Geopolitica
Putin: la Russia non chiede la resa dell’Ucraina
La Russia non mira alla resa dell’Ucraina, ha affermato il presidente Vladimir Putin.
Nel corso di una tavola rotonda tenutasi venerdì al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, è stato chiesto a Putin se Mosca stesse cercando la «resa incondizionata» dell’Ucraina, come il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta chiedendo all’Iran.
«Non stiamo cercando la resa dell’Ucraina. Insistiamo sul riconoscimento delle realtà che si sono sviluppate sul campo», ha detto Putin, osservando che il conflitto ucraino è «completamente diverso» dall’attuale escalation in Medio Oriente.
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Durante una sessione di domande e risposte, a Putin è stato anche chiesto dei piani militari di Mosca e dell’avanzata oltre gli ex territori ucraini, entrati a far parte della Russia in seguito ai referendum del 2022. Putin non ha dato una risposta diretta, il che suggerisce che, in un certo senso, l’intera Ucraina è russa.
«Ho detto più volte che considero russi e ucraini un unico popolo, di fatto. In questo senso, tutta l’Ucraina è nostra», ha affermato, sottolineando che Mosca non ha mai negato il diritto dell’Ucraina a essere un paese indipendente.
Il presidente non ha escluso la possibilità di impadronirsi della città ucraina di Sumy e di estendere la «zona cuscinetto» progettata per proteggere le aree di confine della Russia da attacchi più in profondità nel territorio ucraino.
«Non abbiamo l’obiettivo di prendere Sumy, ma in linea di principio non lo escludo», ha affermato Putin.
Le truppe russe sono entrate nella regione di Sumy all’inizio di quest’anno, dopo aver espulso le forze d’invasione di Kiev dalla regione russa di Kursk, attaccata dall’Ucraina lo scorso agosto. Secondo il presidente russo, la «zona cuscinetto» nella regione di Sumy è già profonda 10-12 km.
L’attacco alla regione di Kursk ha solo creato ulteriori problemi alle truppe ucraine, già ridotte al minimo, ha affermato Putin, aggiungendo che i ranghi dell’esercito di Kiev sono attualmente occupati in media solo dal 47%.
L’invasione di Kursk si è trasformata in una «catastrofe» per l’esercito ucraino, che ha perso circa 76.000 soldati, ha proseguito.
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
Geopolitica
Lavrov: la Russia è pronta a difendere la Bielorussia dall’Ucraina
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Geopolitica
Il governo israeliano triplica la spesa per le campagne di influenza negli Stati Uniti
«Israele sta perdendo consensi negli Stati Uniti e sta investendo decine di milioni di dollari nel tentativo di cambiare la situazione». Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz.
La spesa del governo israeliano per riconquistare i sostenitori repubblicani cristiani è ora tre volte superiore al budget iniziale e supera i 40 milioni di dollari. Nell’ambito della campagna è stata creata una rete di siti di propaganda anti-palestinesi e filo-israeliani, presentati come neutrali, per influenzare i risultati dei motori di ricerca e dei chatbot basati sull’intelligenza artificiale.
Nonostante questi sforzi, Haaretz rileva che il sostegno a Israele tra la destra americana è ulteriormente peggiorato, soprattutto tra i giovani repubblicani dopo la guerra contro l’Iran.
Secondo un sondaggio Pew Research Center, il 41% dei repubblicani e il 57% dei giovani sotto i 50 anni hanno un’opinione negativa di Israele. Complessivamente, circa il 60% degli americani vede Israele in modo negativo.
L’obiettivo attuale della propaganda è difendere la guerra contro l’Iran, «svelando la verità sull’Iran» e negando che Israele abbia trascinato gli Stati Uniti nel conflitto.
Le pratiche di influenza di Israele sull’ecosistema mediatico statunitense hanno subito una profonda evoluzione digitale, come confermato dalle dichiarazioni del premier Benjamin Netanyahu. Durante un incontro a Nuova York con diversi creatori di contenuti americani, il primo ministro ha esplicitamente definito i social media come l’arma più importante nella guerra informativa contemporanea per blindare il consenso negli Stati Uniti.
Nello specifico, il Netanyahu ha descritto il passaggio di TikTok sotto il controllo di un consorzio statunitense guidato da figure e investitori vicini a Israele, tra cui il fondatore di Oracle Larry Ellison, ebreo sionista, come l’acquisizione geopolitica più rilevante del momento, in grado di alterare la moderazione algoritmica e arginare i trend pro-palestinesi tra i giovani americani.
Ellison, tra i primi uomini più ricchi del pianeta e grande finanziatore delle forze israeliane, ha guidato un consorzio per rilevare il social media cinese, popolarissimo tra i giovani, negli USA tramite Oracle, con il probabile obiettivo, neanche tanto occultato, di controllare l’algoritmo di TikTok e limitare il dissenso pro-Palestina.
Tale scalata al colosso informatico straniero si unisce alle mosse della sua famiglia: il figlio David ha infatti acquisito Paramount Global (che controlla il canale televisibi CBS), espandendo l’influenza degli Ellison dall’intrattenimento televisivo ai flussi informativi dei social network americani. A capo della CBS Ellison ha messo la giovane giornalista lesbo-sionista Bari Weiss, da moltissimi considerata senza alcuna esperienza per tale lavoro, ma la cui fede nella causa dello Stato Giudaico è totale.
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Documenti depositati presso il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ai sensi del Foreign Agents Registration Act (FARA) hanno svelato l’esistenza del progetto segreto denominato Progetto Esther. Attraviso questa operazione finanziata dal ministero degli Esteri israeliano e mediata da agenzie di pubbliche relazioni come Havas, lo Stato Ebraico ha stanziato ingenti budget per remunerare influencer americani con compensi fino a settemila dollari a post, con l’obiettivo di orientare la narrazione sul conflitto di Gaza.
Questa strategia aperta si affianca a campagne clandestine tracciate da società di sicurezza informatica, caratterizzate dall’uso di reti di profili falsi e bot basati sull’intelligenza artificiale per condizionare deputati ed elettori del Partito Democratico. [
Il ministero degli Esteri israeliano ha inoltre finanziato una massiccia operazione di sorveglianza e tracciamento digitale nelle chiese degli Stati Uniti. Attraverso l’agenzia Show Faith by Works, registrata ai sensi del FARA, lo Stato degli ebrei ha stanziato oltre tre milioni di dollari per applicare un sistema di geofencing: si tratta di barriere virtuali basate sulla geolocalizzazione dei telefoni inserite intorno a centinaia di megachiese e campus protestanti ed evangelici in California, Arizona, Nevada e Colorado.
Il piano punta a contrastare il calo di consenso verso Israele riscontrato tra i giovani cristiani americani. Rilevando i dispositivi mobili dei fedeli riuniti per il culto domenicale, il sistema raccoglie i dati di tracciamento per inondarli di annunci digitali mirati, video e messaggi personalizzati sulla guerra a Gaza.
La campagna acquisisce l’identità dei presenti per continuare a bersagliarli con propagande pro-Israele e anti-palestinesi, trasformando i luoghi di culto in un bacino di raccolta dati geopolitici.
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Immagine di Ted Eytan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
Cina
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