Spirito
«Rivendico di non essere scismatico!»: la lettera a Leone XIV di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica la lettera dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò a papa Leone XIV. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

L’Arcivescovo Carlo Maria Viganò a Leone XIV
Alcune settimane fa ho reso pubbliche le vicende legate alla mia richiesta di incontrare Leone, al suo iniziale accoglimento, alla sua improvvisa disdetta e definitiva cancellazione. Mentre un Arcivescovo cattolico non veniva ritenuto degno di essere ricevuto in Udienza, un’abortista omoeretica nelle vesti di «arcivescovessa» anglicana ha meritato non solo gli onori protocollari del Vaticano, ma addirittura di comunicare «in sacris» con Leone e altri Prelati, giungendo ad impartire una «benedizione» nel sacello del Principe degli Apostoli. Ciò a riprova del doppio standard applicato dagli esponenti della chiesa sinodale. Non credo occorra dilungarsi in ulteriori commenti. Dopo lunghi mesi di silenzio è giunto il momento di portare a conoscenza il contenuto della mia lettera a Leone del 25 gennaio scorso, in modo da lasciarne una traccia documentale.
Santità, con questa lettera desidero offrire alla Sua considerazione gli eventi salienti della mia vita personale e ministeriale, in modo da consentirLe di conoscermi e di inquadrare le intenzioni che mi animano.
Sono nato il 16 Gennaio 1941 a Varese, in una famiglia profondamente cattolica, grazie alla quale ho potuto crescere nella pratica quotidiana della Fede, avere una solida istruzione superiore e maturare la Vocazione al Sacerdozio. Fui ordinato sacerdote il 24 Marzo 1968 e dopo un breve periodo di ministero parrocchiale a Pavia fui invitato dall’allora Sostituto della Segreteria di Stato Mons. Giovanni Benelli ad entrare nella Pontificia Accademia Ecclesiastica, dove venni ammesso nell’Ottobre 1971.
Ho servito cinque Pontefici: nelle Nunziature di Bagdad, Kuwait e di Londra; poi dal Gennaio 1978 in Segreteria di Stato per oltre dieci anni come Segretario di tre Sostituti; infine come Osservatore Permanente presso il Consiglio d’Europa e il Parlamento Europeo a Strasburgo (1988-1992). Dopo la mia Consacrazione episcopale, ricevuta dalle mani di Giovanni Paolo II, sono stato inviato in Nigeria come Nunzio Apostolico (1992-1998), quindi richiamato in Segreteria di Stato con l’incarico di Delegato per le Rappresentanze Pontificie (1998-2009). Nel 2009 Papa Benedetto XVI mi ha nominato Segretario Generale del Governatorato e nel 2011 Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America, fino al 2016.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Fu nelle vesti di Delegato per le Rappresentanze Pontificie che mi trovai a trattare i processi informativi per le promozioni all’Episcopato, in Curia e nelle Nunziature, e i casi più riservati e delicati riguardanti Vescovi e Cardinali, tra i quali il dossier di Theodore McCarrick e di altri Prelati omosessuali. La mia azione in questo ambito mi valse la rimozione dalla Segreteria di Stato e il mio trasferimento al Governatorato come Segretario Generale, dove Papa Benedetto mi incaricò di contrastare la malagestione e la vasta rete di corruzione finanziaria. Anche in quel caso, nonostante avessi portato il bilancio del Governatorato, nell’arco di un anno e mezzo, da un deficit di 15 milioni di Euro ad un utile di 35 milioni, e nonostante il Papa volesse promuovermi alla Presidenza del Pontificio Consiglio per gli Affari Economici della Santa Sede, fui allontanato dalla Curia Romana ed inviato a Washington come Nunzio Apostolico. La mia azione disturbava persone all’epoca molto potenti e capaci di prevaricare sulla volontà di Papa Benedetto.
Nel 2016, all’esatto compimento dei settantacinque anni, Bergoglio mi ordinò di lasciare la Nunziatura di Washington e mi proibì di ritornare in Vaticano, dove Giovanni Paolo II mi aveva assegnato permanentemente un appartamento; mi proibì altresì di dimorare nella residenza romana dei Nunzi in pensione appositamente predisposta da Papa Benedetto. Prima di morire Bergoglio mi ha fatto anche revocare la cittadinanza vaticana e il passaporto; mi ha impedito di usufruire dell’assistenza sanitaria fornita ai membri del Servizio Diplomatico nonostante ne abbia sempre regolarmente versato i contributi; ha ordinato la radiazione della mia vettura dal Registro Veicoli Vaticani; ha impedito il rinnovo della patente di guida vaticana di cui avevo usufruito ininterrottamente dal 1973, creandomi gravissimi disagi e condannandomi di fatto agli arresti domiciliari.
Dopo aver reso pubblico nell’agosto del 2018 il dirompente memoriale su Theodore McCarrick e sull’estesa rete di corruzione e complicità in seno alla Curia Romana, che vedeva direttamente coinvolto lo stesso Jorge Mario Bergoglio, ho vissuto per alcuni anni in luoghi segreti, come mi fu consigliato dal Card. Raymond Leo Burke in considerazione delle minacce ricevute, e del fatto che il mio immediato predecessore a Washington, il Nunzio Pietro Sambi, aveva trovato la morte in circostanze molto sospette, dopo aver avuto duri scontri con l’allora Card. McCarrick nel comunicargli i provvedimenti presi da Benedetto XVI per contrastare i suoi crimini di abusatore seriale.
La corruzione, i ricatti, gli inganni e i tradimenti con cui mi sono dovuto confrontare mi hanno indotto ad interrogarmi sulle origini profonde dello stato disastroso in cui versa la Chiesa Cattolica.
Nel ritornare con la memoria agli anni della mia formazione all’Università Lateranense (1960-1964) e alla Gregoriana (1965-1969), ho dovuto riconoscere che ancor prima della conclusione del Concilio Vaticano II l’impostazione ideologica dell’intero cursus studiorum – e del corpo docente – era già improntata ai nuovi insegnamenti conciliari, pur non ancora approvati. Ricordo bene come nei Seminari romani la disciplina clericale cedette all’anarchia su tutti i fronti, e come fossero i Superiori ad incoraggiare la partecipazione dei chierici alle conferenze dei «nuovi teologi»: mi riferisco a quanti, sino a pochi anni prima, erano visti con giustificato sospetto dal Sant’Uffizio, come Küng, Ratzinger, Rahner, Schillebeeckx, Congar e con loro quel sottobosco di modernisti che di lì a poco avrebbe infestato le cattedre degli Atenei e i posti di responsabilità in Vaticano e nelle Diocesi. E come sempre è avvenuto per tutte le operazioni eversive, il clima di generale cambiamento, di continue riforme, di enormi mutazioni fu creato ad arte dall’alto.
Dal mio punto di osservazione privilegiato come Segretario del Sostituto, sono stato testimone dell’emorragia di migliaia di vocazioni sacerdotali e religiose; mentre quei sacerdoti che non volevano assecondare il nuovo corso conciliare né abbandonare la Liturgia tridentina erano ostracizzati, trattati come eretici, scomunicati o sospesi a divinis, privati dello stipendio, lasciati morire in solitudine.
Rileggendo quegli eventi e quelle riforme con lo sguardo disincantato di oggi e con l’esperienza derivante da altri fatti analoghi – non ultima la gestione del Sinodo sulla Famiglia che portò ad Amoris Lætitia e soprattutto la rivoluzione sinodale in corso – non mi fu possibile non vedere in tutto ciò una mens che aveva già predisposto l’azione eversiva che di lì a breve avrebbe mostrato i suoi più dirompenti effetti.
La rivoluzione conciliare ha seguito un copione ben preciso, sotto un’unica regia. Tutto doveva sembrare perfettamente legale e conforme alla prassi ordinaria della Chiesa: ogni documento promulgato doveva consentire di darne un’interpretazione ortodossa per rassicurare i Padri conciliari e un’interpretazione eretica da far deflagrare successivamente. Quei documenti rivelano le vere finalità di coloro che usarono dolosamente un Concilio per imporre errori dottrinali, morali e liturgici già condannati dai Romani Pontefici.
Durante i lunghi anni del mio ministero al servizio della Sede Apostolica, l’obbedienza incondizionata ai Pontefici e il mio essere totalmente assorbito dagli incarichi affidatimi, non mi permisero di comprendere la rivoluzione in atto. Come avrei potuto immaginare il sovvertimento e il tradimento che si stavano consumando? Come avrei potuto credere che la suprema Autorità della Chiesa e l’intero Episcopato potessero essersi resi complici dei più insidiosi nemici di Cristo che San Pio X aveva identificato nei Modernisti?
Sostieni Renovatio 21
Il «pensionamento» sopraggiunto nel 2016 mi ha permesso di dedicare a questi gravi problemi preghiera, studio e meditazione. Ho così maturato la consapevolezza che il Concilio Vaticano II, pur mantenendo le caratteristiche di un Concilio Ecumenico, è stato voluto con l’intenzione di usarlo per rivoluzionare l’intero edificio ecclesiale e sovvertirlo in ogni sua componente: nella Dottrina, nella Liturgia, nella disciplina, nelle norme canoniche e specialmente nella sua costituzione gerarchica. Sono stati gli stessi artefici del Vaticano II a definirlo «il 1789 della Chiesa» e a considerare questo loro esperimento eversivo il Concilio per antonomasia, dimostrando così la sua eterogeneità rispetto a tutti gli altri Concili e alla perenne Tradizione della Chiesa.
Tanto Jorge Bergoglio quanto i papi del post-concilio hanno orgogliosamente rivendicato la loro continuità ideologica con il Vaticano II per eseguire e legittimare ogni loro «riforma». Significativamente, l’intero «corpus magisteriale postconciliare» pone un nuovo paradigma sancito dal Concilio. Le sue dottrine fluide – in continua evoluzione come in evoluzione è la sintesi hegeliana che esse sottendono – sono in evidente rottura con il Magistero bimillenario della Chiesa precedente al Vaticano II.
Il Concilio ha assecondato e contribuito alla decristianizzazione dell’Occidente e all’instaurazione, nella sfera civile, di un nuovo ordine conforme ai disegni della Massoneria. Sono ben noti i piani delle logge e conosciamo i mezzi che sarebbero stati adottati per ottenere gli scopi prefissati. Si trattava di infiltrare la Chiesa Cattolica e colpirla dal di dentro.
La discussio sul Vaticano II e sul golpe nella Chiesa mi ha condotto a riscoprire in tempi relativamente recenti il Rito Tradizionale. L’abbandono della messa montiniana ha segnato una nuova stagione del mio Ministero episcopale. Insieme alla Messa tridentina (che fu quella della mia Ordinazione sacerdotale), ho scoperto un universo sommerso di sacerdoti, religiosi e seminaristi perseguitati ed emarginati. Ho ritenuto mio dovere apostolico ascoltare il loro grido di aiuto, offrendo loro una risposta che desse rinnovata fiducia verso quella Chiesa dalla quale si sentivano traditi e cacciati. Ciò mi ha portato a istituire la Fondazione Exsurge Domine, facendo tutto il necessario per garantire i mezzi di sussistenza – spirituali e materiali – e un’identità ecclesiale autenticamente cattolica a chi, per la propria fedeltà alla Tradizione, è stato ingiustamente colpito dal Terrore bergogliano.
Tra questi vi sono i membri della Fraternità Sacerdotale Familia Christi, nata e riconosciuta prima nell’ambito di Ecclesia Dei, poi brutalmente distrutta e cancellata. I suoi membri sono stati vittime di una terribile persecuzione – che Ella non può ignorare – da parte dell’attuale Arcivescovo di Ferrara Gian Carlo Perego e della stessa Santa Sede. A questi chierici, che si sono rivolti a me dopo essere stati abbandonati a loro stessi senza sostentamento, e ai candidati al Sacerdozio che si sono uniti a loro, sto assicurando la mia cura paterna.
La mia denuncia dell’apostasia della chiesa conciliare e sinodale e della sua rottura con la Tradizione, insieme ai circostanziati dubbi sulla legittimità del «pontificato» di Bergoglio – che in coscienza ho affrontato nella persuasione di adempiere al mandato di Successore degli Apostoli – mi sono valsi una scomunica ingiusta, illegittima e ideologicamente motivata. Questa sanzione canonica, ancorché la consideri nulla, comporta delle gravi ripercussioni ecclesiali, istituzionali e personali che mi addolorano profondamente e che stridono se paragonate all’impunità di cui godono cardinali, vescovi e sacerdoti notoriamente eretici e corrotti.
Tra costoro non posso non menzionare Eleuterio Vásquez Gonzales, noto a Chiclayo come «padre Lute», accusato di aver abusato sessualmente di alcune giovani vittime. La Santa Sede ha di recente accordato a «padre Lute» la dimissione dallo stato clericale senza un regolare processo canonico, e di fatto lasciandolo impunito; mentre l’avvocato canonista delle vittime, mons. Ricardo Coronado Arrascue è stato estromesso dalle sue funzioni legali, ridotto allo stato laicale, e inquisito per infamanti accuse. La vicenda mi è stata documentata e dettagliatamente esposta dallo stesso mons. Coronado. Questo caso ripete lo stesso modus operandi di Bergoglio già adottato con McCarrick e rivela un’aberrante amministrazione della Giustizia da parte della Santa Sede.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Dinanzi alla scomunica illegittimamente comminatami rivendico di non essere scismatico! Per grazia di Dio sono e sarò un devoto figlio di Santa Romana Chiesa e un fedele suddito del Pontificato Romano. Credo fermamente nella Comunione Apostolica e riconosco il Primato Petrino. Riconosco parimenti la necessità di appartenere non solo al Corpo Mistico invisibile, ma anche al corpo ecclesiale istituzionale e visibile.
Insieme a me, sul banco degli imputati dell’ex-Sant’Uffizio, sono stati chiamati tutti i Papi della storia fino a Pio XII.
Mi sono chiesto più volte la ragione della persecuzione che devo affrontare nella fase finale della mia vita terrena; e se la mia convinzione di agire rettamente e secondo la volontà di Dio possa essere stata tratta in errore. Ma per quanto io cerchi di esaminare il mio operato, come se mi trovassi dinanzi a Cristo Giudice nel momento del trapasso, non vi trovo nulla di moralmente sbagliato. I miei accusatori si sono limitati a dar seguito ad una sentenza già scritta, allo scopo di estromettere con un espediente «canonico» colui che ha denunciato l’infedeltà della Gerarchia cattolica, proclamando la Verità senza bavagli. Una voce – la mia – che non poteva essere messa a tacere per il semplice fatto che nessuno mi ha mai potuto corrompere né ricattare.
Gli Ufficiali dell’ex Sant’Uffizio non sono stati in grado di confutare uno solo degli argomenti da me addotti. Ma è bastato loro che io abbia osato criticare il Vaticano II e Jorge Mario Bergoglio per condannarmi alla scomunica per il delitto di scisma, proprio quando è il mio amore per il Papato e per il Magistero perenne della Chiesa ad espormi a questo spietato attacco da parte del Vaticano. Non ho mai inteso separarmi dalla Comunione Apostolica, né disobbedire al Vicario di Cristo, né fondare una «chiesa parallela», come taluni mi hanno accusato di voler fare. Credo anzi che non avrei potuto meglio servire il Papato e la Santa Chiesa, se non parlando e agendo come ho fatto, affrontando le sofferenze che me ne sono derivate in spirito di unione con i patimenti del divino Redentore.
Mi rivolgo a Lei come Arcivescovo anziano, per amore di Nostro Signore e nella fedeltà alla Santa Chiesa. Mi rivolgo a Lei per esprimerLe il tormento nel vedere la Chiesa Cattolica eclissata e sfigurata da chi la occupa e ne detiene il potere. Non riesco a capacitarmi di come, dopo la disastrosa esperienza di Jorge Bergoglio, Ella non solo non voglia condannarne gli errori e gli scandali, ma non perda occasione per ribadire la Sua totale continuità con essi, in nome di una «chiesa sinodale» che adultera la struttura gerarchica e la natura monarchica che Nostro Signore ha voluto dare alla Sua Chiesa, e ne demolisce l’intero edificio dottrinale.
Faccio appello a un altro Leone, il grande Papa Vincenzo Gioacchino Pecci, nella paradossale situazione di sapere che egli troverebbe le mie parole condivisibili e meritevoli di elogio, mentre la chiesa bergogliana le ha giudicate degne di uno scismatico. Cos’è accaduto nella Chiesa Cattolica nell’arco di qualche decennio, per far sì che io mi trovi condannato, e con me tutti i Papi preconciliari? Quomodo facta est meretrix civitas fidelis? (Is 1, 21).
La Fede che professo, la Messa tridentina che celebro, i Concili e gli Atti magisteriali che accolgo, la Professio Fidei Tridentina e lo Jusjurandum antimodernisticum che tante volte ho ripetuto, sono comuni a tutta la Chiesa e mi uniscono ad essa. Di questa Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica e Romana, immutata nella dottrina e nella morale, mi dico figlio e servitore devoto. Quel Papato, parimenti immutato, è il Papato Romano cui sono obbediente, poiché nella voce del Vicario risuona la Verità del Buon Pastore che dà la vita per le pecore (Gv 10, 11).
L’autorità delle Sante Chiavi deve aprire le porte della Gerusalemme celeste ai giusti ed escludervi i reprobi, non viceversa. Questa autorità promana da Nostro Signore (Rm 13, 1) – ed è vicaria della Sua autorità. Non è possibile che essa venga usata per legittimare ciò che Egli condanna, né tantomeno per condannare ciò che Egli ha ordinato di fare. Per questo non posso obbedire a chi, costituito in autorità, rifiuta di essere a sua volta sottomesso e obbediente alla somma Autorità di Dio.
Penso alle parole di San Paolo: Ma se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi annunciasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia anatema! (Gal 1, 8) Da quale Chiesa sono separato? E quale autorità mi condanna? Quella del Vicario di Cristo o quella di chi predica un vangelo diverso da quello ricevuto da Nostro Signore?
Aiuta Renovatio 21
Lascio nelle Sue mani questa lettera, affinché Ella conosca le ragioni delle mie posizioni e della mia azione, nella speranza di poterLa spronare ad un profondo esame di coscienza e ad una doverosa quanto improrogabile conversione del cuore, della mente, della volontà, memore delle parole di Nostro Signore: “Simone, Simone, Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano, ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno: e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31-32).
Le chiedo di esercitare la Sua suprema Autorità per confermare i fratelli nella Fede. Le chiedo di confermarmi nella Fede: lo voglia fare. O mi dica dove sto errando e in che cosa sto contraddicendo il Depositum Fidei che Ella deve custodire e sul quale si basa l’Unità Cattolica. È sulla professione della vera Fede che devo essere giudicato: mi dica dunque in cosa contraddico la Fede Cattolica e me ne emenderò.
Ma non vi sono argomenti che legittimino la mia scomunica: essa mi è stata comminata illegittimamente, per distruggere la mia persona e la mia azione in difesa della Verità Cattolica; una sanzione motivata non da ultimo dall’odio implacabile di Jorge Mario Bergoglio verso di me. Un’ingiustizia che esige riparazione del gravissimo danno causato a me e alla Causa di Santa Romana Chiesa.
Confido che Ella vorrà concedermi un’udienza dopo la cancellazione di quella accordatami per l’11 dicembre scorso. Potrò allora comunicarLe di persona alcune questioni della massima importanza relative al mio Ministero apostolico e alla necessità di assicurare ad esso continuità e futuro.
Sin d’ora, rinnovo l’incondizionata intenzione di adempiere ad ogni obbligo che mi si impone come Successore degli Apostoli,
in Christo Rege,
+ Carlo Maria Viganò,
Arcivescovo tit. di Ulpiana, Nunzio Apostolico
Viterbo, 25 Gennaio 2026
In Conversione S. Pauli Apostoli
Renovatio 21 offre questa lettera di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine da Twitter
Spirito
Leone mette a capo di un Dicastero vaticano una femminista pro-benedizioni gay
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
«Gli organizzatori sapevano»: mons. Viganò su San Pietro negata alla Messa del Summorum Pontificum
Renovatio 21 pubblica il commento di monsignor Carlo Maria Viganò apparso su X riguardo la Basilica di San Pietro negata ai fedeli della Messa antica da tutto il mondo concentratisi a Roma per il pellegrinaggio del Summorum Pontificum. Sua Eccellenza aveva già trattato il caso due settimane fa.
«Speculatores eius cæci omnes, nescierunt universi; canes muti non valentes latrare» (Is 56, 10). Le sue sentinelle sono tutte cieche, nessuna sa nulla; sono cani muti, incapaci di abbaiare.
I fatti sono ormai noti, li riassumo soltanto perché la cronologia è già una sentenza. Il 7 agosto la Segreteria di Stato negò la Messa «usus antiquior». Il 30 settembre, con una lettera giunta a Parigi il 12 ottobre secondo quanto riferisce il National Catholic Register, la Segreteria di Stato negò perfino di entrare in processione nella Basilica Vaticana per pregare per il Papa e adorare il Santissimo Sacramento.
Il 23 ottobre, a ventiquattr’ore dal pellegrinaggio, gli organizzatori ne diedero notizia. Il 24 ottobre i pellegrini, venuti da ogni parte del mondo, furono fermati al limite della giurisizione italiana. Nulla fu detto prima: né la lettera di agosto, né quella di settembre, né quella arrivata undici giorni prima.
Non m’interessa, a questo punto, il Palazzo. Il Palazzo ha fatto ciò che fa il Palazzo: ha risposto in due righe, senza un motivo, con un numero di protocollo. Il Palazzo, almeno, è coerente con se stesso.
Mi interessano coloro che avrebbero dovuto dire ai fedeli ciò che sapevano, e che hanno scelto di tacere per non perderci la faccia.
“Speculatores eius cæci omnes, nescierunt universi; canes muti non valentes latrare” (Is 56, 10). Le sue sentinelle sono tutte cieche, nessuna sa nulla; sono cani muti, incapaci di abbaiare.
I fatti sono ormai noti, li riassumo soltanto perché la cronologia è già una sentenza. Il 7 agosto la Segreteria di Stato negò la Messa “usus antiquior”. Il 30 settembre, con una lettera giunta a Parigi il 12 ottobre secondo quanto riferisce il National Catholic Register, la Segreteria di Stato negò perfino di entrare in processione nella Basilica Vaticana per pregare per il Papa e adorare il Santissimo Sacramento. Il 23 ottobre, a ventiquattr’ore dal pellegrinaggio, gli organizzatori ne diedero notizia. Il 24 ottobre i pellegrini, venuti da ogni parte del mondo, furono fermati al limite della giurisizione italiana. Nulla fu detto prima: né la lettera di agosto, né quella di settembre, né quella arrivata undici giorni prima.
Non m’interessa, a questo punto, il Palazzo. Il Palazzo ha fatto ciò che fa il Palazzo: ha risposto in due righe, senza un motivo, con un numero di protocollo. Il Palazzo, almeno, è coerente con se stesso.
Mi interessano coloro che avrebbero dovuto dire ai fedeli ciò che sapevano, e che hanno scelto di tacere per non perderci la faccia.Sapevano gli organizzatori, che avevano le lettere in mano. Lo sapeva Schneider, che aveva chiesto la Messa durante l’udienza privata concessagli dal Palazzo: già conosceva il rifiuto. Sapessero o non sapessero gli altri – i Cardinali, i professori, i monsignori e i superiori : Burke, Schneider, Barthe, Wach, i Cristo Re, i San Pietro, i De Mattei… – che hanno prestato al pellegrinaggio il loro nome e la loro autorità: non hanno accompagnato i pellegrini, li hanno abbandonati per non compromettere i rapporti con il Palazzo. Sapevano, e la loro colpa non è solo il silenzio, ma il tradimento nei confronti dei loro stessi fedeli, sui quali è ricaduta l’umiliazione e lo scandalo per il diniego.
E vi è di peggio. Dopo aver lasciato venire i pellegrini a Roma, si è lamentata la confusione creata dai commentatori e si è ribadito che il pellegrinaggio nasce dall’amore per il Papa che lo ha respinto. Un portavoce vaticano è giunto a dire che bastava fare una richiesta più specifica, ma il testo della lettera dell’8 settembre lo smentisce parola per parola. Qualcuno poi si è affrettato a spiegare, a posteriori, che in fondo si trattava di una questione procedurale, di un malinteso, di una circostanza sfortunata: è la vergogna che si aggiunge alla vergogna.
E a Santa Maria Maggiore, dove non soltanto fu negato il Pontificale, ma non fu consentita la distribuzione della Comunione perché l’ora concessa per la Messa bassa era stata sforata di otto minuti, si è ringraziato per iscritto l’arciprete della Basilica e persino il Cerimoniere. Né si dimentichi la patetica ritrattazione di un altro esponente del tradi-conservatorismo, Peter Kwasniewski.
Chi giustifica il funzionario che nega la preghiera davanti all’Altare della Cattedra non difende la Chiesa: difende una finzione burocratica contro la Fede, oltre che i propri interessi.
Questo è lo sdegno. La vergogna è un’altra, ed è più amara. È la vergogna di vedere uomini che predicano la Messa di sempre comportarsi, quando si tratta di “metterci la faccia”, come impiegati di un’amministrazione: non si disturba, non si espone, non si dice nulla finché non lo si può dire senza conseguenze. I fedeli hanno viaggiato, hanno pregato e sono stati respinti ed umiliati. Ai loro pastori non si chiedeva di conquistare la Basilica: si chiedeva di avvisarli.
Il Signore ha scritto: “Domus mea domus orationis vocabitur cunctis populis” (Is 56, 7). Tutti i popoli, dunque, salvo i Cattolici che chiedono solo di professare e di pregare. E nessuno, tra coloro che lo sapevano, ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce.
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) October 29, 2026
Sapevano gli organizzatori, che avevano le lettere in mano (…) che hanno prestato al pellegrinaggio il loro nome e la loro autorità: non hanno accompagnato i pellegrini, li hanno abbandonati per non compromettere i rapporti con il Palazzo.
Sapevano, e la loro colpa non è solo il silenzio, ma il tradimento nei confronti dei loro stessi fedeli, sui quali è ricaduta l’umiliazione e lo scandalo per il diniego.
E vi è di peggio. Dopo aver lasciato venire i pellegrini a Roma, si è lamentata la confusione creata dai commentatori e si è ribadito che il pellegrinaggio nasce dall’amore per il Papa che lo ha respinto. Un portavoce vaticano è giunto a dire che bastava fare una richiesta più specifica, ma il testo della lettera dell’8 settembre lo smentisce parola per parola.
Qualcuno poi si è affrettato a spiegare, a posteriori, che in fondo si trattava di una questione procedurale, di un malinteso, di una circostanza sfortunata: è la vergogna che si aggiunge alla vergogna.
E a Santa Maria Maggiore, dove non soltanto fu negato il Pontificale, ma non fu consentita la distribuzione della Comunione perché l’ora concessa per la Messa bassa era stata sforata di otto minuti, si è ringraziato per iscritto l’arciprete della Basilica e persino il Cerimoniere. Né si dimentichi la patetica ritrattazione di un altro esponente del tradi-conservatorismo, Peter Kwasniewski.
Chi giustifica il funzionario che nega la preghiera davanti all’Altare della Cattedra non difende la Chiesa: difende una finzione burocratica contro la Fede, oltre che i propri interessi.
Questo è lo sdegno. La vergogna è un’altra, ed è più amara. È la vergogna di vedere uomini che predicano la Messa di sempre comportarsi, quando si tratta di «metterci la faccia», come impiegati di un’amministrazione: non si disturba, non si espone, non si dice nulla finché non lo si può dire senza conseguenze. I fedeli hanno viaggiato, hanno pregato e sono stati respinti ed umiliati. Ai loro pastori non si chiedeva di conquistare la Basilica: si chiedeva di avvisarli.
Il Signore ha scritto: «Domus mea domus orationis vocabitur cunctis populis» (Is 56, 7). Tutti i popoli, dunque, salvo i Cattolici che chiedono solo di professare e di pregare. E nessuno, tra coloro che lo sapevano, ha avuto il coraggio di dirlo ad alta voce.
Renovatio 21 offre questo testo di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine screenshot da YouTube
Spirito
«La Vergine Maria contro lo spirito di Assisi»: lettera del Superiore Generale FSSPX
Lo spirito di Assisi e di Mater Populi Fidelis
Quarant’anni fa, papa Giovanni Paolo II riuniva ad Assisi i rappresentanti di tutte le religioni, per una giornata che avrebbe marcato profondamente le anime e sarebbe diventata il funesto paradigma di un’intera serie di incontri ecumenici che si sarebbero ripetuti negli anni. I più anziani fra noi ricordano probabilmente un episodio particolarmente significativo: un gruppo di pellegrini provenienti dall’Italia meridionale era arrivato ad Assisi portando una statua di Nostra Signora di Fatima, senza capire bene che cosa stesse per accadere… Furono allontanati dagli organizzatori dell’incontro, perché la presenza di quella statua avrebbe intralciato lo svolgimento delle cerimonie previste. Un anno fa, il 4 novembre 2025, il Dicastero per la Dottrina della fede pubblicava un testo che ha suscitato numerose reazioni, poiché chiedeva esplicitamente al popolo cristiano di evitare di impiegare, a proposito della santissima Vergine Maria, i titoli di Corredentrice e di Mediatrice di tutte le grazie. Questi titoli sono oggi considerati inappropriati, inesatti e, soprattutto, inadatti a esprimere adeguatamente il dogma cattolico così come viene ormai concepito e rivisitato. Questo testo funesto, devastante sia per il suo contenuto che per le sue inevitabili conseguenze pastorali, ha tuttavia prodotto – indirettamente – un effetto positivo: quello di rimettere in luce l’importanza delle formule e dei titoli. Infatti, la prospettiva modernista, che tende a ridurre l’atto di fede a un’esperienza personale e intima di Dio, porta al disprezzo delle formule, con il pretesto che la fede non potrebbe essere ridotta né circoscritta dall’uso di espressioni concrete e «tecniche», strutturalmente incapaci di esprimere un’esperienza vissuta. Vorremmo allora approfittare del triste anniversario della riunione interreligiosa di Assisi e della pubblicazione di Mater Populi Fidelis per meditare su un bellissimo titolo che la liturgia attribuisce alla santissima Vergine Maria: colei che, da sola, schiaccia tutte le eresie. «Rallegrati, Maria, perché tu sola hai schiacciato tutte le eresie apparse nel mondo». Come giustificare un simile titolo? Per quale ragione la Chiesa, fin nella sua liturgia, intende offrirci una tale immagine di Maria? A prima vista, questo titolo non sembra avere un legame diretto né con la maternità divina né con la verginità perpetua di Maria. Per misurare la bellezza e la profondità di questo titolo, e coglierne tutta la portata, occorre risalire fino alla fonte stessa della vita soprannaturale: la vita di Dio, che a Lui piace comunicare alle anime per mezzo della grazia. È sotto questa luce che si potrà comprendere il posto unico della santissima Vergine Maria, nella quale questa partecipazione alla vita divina raggiunge una pienezza incomparabile.Che cos’è la vita divina?
Facciamo un po’ di teologia e cerchiamo di penetrare, per qualche istante, nell’eternità. La vita divina è ciò che vi è di più semplice; ma questa stessa semplicità è di una tale profondità che non possiamo coglierla pienamente. «La vita divina non è altro che un atto di contemplazione e di amore con cui Dio, contemplandosi al tempo stesso come somma Verità e come sommo Bene, gode perfettamente di sé». Nell’eternità, Dio compie un solo e unico atto: contempla costantemente se stesso. Contempla il suo Essere, ne contempla l’infinita perfezione – poiché questo Essere è tale: infinitamente perfetto. Questa contemplazione del suo Essere supremo costituisce la sua stessa vita: se Dio non vivesse così, non sarebbe più Dio, semplicemente. Ora, questa perfezione infinita che contempla, la contempla perfettamente: la sua intelligenza divina contempla il suo Essere divino e lo coglie per intero, in un unico atto di contemplazione, perfettamente vero e sempre identico a se stesso. Così, conoscendo perfettamente il suo Essere divino, si contempla come somma Verità. (1) E d’altra parte, contemplandosi come somma Verità, Dio si contempla altresì come sommo Bene. Infatti, il Vero e il Bene designano una sola e medesima realtà, considerata sotto due rapporti diversi (2): se Dio è il sommo Essere e la somma Verità, è dunque anche necessariamente il sommo Bene. E in questa contemplazione di sé come sommo Bene, Dio ama perfettamente se stesso. Se così non fosse, Dio non sarebbe più Dio. In sintesi, la vita divina non è altro che un atto di contemplazione e di amore con cui Dio, contemplandosi al tempo stesso come somma Verità e come sommo Bene, gode perfettamente di sé. Ora, pur bastando così a se stesso, Dio, liberamente, ha scelto di comunicare qualcosa del suo Essere e della sua perfezione ad altri da sé. Infatti, la bontà inclina naturalmente a comunicarsi agli altri, a donarsi. Nel caso di Dio, somma Bontà, questo libero dono di sé al di fuori di sé ha avuto per oggetto le creature; e in particolare certe creature alle quali Dio non comunicherà soltanto qualcosa del suo Essere e della sua perfezione, ma qualcosa della sua stessa vita.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Dio comunica la sua vita alle anime facendosi conoscere
Poste queste premesse fondamentali, si comprende facilmente che, per comunicare a un’anima una certa partecipazione alla sua vita divina, Dio comincia col farle conoscere qualcosa di sé. È proprio per farla vivere, per farla partecipare a questa contemplazione di sé che costituisce la sua stessa vita, che Dio si “rivela” sotto il velo della fede. L’anima illuminata dalla fede può conoscere Dio e, conoscendolo, può amarlo e servirlo. È in questo che la fede è necessaria. È infatti impossibile amare il Bene e aderirvi, se questo Bene non è prima conosciuto. Nessuno ama né desidera ciò che non conosce. Ora, questa Rivelazione non si limiterà a farci conoscere le perfezioni di Dio. Ci farà penetrare più avanti nell’intimità della sua vita, svelandoci un mistero che la nostra ragione, lasciata a se stessa, non avrebbe mai potuto scoprire: questa vita divina unica è quella di tre Persone distinte, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. «È proprio per farla vivere, per farla partecipare a questa contemplazione di sé che costituisce la sua stessa vita, che Dio «si rivela» sotto il velo della fede». Nella vita della santissima Trinità, il Padre, conoscendo se stesso, genera eternamente il suo Verbo, espressione perfetta della Verità divina, «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1, 3). Il Figlio è dunque questo Verbo, nel quale il Padre si riflette ed esprime la Verità eterna. E dal Padre e dal Figlio procede eternamente lo Spirito Santo, Amore sussistente. È proprio a questa vita trinitaria che Dio vuole farci partecipare. Da questo desiderio di santificare le anime procedono dunque la Rivelazione progressiva dell’Antico Testamento e, soprattutto, il suo coronamento nella venuta sulla terra del Verbo di Dio, somma Verità incarnata. Essendosi Dio fatto uomo, chi contempla Nostro Signore contempla, attraverso la sua umanità, Dio stesso: «Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14, 9); e, mediante questa conoscenza del Padre attraverso il Figlio, accede alla vita eterna: «La vita eterna è che conoscano Te e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3). Questo punto è capitale: la conoscenza di Nostro Signore, Verbo fatto carne, è diventata il mezzo necessario quaggiù per conoscere intimamente Dio. È per mezzo dell’umanità del Verbo incarnato, e unicamente per essa, che gli uomini possono avere accesso alla vita trinitaria e contemplare Dio: «Nessuno ha mai visto Dio. Il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, è lui che lo ha fatto conoscere» (Gv 1, 18); e di conseguenza, «noi abbiamo contemplato la sua gloria, Figlio unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1, 14). Certo, Dio si fa conoscere senza la minima possibilità di errore: se, per assurdo, Dio si facesse conoscere mescolando alla Verità qualche errore, renderebbe impossibile la santificazione delle anime. Detto questo, la fede conserva sempre una parte di oscurità: su questa terra, conosciamo Dio attraverso un velo. Questo velo sarà tolto nell’Eternità, dove la conoscenza propria della fede cederà il posto alla visione beatifica: la nostra conoscenza soprannaturale di Dio passerà così da una modalità imperfetta ad una modalità perfetta; la fede precede la visione ed esiste per prepararla e condurci a essa. «La conoscenza di Nostro Signore, Verbo fatto carne, è diventata il mezzo necessario quaggiù per conoscere intimamente Dio». Se dunque Dio santifica le anime e le fa vivere con i mezzi che abbiamo appena descritto a grandi linee, quale può essere il grado di conoscenza di questa somma Verità nell’anima della santissima Vergine Maria? Vedremo che questa contemplazione della Verità in Maria corrisponde, da un lato, al suo grado di pienezza di grazia, dall’altro alla sua maternità divina, e infine alla sua missione particolare di Mediatrice universale, che implica l’incarico di comunicare a tutte le anime la conoscenza intima di suo Figlio, vero Dio e vero uomo.Aiuta Renovatio 21
La contemplazione della Verità in Maria, piena di grazia
È del tutto evidente che la santità di Maria comporta in lei un grado di contemplazione del Vero inimmaginabile per ciascuno di noi. Infatti, preservata dal peccato originale e dalle sue ferite, non conosce alcun rischio di errore. Nella sua intelligenza non vi è alcuna sorta di illusione, alcun giudizio errato o precipitoso. Nessuna passione disordinata viene a turbare o a oscurare in lei la percezione del Vero. La sua contemplazione della Verità non incontra alcun ostacolo. Ma soprattutto, la sua purezza conferisce alla sua intelligenza una capacità senza pari di penetrare le verità eterne, capacità ulteriormente rafforzata dalla presenza nella sua anima, in un grado inimmaginabile, dei doni soprannaturali dello Spirito Santo: in particolare, i doni dell’intelletto e della sapienza le permettono di contemplare le Verità divine in un grado superiore a quello dei Serafini e dei Cherubini. Ella è la Sede della Sapienza. A motivo della sua pienezza di grazia, la sua anima si trova così in una situazione assolutamente privilegiata e unica. Il peccato e l’errore sarebbero due realtà che ostacolerebbero, in un modo o nell’altro, la sua perfetta contemplazione e, di conseguenza, la sua perfetta unione con Dio e la sua santità. Ora, come la sua anima non può essere sfiorata non solo dalla minima ombra di peccato, ma nemmeno dalla minima imperfezione, così la sua intelligenza non potrebbe essere sfiorata dalla minima ombra di errore. Questa perfetta adesione di Maria alla Verità permette di comprendere anche l’incomparabile perfezione della sua libertà. «La Verità vi renderà liberi» (Gv 8, 32): mai questa parola di Nostro Signore trova, in una semplice creatura, una realizzazione tanto perfetta quanto in sua madre. Perché la vera libertà non consiste nella possibilità di allontanarsi dal bene, ma nella capacità di muoversi in esso senza impedimenti. Non essendo la sua volontà ostacolata da alcuna inclinazione al peccato, essendo la sua conoscenza della Verità e la sua adesione al Bene senza ostacoli, la sua stessa libertà raggiungeva una perfezione unica. Lungi dal diminuire il suo libero arbitrio, la sua impeccabilità le conferiva, secondo l’espressione di padre Garrigou-Lagrange, «la piena libertà nell’ordine del bene senza alcuna deviazione verso il male» (3). La sua libertà era così, sull’esempio di quella del suo divino Figlio, un’immagine purissima della libertà di Dio.La Madre di Dio, contemplatrice del Verbo incarnato
Occorre tenere presente che la contemplazione di cui parliamo, essendo un mezzo con cui Dio comunica la sua stessa vita, non si limita all’osservazione e all’ammirazione delle verità contemplate: questa contemplazione stessa trasforma a poco a poco le anime secondo il modello di ciò che contemplano. In altre parole, mediante la contemplazione cristiana, Dio assimila progressivamente le anime e le trasforma a immagine di Gesù Cristo. È in questo senso preciso che san Paolo insegna che «il giusto vive di fede» (Rm 1, 17). Ora, l’anima che, più di ogni altra, ha vissuto costantemente sotto l’influsso della fede nella contemplazione di Nostro Signore, è quella della santissima Vergine Maria. Perché la capacità unica e singolare dell’Immacolata di penetrare il Vero attraverso la contemplazione non dipende soltanto dai doni senza pari che ha ricevuto, e che la dispongono a una capacità intuitiva superiore a quella degli angeli. Un altro elemento, altrettanto importante, la pone in una situazione assolutamente privilegiata: la sua relazione diretta e unica con l’umanità di Nostro Signore Gesù Cristo, in ragione della maternità divina. «La santissima Vergine Maria è tanto più intimamente unita all’oggetto stesso della sua contemplazione in quanto questo Verbo incarnato è veramente suo Figlio e lei è veramente sua madre». Non dimentichiamo che questa umanità, unita al Verbo, è il mezzo con cui il Padre ha scelto di compiere la pienezza della Rivelazione. Ora, la santissima Vergine Maria è tanto più intimamente unita all’oggetto stesso della sua contemplazione in quanto questo Verbo incarnato è veramente suo Figlio e lei è veramente sua madre. Questa prossimità è portata a un grado assolutamente incomparabile dal fatto che l’umanità di Nostro Signore, nel suo elemento materiale, è fornita esclusivamente dalla santissima Vergine Maria. Di conseguenza, non è mai esistita e non esisterà mai nella storia un’affinità più profonda tra una madre e suo figlio di quella che unisce Maria e Gesù. Senza rischio di esagerare, possiamo qui stabilire un parallelo piuttosto impressionante tra la generazione eterna del Verbo e la generazione nel tempo di Nostro Signore. Come il Padre, nell’eternità, contemplando il Verbo, gli dice: «Oggi ti ho generato» (Salmo 2, 7) – dove l’oggi significa l’eternità stessa –; così la Madonna, contemplando Nostro Signore, può dirgli senza posa: «Sono tua madre, ti ho generato nel tempo». Parafrasando il Credo, san Leone Magno riassume l’affinità unica tra l’umanità di Nostro Signore e Maria con un’espressione molto bella e piuttosto originale: «consustanziale a sua Madre» (Sermone 30, 6). Inoltre, Maria ha avuto per trent’anni sotto gli occhi questa umanità unita al Verbo, come una finestra divina spalancata davanti alla sua anima. Sappiamo tutti che Nostro Signore ha voluto trascorrere trent’anni della sua vita nell’oscurità per farci cogliere il primato della vita contemplativa sulla vita attiva. Ma una seconda ragione, altrettanto profonda, illumina questi lunghi anni di Nazaret: offrire a Maria l’agio di contemplare, in un’intimità senza pari, il Verbo incarnato di cui era la madre. Perché? Perché fosse sempre più santificata e trasformata a sua immagine, certamente. Ma anche perché, nutrita dalla contemplazione della Verità fatta carne, potesse poi farne vivere la Chiesa.Sostieni Renovatio 21
Maria comunica alle anime la vita che ha ricevuto
Infatti, questa incomparabile conoscenza del Verbo incarnato non era destinata a restare il privilegio personale della Vergine Maria. La pienezza di grazia che ha ricevuto era ordinata anche alla sua missione di Mediatrice universale: colei che ha ricevuto Cristo e lo ha dato al mondo resta associata, in piena dipendenza dal Figlio, alla comunicazione alle anime dei frutti della Redenzione. Di conseguenza, poiché la vita soprannaturale comincia quaggiù con la conoscenza di Dio sotto il velo della fede, è in primissimo luogo in questo ambito che si esercita la mediazione di Maria. Avendo conosciuto Gesù Cristo come nessun’altra creatura, ella genera i suoi figli alla vita della fede: introduce le anime alla conoscenza di suo Figlio, le conferma nella Verità che egli rivela e insegna loro a penetrarne sempre più i misteri. «La sua vocazione non è soltanto di essere un modello di vita cristiana, ma di essere anche la madre che comunica questa vita alle anime e la protegge nel suo sviluppo». La Madonna doveva così comunicare alla Chiesa nascente, non soltanto il frutto della sua contemplazione, ma in un certo senso l’esercizio stesso – potremmo dire il metodo – di questa contemplazione, chiamata a costituire il principio interiore della vita della Chiesa. Infatti, che sia spirituale, liturgica o dottrinale, l’attività della Chiesa si riconduce sempre a un medesimo atto di contemplazione, la cui finalità è santificare le anime e prepararle alla visione beatifica. Nostra Signora doveva diventare, in questa prospettiva, l’archetipo dell’anima cristiana. Ma la missione materna di Maria non si ferma qui: poiché il suo scopo è far nascere la fede nelle anime, ella non può restare indifferente alla necessità di difendere la Verità. Incaricata di condurre le anime alla Vita conducendole a suo Figlio, deve anche preservarle assolutamente da ciò che oscura la loro conoscenza di Gesù Cristo e le allontana da lui. Perché l’errore in questo ambito, interponendosi tra l’intelligenza e la Verità divina, colpisce la vita soprannaturale alla sua stessa fonte.Aiuta Renovatio 21
L’errore è nemico della contemplazione e, di conseguenza, della santificazione
È importante cogliere bene la necessità della contemplazione come fondamento della vita spirituale. Nella concezione modernista, l’atto di fede è ridotto essenzialmente a un’esperienza interiore e personale di Dio che, in pratica, prescinde dal contenuto esteriore della Rivelazione: una tale concezione rende incomprensibile e inutile tutto ciò che abbiamo appena descritto. «Incaricata di condurre le anime alla Vita conducendole a suo Figlio, deve anche preservarle assolutamente da ciò che oscura la loro conoscenza di Gesù Cristo e le allontana da lui». Illustriamo questa difficoltà con un esempio concreto. Se non credo più, in termini chiari e senza equivoci, che la santa Messa è il rinnovamento del sacrificio della Croce reso presente sull’altare, la mia contemplazione e la mia percezione di questo sacramento ne risulteranno modificate. Di conseguenza, anche il mio modo di pregare, di celebrare la Messa o di assistervi cambierà. A lungo andare, cambierà anche la mia concezione dello stesso sacrificio della Croce, perché l’atto che lo rinnova sarà stato, in un certo modo, snaturato nel suo significato e nella comprensione che posso averne. Per finire, lo stesso concetto di Redenzione ne risulterà trasformato, soprattutto nella sua dimensione espiatoria e propiziatoria. Lo stesso meccanismo si ritrova ogni volta che una verità rivelata viene oscurata o indebolita: la contemplazione ne risulta colpita, poi la vita cristiana stessa. Di fatto, ciò corrisponde a quanto è accaduto nella Chiesa universale con il rito riformato. E l’esempio potrebbe essere facilmente esteso alla perdita della fede nella regalità di Cristo e nei suoi diritti pubblici imprescindibili, o ancora nella necessità assoluta di passare per Nostro Signore per essere salvati, dando luogo oggi alla pratica generalizzata di un ecumenismo deleterio.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Madre delle nostre anime, la Vergine Maria è fondamentalmente antiecumenica
Appare dunque chiaramente che la santissima Vergine Maria, archetipo dell’anima cristiana e madre della vita soprannaturale, aborrisce l’errore come aborrisce il peccato. La sua vocazione non è soltanto di essere un modello di vita cristiana, ma di essere anche la madre che comunica questa vita alle anime e la protegge nel suo sviluppo. Da che cosa deve proteggerla? Da tutto ciò che le fa ostacolo, la ferisce o la distrugge: l’eresia e il peccato. Comprendiamo allora più profondamente che cosa significa schiacciare la testa del Serpente, di colui che è «omicida fin da principio» (Gv 8, 44) e nemico della Vita. Là dove Satana diffonde la morte con la menzogna e con il peccato, Maria protegge la vita conducendo le anime alla Verità e alla grazia. Schiacciare la testa del Serpente significa dunque anche distruggere le sue menzogne: tutti quegli errori che impediscono alle anime di conoscere nella sua pienezza la Verità divina, di contemplarne la Bellezza e di prepararsi a possederla per l’eternità. Perché Satana persegue, attraverso tutte le sue opere, un medesimo disegno: separare l’intelligenza dalla Verità per separare l’anima da Dio. In nessun modo la santissima Vergine può tollerare che suo Figlio, Verità incarnata, sia considerato una via tra le altre per andare al Padre; in nessun modo potrebbe tollerare che la Verità e l’errore siano trattati sullo stesso piano, in nome della dignità umana e della libertà menzognera di scegliere tra il vero e il falso. Nessuno come la Madonna è consapevole che lasciare le anime scegliere tra Gesù e Barabba significherebbe ingannarle e disprezzarle. Nessuno come la Vergine può fare propria la risposta di Nostro Signore ai Giudei: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Gv 6, 29). A quest’opera è associata in modo unico come Madre di Dio: è per mezzo di lei che il Figlio inviato dal Padre entra nel mondo. Ecco perché è la grande assente degli incontri ecumenici: dà fastidio, non può essere invitata. È portatrice di un messaggio incompatibile con lo spirito di Assisi: il richiamo inflessibile dei diritti esclusivi di suo Figlio, Cristo Re, su tutte le anime – in altri termini, i diritti della Verità di fronte all’errore e le prerogative della Chiesa di fronte alle altre religioni. Se potesse prendervi la parola, ricorderebbe necessariamente agli uomini, in quanto Madre e Regina, che s’impone una scelta: «O mio Figlio o gli altri!». «Schiacciare la testa del Serpente significa dunque anche distruggere le sue menzogne». Ecco perché, tra i titoli più belli e gloriosi che la liturgia – e dunque la Chiesa – attribuisce a Maria, figura questo: «Colei che, da sola, schiaccia tutte le eresie». Questo titolo si addice in modo mirabile a colei che ha ricevuto la missione e il mezzo di far nascere in noi la vita divina – Nostro Signore stesso – e di condurci alla santità. È dunque lei sola che, nella confusione attuale di un modernismo trionfante, può ottenere alle nostre anime di essere preservate dall’errore e dall’indifferenza – quest’ultima essendo talvolta ciò che conduce all’errore, talvolta ciò che ne deriva: il frutto più maturo e più pernicioso dello spirito di Assisi. È la Vergine sola che può ricondurre di nuovo le intelligenze verso la Verità eterna, e convertirle permettendo loro di conoscere Dio e di adorarlo «in spirito e verità» (Gv 4, 24). È soltanto lei, infine, che può ridare agli uomini di Chiesa lo zelo dei papi, dei martiri e dei confessori, pronti a tutto per difendere la Fede cattolica e manifestarne al mondo la purezza: riflesso, nel tempo e nella storia, della purezza stessa della Verità eterna. Dio vi benedica. Don Davide Pagliarani Menzingen, 4 novembre 2026 NOTE 1) La verità è la perfetta conformità dell’intelligenza alla realtà che essa conosce. Ora, in Dio la potenza della sua intelligenza è infinita, così come la realtà a cui si applica: l’Essere stesso di Dio. Per questa ragione, Dio è la Verità suprema. 2) Il Vero è l’Essere in quanto conosciuto dall’intelligenza; il Bene è l’Essere in quanto desiderato o posseduto dalla volontà. 3) Réginald Garrigou-Lagrange, o.p., La Mère du Sauveur et notre vie intérieure, prima parte, cap. II, art. III, «Marie a été exempte de toute faute, même vénielle?», Paris, Éditions du Cerf, 1948. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Politica1 settimana faCaos per l’emendamento sul reintegro dei medici definiti «no-vax». Intervista al dottor Dario Giacomini
-



Spirito2 settimane faNuvola a forma di Croce sopra Lourdes
-



Vaccini2 settimane faGates e Bourla sotto processo nei Paesi Bassi, accusati del piano del «Grande Reset» nell’ambito dell’udienza sui danni da vaccino
-



Salute2 settimane faI vaccini anti-COVID hanno scatenato disturbi psichiatrici, compresi i suicidi.
-



Necrocultura1 settimana faHalloween, la festa di sangue è di nuovo qui
-



Vaccini1 settimana faVaccino COVID, Londra era a conoscenza del rischio fatale di coaguli, ma ha permesso la sperimentazione sui bambini
-



Arte2 settimane faStelle del cinema e tute alari. Renovatio 21 intervista il decano degli stuntmen italiani Claudio Pacifico
-



Spirito2 settimane fa«Scomunicati senza processo». Mons. Viganò ai fedeli Summorum Pontificum respinti dalla Basilica di San Pietro










