Persecuzioni
Il cardinale Pizzaballa condanna la «continua aggressione» degli israeliani in Cisgiordania
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha usato l’ultima giornata del Meeting ciellino di Rimini per esprimere uno dei suoi giudizi pubblici più severi sulla Cisgiordania, definendola «una terra senza legge» in cui la violenza prosegue «senza nessun argine dal punto di vista della sicurezza e della legalità».
«Scrutando il cielo di Gerusalemme», il patriarca ha detto che «la tensione è in continuo aumento, soprattutto tra i coloni e la popolazione palestinese, un po’ ovunque». «È diventata una terra di nessuno, o meglio, una terra senza legge, dove tutto quello che accade resta senza nessun argine dal punto di vista della sicurezza e della legalità».
Il cardinale aggiunto che «il fatto che vi sia una situazione di continua aggressione da parte dei coloni (israeliani) è ormai assodato», dopo la visita compiuta due settimane prima a Taybeh, città cristiana sotto assedio.
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Taybeh conta circa 1.500 abitanti ed è ricordata nel Vangelo di Giovanni come Efraim, il luogo in cui Gesù si ritirò con i discepoli prima della Passione. Da oltre un anno vi si registrano attacchi sistematici da parte di coloni ebrei residenti in «insediamenti» e «avamposti», ritenuti illegali dal diritto internazionale.
Secondo questa lettura, si tratterebbe di una strategia israeliana volta a «fare pressione sulle famiglie palestinesi affinché abbandonino la loro terra».
Padre Bashar Fawadleh, parroco latino della chiesa cattolica di Cristo Redentore, ha descritto gli attacchi come «una deliberata strategia di molestia» destinata a «creare un clima di paura e fare pressione sulle famiglie palestinesi affinché abbandonino la loro terra».
Almeno dal luglio 2025 i cristiani di Taybeh subirebbero incursioni regolari di coloni israeliani pesantemente armati: incendi nei campi agricoli, compreso un rogo vicino alla chiesa di San Giorgio del V secolo e al cimitero, lancio di molotov contro le case, tentativo di incendiare una stazione di servizio, veicoli bruciati, graffiti minacciosi, pascolo di bestiame su terreni privati, presenze armate per le strade, segnalazioni di spari e un clima di impunità attribuito all’esercito israeliano.
All’inizio del mese Israele ha dichiarato Taybeh «zona militare chiusa», ufficialmente per proteggere i residenti dai coloni. Funzionari e abitanti cristiani locali hanno invece letto il provvedimento come «un tentativo di stringere ulteriormente il cappio attorno agli abitanti del villaggio» e di «pulire etnicamente» Taybeh «in silenzio», senza testimoni.
Nella Santa Messa per la solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, Pizzaballa ha confortato i fedeli di Taybeh, assicurando che «per quanto potente possa apparire il male, il suo potere non è assoluto». Li ha esortati a restare saldi nella fede e nella speranza anche quando il futuro sembra difficile o impossibile, a tenere «i nostri cuori» liberi da contaminazioni e a rimanere «una comunità che dà alla luce la vita, senza rinunciare né abbandonare i nostri diritti, il nostro diritto alla vita. Quindi siate coraggiosi. Non abbiate paura».
Su Gaza il cardinale francescano, sempre a Rimini mercoledì, ha distinto il piano politico da quello umano. La situazione «si è deteriorata tantissimo» e resta «umanamente molto devastata», tuttavia risulta «più stabile da un certo punto di vista, a livello politico si discute molto», secondo Vatican News.
«Non dobbiamo confondere la speranza con ‘andrà tutto bene’ o con una soluzione politica. La speranza è qualcos’altro» ha puntualizzato il porporato. La speranza, ha detto, nasce «da dentro», da israeliani e palestinesi, ebrei, musulmani e cristiani che si uniscono «per fare qualcosa di bello, per aiutare, per sostenere, o anche semplicemente per rifiutare di deumanizzare l’altro».
«L’Occidente deve aiutare ad alzare un po’ lo sguardo, a creare delle prospettive, aiutare anche a calmare questa deriva continua con uno sforzo diplomatico sempre maggiore», dice Pizzaballa, indicando come la diplomazia, pur con «tutta la sua debolezza», resta «l’unico modo per cercare di risolvere il conflitto che eviti l’uso delle armi, della violenza e della forza militare».
L’obiettivo di quella diplomazia, ha ribadito, deve essere la soluzione dei due Stati, di recente riaffermata da Papa Leone, perché «è l’unico modo di riconoscere agli israeliani e ai palestinesi il diritto di avere una casa nella loro terra».
Prima o poi il Papa verrà in Terra Santa – aggiunge – è questione di tempo. Penso che sia necessario preparare le condizioni per questa visita perché possa davvero portare frutto. Lavoreremo su questo insieme al Santo Padre ma credo che non si debba avere fretta e si debbano evitare anche gesti eclatanti che restano lì, ma deve essere inserita dentro un percorso significativo»
Insieme alla Santa Sede, 157 dei 193 governi membri delle Nazioni Unite (81%) riconoscono formalmente lo Stato di Palestina. Circa 185 nazioni (96%) chiedono una soluzione a due Stati, riconoscendo almeno implicitamente l’illegalità dell’occupazione militare israeliana, in corso da 59 anni, e dell’impresa di insediamento in Cisgiordania.
Di fronte a questo consenso quasi unanime, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha più volte ribadito la linea ufficiale del Likud, che «respinge categoricamente la creazione di uno Stato arabo palestinese a Ovest del fiume Giordano», cioè della regione riconosciuta internazionalmente, da quasi tutto il mondo, come territorio palestinese.
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Come riportato da Renovatio 21, questo mese un’organizzazione ebraico-israeliana indipendente ha documentato 83 episodi di molestie, suddivisi in 76 casi, compiuti da ebrei religiosi ai danni di cristiani in Israele tra aprile e giugno di quest’anno.
Le persecuzioni anticristiane in Israele sono diventate mainstream negli ultimi mesi grazie alla copertura mediatica di personaggi come Tucker Carlson, che l’ha denunciata in più occasioni recandosi fisicamente in Giordania.
Come riportato da Renovatio 21, continui attacchi dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania come Taybeh, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa.
L’annessione della Cisgiordania, considerata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo. Incursioni militari si sono viste a inizio anno a seguito dell’esplosione di alcuni autobus, e poco prima erano stati effettuati raid aerei con relativa strage a Tulkarem. Due anni fa si ebbe l’episodio dei commando israeliani che entrarono in un ospedale cisgiordano travestiti da donna.
A febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.
In una strana umiliazione inflitta agli USA, due mesi fa il Parlamento israeliano (la Knesset) aveva votato per la «sovranità» sionista sulla Cisgiordania proprio mentre era in visita il vicepresidente americano JD Vance, che disse di sentirsi «insultato» dalla «stupida trovata». Trump ha dichiarato quindi che toglierà i fondi ad Israele qualora annettesse la Cisgiordania. Il presidente americano, contrariamente a quanto auspicato da ministri sionisti all’epoca della sua elezione, non sembra voler concedere allo Stato Giudaico l’anschluss di quella che gli israeliano chiamano «Giudea e Samaria».
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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)