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L’arcivescovo Fulton J. Sheen dichiarato beato: virali le prediche sull’«inesistenza» di Napoleone e l’«empatia tossica»

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L’arcivescovo Fulton J. Sheen è stato proclamato beato giovedì durante una messa a cui hanno partecipato circa 50.000 persone provenienti da 12 Paesi e 48 Stati, presso la Cupola dell’America’s Center a St. Louis. Alla beatificazione erano presenti 1.000 sacerdoti, 800 seminaristi, 200 diaconi permanenti, 90 vescovi e quattro cardinali.

 

Il vescovo Louis Tylka, della diocesi di Peoria, Illinois, da cui proviene Sheen, ha letto il decreto formale che il cardinale Luis Tagle, proprefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, aveva appena pronunciato in latino.

 

L’arcisvescovo Sheen, scomparso nel 1979, è stato beatificato giovedì pomeriggio con una cerimonia al Dome dell’America’s Center di St. Louis. La beatificazione era stata rinviata per diversi anni, perché la Chiesa cattolica cercava un luogo abbastanza grande da ospitare i circa 50.000 partecipanti previsti.

 


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Papa Leone XIV, cresciuto a poco più di 160 chilometri dalla prima diocesi di Sheen, Peoria, ha elogiato l’arcivescovo in un discorso pronunciato mercoledì in Vaticano. «Possa l’esempio e l’intercessione di questo santo vescovo, noto per la sua opera di evangelizzazione attraverso i media, ispirare molti altri a trovare nuove vie per diffondere il messaggio del Vangelo con gioioso entusiasmo», ha detto il Pontefice.

 

Ordinato sacerdote della diocesi di Peoria, Illinois, nel 1919, Sheen si distinse come teologo e filosofo acuto. Fu nominato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di New York nel 1951, arcivescovo di Rochester nel 1966 e, dopo il ritiro nel 1969, arcivescovo cerimoniale di Newport.

 

L’influenza di Sheen andò però ben oltre queste diocesi. Mentre era sacerdote a Peoria, Sheen iniziò a condurre «The Catholic Hour», un programma radiofonico settimanale che nel 1950 raggiungeva circa quattro milioni di ascoltatori. Seguirono due programmi televisivi: «Life is Worth Living» e «The Fulton Sheen Program».

 

«Life is Worth Living» andò in onda nello stesso orario di programmi di successo con Frank Sinatra e il comico Milton Berle, e ci si aspettava che fosse un flop. Smentì però le previsioni e, quando lo show di Sinatra fu cancellato nel 1952, il programma di Sheen risultò il più seguito dei tre.

 

Sinatra e Berle avevano orchestre fisse, ballerini e budget di produzione sontuosi. Sheen, con una semplice lavagna per illustrare il suo messaggio, arrivò a 30 milioni di spettatori a settimana nel momento di massima popolarità dello show, un quinto della popolazione statunitense dell’epoca. Si stimava che il 70% del suo pubblico fosse composto da protestanti, ebrei e non credenti.

 

Pur essendo un convinto sostenitore della dottrina cattolica, Sheen affermava che il suo programma era «rivolto a cattolici, protestanti, ebrei e a tutti gli uomini di buona volontà». Diceva che avrebbe iniziato con «qualcosa di comune al pubblico e a me, procedendo gradualmente dal noto all’ignoto o alla filosofia morale e cristiana».

 

La popolarità dello Sheen andava al di là della televisione. Seen tenne famosi corsi di formazione a New York e Washington, che accolsero migliaia di persone provenienti da ogni ceto sociale, tra cui semplici lavoratori, intellettuali e personaggi pubblici di spicco. Nato lui stesso in una famiglia di agricoltori della classe operaia del Midwest, si relazionava in modo semplice e diretto con la gente comune, evitando l’elitarismo nelle sue prediche radiofoniche e televisive.

 

L’attore di Apocalypse Now Martin Sheen (e di conseguenza il suo turbolento figlio Charlie Sheen), che all’anagrafe si chiama Ramon Estevez, ha scelto il suo nome d’arte in parte in onore dell’arcivescovo Sheen.

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Il pensiero e l’azione dell’arcivescovo americano Fulton John Sheen (beatificato il 24 settembre 2026 a St. Louis) riguardo alla classe operaia, al lavoro e al rapporto tra capitale e lavoro si fondano sulla Dottrina sociale della Chiesa, con una forte opposizione sia al materialismo marxista sia agli eccessi del capitalismo selvaggio.

 

Fulton Sheen faceva una distinzione netta tra il «lavoroK inteso come vocazione e il semplice impiego derivante da necessità economica: «oggi gli uomini non lavorano; hanno un impiego. Il lavoro è una vocazione divina; l’impiego è una necessità economica».

 

Per Sheen, il lavoro umano partecipa all’atto creativo di Dio e conferisce dignità alla persona. Criticava il sistema economico che riduceva l’operaio a un mero ingranaggio della produzione materiale, privandolo della responsabilità personale e del senso di appartenenza a ciò che produceva.

 

Sheen fu uno dei più fermi oppositori del comunismo negli Stati Uniti, vedendovi una cura peggiore del male. Sosteneva che il marxismo, promettendo la liberazione del proletariato, finisse in realtà per disumanizzare l’operaio riducendolo a un puro strumento dello Stato e negando la sua dimensione spirituale. La sua non era un’opposizione mossa da odio politico, ma una diagnosi antropologica: il comunismo non amava i poveri, ma odiava la proprietà, finendo per privare la classe operaia anche delle libertà fondamentali.

 

Allo stesso tempo, Sheen non risparmiò dure critiche ai capitalisti e a quelli che definiva «monarchi dell’economia». Denunciava l’avidità di un mercato guidato unicamente dal profitto a scapito del benessere delle famiglie operaie. Per Sheen, sia chi difendeva ciecamente i capitalisti sia chi cavalcava il malcontento operaio per scopi ideologici non faceva altro che prolungare il conflitto sociale.

 

Coerentemente con il distributismo e le encicliche sociali come la Rerum Novarum, Sheen auspicava che i lavoratori potessero diventare in qualche misura proprietari o partecipi dei mezzi di produzione, per riappropriarsi della responsabilità del proprio operato

 

Monsignor Sheen viene ricordato anche per aver dato risonanza negli Stati Uniti al libro di memorie della spia italiana Amleto Vespa Secret Agent of Japan (pubblicato nel 1938 ed edito in Italia come Spia in Oriente). Il Vespa era un avventuriero e agente segreto italiano originario dell’Aquila. Negli anni Venti e Trenta operò in Manciuria prima per i signori della guerra locali e, dopo l’occupazione del 1931, fu costretto con il ricatto a lavorare per il servizio segreto militare del Giappone. Disgustato dai crimini, dai traffici di droga, dai rapimenti e dal regime di terrore imposto dai giapponesi nel Manchukuo, Vespa riuscì a fuggire e decise di denunciare tutto al mondo raccogliendo le sue memorie.

 

Nella sua prefazione al libro di Vespa, Fulton Sheen non solo autenticò l’affidabilità d el persoanggio (che rischiava la vita per quelle rivelazioni, e che infatti verrà poi misteriosamente ucciso, presumibilmente dai giapponesi, nel 1941), ma utilizzò il testo come un durissimo atto d’accusa geopolitico e morale, attaccando i metodi brutali del totalitarismo e del militarismo imperiale nipponico

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Il processo di beatificazione nel diritto canonico è disciplinato principalmente dalla Costituzione Apostolica Divinus Perfectionis Magister (1983) di Giovanni Paolo II e dalle relative norme applicative emanate dalla Congregazione delle Cause dei Santi.

 

Il percorso si articola in due fasi principali. La fase diocesana si apre nella diocesi dove il candidato è morto: il vescovo, su richiesta di un postulatore, avvia l’inchiesta raccogliendo testimonianze, scritti del Servo di Dio e documentazione sulla fama di santità. Dopo cinque anni dalla morte (salvo dispensa papale), il candidato riceve il titolo di «Servo di Dio».

 

La fase romana si svolge presso il Dicastero delle Cause dei Santi: i teologi e poi i cardinali e vescovi membri esaminano la «positio», un dossier che documenta le virtù eroiche o il martirio. Se l’esito è positivo, il papa firma il decreto di eroicità delle virtù, e il candidato diventa «venerabile».

 

Per la beatificazione è normalmente richiesto un miracolo attribuito all’intercessione del Venerabile (non richiesto per i martiri), verificato da una commissione medica e teologica. Segue il decreto papale e la cerimonia di beatificazione, con il titolo di beato, che consente un culto limitato (locale o all’ordine religioso). Per la canonizzazione successiva serve un secondo miracolo post-beatificazione.

 

Nel 2019papa Francesco ha formalmente riconosciuto che un neonato nato senza battito cardiaco era stato rianimato e aveva recuperato la piena salute dopo che i genitori avevano pregato per l’intercessione di Sheen.

 

Nelle ultime ore hanno preso a girare numerose clip delle catechesi catodiche di monsignor Sheen. In una di esse, attacca la classica accusa degli atei da bar (o forum dell’internet) secondo cui Gesù Cristo sarebbe un’invenzione creata utilizzando tratti di dei pagani come Mitra. In modo davvero brillante, monsignor Sheen dimostra che Napoleone, pure, non esiste, è una pura invenzione basata su antiche mitologie.

 

In un’altra clip che sta facendo il giro della rete monsignor Sheen si scaglia contro la «falsa compassione» che alligna nella società americana, che sembra preconizzare con estrema precisione l’«empatia tossica» che ha preso piede in tutto l’Occidente.

 

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«La falsa compassione, che sta gradualmente crescendo in questo paese, è una pietà che si mostra non alla vittima di rapina, ma al rapinatore; non alla famiglia dell’assassino, ma all’assassino; non alla donna violentata, ma allo stupratore… Ci sono alcuni giudici – alcuni, in alcuni dei nostri tribunali; ci sono alcuni assistenti sociali – non tutti; ci sono le predicatrici di pietà; ci sono i leccapiedi sociali, che insistono affinché si mostri compassione ai rapinatori, ai tossicodipendenti, agli sgozzati, ai beatnik, alle prostitute, agli omosessuali, ai punk: così che oggi l’uomo perbene è praticamente fuori dai giochi».

 

Monsignore proseguiva dicendo che il fenomeno era «partito dalla letteratura», nei romanzi di Steinbeck ed altri dove «la pietà è estesa ai fannulloni» e «ad ogni tipo di perverso e degenerato».

 

Le parole dello Sheen, pronunziate nel 1965, a tanti ora sembrano davvero profetiche.

 

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«L’Europa consegna i suoi Paesi ad una nuova invasione». Mons. Viganò, messaggio per Lepanto

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Renovatio 21 pubblica il messaggio per la ricorrenza della battaglia di Lepanto dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.   Il 7 ottobre 1571, mentre la flotta della Lega Santa affrontava a Lepanto un nemico che pareva invincibile, San Pio V e il popolo cristiano pregavano il Rosario. Vinse allora ciò che aveva vinto con Gedeone: «ne glorietur contra me Israel, et dicat: Meis viribus liberatus sum». [«Perché Israele non si vanti contro di me dicendo: “La mia mano mi ha salvato”», ndr]   Il Signore tolse al suo condottiero ventinovemila uomini e gliene lasciò trecento, perché nessuno attribuisse alle proprie forze una vittoria che era Sua.  

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Oggi i governanti d’Europa, dimentichi dell’identità dei loro popoli forgiata dal Cattolicesimo Romano, consegnano inermi i propri Paesi a una nuova invasione. E la gerarchia sedicente cattolica, che dovrebbe chiamare a raccolta i fedeli, incoraggia la sostituzione etnica, benedice chi la promuove e chiama «dialogo» la propria vile e abbietta diserzione.   Ma i primi nemici dei popoli europei non sono coloro che violano i nostri confini: sono quanti, servi dei potentati finanziari che pretendono di governare le nazioni, se ne servono per scardinare la Religione e l’ordine sociale, e imporre così la propria tirannide tecnocratica. Alle genti che arrivano la Chiesa Cattolica deve la carità e l’annuncio di Cristo; ai loro strumentalizzatori, la coraggiosa denuncia e la resistenza.   Un’Europa apostata dalla Fede e pervertita nella Morale non ha più galee, perché non ha più Rosari. Ma la Vergine è la stessa, e Dio non ha mutato il suo giudizio sui numeri: gli bastano trecento uomini, purché siano in ginocchio. «Cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo». [«Rallegrati, Vergine Maria, tu sola hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero», ndr]   Torniamo ai piedi dell’altare. Torniamo al Rosario quotidiano.   Carlo Maria Viganò + Arcivescovo

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Immagine: cerchia di Andries van Eertvelt (1590–1652), La battaglia di Lepanto (1622), collezione privata. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia.  
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Domani, l’Anticristo? Quando la teologia fa luce sulla geopolitica

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Nel numero 700 del Courrier de Rome (settembre 2026), padre Jean-Michel Gleize si interroga sulla possibilità di spiegare il sostegno americano a Israele unicamente con motivazioni geopolitiche e rintraccia le radici religiose e messianiche di questa alleanza fino alla questione dell’Anticristo. Padre Philippe Bourrat, dal canto suo, ripercorre l’intervento di San Clemente di Roma nella crisi della Chiesa di Corinto.

 

Israele, il Tempio e l’Anticristo

«Domani, l’Anticristo?”: Dietro questo titolo interrogativo, padre Jean-Michel Gleize inizia ponendo una questione metodologica. La scienza, nel senso moderno del termine, cerca le cause immediate e osservabili dei fenomeni. La «saggezza» va più indietro, alle loro cause profonde. Che dire allora della geopolitica? Può spiegare pienamente gli eventi che osserva, o dobbiamo, in certi casi, guardare più in profondità?

 

L’autore applica questa questione alle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Dal riconoscimento dello Stato ebraico al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme sotto la presidenza di Donald Trump, passando per l’entità degli aiuti concessi a Israele, egli osserva una convergenza che sembra difficile da spiegare unicamente con interessi economici, finanziari o strategici. «È possibile che considerazioni teologico-politiche prevalgano in questo caso sulla geopolitica?», si chiede.

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Fu allora che emerse il sionismo cristiano, una branca del protestantesimo evangelico per la quale la creazione dello Stato di Israele era vista come il compimento delle profezie dell’Antico Testamento. Il raduno degli ebrei in Terra Santa e la ricostruzione del Terzo Tempio erano, in quest’ottica, finalizzati a preparare il ritorno di Cristo e la conversione di Israele. L’abate Gleize individua dunque, dietro alcune scelte della politica americana, una motivazione religiosa che trascende la mera geopolitica.

 

Ma questa convergenza cela una profonda divergenza. L’autore esamina l’aspettativa messianica ebraica, basandosi in particolare sull’opera di Elijah Benamozegh: il Messia atteso deve instaurare un ordine universale incentrato su Gerusalemme e sul suo Tempio. La ricostruzione del Tempio assume quindi un significato messianico per entrambe le parti, ma non conduce allo stesso Messia.

 

È a questo punto che lo studio si allinea al suo titolo. Padre Gleize mette a confronto questa aspettativa con i principi della teologia cattolica, in particolare quelli di San Paolo, Sant’Ireneo e San Tommaso d’Aquino. Il falso Messia che apparirà alla fine dei tempi e sarà accolto come tale è l’Anticristo; Sant’Ireneo lo descrive mentre instaura il suo regno a Gerusalemme e siede nel Tempio. La convergenza tra il sionismo evangelico americano e la causa israeliana appare quindi come una temporanea «coincidenza di interessi».

 

La conclusione ritorna dunque al problema posto nelle righe iniziali. La geopolitica, «lasciata a se stessa», rimane, per l’abate Gleize, «incapace di fornirci una vera comprensione degli eventi che si svolgono sotto i nostri occhi». La loro profonda spiegazione richiede il ricorso a «dati religiosi, biblici e teologici» e, in ultima analisi, alla «Saggezza dall’alto».

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Una sedizione a Corinto, Roma interviene

Con padre Philippe Bourrat, questo numero ci trasporta alla fine del I secolo. Intorno all’anno 98, scoppiò una sedizione nella Chiesa di Corinto: diversi sacerdoti, fino ad allora irreprensibili nel loro ministero, furono destituiti. Il terzo successore di San Pietro intervenne quindi per ristabilire l’ordine tra i Corinzi.

 

Il significato di questa epistola, tuttavia, va ben oltre l’episodio che l’ha ispirata. San Clemente riconduce i disordini visibili alle loro cause morali: gelosia, superbia e insubordinazione. Al contrario, esorta i fedeli a riscoprire l’umiltà e l’obbedienza che avevano caratterizzato la loro comunità: «vi siete tutti dimostrati umili, senza vantarvi, più inclini all’obbedienza che al comando».

 

L’epistola dispiega dunque un intero insegnamento della vita cristiana: penitenza, timore del giudizio di Dio, speranza della risurrezione, imitazione dell’umiltà di Cristo e sottomissione all’ordine stabilito da Dio. «Fratelli, impegniamoci con tutto il nostro zelo, sotto il comando di questo irreprensibile condottiero», esorta san Clemente prima di ricordare la distinzione e la gerarchia delle funzioni nella Chiesa.

 

L’abate Bourrat sottolinea in particolare ciò che questo intervento rivela sull’autorità romana in un’epoca molto vicina a quella degli Apostoli. Il vescovo di Roma interviene in un’altra Chiesa, condanna la sedizione, esige che i suoi decreti siano osservati e invia legati per riferire sul ristabilimento della concordia. San Clemente può quindi scrivere: «ci darete gioia e letizia se obbedirete a ciò che vi abbiamo scritto per mezzo dello Spirito Santo».

 

Le pagine conclusive mettono a confronto questa interpretazione con quella proposta nel recente manuale Alla scoperta dei Padri della Chiesa . L’abate Bourrat la critica in particolare per aver spostato l’enfasi su un presunto «eccesso di zelo» che sfocia nel fanatismo, mentre il testo di San Clemente denuncia esplicitamente la superbia, la gelosia e l’insubordinazione dei sediziosi.

 

Secondo l’autore, è proprio questo che rende questa lettera, vecchia di quasi duemila anni, così attuale: gli stessi disordini producono gli stessi risultati quando si perde lo spirito di Cristo. «Gli insegnamenti di questo venerabile testo sono ancora validi oggi», conclude.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Leone XIV elogia la Confessione di Augusta, documento fondativo luterano

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Il 1° ottobre papa Leone XIV ha ricevuto nella biblioteca privata del Palazzo Apostolico i rappresentanti della Federazione Luterana Mondiale e ha esortato cattolici e luterani a riscoprire un patrimonio «apostolico e preconfessionale» condiviso, mentre avanzano «verso la piena e visibile unità». Lo riporta LifeSite.   Il romano pontefice ha detto che il cammino ecumenico cattolico-luterano dovrebbe mirare a una «rinnovata comunione nella fede apostolica, nei sacramenti e nei ministeri». Erano presenti il presidente della Federazione, Henrik Stubkjær, e il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero vaticano per il Servizio dell’Unità dei Cristiani.   «Il 2030, anno che segna il 500° anniversario della Confessione di Augusta, può diventare uno di questi momenti condivisi: una profonda esperienza ecumenica che possa dare nuova energia e gioia ai passi che compiremo verso una piena e visibile unità», ha affermato Papa Leone.

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Ha richiamato in particolare la Confessione di Augusta, il documento del 1530 divenuto il credo fondante del movimento luterano. A suo giudizio lo scopo originario non era fondare una confessione separata, ma cercare la riconciliazione all’interno della Chiesa occidentale.   «Quando la Confessio Augustana fu letta ad Augusta il 25 giugno 1530, l’unità della Chiesa occidentale era in pericolo, ma non ancora frantumata», ha detto. Citando Giovanni Paolo II, ha aggiunto che gli autori del XVI secolo intendevano testimoniare la loro fede nella «Chiesa una, santa, cattolica e apostolica».   Leone XIV ha osservato che il documento è stato compreso solo in seguito come parte di un processo divisivo di separazione confessionale. In vista del cinquecentesimo anniversario, nel 2030, cattolici e luterani dovrebbero cercare di recuperare quello che ha definito il suo «potenziale ecumenico preconfessionale».   «Rivolgo un appello accorato a tutti i credenti, e in particolare ai teologi, affinché rivolgano la loro mente a Cristo e al suo Vangelo», ha detto il Papa. Ha auspicato un ritorno «alla fede della Chiesa primitiva e dei Padri della Chiesa» per riscoprire «l’eredità apostolica e preconfessionale che ci unisce veramente come fratelli e sorelle in Cristo».   Il Prevost inoltre ricordato i progressi del dialogo cattolico-luterano negli ultimi decenni, indicando la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, firmata nel 1999, come tappa fondamentale, insieme ai documenti comuni precedenti sull’Eucaristia, sul ministero nella Chiesa e sui cammini verso una maggiore comunione, richiamando. Ha infine richiamato un discorso di Papa Francesco del 2021 alla Federazione Luterana Mondiale, in cui l’ecumenismo era descritto come un «cammino di grazia» piuttosto che come una «diplomazia ecclesiale».   Nel 2030 ricorrerà il 500° anniversario della Confessione di Augusta, presentata ad Augusta il 25 giugno 1530. Anche se non aveva lo scopo di dividere la Chiesa, il testo respinse comunque una serie di dottrine importanti già definite in modo autorevole dalla Chiesa stessa.

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Redatta dal teologo luterano Filippo Melantone e presentata all’imperatore cattolico Carlo V, la Confessione del 1530 mirava a dimostrare che i suoi aderenti stavano affrontando quelli che consideravano «abusi teologici ed ecclesiastici», ripristinando al contempo la fede e la pratica della «prima comunità cristiana». Tra quegli «abusi» rientravano dottrine e pratiche a lungo sostenute dalla Chiesa cattolica: la Comunione sotto un’unica specie, il celibato sacerdotale, la natura sacrificale della Messa, la concezione tradizionale della confessione sacramentale e della penitenza, e alcuni aspetti del rapporto tra autorità ecclesiastica e civile.   La risposta cattolica fu la Confutatio Augustana, una confutazione dettagliata preparata da teologi papali e presentata alle autorità imperiali. Il documento affrontava in modo sistematico le tesi luterane e sollecitava l’adesione alla pienezza della dottrina cattolica. Molte delle questioni sollevate in quello scambio furono poi esaminate più a fondo dal Concilio di Trento, che diede la risposta definitiva della Chiesa alle sfide della Rivoluzione protestante.   Le parole di papa Leone XIV fanno eco a quanto già detto all’inizio di quest’anno dall’arcivescovo Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. In un’intervista del 22 gennaio 2026 a Vatican News, in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Pace aveva elogiato la Confessio Augustana del 1530 come un tentativo significativo di individuare un terreno comune tra i cattolici e il nascente movimento protestante, e aveva suggerito che il documento potesse servire da punto di riferimento per la riflessione ecumenica in vista del cinquecentesimo anniversario del 2030.  

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Immagine: Lutero e Murner come draghi, Murnarus Leviathan, J. Grüninger, 1521, folio c3 verso, Biblioteca Nazionale e Universitaria di Strasburgo Immagine di Ji-Elle via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
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