Morte cerebrale
Morte cerebrale e trapianto di organi: quando il racconto commuove ma la verità scompare
C’è una costante ormai riconoscibile nelle cronache che riguardano il trapianto degli organi: i fatti vengono avvolti in un linguaggio emotivo che commuove, consola e rassicura, ma che al tempo stesso neutralizza ogni domanda scomoda. Anche nella trama narrativa della notizia di pochi giorni fa che ha visto una giovane madre colpita da un’emorragia cerebrale poco dopo il parto, dichiarata cerebralmente morta e depredata degli organi, il copione mediatico è stato rispettato alla perfezione.
Nei resoconti giornalistici si parla di altruismo, di luce, di speranza; si insiste sull’«ultimo atto d’amore», sul «dono di vita», sulla continuità simbolica tra una nascita e una morte; si parla di «ultimo respiro», come se la donna fosse morta a causa di un evento naturale e improvviso e non a seguito della rimozione dei suoi organi vitali. Tutto è costruito per toccare le corde del sentimento, al fine di occultare la cruda verità di un omicidio legalizzato.
Il linguaggio emotivo serve a cancellare il nesso di causalità, a far sparire la sequenza reale dei fatti, a trasformare una decisione medica deliberata in un destino crudele. Non si descrive ciò che è accaduto, ma ciò che deve essere creduto.
La frase rituale «lei avrebbe voluto così», «sussurrata» dai parenti del cosiddetto donatore ai medici dell’ospedale, e rilanciata come un mantra dai pennivendoli di regime, chiude ogni spazio di riflessione. Ma cosa significa «volere» in un contesto di shock, dolore, pressione psicologica e informazione parziale? E soprattutto: può dirsi libero e consapevole un consenso ottenuto quando la morte viene ridefinita per decreto e presentata come un fatto già compiuto?
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Il racconto si concentra sul dolore dei familiari, sulla bara che attraversa la navata, sulle parole di circostanza che, in molti casi, arrivano anche dall’altare: il parroco parla di «vita eterna che lascia luce per altri», di un sacrificio che diventa fecondo. Si tratta di frasi che non giudicano nulla e che non distinguono nulla; di omelie che consolano ma che abdicano completamente alla verità morale.
È lecito oppure no dichiarare morta una persona biologicamente viva per prelevare i suoi organi? È compatibile con la visione cristiana dell’uomo ridurre la morte a una certificazione tecnica funzionale a un sistema sanitario che considera le persone come corpi senz’anima? Su queste domande, che toccano il cuore della legge morale naturale, non arriva alcuna risposta. Solo silenzio. O peggio, adesione implicita.
Molti esponenti del clero, infatti, non si limitano a tacere: ripetono il linguaggio del sistema e assumono come neutro un criterio, quello della morte cerebrale, che è in realtà il presupposto di una nuova antropologia che considera l’uomo una risorsa biologica. È un appiattimento grave, che trasforma la parola della Chiesa in un’eco del pensiero dominante, svuotandola di ogni funzione profetica.
La retorica del dono, di cui anche i pastori si fanno promotori, serve a rendere intoccabile ciò che dovrebbe essere messo in discussione, a trasformare una pratica occisiva in una narrazione edificante, a impedire che emerga la domanda decisiva: quella giovane madre è morta perché il suo organismo ha ceduto oppure perché era necessario che fosse considerata deceduta per poter utilizzare i suoi organi?
Finché la comunicazione continuerà a sostituire la verità con l’emozione e la parola ecclesiale si limiterà a benedire senza giudicare, queste storie di morte procurata continueranno a essere raccontate come esempi di amore. Ma dire la verità sulla illiceità morale della pratica dei trapianti di organi vitali e sulla falsità scientifica e antropologica del criterio della morte cerebrale è un preciso dovere morale e un atto di giustizia.
Alfredo De Matteo
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Morte cerebrale
Morte cerebrale: donatore o no, decidono loro quando sei morto
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Morte cerebrale
Calciatore dato per morto si risveglia in obitorio. Dichiarare la morte non equivale a determinarla
Ci sono notizie che sembrano riproporre storie già viste e che, proprio per questo, rischiano di essere liquidate come semplici curiosità di cronaca. Quella che arriva in queste ore dalla Nigeria appartiene certamente a questa categoria, ma pone in evidenza un particolare sul quale vale la pena soffermarsi, perché ancora una volta ci costringe a interrogarci sul significato della morte e, soprattutto, sul rapporto tra la realtà e le definizioni attraverso le quali pretendiamo di descriverla.
Chinedu Ozor, trent’anni, da poco ingaggiato dal Katsina United, stava disputando una partita amichevole di preparazione alla nuova stagione quando, dopo appena una decina di minuti di gioco, si è improvvisamente accasciato sul terreno di gioco. Il personale sanitario presente è prontamente intervenuto per soccorrerlo e il calciatore è stato trasportato in ospedale, dove poi ne sarebbe stato dichiarato il decesso.
Diverse fonti riferiscono che la morte sarebbe stata constatata in due strutture prima del trasferimento in obitorio.
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Nel frattempo, la notizia aveva cominciato a circolare e il Katsina United aveva annunciato ufficialmente la scomparsa del suo giocatore, esprimendo vicinanza alla famiglia e salutando il proprio «Warrior». Immediatamente erano arrivati i messaggi di cordoglio di altre società della Nigeria Premier Football League e delle squadre nelle quali Ozor aveva militato in precedenza. Per il mondo del calcio nigeriano, insomma, Chinedu Ozor era morto.
Poi è accaduto qualcosa che ha improvvisamente rovesciato la situazione: quando il calciatore si trovava ormai in obitorio, qualcuno si sarebbe accorto che il suo corpo si muoveva; alcune ricostruzioni parlano in particolare del movimento di una mano. È stato dato immediatamente l’allarme e Ozor è stato riportato in ospedale, dove, secondo le ultime informazioni disponibili, si trova ricoverato in terapia intensiva e sottoposto a ossigenoterapia.
Una storia incredibile, certamente, ma non del tutto nuova. Episodi di persone dichiarate morte e successivamente trovate ancora in vita ricorrono periodicamente nelle cronache. È necessario però fare una precisazione che può apparire come ovvia: Ozor non è tornato dalla morte. Il movimento osservato in obitorio ha semplicemente costretto chi gli stava intorno a riconoscere che la precedente dichiarazione di morte non corrispondeva alla realtà.
La distinzione, in effetti, è tutt’altro che banale, perché ci ricorda qualcosa che nella medicina contemporanea rischia di passare in secondo piano: la morte è un fatto che riguarda l’essere umano, mentre il suo accertamento riguarda la nostra capacità di riconoscere quel fatto. Sono due cose distinte e, soprattutto, la seconda non può creare la prima.
Un medico può accertare che una persona è morta, così come può sbagliare nel farlo, ma la sua dichiarazione non possiede il potere di modificare la realtà biologica dell’individuo che ha davanti.
È proprio a questo punto che il problema della morte cerebrale entra in una dimensione che supera la semplice discussione sui protocolli diagnostici.
Per secoli la questione fondamentale è stata individuare i segni attraverso i quali riconoscere che la morte dell’organismo fosse effettivamente avvenuta. Con l’introduzione del criterio neurologico, invece, il problema si è spostato progressivamente anche sul piano definitorio: una determinata condizione clinica, caratterizzata dalla cessazione irreversibile delle funzioni encefaliche previste dai protocolli, viene considerata equivalente alla morte dell’individuo.
Ma cosa succede dopo che una sentenza di morte è stata emessa? Inevitabilmente, cambia il modo in cui possiamo trattare l’essere umano.
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Nel caso di Chinedu Ozor un movimento del corpo ha imposto una revisione immediata di tutto ciò che era stato stabilito poche ore prima. Ma proprio questa circostanza ci ricorda che alla medicina spetta riconoscere una morte realmente avvenuta, non stabilire attraverso criteri convenzionali il confine oltre il quale un essere umano debba cessare di essere considerato un vivente bisognoso di cure e assistenza.
Del resto, la cronaca e la letteratura medica hanno registrato diversi casi nei quali persone dichiarate morte hanno manifestato segni vitali prima che si procedesse con l’espianto dei loro organi. E Dio solo sa quante altre persone non hanno avuto la possibilità di smentire la diagnosi che li aveva già consegnati alla sala operatoria e successivamente alla tomba.
È per questo che la questione non può essere ridotta alla maggiore o minore affidabilità di una procedura. Il problema viene prima.
Perché la realtà non obbedisce alle nostre definizioni e quando queste pretendono di sostituirsi alla verità sull’uomo, è l’uomo stesso a pagarne le conseguenze.
Alfredo De Matteo
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Morte cerebrale
Morte cerebrale, mons. Viganò parla del libro del nostro Alfredo De Matteo
«Alfredo De Matteo smaschera con chiarezza profetica gli inganni di una mentalità materialista e utilitaristica che riduce l’uomo a un semplice aggregato di organi da sfruttare» continua monsignore. «Questo libro è uno strumento prezioso per comprendere la gravità di ciò che sta avvenendo e per resistere all’imposizione di una falsa “morte” che permette la soppressione della vita». «Il volume sarà presentato per la prima volta il 12 settembre a Verona, in occasione della “Giornata mondiale contro l’aborto e l’eutanasia” organizzata dalla Confederazione dei Triarii. Le Edizioni Maniero del Mirto si dichiarano disponibili a organizzare presentazioni ovunque vi sia la volontà di diffondere queste verità». «Raccomando vivamente la lettura di quest’opera a tutti i fedeli, ai sacerdoti, ai medici, agli operatori sanitari e a chiunque desideri difendere la verità e la dignità della persona umana. Studiatelo, meditate sulle sue pagine e, soprattutto, diffondetelo il più ampiamente possibile: tra amici e familiari, sui social…» Il libro contiene in appendice scritti previamente apparsi su Renovatio 21.In questi tempi di oscuramento della verità e di avanzata inarrestabile della cultura della morte, è dovere di ogni cattolico e di ogni persona di buona volontà denunciare gli inganni che attentano alla sacralità della vita umana, voluta e custodita da Dio. Le Edizioni Maniero…
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) August 6, 2026
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