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Il vescovo Schneider chiede a papa Leone XIV un documento autorevole per proteggere la messa in latino

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Il vescovo Athanasius Schneider ha affermato di aver proposto a papa Leone XIV la promulgazione di una costituzione apostolica per regolare la coesistenza della messa latina tradizionale e del rito romano postconciliare. Lo riporta LifeSiteNews.

 

Il 14 gennaio, Schneider, vescovo ausiliare di Astana in Kazakistan, ha dichiarato in un’intervista pubblicata dalla Confraternita di Nostra Signora di Fatima di aver personalmente suggerito a papa Leone l’emanazione di una costituzione apostolica per stabilire un quadro giuridico stabile per la messa tradizionale in latino, con l’obiettivo di superare le restrizioni introdotte dal motu proprio Traditionis custodes di papa Francesco del 2021 e di garantire la pacifica coesistenza tra i due usi del rito romano.

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«Suggerirei, e l’ho proposto al Santo Padre, quando l’ho incontrato , di redigere un documento più solenne di un motu proprio», ha detto Schneider. «Benedetto XVI ha redatto un motu proprio e Francesco un anti-motu proprio. Quindi, penso che non sarebbe così appropriato redigere di nuovo un anti-motu proprio contro Francesco, ma semplicemente un documento più solenne».

 

Nell’intervista, condotta da Christopher P. Wendt, Schneider ha sostenuto che un documento di maggiore peso giuridico e magisteriale sarebbe più adatto a stabilire chiarezza e stabilità a lungo termine nel diritto liturgico.

 

Secondo Schneider, una costituzione apostolica promulgata dal papa si collocherebbe «al di sopra» di un motu proprio nella gerarchia della legislazione pontificia e potrebbe quindi introdurre un nuovo quadro giuridico che regola la celebrazione del rito romano.

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Lo scopo dichiarato di tale documento sarebbe quello che egli ha descritto come una «solenne regolarizzazione» della Messa tradizionale in latino, garantendo piena libertà per la sua celebrazione e assicurando quella che ha definito una «pacifica coesistenza» tra la liturgia tradizionale e la forma postconciliare, senza limitazioni o impedimenti.

 

Un aspetto centrale dell’argomentazione di Schneider riguarda l’autorità dei vescovi diocesani. Egli sosteneva che, se il Papa stabilisse questo quadro normativo attraverso una legge pontificia vincolante, i vescovi non sarebbero più in grado di proibire o limitare la celebrazione della liturgia tradizionale quando un sacerdote desidera celebrarla legittimamente. Nell’intervista, Schneider ha inquadrato questo punto sia come giuridico che pastorale, sostenendo che una tale legge delineerebbe chiaramente l’autorità episcopale in questa materia.

 

Schneider ha inoltre proposto una modifica nel modo in cui vengono descritte le due forme del Rito Romano. Andando oltre la terminologia introdotta da papa Benedetto XVI nel motu proprio Summorum Pontificum , che faceva riferimento a una forma «ordinaria» e a una «straordinaria», Schneider ha sostenuto che entrambe dovrebbero invece essere riconosciute come forme ordinarie del Rito Romano. Secondo la sua spiegazione, questo cambiamento terminologico sottolineerebbe l’esistenza di un diritto stabile per sacerdoti e fedeli a celebrare e partecipare alla Messa latina tradizionale.

 

Egli presentò questo adattamento linguistico e giuridico come un mezzo per rafforzare l’uguaglianza tra le due forme e per impedire future interpretazioni che avrebbero potuto marginalizzare la liturgia tradizionale trattandola come un’eccezione o una concessione.

 

«Un vescovo non può proibire il novus ordo. Quindi, dovrebbe valere lo stesso principio: un vescovo non può limitare o proibire la forma tradizionale. Se ciò fosse stabilito da un documento pontificio, un vescovo non avrebbe più il diritto di imporre alcuna restrizione alla Messa del vetus ordo», ha affermato Schneider.

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Nel più ampio sforzo di ripristinare la pace liturgica sotto papa Leone XIV, e tra i tentativi del cardinale Arthur Roche – prefetto del Dicastero per il Culto Divino e ampiamente considerato il principale artefice della Traditionis custodes – di riaffermare e difendere quel motu proprio durante il concistoro straordinario del gennaio 2026, la proposta di Schneider è emersa insieme ad altre iniziative concrete volte a risolvere la controversia.

 

Tra queste, una proposta presentata da Padre Louis-Marie de Blignières, fondatore della Fraternità di San Vincenzo Ferrer, che prevede l’erezione di una giurisdizione ecclesiastica dedicata – come un’amministrazione apostolica personale o un ordinariato – per i fedeli legati alla Messa del vetus ordo, basandosi su precedenti storici a partire dal 1988 e su strutture canoniche esistenti come l’Amministrazione Apostolica Personale di San Giovanni Maria Vianney in Brasile.

 

Insieme, queste proposte riflettono sforzi paralleli all’interno della Chiesa per cercare un quadro giuridico stabile in grado di affrontare le tensioni che persistono dalla promulgazione della Traditionis custodes nel 2021.

 

Nel frattempo, senza incorrere nelle pastoie della politica vaticana conciliare, i fedeli che vogliono partecipare alla Santa Messa della tradizione possono frequentare senza problemi le celebrazioni offerte, tutte le settimane e in tutto il mondo, dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X.

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Mons. Viganò: ecco la perversione della chiesa sinodale

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Renovatio 21 pubblica questo testo dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò scritto su X. Sua Eccellenza torna sulla questione della gerarchia corrotta e sul caso di Don Milani, che monsignore aveva già trattato in precedenza. Sulla figura di Don Milani, che scriveva di avere pulsioni indicibili, Renovatio 21 ha scritto molto in tutti questi anni in cui, invece che essere svelata ed accusata dalla chiesa e dalla società, è stata, forse neanche tanto misteriosamente, sempre più celebrata ed osannata. Le opinioni degli scritti pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   La chiesa sinodale si riconosce dai «santi» che si sceglie.   Nel fine settimana appena trascorso, tra Tonadico, Primiero, Rovereto e Trento, la gerarchia post-bergogliana ha celebrato con solennità il trentesimo anniversario della morte del cardinale Joseph Bernardin, esaltandolo – per voce del suo successore a Chicago, Blase Cupich, e attraverso gli organi ufficiali della Santa Sede – come «esempio attuale per la Chiesa e il mondo».   Non è un episodio isolato: è la prosecuzione, in mille maniere, dell’esaltazione sistematica di quei figuri del postconcilio i quali, pervertiti nell’intelletto e corrotti nella volontà e nei costumi, hanno contribuito a demolire la Fede e la morale cattolica. Bernardin fu l’architetto della cosiddetta «etica coerente della vita», quella tunica inconsutile che equipara l’aborto ad altre questioni sociali, fornendo per decenni copertura ai politici sedicenti cattolici che votavano la morte dei nascituri.   Bernardin fu intimo di Theodore McCarrick, che alla sua morte lo definì «sacerdote buono e santo» e «caro amico», fu tra i primi a essere avvertito delle lettere che preannunciavano lo scandalo di McCarrick e ne condivise l’ambiente. A queste amicizie si aggiungono le accuse di aggressione sessuale mosse da James Grein, vittima dello stesso McCarrick, relative a un episodio del 1977 sul lago di Ginevra, nonché le testimonianze e i documenti interni che lo indicano coinvolto in pratiche sataniste, con rito di profanazione dell’Eucarestia e abusi rituali.   Tutto questo viene omesso o taciuto mentre si propone Bernardin come modello.   La stessa logica presiede alla canonizzazione informale di altri personaggi non meno turpi. Si pensi a don Lorenzo Milani, elevato a icona della pedagogia progressista e della disobbedienza selettiva. Le sue lettere – quelle che un certo linguaggio «franco e crudo» non riesce a riscattare – contengono espressioni di una indecente volgarità e di una ambiguità che rivelano la corruzione della volontà e dei costumi: frasi in cui l’«amore» per i ragazzi viene declinato con riferimenti espliciti, mascherate da paradosso o da iperbole.   Questo è il sintomo di un intelletto pervertito che la chiesa conciliare e sinodale ha preferito elevare a maestro piuttosto che condannare.   La chiesa conciliare e sinodale si riconosce precisamente da questi «santi» che si sceglie: non i martiri e i confessori della Fede, ma i promotori dell’errore, i complici delle reti di abuso, i maestri di una pedagogia che dissolve l’autorità e la purezza. Invece di condannare l’iniquità, la celebra e la istituzionalizza.   Quando l’autorità visibile eleva a modello chi ha operato contro il Depositum fidei e contro la legge naturale, essa cessa di trattenere il mistero dell’iniquità e ne diventa il principale veicolo.   Non ratifichiamo questa operazione dell’errore. Rimaniamo saldi nella Tradizione che i veri Santi hanno custodito, e che i falsi santi hanno tradito.   + Carlo Maria Viganò Arcivescovo   Renovatio 21 offre questa lettera di monsignor Viganò per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.  

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Immagine: don Lorenzo Milani ritratto da Olivero Toscani, L’Espresso, 1963. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
 
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La suora nominata da Leone XIV ribadisce che le donne «potrebbero sentire la chiamata al sacerdozio»

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Suor Mary Teresa Barron, NSA, che papa Leone XIV ha recentemente nominato segretaria aggiunta del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha nuovamente suggerito che le donne potrebbero essere chiamate ad essere «ordinate» come sacerdoti, contraddicendo l’insegnamento cattolico. Lo riporta LifeSite.

 

La suora, attualmente superiora generale delle Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, durante un’intervista rilasciata a EWTN News il 20 ottobre, ha ribadito le precedenti affermazioni errate fatte durante un’assemblea del Sinodo sulla Sinodalità del 2024, secondo cui le donne «possono sentire la chiamata al sacerdozio». Suor Barron ha anche falsamente affermato che alcune sante avrebbero sentito questa «chiamata» al sacerdozio.

 

«Chi sono io per dire se la porta è aperta o chiusa (alle “donne sacerdotesse”)?» ha detto la suora a EWTN News. «Oggi le donne possono sentire la chiamata al sacerdozio. Anche alcune delle grandi sante hanno sentito quella chiamata. Quindi, per me, la domanda è: come possiamo noi, all’interno della Chiesa, facilitare questo discernimento?»

 

«Cosa facciamo come Chiesa per accompagnare questo discernimento e capire se, sì, è questa la chiamata dello Spirito a tutta la Chiesa in questo momento?», ha aggiunto. Poi, «nel discernimento, alla fine c’è sempre una scelta. O sì o no».

Nella sua lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis del 1994, papa Giovanni Paolo II ha ribadito il perenne insegnamento della Chiesa secondo cui è impossibile per le donne ricevere validamente il sacramento dell’Ordine sacro: «Pertanto, affinché ogni dubbio sia dissipato riguardo a una questione di grande importanza, che riguarda la costituzione divina stessa della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermazione dei fratelli (cfr. Lc 22,32) dichiaro che la Chiesa non ha alcuna autorità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne e che questo giudizio deve essere definitivamente accettato da tutti i fedeli della Chiesa».

 

Durante un’assemblea del Sinodo sulla Sinodalità del 2024 nella Città del Vaticano, suor Barron ha affermato che non dovremmo considerare la questione dell’ordinazione delle donne in termini di possibilità di ordinazione «da un punto di vista teologico o canonico».

 

«Credo che dobbiamo affrontare la questione soprattutto dal punto di vista dello Spirito. “Lo Spirito sta chiamando le donne?” Perché alcune donne sentono una chiamata al sacerdozio o al diaconato», ha affermato, secondo quanto riportato da EWTN News.

 

«Credo che uno degli appelli di questo sinodo sia quello di condividere le possibilità che si aprono alle donne per quanto riguarda la governance e i ruoli di leadership all’interno della Chiesa, e ci sono molte buone pratiche in tutto il mondo», ha dichiarato a un giornalista all’epoca. «Ma noi cattolici siamo molto ignari delle possibilità che esistono».

 

La suora assumerà il suo nuovo incarico di segretaria aggiunta del Dicastero per l’Evangelizzazione il 4 gennaio 2027. In questo ruolo, la Barron sarà presidente delle Pontificie Opere Missionarie.

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Hong Kong, confermata in appello la condanna del cardinale Zen

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Il 3 settembre 2026, la Corte d’appello di Hong Kong ha respinto il ricorso presentato dal cardinale Joseph Zen, 94 anni, dall’avvocato ed ex deputata Margaret Ng, dall’ex parlamentare Cyd Ho, dal professor Hui Po-keung e dalla cantante e attivista Denise Ho, in qualità di amministratori del Fondo 612 per il soccorso umanitario. Margaret Ng ha annunciato l’intenzione di ricorrere alla Corte suprema di Hong Kong.   Creato nel giugno 2019, il Fondo di soccorso umanitario 612 offriva un sostegno finanziario ai manifestanti arrestati o feriti durante un movimento di protesta contro il progetto di legge sulla possibilità di estradare detenuti da Hong Kong verso la Cina. Iniziate nel giugno 2019, le manifestazioni si sono trasformate in un più ampio movimento pro-democrazia.   Nel maggio 2022, il cardinale Zen e gli altri quattro imputati erano stati arrestati per alcune ore per «collusione con forze straniere», reato previsto dalla Legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino a Hong Kong nel 2020. L’eco immediata e internazionale della notizia aveva spinto le autorità di Hong Kong a rilasciarli rapidamente e ad abbandonare questa accusa. Ma i cinque imputati erano stati processati nel novembre 2022 davanti al tribunale di West Kowloon per non aver registrato il fondo come associazione ai sensi dell’Ordinanza sulle società, la legge che disciplina le organizzazioni e le associazioni della città. Ciascuno era stato condannato a una multa di circa 4.000 dollari di Hong Kong (meno di 500 euro). L’Ordinanza sulle società stabilisce che una società deve essere registrata, o deve chiedere un’esenzione, entro un mese dalla sua creazione. Il procedimento contro i fiduciari del Fondo 612 rappresenta la prima incriminazione per questo tipo di infrazione a Hong Kong. Dopo la condanna in primo grado, il cardinale Zen e gli altri quattro imputati avevano presentato appello, contestando l’errata connotazione della natura giuridica del Fondo.   In virtù della stessa Legge sulla sicurezza nazionale, anche il magnate dei media Jimmy Lai, tra le voci più critiche nei confronti della Cina a Hong Kong, è stato condannato il 9 febbraio 2026 a 20 anni di carcere. L’attivista cattolico di cittadinanza britannica, di 78 anni, si trova in prigione dal 18 dicembre 2020, tenuto in isolamento. Entrando nell’aula per la lettura della sentenza, ha rivolto un sorriso e un saluto alla moglie Teresa e, accanto a lei, al vescovo emerito di Hong Kong, il cardinale Joseph Zen.   Interrogato da AsiaNews, padre Franco Mella, delle Missioni estere italiane, ha sottolineato lo scarso sostegno pubblico offerto da Roma a Jimmy Lai e non ha nascosto la propria perplessità.   In effetti, il Vaticano non si è espresso su questo verdetto quanto mai ingiusto e severo, ma «la gente di Hong Kong è con lui», ha sottolineato padre Mella. – Oltre al magnate cattolico e cittadino britannico, altri otto imputati sono stati condannati, tra cui sei ex dirigenti di Apple Daily.   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Immagine di Jindřich Nosek (NoJin) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine modificata
 
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