Predazione degli organi
Il caso horror del «donatore vivente» di organi farà svegliare gli Stati Uniti?
Le autorità statunitensi hanno avviato un procedimento per chiudere un’organizzazione per la donazione di organi, accusata di aver proseguito con un intervento chirurgico nonostante il donatore mostrasse segni di vita. La speranza di Renovatio 21 è che il caso possa aprire gli occhi a molti riguardo alla «donazione degli organi» in generale, che è giusto chiamare, invece, «predazione degli organi».
Il segretario alla Salute e ai Servizi Umani Robert F. Kennedy Jr. ha annunciato la decisione la settimana scorsa, nell’ambito di una più ampia revisione del sistema americano di prelievo di organi.
Kennedy ha definito Network for Hope, un’organizzazione no-profit con sede nel Kentucky, «una mela marcia» con «persistenti violazioni delle norme di sicurezza».
Si tratta di una delle oltre 50 organizzazioni no-profit di questo tipo presenti negli Stati Uniti, che coordina il prelievo di organi da donatori deceduti e contribuisce ad abbinare gli organi ai pazienti in lista d’attesa per i trapianti a livello nazionale.
🚨 JUST IN: HHS Sec. Bobby Kennedy is formally DECERTIFYING Kentucky organ procurement organization “Network for Hope” that shockingly pushed to remove people’s organs who showed SIGNS OF LIFE, and committed other violations
They were trying to take people’s organs if they… pic.twitter.com/S2IyfKhVWs
— War Correspondent (@warDaniel47) August 9, 2026
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Il caso al centro dell’azione governativa risale all’ottobre del 2021 e riguarda Anthony Thomas «TJ» Hoover II, un uomo del Kentucky che, a seguito di un’overdose di droga, fu dichiarato cerebralmente morto in un ospedale locale. La famiglia di Hoover acconsentì alla donazione dei suoi organi e l’uomo fu preparato per l’intervento di espianto.
Tuttavia, mentre veniva condotto in sala operatoria, Hoover avrebbe aperto gli occhi e avrebbe iniziato a seguire con lo sguardo i membri della famiglia. Secondo quanto riferito, sarebbe stato spiegato loro che si trattava di riflessi involontari, comuni nei pazienti dichiarati cerebralmente morti. Il senso comune degli esseri umani è talmente corrotto oggi che si è disposti a credere a questo ordine orwelliano: «Il Partito ti diceva di rifiutare l’evidenza dei tuoi occhi e delle tue orecchie. Era il loro comando finale, più essenziale», scriveva profeticamente 1984.
Secondo le testimonianze rese in seguito al Congresso e nelle indagini federali, la situazione ha preso una piega drammatica una volta che lo Hoover è stato portato in sala operatoria. Il personale ha riferito che ha iniziato a muoversi, a scuotere la testa, a sembrare che piangesse e a tentare di strapparsi il tubo per la respirazione, spingendo due medici a rifiutarsi di proseguire con l’intervento.
Ex dipendenti della Kentucky Organ Donor Affiliates (KODA), predecessore dell’attuale Network for Hope, hanno in seguito affermato che un supervisore aveva esortato il personale a trovare un altro medico disposto a proseguire con il prelievo di organi previsto, nonostante Hoover mostrasse segni di vita. Network for Hope ha negato le accuse, dichiarando che la KODA non ha mai tentato di prelevare organi da un paziente vivente.
La procedura fu interrotta e Hoover sopravvisse. Ora Hoover vive con sua sorella a Richmond, nel Kentucky, e si sta sottoponendo a un lungo percorso di fisioterapia e cure, gran parte delle quali vengono condivise su TikTok nel tentativo di ispirare gli altri.
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L’amministrazione Trump ha presentato il caso del Kentucky come prova di fallimenti sistemici nel sistema statunitense dei trapianti di organi. Dopo aver esaminato 351 casi di donazione di organi in cui il prelievo era stato autorizzato ma non completato, il dipartimento della Salute e dei Servizi Umani ha affermato che circa un terzo presentava «caratteristiche preoccupanti».
Gli investigatori hanno scoperto che 73 pazienti mostravano segni di funzionalità cerebrale che avrebbero dovuto escluderli dalla donazione di organi, mentre almeno 28 potrebbero non essere stati deceduti al momento dell’avvio della procedura di prelievo.
«Quando un’organizzazione a cui è affidato il dono della vita mette ripetutamente a rischio i pazienti, il governo federale ha il dovere di intervenire, ed è per questo che stiamo intervenendo oggi», ha dichiarato Kennedy in una conferenza stampa a Lexington.
Network for Hope è sotto esame federale da oltre un anno, da quando un informatore che aveva lavorato con una precedente versione dell’organizzazione no-profit ha denunciato al Congresso un caso in cui il personale aveva iniziato a prelevare gli organi di un uomo prima ancora che fosse deceduto.
Ora, è il caso di aprire gli occhi: la fretta con cui quest’ente privato sembrava operare per dichiarare «cerebralmente morto» (cioè morto secondo una convenzione, magari nemmeno valida in un altro Paese) è quella che, statene certi, hanno anche tanti, se non tutti, gli ospedali italiani.
Ci si chiede se gli operatori della «morte cerebrale» e della filiera dei trapianti abbiano incentivi speciali per aumentare il numero di espianti. E quindi, affrettarsi a dichiarare «morto» (benintenso cerebralmente, convenzionalmente: perché il trapianto si deve fare a cuor battente) qualsiasi disgraziato gli capiti a tiro, vuoi per una overdose, vuoi per un incidente stradale o altro.
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Pur non sembrando esservi incentivi al personale coinvolto, esistono meccanismi di rimborso e finanziamento delle attività di procurement degli organi (segnalazione potenziali donatori, mantenimento, prelievo, trasporto, coordinamento) e di trapianto, che di fatto incentivano gli ospedali a incrementare l’attività.
A livello interregionale (compensazione mobilità sanitaria) esistono tariffe convenzionali per osservazione, prelievo e trasporto di organi da cadavere (indicativamente intorno ai 2.600-3.000 euro circa per organo, più quota trasporto). Queste tariffe servono a incentivare l’attività quando donatore e ricevente sono in Regioni diverse.
Al di là delle questioni riguardo l’industria statale della morte già in atto, va fatto comprendere, anche a Kennedy, che quello da lui raccontato non è un caso limite: è la norma. Di fatto, tutti gli espianti di organi avvengono quando il paziente è vivo: il cuore gli batte ancora.
Ecco perché è giusto chiamarla non «donazione», ma «predazione»: il debole, in stato di incoscienza o solo di minorata capacità di difesa, viene assalito e squartato, a benefizio di un sistema perverso che invece di guarire le persone le uccide.
I «trapianti» sono una delle colonne portanti della Necrocultura, che ha reso accettabile, per le famiglie, che pure i famigliari subiscano la morte per tortura del loro caro pensando pure di fare del bene.
Il mondo, moralmente, biologicamente, è sottosopra: è il trionfo della Morte. Ed è ora che si sveglino tutti, anche nelle stanze dei bottoni USA.
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Immagine screenshot da Twitter