Gravidanza
Anche piccole dosi di glifosato somministrate a topi gravidi hanno danneggiato la salute intestinale della prole
Un nuovo studio sui topi ha scoperto che anche dosi molto basse dell’erbicida glifosato – ben al di sotto degli attuali limiti di sicurezza – possono compromettere la salute intestinale, il metabolismo e il comportamento, con effetti trasmessi alla prole. La ricerca solleva preoccupazioni sul fatto che l’esposizione prenatale possa avere impatti multigenerazionali su immunità, ormoni e funzioni cerebrali.
Anche quantità estremamente piccole di erbicida glifosato possono danneggiare la salute intestinale, alterare il metabolismo e modificare il comportamento nei topi, affermano gli scienziati. Gli effetti non si limitano agli animali esposti, ma si trasmettono anche ai loro figli e nipoti.
La nuova ricerca, che sarà pubblicata il 1° novembre su Science of the Total Environment, suggerisce che l’esposizione prenatale al glifosato altera i batteri intestinali, gli ormoni e la segnalazione cerebrale nei topi.
Anche a dosi ben al di sotto delle attuali linee guida di sicurezza, l’erbicida è associato a infiammazione, problemi metabolici che coinvolgono l’appetito e la glicemia e segni di rischio neurologico.
«I nostri risultati dimostrano che l’esposizione prenatale al glifosato, a dosi coerenti con l’assunzione alimentare nella vita reale, può alterare molteplici sistemi fisiologici nel corso delle generazioni», affermano i ricercatori.
Il glifosato, meglio conosciuto come il principio attivo del Roundup, è l’erbicida più utilizzato al mondo, con oltre 160 milioni di chilogrammi applicati ogni anno nel Nord America.
Un tempo ritenuto sicuro perché agisce su un percorso specifico delle piante assente negli esseri umani, il glifosato può comunque danneggiare indirettamente le persone, alterando i microbi intestinali, le risposte immunitarie e i sistemi ormonali, soprattutto durante la gravidanza e la prima infanzia, secondo nuove prove.
Nonostante le resistenze dell’industria, l’esposizione al glifosato è stata collegata al cancro, a malattie epatiche e renali, a disturbi endocrini, a problemi di fertilità, a neurotossicità e ad altri problemi di salute.
All’inizio di quest’anno, una ricerca ha dimostrato che negli ultimi due decenni il glifosato ha danneggiato significativamente la salute dei bambini nelle comunità rurali degli Stati Uniti, in particolare di quelli già a rischio di scarsi esiti alla nascita.
Altri studi a lungo termine, come la coorte CHAMACOS, collegano l’esposizione precoce al glifosato a rischi più elevati di disturbi epatici e cardiometabolici entro i 18 anni.
Questo studio, condotto da ricercatori dell’Università della British Columbia e dell’Università dell’Alberta in Canada, dimostra che i topi esposti al glifosato prima della nascita erano complessivamente meno attivi, si muovevano per distanze più brevi e a velocità più basse e mostravano una memoria di lavoro (la capacità di immagazzinare ed elaborare informazioni) più debole.
I topi esploravano anche meno, il che suggerisce una ridotta curiosità o lievi difficoltà motorie.
L’esposizione prenatale ha causato un’infiammazione microscopica, simile a quella osservata nell’infiammazione del colon in fase iniziale (colite). Danni intestinali, perdita di muco protettivo e infiammazione cronica sono persistiti nei nipoti (generazione F2).
Altri risultati chiave includono:
- Problemi metabolici: la prole aveva difficoltà a elaborare lo zucchero, manifestava resistenza all’insulina e produceva livelli più bassi di GLP-1, un ormone che regola lo zucchero nel sangue.
- Alterazione del microbioma: l’esposizione prenatale al glifosato ha alterato i batteri intestinali e la loro funzione. Sono aumentati i batteri associati a depressione, morbo di Parkinson e malattie metaboliche, insieme a cambiamenti chimici, tra cui l’eccesso di acetato, che, a livelli elevati, può alterare il metabolismo e causare iperstimolazione del sistema nervoso.
- Cambiamenti ormonali: gli ormoni dell’appetito erano sbilanciati. La grelina (che innesca la fame) era più bassa, mentre la leptina (che segnala la sazietà) era più alta, un andamento osservato nell’obesità e nelle barriere intestinali indebolite. Nei topi sani, l’esposizione al glifosato ha alterato la produzione di ormoni metabolici chiave, potenzialmente collegandola all’endotossiemia, una condizione potenzialmente pericolosa in cui le tossine dei batteri intestinali fuoriescono nel flusso sanguigno.
- Segnali intestino-cervello: l’erbicida ha interrotto i normali legami tra batteri e sostanze chimiche chiave, come i metaboliti del GLP-1 e del triptofano, entrambi vitali per il controllo della glicemia, l’umore e l’immunità. Gli effetti più evidenti sono stati osservati nei nipoti. Nel complesso, una maggiore esposizione al glifosato è stata associata a livelli più bassi di GLP-1, suggerendo impatti duraturi sul metabolismo e sulla segnalazione intestino-cervello attraverso le generazioni.
- Debolezza della barriera intestinale: nei topi sani, il glifosato ha ridotto le cellule produttrici di muco, assottigliando la barriera intestinale e facilitando l’ingresso dei batteri nei tessuti e l’attivazione del sistema immunitario. Questi effetti non sono stati osservati nei topi predisposti alla colite, la cui infiammazione preesistente potrebbe averli mascherati.
Al contrario, i topi già predisposti alla colite hanno mostrato meno effetti apparenti del glifosato, probabilmente perché la loro infiammazione preesistente li mascherava, affermano i ricercatori. Hanno tuttavia mostrato segni di infiammazione nervosa correlata all’intestino, come dimostra lo studio.
«Questi risultati dimostrano che, sebbene il microbioma intestinale rimanga in gran parte stabile, l’esposizione prenatale al glifosato lo riconfigura in modi che potrebbero favorire l’infiammazione, la disfunzione metabolica e la disgregazione neuroimmunitaria», affermano i ricercatori.
«La persistenza di questi cambiamenti attraverso le generazioni e la loro comparsa a dosi rilevanti per l’uomo evidenziano la loro potenziale importanza per la salute a lungo termine».
Per modellare le esposizioni nel mondo reale in questo studio, i ricercatori hanno fornito a topi gravidi, sia sani che predisposti alla colite, acqua potabile contenente glifosato a dosi basate sulla dieta media americana (0,01 mg/kg/giorno) o sull’attuale limite di sicurezza dell’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (1,75 mg/kg/giorno).
Gli animali sono stati sottoposti a test comportamentali, test di tolleranza glicemica e insulinica, nonché ad analisi dettagliate del tessuto intestinale. I batteri intestinali sono stati esaminati tramite sequenziamento del DNA e campioni di sangue sono stati analizzati per rilevare la presenza di ormoni e metaboliti.
I ricercatori avvertono che non è ancora chiaro se i cambiamenti vengano trasmessi attraverso l’epigenetica (cambiamenti ereditari nella regolazione del DNA) o attraverso il microbioma intestinale.
Tuttavia, la comparsa di effetti nei nipoti suggerisce un impatto transgenerazionale. Alcuni risultati differivano anche tra maschi e femmine, suggerendo percorsi specifici per sesso.
Sebbene lo studio fosse esplorativo, la coerenza delle alterazioni a livello di metabolismo, comportamento e immunità evidenzia la necessità di studi più mirati, affermano i ricercatori. Topi ed esseri umani condividono molti geni, ma il modo in cui questi geni vengono espressi può differire.
Il fatto che gli effetti si siano manifestati a dosi molto basse suggerisce anche che il glifosato potrebbe non seguire il semplice schema «dose più alta equivale a danni maggiori».
Ciò potrebbe rendere più difficile per i tradizionali test di sicurezza ad alto dosaggio individuare i rischi reali, affermano i ricercatori, sollevando dubbi sul fatto che le attuali normative tutelino adeguatamente la salute pubblica.
«Questi risultati suggeriscono che l’esposizione prenatale al glifosato, anche al di sotto delle soglie normative, può alterare molteplici sistemi fisiologici nel corso delle generazioni, evidenziando la necessità di ulteriori ricerche e di potenziali considerazioni normative», affermano.
Pamela Ferdinand
Pubblicato originariamente da US Right to Know.
Ripubblicato da Children’s Health Defense.
Pamela Ferdinand è una giornalista pluripremiata ed ex borsista del Massachusetts Institute of Technology Knight Science Journalism, che si occupa dei determinanti commerciali della salute pubblica.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Alimentazione
Le donne in gravidanza esposte ai pesticidi presentano un rischio maggiore di diabete gestazionale
Sostieni Renovatio 21
Metodologia e principali risultati
I ricercatori dell’Università dell’Arizona e dell’Università di Harvard hanno utilizzato un solido set di dati proveniente dall’Arizona Prenatal Environment and Reproductive Outcomes Study, isolando i dati dei partecipanti idonei a coloro che avevano avuto parti singoli (un solo bambino durante il parto) tra il 2014 e il 2020 da madri che non avevano una storia clinica di diabete. I dati sull’uso di pesticidi, su una base di un miglio quadrato, sono stati mappati utilizzando il sistema Public Land Survey Section dell’US Geological Survey. I ricercatori hanno confrontato le «colture bersaglio» segnalate con il database CropScape del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti per attribuire applicazioni specifiche su campi delimitati e valutare quelle entro 500 metri dalle abitazioni. Sono stati analizzati diciotto principi attivi, suddivisi in tre classi principali, «sulla base delle loro applicazioni commerciali più comuni in Arizona, di un numero adeguato di casi di esposizione e delle evidenze provenienti da studi tossicologici che li collegano all’alterazione del metabolismo del glucosio». Gli autori hanno proseguito: «Abbiamo escluso dalla nostra analisi cinque principi attivi (ovvero diazinone, forato, formetanato dicloridrato, oxamil e propamocarb dicloridrato) a causa del numero insufficiente di casi esposti (meno di 5)». Detto questo, i composti pesticidi includono:- Organofosfati: Acefato, bensulide, clorpirifos, dimetoato, etefon, malathion, tribufos
- Piretroidi: beta-ciflutrina, bifentrina, ciflutrina, cipermetrina, esfenvalerato, fenpropatrina, lambda-cialotrina, permetrina, zeta-cipermetrina
- Carbammati: Carbaryl e methomil
- L’esposizione agli organofosfati (acefato ed etefon) nel terzo trimestre è associata a un rischio maggiore di diabete gestazionale rispettivamente del 34% e dell’89% tra le madri esposte.
- I ricercatori hanno osservato rapporti di rischio più elevati, compresi tra 1,17 e 2,13, per diversi piretroidi (beta-ciflutrina, bifentrin, cipermetrina e permetrina) nel periodo preconcezionale o nel primo trimestre di gravidanza.
- L’esposizione al clorpirifos nelle donne in gravidanza è stata associata a un «aumento del rischio di diabete gestazionale del 35% rispetto alle donne che non sono mai state esposte».
- Sebbene specifiche classi di pesticidi e principi attivi siano correlati a un aumento del rischio di diabete gestazionale, l’esposizione complessiva ai pesticidi non ha prodotto risultati statisticamente significativi tra il gruppo esposto (8,1%) e quello non esposto (7,8%).
Aiuta Renovatio 21
Copertura precedente
Le implicazioni dell’esposizione ai pesticidi in ambito residenziale, attraverso molteplici vie di somministrazione (ingestione, contatto cutaneo, ecc.), non possono essere sottovalutate, data la preponderanza di prove scientifiche che dimostrano effetti negativi sulla salute (acuti e cronici). Nella Repubblica Ceca, alcuni ricercatori hanno analizzato la polvere presente negli ambienti interni di 116 abitazioni, scoprendo che il 93% di esse, sia in aree urbane che rurali, conteneva residui di almeno un pesticida attualmente in uso (CUP). Lo studio ha inoltre rilevato residui di esaclorobenzene e pentaclorobenzene, prodotti di degradazione o sottoprodotti di alcuni pesticidi organoclorurati vietati. Questi composti, così come i metaboliti del DDT DDE e DDD, sono stati rilevati in più della metà delle abitazioni esaminate. I risultati di questo studio e di ricerche precedenti confermano che i pesticidi utilizzati all’aperto finiscono negli ambienti interni, determinando un livello di esposizione che non viene calcolato al momento della registrazione e dell’immissione sul mercato dei pesticidi. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Indoor Environments. (Vedi Daily News qui) Un altro esempio significativo è rappresentato da uno studio sulla popolazione condotto in California e pubblicato su BMC Public Health, secondo il quale «il 7,5% di tutte le donne incinte in California che hanno partorito nel 2021 viveva entro 1 km da campi agricoli in cui erano stati utilizzati pesticidi organofosfati durante la gravidanza». Nonostante una diminuzione del 54% nell’uso complessivo dell’insetticida neurotossico clorpirifos nello stato tra il 2016 e il 2021, dopo il divieto a livello statale dell’insetticida organofosforico nel 2016, i ricercatori hanno scoperto che in una contea della California, «oltre il 50% delle donne incinte viveva entro 1 km da un’area in cui veniva utilizzato il pesticida organofosforico». Sono state riscontrate significative disparità in termini di elevata esposizione ai pesticidi, «con le persone di origine ispanica/latina, i giovani e i residenti della regione della Costa Centrale, prevalentemente dedita alla coltivazione di frutta e verdura, che hanno maggiori probabilità di vivere in prossimità di aree in cui vengono utilizzati pesticidi organofosforici durante la gravidanza». Gli autori hanno suggerito che «modifiche normative volte a limitare l’uso o a restringere le applicazioni in prossimità delle aree residenziali potrebbero avere un notevole beneficio per la salute pubblica, in particolare per lo sviluppo cerebrale dei bambini». (Vedi Daily News qui) Un’analisi dell’esposizione ai pesticidi di un membro della famiglia che lavora in agricoltura (residui «portati a casa») ha rilevato che i livelli di pesticidi nell’abitazione sono superiori di 2,6-3,7 volte rispetto al normale.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Gravidanza
Il paracetamolo in gravidanza può causare alterazioni agli organi riproduttivi nelle bambine: studio.
Uno studio condotto presso l’Ospedale Universitario di Copenaghen, in Danimarca, indica che l’esposizione prenatale al paracetamolo potrebbe influire sulla riproduzione femminile. Servirebbero ulteriori ricerche, compresi studi più ampi, per definire le implicazioni cliniche sulla riproduzione futura.
Gli autori dello studio hanno sottolineato che il loro è «il primo studio sull’uomo specificamente progettato per indagare se l’esposizione prenatale al paracetamolo sia associata a marcatori dello sviluppo ovarico nelle figlie».
Lo studio COPANA, realizzato da marzo 2020 a novembre 2022, ha coinvolto 685 «donne sane di origine caucasica in gravidanza singola» nel primo trimestre di gestazione. Di queste, «302 neonate sono state esaminate durante il follow-up».
Sostieni Renovatio 21
«L’esposizione fetale precoce è stata associata a una riduzione del volume ovarico (−0,11 cm³, IC 95% da −0,19 a −0,03) e a una riduzione del volume uterino (−0,18 cm³, da −0,35 a −0,01), mentre l’esposizione fetale medio-tardiva è stata associata a un minor numero di follicoli ovarici (−1,05 follicoli, da −1,71 a −0,39) rispetto alle ragazze non esposte» scrivono gli autori dello studio..
Lo studio ha rilevato che le ragazze esposte al paracetamolo nell’utero presentavano, in media, un volume ovarico inferiore del 40%, un volume uterino inferiore del 13% e il 23% in meno di follicoli ovarici (le strutture che contengono gli ovuli immaturi) rispetto alle ragazze le cui madri non avevano assunto paracetamolo durante la gravidanza. Inoltre, mostravano livelli più bassi di un ormone (AMH/ormone antimulleriano) legato alla riserva ovarica, ha riportato la CNN, che scrive che sebbene «questo studio abbia catturato solo un’istantanea in un dato momento» e che «i ricercatori non abbiano seguito le ragazze a lungo termine per determinarne la fertilità futura», i dati si estendono all’adolescenza.
I ricercatori hanno inoltre analizzato i dati di 1.210 ragazze appartenenti alla coorte madre-bambino di Copenaghen, seguite dalla prima infanzia all’adolescenza; le loro madri avevano riferito di aver assunto paracetamolo durante il terzo trimestre di gravidanza.
Questi dati hanno dimostrato che l’esposizione fetale al paracetamolo era associata a ovaie di dimensioni ridotte durante l’adolescenza e a uteri più piccoli durante la pubertà.
Mancano dati relativi al periodo successivo all’adolescenza, il che richiede ulteriori studi di follow-up e ricerche su campioni più ampi.
Tuttavia, prima di qualsiasi studio sugli esseri umani, gli studi sugli animali relativi al farmaco avevano prodotto risultati simili. I ricercatori hanno sottolineato che, «sebbene questo studio non possa dimostrare che il paracetamolo abbia causato direttamente queste differenze, i risultati sono coerenti con quelli degli studi sugli animali».
Gli autori dello studio hanno inoltre precisato che sono necessarie ulteriori ricerche per determinare le implicazioni dei risultati ottenuti, scrivendo: «Non è ancora chiaro se queste differenze riscontrate nella prima fase della vita abbiano una rilevanza clinica a lungo termine, compresi gli effetti sulla durata della vita riproduttiva, e ciò richiede analisi in studi con un follow-up più lungo».
Fino a quando non saranno completate ulteriori ricerche, le implicazioni a lungo termine dell’uso prenatale del paracetamolo sulla fertilità femminile restano sconosciute. Al momento, le donne in gravidanza hanno poche alternative quando si ammalano o hanno la febbre abbastanza grave da richiedere una terapia farmacologica.
Aiuta Renovatio 21
La dottoressa Margit Bistrup Fischer, coautrice dello studio, ha dichiarato alla CNN che l’assunzione del farmaco è in definitiva «un argomento di cui, come società, dobbiamo parlare e su cui dobbiamo informare maggiormente le donne incinte, affinché possano prendere una decisione consapevole».
Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi mesi, dopo le esternazioni del segretario della Salute statunitense Roberto Kennedy, erano state avanzate, con tanto di studi, correlazioni tra l’uso del paracetamolo e l’autismo, di cui le grandi farmaceutica e le stesse agenzie regolatrici americane sarebbero state a conoscenza.
Come riportato da Renovatio 21, i danni alla fertilità delle figlie femmine causate dall’assunzione di paracetamolo erano stati suggeriti da una ricerca su ratti e topi ancora sette anni fa.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di Austin Kirk via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Gravidanza
I bambini le cui madri hanno bevuto acqua fluorurata in gravidanza ottengono punteggi bassi nel problem solving
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Livelli più elevati di fluoro sono collegati a una minore capacità cognitiva fluida.
Per stimare l’esposizione prenatale al fluoro nell’acqua, i ricercatori hanno collegato i dati pubblici sulla concentrazione di fluoro nell’acqua potabile con le informazioni sull’indirizzo di residenza raccolte durante la gravidanza. Lo studio si è concentrato esclusivamente sul fluoro presente nell’acqua potabile, escludendo altre fonti. I ricercatori hanno quindi confrontato l’assunzione stimata di fluoro con le capacità cognitive dei bambini, valutate utilizzando la batteria di test cognitivi NIH Toolbox I ricercatori hanno esaminato separatamente la «cognizione fluida», che includeva misure di flessibilità cognitiva, controllo inibitorio, attenzione e memoria, e la «cognizione cristallizzata», valutata tramite un test di vocabolario. La cognizione cristallizzata è «l’ampiezza e la profondità delle conoscenze, del vocabolario e delle abilità verbali che una persona ha acquisito attraverso l’istruzione, l’esperienza e l’esposizione culturale: ciò che è stato appreso e che può essere recuperato e applicato in seguito». I bambini le cui madri sono state esposte a livelli più elevati di fluoro durante la gravidanza tendevano a ottenere punteggi inferiori nei test di cognizione fluida. Hanno scoperto che le capacità cognitive dei bambini risultavano compromesse quando le madri erano esposte a livelli di fluoro nell’acqua pari o superiori a 0,675 mg/L, ovvero 675 microgrammi per litro. Questo valore è inferiore al limite raccomandato a livello federale per la fluorizzazione dell’acqua. Hanno inoltre scoperto che ogni aumento di 500 microgrammi per litro di fluoruro nell’acqua era collegato a una diminuzione media di 3,36 punti del QI. I risultati sono stati nettamente peggiori tra i bambini le cui capacità cognitive sono state valutate prima dei 7 anni. Il loro punteggio di QI è diminuito fino a 13,5 punti a fronte dello stesso aumento del contenuto di fluoro nell’acqua. I ricercatori hanno tuttavia avvertito che l’apparente differenza in base all’età richiede ulteriori studi. «Questo studio si aggiunge a un ampio corpus di ricerche che esaminano come l’esposizione precoce a contaminanti ambientali possa essere associata allo sviluppo dei processi di pensiero e di apprendimento che sono importanti per lo sviluppo dei bambini», ha affermato la co-autrice senior Amy Margolis, Ph.D., del College of Medicine della Ohio State University, in un comunicato stampa della Columbia University relativo allo studio. «Continuare a studiare il fluoro e altre esposizioni sarà fondamentale per tutelare al meglio la salute ambientale e il benessere dei bambini». Sia Malin che Thiessen hanno osservato che un limite dello studio era la mancata misurazione dell’assunzione individuale di fluoro. Poiché l’assunzione può variare da individuo a individuo, la mancata misurazione dell’esposizione individuale può portare a una classificazione errata dell’esposizione. «Nonostante ciò, gli autori hanno comunque osservato associazioni piuttosto significative tra l’esposizione prenatale al fluoro nell’acqua potabile e le capacità cognitive fluide nei bambini, in particolare nei bambini di età inferiore ai 7 anni», ha affermato Malin. «Tuttavia, le reali correlazioni tra l’esposizione prenatale al fluoro e le capacità cognitive dei bambini potrebbero essere in realtà maggiori di quanto questo studio sia stato in grado di rilevare», ha aggiunto. «Saranno necessarie ulteriori ricerche a livello individuale per approfondire la questione».Iscriviti al canale Telegram ![]()
I risultati si aggiungono alle prove nella controversa sentenza del tribunale.
La fluorizzazione dell’acqua negli Stati Uniti è stata un tema politico controverso da quando, nel 2024, una sentenza storica di un tribunale federale ha stabilito che gli attuali livelli di fluoro aggiunti all’acqua, pari a 0,7 mg/L, rappresentavano un rischio per la salute dei bambini. La sentenza ha incaricato l’EPA (Agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense) di regolamentare la sostanza chimica ai sensi del Toxic Substances Control Act (Legge sul controllo delle sostanze tossiche). La sentenza si è basata in gran parte su una valutazione di sei anni condotta dal Programma nazionale di tossicologia (NTP) federale su tutta la letteratura esistente in materia di fluoro e neurotossicità, nonché sulle testimonianze di importanti esperti delle migliori università di tutto il mondo che studiano la questione. Il Programma Nazionale per la Tossicologia (NTP) ha concluso che la fluorizzazione dell’acqua a 1,5 mg/L è associata a un QI inferiore nei bambini. Ha inoltre rilevato che le persone esposte a una fluorizzazione dell’acqua inferiore a 1,5 mg/L potrebbero presentare livelli elevati di fluoro nel loro organismo, in parte perché l’esposizione al fluoro può provenire da altre fonti e/o il consumo di quantità d’acqua possono variare. I ricercatori dell’NTP hanno affermato che le loro conclusioni sulla fluorizzazione dell’acqua e la neurotossicità si basavano su studi di fluorizzazione dell’acqua a livelli pari o superiori a quelli attualmente in vigore negli Stati Uniti. I gruppi che hanno intentato causa contro l’EPA hanno anche sostenuto che i regolamenti dell’EPA per altre sostanze chimiche tossiche non consentono l’esposizione a livelli di tossicità noti. Per altre sostanze chimiche, l’esposizione è consentita solo a livelli che sono almeno 10 volte superiori al livello di esposizione tossica noto, al fine di garantire la sicurezza. Una corte d’appello ha successivamente ribaltato la sentenza sul fluoro per una questione procedurale, ma non ha dissentito dalla sentenza del tribunale di grado inferiore secondo cui la fluorizzazione ai livelli attuali rappresenta un rischio irragionevole per la salute umana. L’American Dental Association, i media tradizionali e altri hanno tentato di screditare pubblicamente i risultati del NTP, sostenendo che i dati fossero deboli ai livelli attuali, o che gli studi che mostravano gli effetti neurologici della fluorizzazione dell’acqua fossero stati condotti in altri paesi non simili agli Stati Uniti. Il nuovo studio della Columbia University, condotto negli Stati Uniti ai livelli attuali di fluorizzazione, ha confermato le conclusioni dell’NTP e ha fornito risultati in linea con altri studi recenti condotti negli Stati Uniti. Ashley Malin, Ph.D., professoressa associata di epidemiologia presso il College of Medicine dell’Università della Florida e autrice principale di uno studio statunitense che ha collegato l’esposizione al fluoro durante la gravidanza a problemi neurocomportamentali nei bambini, ha dichiarato a The Defender che lo studio della Columbia University è «significativo» perché include una coorte di bambini relativamente recente proveniente da diversi stati degli Stati Uniti. Ha affermato che i risultati erano coerenti con altri importanti studi di coorte condotti in Messico e Canada, i quali avevano osservato un’associazione inversa tra l’esposizione al fluoro nella prima infanzia e il QI non verbale. Kathleen Thiessen, Ph.D. , coautrice dello studio del 2006 del National Research Council sulla tossicità del fluoro , ha anche affermato che lo studio era coerente con molte scoperte recenti. «È importante sottolineare che hanno riscontrato un effetto avverso a livelli di fluoruro nell’acqua inferiori rispetto a quelli utilizzati in molti studi precedenti, e si tratta di bambini statunitensi», ha affermato. Brenda Baletti Ph.D. © 3 settembre 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD. Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Immigrazione2 settimane faCatastrofe immigrata a Vicenza. L’anarco-tirannia maranza espugna un’altra città
-



Vaccini2 settimane faPiano di Moderna di testare i vaccini a mRNA contro COVID e influenza su 410.000 anziani: una «catastrofe annunciata»
-



Occulto1 settimana faConsiglio comunale si apre con la preghiera «Ave Satana»
-



Immigrazione2 settimane faLa Francia sconvolta dall’anarcotirannia scolastica
-



Essere genitori6 giorni faOssitocina contro il divorzio, una proposta
-



Epidemie1 settimana faVirus della peste fuggito da un laboratorio in Siberia?
-



Spirito1 settimana faMons. Viganò: la fallacia del Concilio «letto alla luce della Tradizione»
-



Spirito1 settimana fa«L’Europa consegna i suoi Paesi ad una nuova invasione». Mons. Viganò, messaggio per Lepanto












