nuovo processo del 2025 Weinstein è stato di nuovo condannato nel caso Haley e assolto da un’altra accusa riguardante l’attrice polacca Kaja Sokola. La giuria non ha raggiunto un verdetto sull’accusa di stupro relativa a Mann, poi ritirata dall’accusa.
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Separatamente, Weinstein è stato condannato a 16 anni di carcere in California dopo una condanna per violenza sessuale nel 2022. Weinstein ha negato di aver aggredito sessualmente o violentato chiunque.
Il Weinstein, che è ebreo, durante le prime fasi dell’attacco si era servito esplicitamente di Black Cube, una nota agenzia di intelligence privata israeliana composta in larga parte da ex agenti del Mossad e delle forze di difesa israeliane (IDF). Il legame tra il produttore cinematografico e l’agenzia investigativa è emerso pubblicamente grazie alle storiche inchieste giornalistiche del 2017 firmate da Ronan Farrow sul The New Yorker ed è stato poi confermato da documenti legali presentati durante i suoi processi penali.
Il Farrow è figlio dell’attrice Mia Farrow e (anche se è emersa una possibile paternità dell’ex marito di quest’ultima, Frank Sinatra) del controverso comico ebreo Woody Allen, che Ronan odia di odio immortale, e alcuni suggeriscono che non è escluso che l’inchiesta del Farrow non avesse come fine quello di arrivare proprio alle malefatte padre.
Ingranaggio fondamentale dell’inchiesta di Farrow fu la modella italiana di origini filippine Ambra Battilana Gutierrez, già testimone, anni prima, nel caso delle cene di Silvio Berlusconi a Villa San Martino ad Arcore, conosciute anche con l’espressione, divenuta internazionale, di «Bunga-bunga». Secondo quanto riportato nel 2015 lo Weinstein molestò la modella nel suo ufficio nel quartiere neoeboraceno Tribeca. A differenza di altre vittime, la Battilana andò subito alla polizia e accettò di indossare un microfono per incastrare il produttore in un’operazione sotto copertura.
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Durante l’incontro registrato dalla Battilana, Weinstein ammise esplicitamente di averle toccato il seno il giorno prima. Nonostante questa prova schiacciante, il procuratore distrettuale di Manhattan, Cyrus Vance jr. (figlio dell’ex segretario di Stato USA Cyrus Vance sr.), decise incredibilmente di non incriminare il produttore, e la modella fu costretta a firmare un accordo di riservatezza (Nda) da un milione di dollari per non parlare
La commentatrice politica statunitense Candace Owens sostiene fermamente che Weinstein sia stato ingiustamente condannato e ha avviato una campagna mediatica per scagionarlo davanti all’opinione pubblica. Attraverso una serie di inchieste e interviste esclusive realizzate direttamente con il produttore in carcere, la Owens ha strutturato la sua difesa basandosi su tesi ben precise.
Per la Owens, il comportamento del produttore, già grande fiancheggiatore hollywoodiano del Partito Democratico, era immorale ma non criminale: bisogna distinguere nettamente tra l’abuso di potere o l’infedeltà coniugale e il reato di stupro. Candace definisce Weinstein un «uomo immorale», ma nega che sia un violentatore.
La podcaster riconosce quindi la natura transazionale dei rapporti tra lo Weinstein è le attrici, aspiranti o affermate che fossero: secondo la sua analisi, i rapporti tra il produttore e le attrici erano di tipo transazionale e consensuale, finalizzati a ottenere favori in cambio di avanzamenti di carriera a Hollywood – si tratterebbe quindi del grande classico del «divano del produttore», un tropo non solo di Hollywooddo.
Vi è poi, secondo la commentatrice, il fattore estetico: in talune dichiarazioni provocatorie rilasciate alla stampa, la Owens ha affermato che molte donne si sarebbero rivoltate contro di lui solo a posteriori perché Weinstein «non è un uomo attraente come Brad Pitt», trasformando rapporti consensuali in accuse di violenza.
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Si sarebbe trattato, quindi, di un processo mediatico e politicizzato: la Owens accusa il movimento #MeToo di aver creato un clima da «tribunale del popolo», dove il desiderio di giustizia sociale ha soffocato le prove fattuali, portando a processi fortemente politicizzati, in cui è stata vista l’incoerenza delle accusatrici – analizzando i documenti processuali e i messaggi privati, come le email tra Weinstein e un’accusatrice, la Candazza ha evidenziato come molte presunte vittime abbiano continuato a cercare affettuosamente il produttore, richiedendo favori lavorativi e biglietti aerei anche dopo i presunti abusi.
Si sarebbe trattato, quindi, di un processo mediatico e politicizzato: la Owens accusa il movimento #MeToo di aver creato un clima da «tribunale del popolo», dove il desiderio di giustizia sociale ha soffocato le prove fattuali, portando a processi fortemente politicizzati, in cui è stata vista l’incoerenza delle accusatrici – analizzando i documenti processuali e i messaggi privati, come le email tra Weinstein e un’accusatrice, la Candazza ha evidenziato come molte presunte vittime abbiano continuato a cercare affettuosamente il produttore, richiedendo favori lavorativi e biglietti aerei anche dopo i presunti abusi.
Si sarebbe avuta quindi una violazione del giusto processo: la Owens ha criticato aspramente la condotta dei giudici (esultando quando la prima condanna di Nuova York è stata ribaltata per vizi di forma), sostenendo che i processi si siano trasformati in «character assassination» piuttosto che in verifiche oggettive dei fatti contestati.
Alla base delle teorie della Owens – che ha intervistato il Weinstein dal carcere – vi è un’originale teoria, quella secondo cui a Hollywood opererebbe una cricca, di una certa estrazione socio-religiosa, che lavorerebbe alacremente per il controllo delle IP, la proprietà intellettuale, cioè i diritti sui film. Secondo questa suggestione, lo Weinstein sarebbe stato semplicemente «sacrificato» così da ottenerne poi i poteri.
La stessa cosa, sussurra la Owens, sarebbe successa a Michael Jackson: i grandi scandali che lo hanno colpito hanno reso aggredibili i diritti commerciali del catalogo di cui disponeva, che dal 1985 comprendeva anche quelli della società editoriale ATV Music Publishing, acquistata per 47.5 milioni di dollari e che deteneva i diritti di pubblicazione di circa 4.000 canzoni, tra cui oltre 250 brani storici dei Beatles scritti dal duo Lennon-McCartney.
Ora i media si stanno rovesciando contro la Owens l’accusa di essere stata pagata: durante l’udienza, i pubblici ministeri hanno affermato di possedere registrazioni in cui Weinstein offriva 1,75 milioni di dollari a un podcaster non identificato, durante una telefonata dal carcere, affinché diffondesse video utili alla sua difesa, «inquinando il bacino di potenziali giurati e raggiungendo i giurati già presenti, prima e dopo i processi». Tale podcaster, sarebbe secondo le allusioni, la Owens.
Un portavoce della popolarissima giornalista ha negato che sia mai stata pagata da Weinstein. Il portavoce di Weinstein ha negato le accuse di manipolazione della giuria. «Questa affermazione è palesemente falsa. Harvey non ha mai offerto né pagato a nessuno 1,75 milioni di dollari per influenzare una giuria, e non c’è mai stato un accordo del genere», ha dichiarato.
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Immagine di David Shankbone via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
Arte
La figlia di Stanley Kubrick parla dei «20 minuti mancanti» da Eyes Wide Shut
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Eyes Wide Shut: i 20 minuti mancanti
Sapete, questo è il momento giusto per affrontare finalmente la questione dei 20 minuti mancanti di Eyes Wide Shut. È una storia che circola da molti anni, quindi lasciatemi dire cosa so e cosa non so. Per contestualizzare, mio padre faceva sempre incenerire le scene scartate una volta terminato un film, proprio per impedire alla casa di produzione di rimontare in seguito il suo lavoro o di crearne versioni alternative. Si è molto speculato sul fatto che circa 20 minuti di Eyes Wide Shut siano stati rimossi dopo la sua morte. Questo sarà sicuramente una delusione per molti, ma io non ho sentito nulla al riguardo all’epoca, né ho sentito nulla in seguito che confermi l’esistenza di una simile sezione. Immagino che possiate smettere di leggere qui. Ma se siete interessati ai dettagli, continuate a leggere.EYES WIDE SHUT: THE MISSING 20 MINUTES
You know, this is as good a time as any to finally address the missing 20 minutes from Eyes Wide Shut. It’s a story that has been circulating for many years, so let me tell you what I actually know and don’t know. For context, my father… pic.twitter.com/hsgllDKJnV — Vivian Kubrick (@ViKu1111) September 1, 2026
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