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Altri 175 miliziani ISIS uccisi in un’operazione congiunta Nigeria-USA
Un’operazione congiunta delle forze nigeriane e statunitensi ha eliminato almeno 175 militanti dello Stato Islamico, tra cui alti comandanti, nel nord-est della Nigeria, secondo quanto riferito dalle autorità.
Martedì, l’esercito nigeriano ha annunciato che gli attacchi, condotti nell’arco di diversi giorni contro i combattenti dello Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP), hanno distrutto armi, posti di blocco e reti finanziarie in tutta la regione. Il Comando Africa degli Stati Uniti (AFRICOM) ha confermato l’operazione, precisando che nessun soldato americano o nigeriano è rimasto ferito.
«L’eliminazione di questi terroristi riduce la capacità del gruppo di pianificare attacchi che minacciano la sicurezza degli Stati Uniti e dei nostri partner», ha dichiarato l’AFRICOM in un comunicato.
On May 18, #AFRICOM, conducted counter terrorism efforts in coordination with Nigeria against an ISIS fighter camp in NE Nigeria. No U.S. or Nigerian forces were harmed.
Full press release: https://t.co/uDJBlRaQAU#AFRICOM #Nigeria #CounterTerrorism pic.twitter.com/pQ1kKksbP7
— U.S. Africa Command (AFRICOM) (@USAfricaCommand) May 19, 2026
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Il portavoce militare nigeriano Samaila Uba ha dichiarato che uno dei leader di spicco dell’ISWAP «eliminato dal campo di battaglia» era Abd-al Wahhab, responsabile del «coordinamento degli attacchi e della diffusione della propaganda». Secondo Uba, sono stati uccisi anche Abu Musa al-Mangawi, membro di spicco dell’ISWAP, e Abu al-Muthanna al-Muhajir, a capo del team di produzione mediatica del gruppo.
Gli ultimi attacchi arrivano a pochi giorni dall’annuncio da parte di Abuja e Washington dell’uccisione, in un’operazione militare congiunta nel bacino del lago Ciad, di Abu-Bilal al-Minuki, alto comandante dello Stato Islamico, che il presidente statunitense Donald Trump aveva descritto come il numero due del gruppo a livello globale.
Il presidente nigeriano Bola Tinubu ha affermato che l’operazione ha dimostrato «un’efficace collaborazione» tra i due Paesi nella lotta al terrorismo.
Il Nord-Est della Nigeria è da tempo teatro di un’insurrezione guidata da Boko Haram e ISWAP, che hanno preso di mira basi militari, villaggi, scuole e vie di comunicazione. Negli ultimi mesi, il Paese ha registrato anche un’impennata di rapimenti di massa e raid mortali, nonostante l’intensificazione delle misure di sicurezza, tra cui la dichiarazione dello stato di emergenza da parte del governo.
Washington ha intensificato la cooperazione militare con Abuja dopo una controversia diplomatica scoppiata in seguito alle affermazioni di Trump secondo cui i cristiani sarebbero stati uccisi in gran numero nel Paese più popoloso dell’Africa. La Nigeria ha negato le accuse di «genocidio cristiano», affermando che i gruppi armati prendono di mira persone di tutte le fedi, mentre Trump ha dichiarato di stare valutando opzioni militari, compresi attacchi aerei, per fermare le presunte uccisioni.
A febbraio, l’amministrazione Trump ha inviato truppe in Nigeria con un ruolo descritto come consultivo e di addestramento, sebbene le recenti operazioni indichino un coinvolgimento più attivo. Il generale Dagvin Anderson, comandante dell’AFRICOM, ha dichiarato martedì in un’audizione al Congresso che la Nigeria ha svolto un ruolo cruciale nello sviluppo degli obiettivi, nella raccolta di informazioni e nel supporto operativo per l’operazione.
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Immagine screenshot da Twitter
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Dirigente transessuale del New York Times accusata di maltrattamenti di minori prima di essere uccisa
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I tempi di consegna del petrolio saudita in Asia potrebbero raddoppiare
Diversi media organi di stampa ripreso i dati più recenti dell’Associazione degli Armatori Giapponesi, secondo cui la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso, alle navi saudite potrebbe allungare di oltre 2,5 volte i tempi di consegna del petrolio saudita in Asia. Lo slittamento segue il controllo da parte degli Houthi dell’intera costa del Mar Rosso.
Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha dichiarato venerdì in un comunicato che «la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite», come riferito da NPR il 12 settembre.
Prima del blocco, la rotta tradizionale attraverso lo Stretto di Ormuzzo richiedeva circa 40 giorni andata e ritorno. L’alternativa del Mar Rosso — il greggio saudita viene portato via terra fino alla costa e poi imbarcato su petroliera attraverso Bab el-Mandeb — richiede circa 40-50 giorni andata e ritorno. L’unica via rimasta passa dal Canale di Suez e circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa: il viaggio andata e ritorno richiederebbe almeno 100 giorni. Inoltre le petroliere più grandi sono troppo ingombranti per transitare dal Canale di Suez.
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Allungare un viaggio andata e ritorno da 40 a 100 giorni non solo ritarda le consegne, ma riduce drasticamente il numero di viaggi annuali di una petroliera da circa nove a meno di quattro, raddoppiando di fatto il numero di navi necessarie per spostare lo stesso volume di greggio. La deviazione di rotta si traduce così in uno shock sui prezzi: la capacità delle petroliere non può crescere in tempi brevi, quindi quando i giorni di navigazione salgono di colpo salgono anche le tariffe di trasporto, e quei costi finiscono nel prezzo finale del greggio anziché nel prezzo di riferimento. I margini di raffinazione assorbono il primo colpo e l’onere aggiuntivo si scarica poi sull’intero mercato.
Viaggi più lunghi costringono inoltre gli acquirenti a tenere scorte più consistenti: una raffineria che lavora su un ciclo di 100 giorni deve impegnarsi ad acquistare con oltre tre mesi di anticipo, invece di poter aggiustare gli ordini in poche settimane, come riporta Business Upturn.
Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Giappone dipendeva per il 95% del proprio fabbisogno di greggio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo Reuters del 4 marzo 2026; ora quella dipendenza si è spostata in larga misura verso Stati Uniti e Messico.
Prima del conflitto, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, il 19% del GNL e fino al 30% dei fertilizzanti azotati scambiati a livello internazionale passavano dallo Stretto ormusino. Un aumento di 2,5 volte dei tempi di transito per queste risorse essenziali avrebbe evidentemente effetti gravi e dirompenti sulle catene di approvvigionamento globali.
Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Sud, un altro Paese estrmo-orientale gravemente danneggiato nelle forniture di idrocarburi dalla chiusura dello Stretto ermesino, sta pensando di partecipare all’azione militare statunitense, ricevendo in risposta un duro ammonimento dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che come noto è in grandi rapporti con la Corea del Nord.
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Immagine di Reading Tom via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Profanazione in una cappella di Bari
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