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Spirito

La nota Mater Populi Fidelis è un documento diabolico

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Il testo seguente è stato scritto da un sacerdote americano, membro della Fraternità Sacerdotale San Pio X. La sua confutazione è molto accurata e di facile comprensione per i fedeli, per i quali è stata scritta. FSSPX Attualità è lieta di pubblicare questo documento, per l’onore della Beata Vergine Maria e a beneficio dei suoi lettori.

 

Mi è stato chiesto di esprimere la mia opinione sul documento pubblicato dal Vaticano, che stabilisce che i cattolici non dovrebbero più usare i titoli di «Corredentrice» o «Mediatrice di tutte le Grazie» in riferimento alla Madonna. La mia opinione è che questo documento sia pessimo, persino diabolico. Mi sembra addirittura peggiore dell’approvazione della benedizione delle coppie omosessuali in Fiducia supplicans, perché Mater Populi Fidelis è un attacco alla dottrina, e gli attacchi alla dottrina sono sempre peggiori degli attacchi alla morale.

 

Se la Madonna non è Corredentrice, allora la dottrina dell’Assunzione è priva di significato, la Madonna non schiaccia la testa del serpente e non dovremmo venerarla con iperdulia. Inoltre, è illogico per noi fare una consacrazione totale alla Madonna, perché la dottrina di San Luigi Maria di Montfort su cui si basa questa consacrazione è pericolosa, persino erronea.

 

Queste sono le implicazioni di Mater Populi Fidelis, che evita accuratamente di insegnare un’eresia aperta, ma semina dubbi sulle dottrine mariane tradizionali ed è intrisa di veleno. Guardiamo Mater Populi Fidelis per spiegare i gravi problemi che presenta: in primo luogo, il problema del suo spirito, e poi il problema del suo insegnamento.

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1. Lo spirito del testo

a) Prospettiva protestante

Questo documento presenta una prospettiva protestante sul rapporto tra Nostro Signore e la Madonna. Da questa prospettiva, Nostro Signore e la Madonna sono in competizione. Tutto ciò che viene dato alla Madonna viene tolto a Nostro Signore. Se la Madonna ha un ruolo nella nostra redenzione, allora si aggiunge all’opera di Nostro Signore. Pertanto, dobbiamo sempre essere molto attenti quando onoriamo la Madonna, per non mancare di rispetto a Nostro Signore. Né dovremmo attribuirle un ruolo a fianco di Nostro Signore nella nostra redenzione.

 

La prospettiva cattolica è opposta. Crediamo che ogni onore reso alla Madonna contribuisca all’onore reso a Nostro Signore. La ragione di ciò è che la Madonna è la più grande creazione di Nostro Signore; rende più evidente la Sua grandezza e ci avvicina sempre di più a Nostro Signore. San Luigi lo esprime così: «Maria è stata finora fraintesa, e questa è una delle ragioni per cui Gesù Cristo non è conosciuto come dovrebbe essere», Trattato della vera devozione alla Beata Vergine, § 13 (VD).

 

Inoltre, riteniamo che Nostro Signore e la Madonna operino insieme in ogni cosa, e non separatamente. La Madonna è stata scelta da Nostro Signore per assisterLo nell’opera della Redenzione, e non per competere con Lui per onore e gloria. E proprio come avere un assistente che aiuti a preparare un pasto non sminuisce la gloria dello chef, soprattutto quando l’assistente ha imparato tutto dallo chef, così chiedere alla Madonna di unirsi a Lui nella Sua opera di redenzione dell’umanità, quando è la Sua creatura più grande, non sminuisce la gloria di Nostro Signore.

 

Considerando questo, consideriamo i passaggi della Mater Populi Fidelis, che esprimono la preoccupazione che chiamare la Madonna «Corredentrice» o «Mediatrice di tutte le Grazie» implichi che ella aggiunga qualcosa all’opera di Nostro Signore: «Né la Chiesa né Maria possono sostituire o perfezionare l’opera redentrice del Figlio di Dio incarnato, che è stata perfetta e non ha bisogno di aggiunte» (n. 21). «È inevitabile che [il termine mediazione] venga applicato a Maria in senso subordinato, e in nessun modo si intende aggiungere efficacia o potenza all’unica mediazione di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo», mentre chiamarla Mediatrice di tutte le Grazie aggiungerebbe qualcosa (n. 25).

 

«Maria non sostituisce il Signore in nulla che Egli non faccia (deroga) [cioè, non gli toglie nulla] o lo completi (aggiunta). Se, nella comunicazione della grazia, non aggiunge nulla alla mediazione salvifica di Cristo, Maria non dovrebbe essere considerata uno strumento primario di questo dono» (65c).

 

Pertanto, il documento considera la Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie da una prospettiva protestante, e poi afferma che non possiamo usare questi titoli.

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b) Prospettiva giansenista

Durante la sua vita, San Luigi Maria di Montfort affrontò gli attacchi dei giansenisti. Erano come dei protestanti all’interno della Chiesa cattolica, in quanto avevano sempre paura di tributare troppo onore alla Madonna, per timore di sminuire l’onore dovuto a Nostro Signore.

 

San Luigi li definì «scrupolosi devoti della Madonna». Ecco le sue parole: «I devoti scrupolosi sono coloro che temono di disonorare il Figlio onorando la Madre, di abbassare l’uno esaltando l’altra. Non sopportano di vedere la Beata Vergine lodata con la stessa giustizia dei Santi Padri; difficilmente tollerano che ci siano più persone inginocchiate davanti a un altare di Maria che davanti al Santissimo Sacramento, come se l’una fosse contraria all’altra; come se coloro che pregano la Beata Vergine non pregassero Gesù Cristo attraverso di lei! Non vogliono che si parli così spesso della Beata Vergine, né che ci si rivolga così frequentemente».

 

«[Questi devoti dicono]: Dobbiamo ricorrere a Gesù Cristo; egli è il nostro unico mediatore, dobbiamo predicare Gesù Cristo, ecco il centro!» Ciò che dicono è vero in un certo senso, ma in relazione all’applicazione che ne fanno, per impedire la devozione alla Santissima Vergine, è molto pericoloso e una sottile trappola del maligno, con il pretesto di un bene maggiore, poiché mai Gesù Cristo è onorato più di quando la Santissima Vergine è onorata di più, poiché ella è onorata solo per onorare Gesù Cristo più perfettamente, poiché ci si rivolge a lei solo per trovare il fine a cui si tende, che è Gesù. (VD, § 94)

 

Il documento Mater Populi Fidelis condivide gli stessi scrupoli dei giansenisti, temendo che i titoli di Corredentrice e Mediatrice di tutte le Grazie, applicati alla Madonna, possano minare l’unica mediazione di Nostro Signore.

 

Corredentrice: «Questo titolo rischia di oscurare l’unica mediazione salvifica di Cristo e, pertanto, può generare confusione e squilibrio nell’armonia delle verità della fede cristiana, perché ‘in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati’ (At 4,12)… [l’espressione corredentrice] non aiuta ad esaltare Maria come prima e massima collaboratrice dell’opera della Redenzione e della grazia, perché il pericolo di oscurare il ruolo esclusivo di Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo per la nostra salvezza, l’unico capace di offrire al Padre un sacrificio di infinito valore, non costituirebbe un vero onore alla Madre.» (n. 22)

 

Mediatrice: «Come insegna il Concilio Vaticano II, ‘ogni salutare influsso della beata Vergine verso gli uomini […] favorisce e non impedisce minimamente l’unione immediata dei credenti con Cristo’. Per tale motivo, si deve evitare qualsiasi descrizione che faccia pensare, in modo neoplatonico, a una sorta di effusione della grazia per gradi, come se la grazia di Dio discendesse attraverso distinti intermediari – come Maria – mentre la sua fonte ultima (Dio) rimanesse scollegata dal nostro cuore. Queste interpretazioni incidono negativamente sulla corretta comprensione dell’incontro intimo, diretto e immediato, che la grazia realizza tra il Signore e il cuore del credente (…) Non si fa onore a Maria attribuendole una qualsiasi mediazione nel compimento di quest’opera esclusivamente divina». (n. 55)

 

È necessario sottolineare una certa ipocrisia da parte dell’autore, il Cardinale Victor Fernández. Egli è tormentato dalla preoccupazione che i titoli di Corredentrice e Mediatrice di Tutte le Grazie possano seminare confusione tra i fedeli e costituire ostacoli alla loro unione con Dio, che possano fuorviarli quando è facile comprenderli nel loro corretto significato. Ma non sembrava preoccupato che la sua approvazione della benedizione delle coppie omosessuali nella Fiducia Supplicans potesse inviare loro un messaggio sbagliato o fuorviarli! Possiamo solo chiederci quale senso pastorale abbiano questi prelati quando da un lato si preoccupano dell’eccessiva devozione alla Madonna, mentre dall’altro benedicono contemporaneamente un vizio innaturale. Questi sono uomini che purtroppo sono confusi riguardo al bene delle anime, condannando ciò che è bene e approvando ciò che è male. Sono veri e propri falsi profeti che sviano le anime.

 

In breve: la Madonna non è un ostacolo all’unione con Nostro Signore. Al contrario, è il mezzo più perfetto per unire noi a Nostro Signore. Dio l’ha resa il mezzo più perfetto scegliendola per cooperare con Lui nell’opera della nostra Redenzione e salvezza. Quando diventiamo freddi verso la Madonna e neghiamo i ruoli che Dio le ha affidato, ci separiamo da suo Figlio!

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2. Un insegnamento pericoloso

a) Problema principale

Il pericoloso insegnamento della Mater Populi Fidelis e la sua eccessiva cautela riguardo all’onore accordato alla Madonna rivelano che il suo problema centrale è questo: pone la Madonna sullo stesso livello di noi, sebbene dovrebbe essere la più alta di questo rango, invece di essere collocata in un rango diverso nel regno soprannaturale.

 

Vale la pena ricordare che i cattolici riconoscono ai santi un onore chiamato «dulia», un onore accordato ai servi di Dio, mentre noi riconosciamo alla Madonna un onore chiamato «iperdulia». Questo onore accordato alla Madonna è di un ordine diverso e superiore a quello accordato agli altri santi. La ragione di questa differenza è che solo la Madonna è inclusa nell’ordine stesso della nostra redenzione, mentre gli altri santi non lo sono: Dio chiese alla Madonna di unirsi a Nostro Signore nell’atto stesso della Redenzione. Le diede il potere di farlo; lei cooperò con questa grazia, ed era quindi una vera Corredentrice.

 

Nessun altro è incluso nell’ordine della Redenzione; noi veniamo dopo e non possiamo esservi inclusi.

 

Consideriamo le parole di San Pio X nell’enciclica Ad Diem Illum, che spiega come la Madonna sia corredentrice e mediatrice di tutte le grazie:

 

«È quindi lungi da noi attribuire alla Madre di Dio un potere di produrre grazie, un potere che appartiene solo a Dio. Tuttavia, poiché Maria supera tutti gli altri in santità e in unione con Gesù Cristo, e poiché è stata associata da Gesù Cristo all’opera della redenzione, Ella merita per noi de congruo, come dicono i teologi, ciò che Gesù Cristo ha meritato per noi de condigno, ed Ella è la suprema ministra della dispensazione delle grazie». (§ 14)

 

San Pio X afferma che la Madonna ha meritato tutte le grazie della nostra redenzione, come Nostro Signore, ma le ha meritate in modo diverso. Nostro Signore le ha meritate in tutta giustizia (de condigno), cosa che la Madonna non poteva fare, perché non è Dio. Li ha meritati in modo proporzionato (de congruo): Dio le ha concesso questo merito come congrua ricompensa per il suo atto. Poiché ha meritato le grazie, ha anche il diritto di distribuirle.

 

Ecco le parole di Papa Benedetto XV: «Maria, con il Figlio sofferente e morente, ha sopportato la sofferenza e quasi la morte. Ha rinunciato ai suoi diritti materni sul Figlio per procurare la salvezza dell’umanità e, per placare la giustizia divina, ha sacrificato il Figlio, nella misura in cui le è stato possibile, così da poter affermare con verità che insieme a Cristo ha redento l’umanità» (Breve Inter Sodalicia).

 

Affermare che «con Cristo ha redento l’umanità» significa affermare che fa parte dell’ordine della nostra redenzione in quanto Corredentrice.

 

Chi legge la Mater Populi Fidelis, tuttavia, ha chiaramente l’impressione che la Madonna non occupi un posto all’interno dell’ordine stesso della nostra redenzione e salvezza, ma piuttosto che sia allo stesso livello di noi in queste questioni, ma al livello più alto. Il documento procede in tre modi:

 

  • riferendosi sistematicamente alla Madonna solo come Madre e mai come Regina, Corredentrice o Mediatrice di tutte le grazie; al contrario, ci viene detto che non dovremmo usare questi ultimi due titoli per la Madonna;
  • paragonando frequentemente la Madonna ad altri credenti;
  • non attribuendo mai alla Madonna un ruolo universale.

Questo è molto chiaro nella sezione dedicata alla Madonna come «prima discepola» di Nostro Signore (73-75), che cita papa Francesco che afferma: «è più per Maria essere discepola di Cristo che essere stata sua Madre». Lo scopo evidente di questo insolito titolo della Madonna è quello di metterla sullo stesso piano di noi nell’ordine della redenzione. La Madonna non è con Nostro Signore; è con noi, i discepoli di Nostro Signore.

 

L’introduzione al documento ci dice che il suo scopo è parlarci del posto della Madonna: «questo testo, mentre chiarisce in che senso sono accettabili o meno alcuni titoli ed espressioni riferiti a Maria, allo stesso tempo si propone di approfondire i corretti fondamenti della devozione mariana, precisando il posto di Maria nella sua relazione con i fedeli». La lettura del testo chiarisce qual è questo posto: Ella è una discepola al nostro stesso livello, e non una Corredentrice e Mediatrice associata a Nostro Signore in tutto ciò che Egli fa per la nostra redenzione e salvezza.

 

Il documento ribadisce costantemente che Nostro Signore è il nostro unico Mediatore e sottolinea che tutti i credenti hanno un ruolo da svolgere nel Suo piano per la nostra salvezza (vedi in particolare i paragrafi 28-33). La Madonna è collocata nella categoria di questi credenti, sottolineando al contempo che è la più elevata in questa categoria.

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b) Conseguenze

Quali sono le conseguenze del collocare la Madonna sullo stesso livello di tutti gli altri, privandola dei titoli di Corredentrice e Mediatrice di Tutte le Grazie? Queste conseguenze non sono esplicitamente dichiarate nel documento, il che è molto intelligente, ma sono numerose e devastanti.

 

La venerazione della Madonna attraverso l’iperdulia e il titolo di «Mediatrice di tutte le Grazie» non sono dottrine de fide, ma piuttosto qualificate come sententia communis (vedi Ludwig Ott, Fundamentals of Catholic Dogma, pp. 212-216). Una dottrina di «insegnamento comune» «appartiene di per sé all’ambito delle libere opinioni, ma è generalmente accettata dai teologi» (Ott, p. 10).

 

Ma il rifiuto di queste dottrine mina l’autorità del magistero preconciliare che le ha insegnate, seppur informalmente, e, altrettanto gravemente, mina ciò che crediamo riguardo alla Madonna e quindi anche la nostra devozione nei suoi confronti.

 

Come affermato sopra, è illogico venerare la Madonna con iperdulia se non appartiene, di fatto, a un ordine diverso dal nostro. Ci si potrebbe anche chiedere perché sia ​​stata assunta in cielo (che è un dogma di fede), poiché una delle ragioni principali dell’Assunzione è che sarebbe stata ricompensata con i frutti della Redenzione alla sua morte, avendo meritato questi frutti con Nostro Signore come Corredentrice. Sarebbe anche difficile comprendere come abbia schiacciato la testa del serpente se non fosse stata Corredentrice, poiché è stato attraverso l’atto della Redenzione che il dominio di Satana è stato sconfitto.

 

Inoltre, non ci sarebbe motivo per noi di consacrarci interamente alla Madonna, poiché questa consacrazione si basa sul fatto che lei è Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie; l’intera prospettiva di San Luigi sulla consacrazione deriva dalla sua convinzione che la Madonna sia stata scelta dalla Santissima Trinità per svolgere un ruolo universale nella salvezza delle anime. Se Dio non le ha dato questo potere, perché consacrarci a lei?

 

Poiché gli insegnamenti cattolici riguardanti la Madonna sono tutti interconnessi, indebolirne o eliminarne uno indebolisce anche gli altri. Se affermiamo che la Madonna non è Corredentrice e Mediatrice di tutte le grazie, concludiamo logicamente che non abbiamo bisogno di concederle iperdulia, che non abbiamo bisogno di lei per la nostra salvezza e che i suoi altri privilegi potrebbero essere infondati. In breve, scivoliamo rapidamente in una mentalità protestante. Questo è un terreno pericoloso che ci fa tremare di sacro timore per la nostra salvezza!

 

Il Cardinale Fernandez afferma che comprendere il ruolo di Maria richiede «un particolare sforzo ecumenico». Ma qualsiasi sforzo volto a rendere la nostra fede più accettabile ai protestanti, e che ci porta a sminuire la dignità che Dio ci ha donato, è un falso ecumenismo e una grave infedeltà a Dio. Piuttosto che cercare di diluire l’insegnamento della Chiesa sulla Madonna in questi tempi di crisi di fede, dobbiamo invece ancorarci a lei consacrando noi stessi, le nostre famiglie e tutto ciò che possediamo a lei. Nella misura in cui le sue prerogative sono sotto attacco, dobbiamo donarci a lei in modo più completo, come suoi servi e come sua proprietà.

 

In conclusione, teniamo presenti queste parole di San Luigi Maria de Montfort:

 

«Ciò che Lucifero perse per orgoglio, Maria lo guadagnò per umiltà; ciò che Eva danneggiò e perse per disobbedienza, Maria lo salvò per obbedienza. Eva, obbedendo al serpente, perse tutti i suoi figli con sé e glieli affidò; Maria, essendosi resa perfettamente fedele a Dio, salvò tutti i suoi figli e servi con sé e li consacrò alla Sua Maestà».

 

«Non solo Dio ha posto inimicizia, ma inimicizie, non solo tra Maria e il diavolo, ma tra la stirpe della Beata Vergine e la stirpe del diavolo; vale a dire, Dio ha stabilito inimicizie, antipatie e odi segreti tra i veri figli e servi della Beata Vergine e i figli e schiavi del diavolo; non si amano, non hanno alcuna corrispondenza interiore tra loro. I figli di Belial, gli schiavi di Satana, gli amici del mondo (perché è la stessa cosa), hanno sempre perseguitato, e perseguiteranno più che mai, coloro che appartengono alla Beatissima Vergine. (…) Ma l’umile Maria avrà sempre la vittoria su questo orgoglioso, e così grande, che arriverà fino a schiacciargli la testa là dove risiede il suo orgoglio; smaschererà sempre la sua malizia serpentina; smaschererà le sue miniere infernali, dissiperà i suoi intrighi diabolici e proteggerà i suoi fedeli servi dalla sua mano crudele fino alla fine dei tempi». (VD, §§ 53-54)

 

Nei cuori di Gesù e Maria,

 

Don Paul Robinson

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine: Giovanni Battista Salvi da Sassoferrato (1609–1685), Madonna con bambino e angeli (1674), Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Corsini, Roma

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Spirito

Il diavolo suona il flauto

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Le ripugnanti bestemmie pronunciate in alcune istituzioni ecclesiastiche non suscitano alcuna reazione da parte delle autorità, troppo impegnate a sinodalizzare.   Un articolo (1) pubblicato sul sito web della Conferenza Episcopale Tedesca, katholisch.de, ha scatenato proteste in tutti i media cattolici conservatori. Il testo recensisce, senza la minima analisi critica, un libro pubblicato da Simone e Claudia Paganini, professori di teologia, esegesi e filosofia, entrambi considerati ferventi cattolici. (2)   Il libro cerca tracce di disturbi psicologici in diverse figure bibliche: depressione in Mosè, disturbo ossessivo-compulsivo in Giobbe (visto che offre sacrifici per i possibili peccati dei suoi figli), tendenze maniacali in Giuditta, propensione all’alcolismo in Gesù stesso (dato che i suoi avversari lo chiamano ubriacone) e narcisismo in Dio, poiché afferma di essere l’unico Dio. E questo è tutto ciò che ci serviva.   Di fronte a questa ripugnante bestemmia, stiamo ancora aspettando i comunicati che annunciano il divieto di ogni preghiera pubblica nei santuari di Lourdes o Mariazell per tali autori e per tutti coloro che li raccomandano, come la Conferenza Episcopale Tedesca. Quale reazione ci potrebbe essere? «E allora?» direbbe Gesù (3), secondo il vangelo apocrifo di padre Arnaud Alibert, caporedattore di La Croix.

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Come per le controversie sulle unioni contro natura, ci verrà detto che questa non è la cosa più importante (4). Ciò che è urgente è la sinodalità e la denuncia dei peccati contro l’ecologia (5). La Chiesa è stordita da incontri sinodali, mistagogici e kerygmatici, ed è ossessionata dai cubetti di ghiaccio e dalle specie in via di estinzione .   Si narra che un monaco del deserto vide, in lontananza vicino a un eremo, uno sciame di demoni che cercavano invano di indurre un eremita al peccato. Altrove, vicino a una grande città, si ergeva un singolo demone che suonava il flauto. Un anziano spiegò al monaco che in quella città il demone non aveva motivo di trovarsi, poiché gli umani svolgevano il suo lavoro. Tuttavia, il fedele monaco diede loro ben più filo da torcere.   Nelle sue regole per il discernimento degli spiriti, Sant’Ignazio analizza il fenomeno nel modo seguente:   «Riguardo a coloro che passano da un peccato mortale all’altro, il nemico di solito fa quello di offrire loro piaceri apparenti, occupando la loro immaginazione con delizie e piaceri sensuali, per trattenerli e farli sprofondare ulteriormente nei loro vizi e peccati. Lo Spirito Buono, al contrario, agisce in loro in modo opposto: suscita turbamento e rimorso nella loro coscienza, facendo loro sentire i rimproveri della ragione».   Nella Chiesa conciliare, il diavolo può suonare il flauto.   Abate Nicola Cadiet   NOTE 1) https://katholisch.de/artikel/70153-experten-viele-biblische-figuren-zeigen-psychische-auffaelligkeiten 2) Basato su un’intervista rilasciata a Die Zeit: https://www.zeit.de/2026/38/zwischen-wahn-und-weisheit-simone-claudia-paganini-bibel-psychische-erkrankungen. 3) https://www.la-croix.com/a-vif/mariage-de-cristiano-ronaldo-la-star-du-foot-et-le-pape-sur-un-meme-terrain-20260821 4) https://www.vaticannews.va/fr/pape/news/2026–04/conference-de-presse-leon-xiv-vol-papal.html 5) https://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_cti_doc_20260821_prendersi-cura-casa-comune_it.html   Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Messa tradizionale: dal rifiuto alla convivenza, si evita lo stesso problema

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Don Thomas Reese ammette di «odiare» la messa tradizionale, mentre il cardinale Robert Sarah condanna la “guerra” scatenata contro i suoi fedeli.

 

A distanza di due giorni, due influenti figure ecclesiastiche hanno dato, sulla Messa tradizionale in latino, giudizi apparentemente inconciliabili.

 

Il 25 agosto 2026, padre Thomas Reese ha pubblicato un articolo intitolato: Perché odio la vecchia Messa in latino: una confessione. Il 27 agosto, il cardinale Robert Sarah ha denunciato sul quotidiano italiano Il Giornale l’ostilità verso questa stessa liturgia, definendola «miope», «ideologica» e «distruttiva per la Chiesa».

 

La contraddizione è evidente, ma non deve oscurare una convergenza più profonda: né il gesuita americano né l’ex prefetto della Congregazione per il Culto Divino mettono in discussione la validità del nuovo rito. Uno vuole proseguire la riforma; l’altro vuole permettere alle due liturgie di coesistere e influenzarsi reciprocamente. La vera causa della crisi, quindi, rimane al di fuori del dibattito.

 

Thomas Reese, una voce influente del progressismo americano

Padre Thomas J. Reese non è né un oscuro editorialista né un ecclesiastico con una carica ufficiale in ambito liturgico. Nato nel 1945, è entrato nell’ordine dei Gesuiti nel 1962 ed è stato ordinato sacerdote nel 1974. È una delle figure più note del progressismo cattolico americano.

 

È stato vicedirettore della rivista gesuita America dal 1978 al 1985 e poi direttore dal 1998 al 2005. Il suo abbandono della direzione è avvenuto dopo diversi anni di tensione con la Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal Cardinale Joseph Ratzinger, in merito alla pubblicazione di articoli che contestavano la dottrina della Chiesa.

 

In seguito è diventato editorialista e poi analista per il National Catholic Reporter, prima di essere nominato analista senior del Religion News Service, una delle principali agenzie di stampa religiose americane. Autore di diversi libri sulle conferenze episcopali, sull’organizzazione della Chiesa e sul funzionamento del Vaticano, viene spesso interpellato dai media per commentare le questioni di attualità del cattolicesimo.

 

Nel 2014, Barack Obama lo ha anche nominato membro della Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, che ha presieduto dal 2016.

 

Le sue osservazioni, pertanto, non implicano alcuna autorità ecclesiastica, ma rappresentano una corrente influente all’interno del cattolicesimo americano e ci permettono di valutare la persistente ostilità di certi ambienti nei confronti della liturgia tradizionale.

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La Messa tradizionale, questo «zombie» che si rifiuta di morire

Il titolo scelto da Padre Reese non lascia spazio ad ambiguità: Perché odio la vecchia Messa latina. Il testo assume la forma di una confessione immaginaria, in cui il gesuita interpreta il ruolo del penitente. Fin dalle prime righe, ammette di aver espresso il suo «odio per la vecchia Messa». Poi segue la similitudine, pensata per fare impressione: «La vecchia Messa in latino è come uno zombie. Pensavamo fosse morta, ma continua a tornare».

 

Padre Reese ricorda il passaggio dal latino all’inglese nel 1964: «Pensavamo che sarebbe scomparsa», o che i fedeli si sarebbero accontentati di «una versione latina della nuova liturgia». Ma, osserva con sgomento, «Non è successo niente del genere». Il termine «zombie» rivela il presupposto di fondo dell’intera riforma: la Messa tradizionale doveva morire. La sua continua esistenza da allora non è vista come una testimonianza della sua fecondità, ma come l’anomalo ritorno di ciò che i riformatori credevano di aver definitivamente seppellito.

 

Il gesuita chiarisce di non avere nulla contro i fedeli legati a questa liturgia: «Molti sono brave e pie persone. Trovano nutrimento spirituale nella loro Messa». «Ma questa concessione è immediatamente accompagnata da un giudizio condiscendente: «Con una catechesi migliore, credo che apprezzerebbero la nuova liturgia». Se questi fedeli preferiscono la Messa tradizionale, è quindi perché non sono ancora stati adeguatamente preparati alla riforma.

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Dall’obbedienza al cambiamento costante

Don Thomas Reese ammette, tuttavia, di aver amato lui stesso la Messa tradizionale. Vi partecipava quotidianamente durante la sua giovinezza e la seguiva senza difficoltà in un messale bilingue. Quando entrò nel noviziato, nel 1962, pensava che sarebbe rimasta la Messa della sua vita.

 

Perché allora ne accettò l’abbandono? La sua ragione principale non era dottrinale, ma disciplinare: «Se la Chiesa dicesse che la Messa deve essere in inglese, ci inchineremmo e lo faremmo senza discutere». Critica quindi i cattolici legati alla Tradizione per non praticare la stessa obbedienza: «Se vogliono essere tradizionalisti, dovrebbero obbedire al Concilio e ai papi che hanno promosso la liturgia in lingua volgare».

 

La questione del valore intrinseco della riforma viene quindi respinta. Ciò che la Chiesa aveva venerato per secoli poteva essere abbandonato quasi all’istante non appena l’autorità avesse dato l’ordine. E poiché l’obbedienza funge da test, ulteriori modifiche possono sempre essere imposte utilizzando lo stesso metodo.

 

Il principio generale, inoltre, è chiaramente formulato dal gesuita: «La Messa è cambiata costantemente nel corso della storia. La nostra tradizione è quella di cambiare». L’evoluzione organica della liturgia diventa così una giustificazione per gli sconvolgimenti orchestrati da alcune Commissioni. Il cambiamento non è più il risultato di un lento e omogeneo sviluppo del rito ricevuto; esso stesso diventa la norma. Siamo immersi nel modernismo evoluzionistico.

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Una riforma che deve continuare

Padre Reese non si limita a difendere il Messale di Paolo VI contro la Messa tradizionale; chiede che la trasformazione della liturgia continui.

 

Desidera una nuova traduzione inglese del Messale, una prefazione specifica per ogni domenica e nuove preghiere eucaristiche ispirate a ciascuno dei Vangeli o alle Epistole di San Paolo. Si rammarica che coloro che auspicano «nuove riforme liturgiche» non riescano più ad attirare l’attenzione.

 

Ammette persino di provare invidia per i sostenitori della Messa tradizionale: «Sono così ben organizzati che, pur essendo pochi, ricevono un’enorme attenzione da parte dei vescovi e dei media».

 

La vecchia Messa, quindi, non è odiata solo per il suo linguaggio o le sue cerimonie, ma perché persiste. La sua permanenza contraddice il concetto di una liturgia infinitamente trasformabile.

 

Questa opposizione si estende anche alla dottrina della Messa. Padre Reese afferma: «Nell’Eucarestia preghiamo con Gesù, non Gesù». Sostiene inoltre che prima della riforma «eravamo praticamente all’oscuro dello Spirito Santo». Tali affermazioni accusano ingiustamente secoli di liturgia cattolica e rivelano la nuova concezione del culto che accompagna il rifiuto del rito tradizionale.

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Il cardinale Sarah condanna la «guerra» liturgica

Il 27 agosto, il cardinale Robert Sarah ha espresso un’opinione quasi diametralmente opposta su Il Giornale.

 

L’ex prefetto della Congregazione per il Culto Divino attribuisce l’avversione al latino e al canto gregoriano a «certi circoli culturali autoreferenziali». Questa ostilità gli sembra «più psicologica che realmente fondata» e principalmente generazionale: «Quando la generazione del ’68 non ci sarà più, anche queste infondate posizioni unilaterali scompariranno».

 

Il contrasto con padre Reese è sorprendente. Il gesuita, entrato nel noviziato nel 1962, incarna proprio quella generazione che conosceva la vecchia Messa, ne ha accettato la scomparsa e fa del cambiamento liturgico un principio.

 

Il cardinal Sarah, d’altro canto, rende omaggio ai fedeli che devono percorrere lunghe distanze per trovare una Messa tradizionale: «Non posso che ammirare questa grande espressione d’amore per Dio». Sottolinea inoltre che «il fenomeno si sta diffondendo sempre di più». La Messa che don Reese credeva morta sta quindi attirando sempre più fedeli, famiglie e giovani sacerdoti.

 

Il prelato, infine, esprime un giudizio molto severo su Traditionis Custodes. Ha giudicato la decisione di Francesco «né saggia né rispettosa», soprattutto perché presa mentre Benedetto XVI era ancora in vita.

 

Un rito che «conserva e promuove la fede»

Il cardinale afferma che l’accesso a una liturgia tramandata da secoli non dovrebbe dipendere da decisioni amministrative arbitrarie: «L’accesso a forme rituali riconosciute che esistono da secoli non può mai essere artificialmente limitato da decreti».

 

Collega direttamente la vitalità di un rito alla sua capacità di trasmettere la fede: «Se un rito non servisse alla fede, morirebbe da solo». Ma se «conserva e promuove la fede», aggiunge, limitarlo equivarrebbe a ostacolare «la conservazione e la diffusione della fede stessa».

 

Il rito, che padre Reese ha definito uno «zombie», diventa, secondo il cardinal Sarah, una liturgia viva che nutre e trasmette la fede. Ciò che il primo vorrebbe veder scomparire è ciò che il secondo ammira per la sua fecondità.

 

Il cardinale conclude condannando fermamente l’atteggiamento delle autorità che perseguitano i fedeli legati alla vecchia Messa: «Non possiamo, come Chiesa, muovere guerra a coloro che partecipano devotamente alla Messa». Un tale atteggiamento è, a suo avviso, «miope e del tutto ideologico», «non pastorale e anticristiano», e infine, «dannoso e distruttivo per la Chiesa».

 

Queste parole sono vere. Non si può che concordare con la condanna della guerra condotta contro i sacerdoti e i fedeli a causa del loro attaccamento alla liturgia tradizionale. Ma il cardinal Sarah non affronta la questione essenziale.

 

La coesistenza dei riti non è la soluzione

Per il cardinale Sarah, il conflitto potrebbe essere superato permettendo ai fedeli di scegliere pacificamente tra le due liturgie. Attribuisce quindi a Benedetto XVI l’intenzione di permettere al popolo cristiano, «nel corso dei decenni», di determinare quale forma si adattasse meglio al suo modo di vivere la fede. Riassume la questione parlando dei fedeli che «preferiscono una forma all’altra».

 

Tuttavia, l’attaccamento alla Messa tradizionale in latino non è una questione di preferenza personale tra due espressioni ugualmente appaganti della stessa fede. Non si tratta di scegliere tra il latino e la lingua volgare, tra il canto gregoriano e gli inni moderni, tra una celebrazione silenziosa e una liturgia più comunitaria. Il problema è dottrinale.

 

La Fraternità San Pio X, dal canto suo, non ha mai chiesto che al rito tradizionale venga dato un posto accanto al nuovo rito, come una sensibilità tra le altre. Non cerca la pacifica coesistenza di due riti opposti nei princìpi e nelle espressioni. Essa sostiene che il Novus Ordo stesso presenta gravi carenze che mettono a repentaglio la piena espressione della fede cattolica nella Messa.

 

La soluzione non sta nell’organizzare in modo permanente la coesistenza delle due liturgie, ma esige che sia riconosciuta la natura problematica della riforma stessa.

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La Messa antica come correttivo del nuovo rito?

Il cardinal Sarah ritiene che l’apertura introdotta da Benedetto XVI abbia avuto «un’influenza positiva», persino una «correzione», su certi abusi commessi nella celebrazione del nuovo rito. Aggiunge: «Molti sacerdoti testimoniano che la scoperta della forma straordinaria li ha aiutati a celebrare meglio».

 

Ma si premura subito di precisare che gli abusi, anche quelli molto gravi, non possono essere attribuiti alla forma ordinaria in sé: «Non possiamo mai identificarli con la forma ordinaria in sé».

 

Questo è il limite stesso della sua diagnosi. La Messa tradizionale viene accettata perché può contribuire a rendere il nuovo rito più dignitoso, più contemplativo e più conforme alle sue rubriche. Diventa uno strumento per correggere o arricchire la riforma liturgica.

 

Ma perché il rito tramandato attraverso secoli di Tradizione dovrebbe servire da correttivo a quello che pretendeva di sostituirlo? E se il nuovo rito deve ereditare dal vecchio il senso del sacro, la riverenza, il silenzio, l’orientamento verso Dio e la più chiara espressione del sacrificio, non dovremmo forse esaminare proprio ciò che gli manca?

 

Parlare solo di abusi consente di non mettere mai in discussione la riforma. Tutto ciò che è sbagliato viene attribuito ai celebranti, mentre tutto ciò che appartiene ai libri liturgici stessi viene dichiarato irreprensibile. La crisi diventa un incidente esterno al nuovo rito, anche se si è diffusa con esso in tutta la Chiesa latina.

 

Due risposte opposte, un principio preservato. Don Reese e il Cardinale Sarah sono dunque veramente in disaccordo sul destino della Messa tradizionale in latino. Il primo vorrebbe che scomparisse, il secondo che fosse autorizzata. Il primo considera il suo ritorno quello di uno “zombie”, il secondo lo vede come «una grande espressione d’amore per Dio».

 

Ma entrambi hanno lasciato intatto il principio della riforma di Paolo VI. Thomas Reese ne ha auspicato lo sviluppo, mentre il Cardinal Sarah ne ha deplorato gli abusi e ha voluto riequilibrarla con la vecchia liturgia. Nessuno dei due ammette che il nuovo rito possa essere viziato nella sua stessa struttura.

 

La confusione, quindi, non può che continuare. Alcuni chiederanno sempre ulteriori adattamenti, mentre altri cercheranno di celebrare in modo più degno un rito che si rifiutano di mettere in discussione. Le autorità romane alterneranno tolleranza e restrizione della Messa tradizionale.

 

Risalire alla causa

Già nel 1969, i cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci avvertirono Paolo VI che il Novus Ordo Missæ «rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella sessione XXII del Concilio Tridentino».

 

La loro critica non era rivolta a poche stravaganze estranee al messale; riguardava il rito stesso: la soppressione e le modifiche delle preghiere, l’indebolimento dell’espressione del sacrificio propiziatorio, la moltiplicazione delle opzioni, il nuovo ruolo attribuito all’assemblea e il desiderato riavvicinamento alle forme del culto protestante.

 

Fintanto che questa critica intrinseca verrà respinta, il dibattito rimarrà distorto. La Messa tradizionale è talvolta perseguitata come l’imbarazzante retaggio di un’epoca passata, talvolta tollerata come una legittima preferenza. Al contrario, essa deve essere riconosciuta per quello che è: il rito romano ricevuto e trasmesso dalla Chiesa, sicura espressione della fede cattolica e baluardo contro le ambiguità che hanno invaso il culto sin dalla Riforma.

 

La soluzione non è né la scomparsa auspicata da padre Reese, né la coesistenza proposta dal cardinal Sarah. Il rito tradizionale e il nuovo rito non sono due espressioni equivalenti tra cui i fedeli possono scegliere secondo la propria sensibilità, e organizzare la propria convivenza non fa altro che perpetuare la crisi liturgica.

 

Senza mettere in discussione il Novus Ordo in sé, si possono denunciare gli abusi, incoraggiare il latino, ripristinare il canto gregoriano e concedere qualche dispensa. Nulla si risolverà.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di François-Régis Salefran via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 

 

 

 

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Spirito

«Parodia gnostica della fede»: mons. Viganò condanna la chiesa «panenteista»

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L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha condannato quanto scritto in un nuovo documento vaticano che sembra elogiare il panenteismo, un’eresia che, come nelle religioni orientali, offusca la distinzione essenziale tra Creatore e creazione.   Il documento dall’ovvia matrice ecologica che infetta gli ultimi due papati si chiama «“Prendersi cura della nostra Casa comune”: Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario». Uscito ad agosto, su Renovatio 21 ne avevamo scritto per i suoi accenti ecofascisti, arrivando persino a parlare di «antropocentrismo predatorio».   Il testo, al punto 52, critica la «comprensione immanentistica del cosmo» per poi esaltare l’alternativa escogitata dal Vaticano conciliare: «altri orientamenti filosofici e una parte della teologia contemporanea propendono piuttosto per il panenteismo» scrive il documento redatto dalla Commissione Teologica Internazionale.

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«Secondo questa prospettiva, il mondo esiste in Dio, mentre Dio, nello stesso tempo, lo trascende. A differenza del teismo classico, che spesso enfatizza la distinzione tra Dio e la creazione, e del panteismo, che identifica Dio con il mondo, il panenteismo coniuga l’immanenza e la trascendenza divine. Questa prospettiva offre un quadro interpretativo per comprendere come Dio possa essere intimamente presente in ogni aspetto della realtà senza determinarlo in modo coercitivo».   «Dio, nella sua misericordia gratuita, apre uno spazio a una creazione che è genuinamente distinta da Lui, al tempo stesso che continua a esserne il fondamento che la sostiene» cerca di spiegare il documento del Sacro Palazzo.   È da qui che parte monsignor Viganò nel suo commento di condanna.   «La legittimazione del panenteismo da parte della Santa Sede non rappresenta un innocuo aggiornamento pastorale, bensì il culmine coerente di quella deriva modernista secolare che mira a dissolvere la Redenzione nel panteismo gnostico e la Grazia nell’autosufficienza pelagiana» ha scritto Sua Eccellenza su X.   «Se il cosmo viene dichiarato intrinsecamente divino e l’umanità si redime attraverso il divenire di un’evoluzione collettiva, la Croce perde la sua tragica necessità e la Chiesa si riduce a cortigiana della storia, un’inutile agenzia di servizi sociali al servizio degli interessi del mondo».   «Contro questa sottile parodia gnostica della fede, che deifica la materia solo per celare la ferita del peccato originale e sminuire la Maestà divina, i cattolici sono chiamati oggi più che mai al dovere della resistenza» aggiunge il già nunzio apostolico negli USA.   «È necessario istruirsi e riaffermare con fermezza l’assoluta trascendenza del Creatore, la drammatica realtà della Caduta e la perfetta adeguatezza del Sacrificio di Cristo. In questo modo ogni fedele può contribuire a superare la grave crisi dell’autorità petrina che la Chiesa sta vivendo oggi, con l’incrollabile certezza che, nonostante i temporanei tradimenti delle sue gerarchie, le porte dell’inferno non prevarranno»  

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Il panenteismo è una posizione teologica secondo cui Dio compenetra ogni parte dell’universo e ne estende la propria esistenza nel tempo e nello spazio, ma allo stesso tempo trascende l’universo stesso, non identificandosi completamente con esso. È una via di mezzo tra il teismo classico, per cui Dio è separato e distinto dal mondo, pur avendolo creato e governandolo, e iil panteismo, per cui Dio è l’universo stesso, senza alcuna trascendenza (cioè, divinità e cosmo coincidono).   Nel panenteismo (letteralmente «tutto-in-Dio»), il mondo esiste «in» Dio, come una sorta di sua manifestazione o dimensione, ma Dio è “di più” e non si esaurisce nel mondo. È una visione associata soprattutto alla cosiddetta process theology – un movimento teologico nato nell’alveo luterano che vede Dio non come un essere statico e immutabile, ma come un’entità dinamica che partecipa al divenire del mondo e ne viene influenzata – e a correnti della teologia protestante liberale, oltre che ad alcune tradizioni indù e buddiste e a filosofi come lo Hegel.   Molti teologi e filosofi considerano il pensiero del teologo Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) come tendente al panenteismo, anche se lui stesso non si definì mai esplicitamente tale e la sua opera ha ricevuto interpretazioni diverse. La sua visione cosmica descrive un universo in evoluzione verso il «Punto Omega», identificato con Cristo cosmico, verso cui converge tutta la creazione.   Per il Teilhardo, Dio non è solo il creatore trascendente all’inizio del processo, ma è anche la meta immanente che attrae e compenetra l’evoluzione dall’interno. Parla di una «cristogenesi» in cui la materia stessa è intrisa di una dimensione spirituale («dentro» delle cose), e l’intero cosmo è in qualche modo “divinizzato” attraverso il processo evolutivo. Il concetto di «milieu divin» (il titolo di una sua opera celebre, tradotto in Italia come L’Ambiente divino, 1927) suggerisce che Dio permea l’intera realtà, dando l’idea di un’immanenza molto forte, più di quanto la teologia cattolica classica sia disposta ad accettare.   Il Sant’Uffizio emise un monitum (avvertimento, non una condanna formale di eresia) nel 1962, segnalando ambiguità dottrinali e imprecisioni nelle sue opere, invitando alla cautela nell’uso dei suoi scritti nei seminari e nelle scuole cattoliche. Non fu mai dichiarato eretico, e negli anni successivi diversi papi conciliari – Paolo VI, Giovanni Paolo II e soprattutto Francesco, che lo ha citato positivamente nell’enciclica Laudato si’ – ne hanno riconosciuto il valore spirituale e intellettuale, pur senza sciogliere del tutto le ambiguità teologiche legate al suo linguaggio su Dio, materia ed evoluzione.   Il Teilhard è citato, in nota, anche nel documento della Commissione teologica. «In questa prospettiva va accolto il contributo di P. Teilhard de Chardin» scrive la nota 184, che si riferisce al concetto espresso al punto 107 di «Illuminazione Eucaristica»: «Questa funzione dell’essere umano tra le altre creature e il compimento del disegno di Dio trova la sua ispirazione più profonda nella celebrazione dell’Eucarestia: l’essere umano offre in Cristo la creazione a Dio e, in cambio, implora la benedizione di Dio in Cristo per tutte le cose. Cristo è in questo modo l’asse della maturazione del mondo».

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Va notato che non esiste una condanna formale e specifica del panenteismo come tale, cioè non è mai stato nominato ed espressamente anatemizzato con questo termine in un documento magisteriale ufficiale (concilio, enciclica dogmatica).   Posizioni panenteiste, quando implicano una compromissione della trascendenza divina o una confusione tra la sostanza di Dio e quella del mondo, sono generalmente considerate incompatibili con la dottrina cattolica classica, che insiste sulla distinzione ontologica tra Creatore e creatura (Dio crea ex nihilo, non «emana» se stesso nel mondo). In passato teologi cattolici hanno guardato con cautela o criticato alcune forme di teologia processuale proprio per le loro implicazioni panenteiste.ù   Non è sempre chiaro al lettore la linea di divisione tra il panenteismo e il panteismo, e anzi si può pensare che il primo sia una solo una transizione verso il secondo, come la droga leggera come accesso per la droga pesante: è la Finestra di Overton per la decristianizzazione, la decattolicizzazione del cattolicesimo.   Il panteismo è stato condannato esplicitamente, ad esempio dal Concilio Vaticano I (1870), che ribadisce la distinzione sostanziale tra Dio creatore e il creato.   Il fondatore di Renovatio 21 ha trattato il tema del panteismo e dei suoi aspetti oscuri più di una decade fa nel libro Contro il Buddismo (2012) nel capitolo «Aspetti e maschere del nulla buddista», magari con linguaggio sinestetico che ora riformulerebbe.   Riguardo alla religione orientale e al tema di Creatore e creazione, l’autore scriveva: «In pratica, la domanda fondamentale che tanto tormenta l’umano pensiero – «da dove vengo?» – viene accuratamente lasciata senza risposta. Le conclusioni che ne tira uno, è che quindi l’universo sia tutto un grande sistema dove tra creatore e creatura, tra madre e figlio, tra questo e quello, non c’è questa grande differenza. Il termine tecnico è “emanazionismo”: tutto è “emanazione” di qualcosa, un prodotto aleatorio non interamente distinguibile dal suo originatore. Un po’ come l’odore, che, appunto, emanano certe cose – l’odore altro non è che uno sciamo di atomi che lasciano la materia per vagolare nell’aria».   «Il buddismo se ne infischia del creatore, e, quel che è davvero pericoloso, nulla gli importa nemmeno della creatura, che alla fine non è che un vago e microscopico accidente cosmico. E come tale vale poco, anzi vale come tutto il resto dell’universo, cioè nulla. “I destini degli esseri sono simili ad un sogno […] comprendiamo, fratelli miei, che tutto è vuoto, come lo spazio”».   «Possiamo capire quali sono le conseguenze di tutto questo. Innanzitutto, la spersonalizzazione. Nel cosmo di Budda, noi non siamo persone, e forse nemmeno individui, ma inspiegabili combinazioni transitorie di questo Uno impersonale: espressioni momentanee e transeunte dell’Essere, che in realtà è un divenire, o neanche quello perché tutto è Illusione, il peto del nulla dentro un’automobile lanciata verso il niente…» scriveva il Dal Bosco.   «Per la sensibilità europea, e non solo per quella, le cose stanno diversamente. La persona, con la sua responsabilità e dignità, è forse il fondamento primo della civiltà. I popoli del primo mondo attorno alla persona ci hanno costruito tutto: la famiglia, la democrazia, il pensiero, il diritto. La persone è il cardo attraverso cui scorre la vita sociale dell’occidente. Che si crederebbe ricco, saggio e libero, se si rifiutasse di credere alla persona».

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«Comprendiamo bene come invece la sua cancellazione sia diretto effetto dell’emanazionismo. L’emanazionismo, che come un ubriaco in fase terminale fatica a discriminare tra soggetto e oggetto, non può accordare autonomia ad un essere umano: egli altro non è che la risultante di un milioni di concause diverse, l’anello di congiunzione passeggero e insignificante delle infinite catene che girano attorno all’inarrestabile ruota dell’universo».   «Di più: nell’emanazionismo (che beninteso non è prerogativa del buddismo, ma al quale quest’ultimo aggiunge il suo efferato afflato nichilista) manca quella cosa senza la quale qualsiasi famiglia non va avanti: l’amore. L’amore del padre per il figlio, e del figlio per il padre. Il creazionismo vede le parti legate da un rapporto preciso: la creatura esiste perché è stata voluta dal creatore. E il creatore è spesso oggetto della gratitudine della creatura…»   Il risultato del panteismo è quindi la fine del Dio padre, e dell’uomo come suo figlio, come Imago Dei. Per il pensiero panteista, « davvero Dio è morto, l’uomo è morto, tutto è morto. Come nelle ossessioni dei malati depressi, tutta la realtà è considerata come un inutile miraggio mortifero».   La Chiesa conciliare, depressa e suicida, ci sta con evidenza portando lì: vuole dissolvere Dio nell’universo come nell’acido, vuole uccidere Dio, sacrificarlo una volta per tutte, senza significato, senza resurrezione, senza perdono.   Messa così, è difficile non vedere chi possa esservi dietro anche questa mutazione teologica. La chiesa diverrà ancella del Regno sociale di Satana? Sembrerebbe, ma, alla fine, mai sarà davvero così: portae inferi non praevalebunt adversus eam.  

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