Economia
Hormuz e la situazione energetica in Italia. Intervista al prof. Pagliaro.
Siamo quasi alla fine di agosto. Il gasolio in Italia costa oltre 2 euro al litro. Persino il gasolio agricolo ha superato la soglia di 1,4 euro al litro. Lo scorso anno costava 80 centesimi. Lo Stretto di Ormuzzo è chiuso di fatto dalla fine di febbraio. La Persia continua a colpire le petroliere arabe che provano a forzare il blocco. Su questi ed altri temi legati all’energia e all’economia, siamo tornati a sentire Mario Pagliaro, lo scienziato del CNR con cui da anni Renovatio 21 parla di temi. Il professor Pagliaro, nell’estate del 2021, fu tra i primi a prevedere l’impennata dei prezzi dell’energia.
La prima domanda è forse quella che si fanno tutti. Cosa accadrà nei prossimi mesi al prezzo dei carburanti e del gas naturale. Dopo la fine dell’approvvigionamento del gas russo, la chiusura dello Stretto di Hormuz fa mancare il gas naturale liquefatto in arrivo da Qatar ed Emirati Arabi. Sbaglio o si rischia una crisi senza precedenti?
Non sbaglia. Il Qatar è stato costretto a ricorrere alla clausola di «forza maggiore» per giustificare la mancata consegna del gas liquefatto ai suoi clienti in tutto il mondo, inclusi molti Paesi europei. Bisogna però distinguere l’Italia da tutti gli altri Paesi europei: l’Italia, a differenza di tutti gli altri Paesi europei, è meta di ben tre grandi gasdotti che trasportano il gas naturale dal Nord Africa (da Algeria e Libia) e dal Caucaso (dall’Azerbaigian), oltre a disporre dell’accesso al maggior giacimento di gas naturale del Mediterraneo antistante le cose dell’Egitto. In Italia, dunque, non si porrà alcun problema di disponibilità di gas naturale nemmeno se Hormuz dovesse restare chiuso per molti mesi ancora.
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E per il petrolio: cosa accadrà ai ai prezzi di gasolio e benzina? Perché sono già così elevati?
Anche in questo caso, la situazione dell’Italia è diversa da quella di tutti gli altri Paesi europei. Le persone associano “petrolio” a “carburante”. In realtà, benzina, gasolio, e kerosene («jet fuel») sono prodotti petrolchimici ottenuti per raffinazione chimica all’interno delle raffinerie. Benché da Cremona a Gela l’Italia abbia chiuso molte raffinerie a causa del crollo della domanda interna di carburanti, l’Italia conserva 10 raffinerie che la cui capacità di raffinazione è largamente sufficiente a coprire la domanda di tutti i tipi di carburante, tranne per il jet fuel.
Molto diversa è la situazione dell’Europa centrale ed orientale, dove la capacità di raffinazione non basta a coprire la domanda. Fino all’inizio del conflitto fra le maggiori repubbliche della ex URSS, tale carenza era largamente coperta da importazioni di carburante dalle repubbliche ex sovietiche, a partire dalla Russia, ovvero dalle raffinerie di Penisola arabica, Turchia, e India.
Molte delle navi che attraversavano Hormuz portavano carburante, e non petrolio. I prezzi di gasolio e benzina, che ancora a fine novembre dello scorso anno erano abbondantemente sotto gli 1,7 euro al litro con il petrolio prezzato a 65 dollari al barile, sono aumentati drasticamente in pochi mesi. Le raffinerie lavorano tutte a pieno regime per coprire il deficit di petrolio importato dalla Penisola arabica, e questo determina un forte aumento del prezzo dovuto alla grande domanda, che peraltro non fa che crescere al prosieguo della chiusura di Hormuz.
Un’altra domanda che ci facciamo noi «profani» è per quale motivo la chiusura di Hormuz determina un aumento dei prezzi del carburante anche negli USA che oltre alle grandi risorse di petrolio di scisto hanno pure acquisito il controllo del Venezuela. Perché allora sono stati costretti a rilasciare enormi quantità delle scorte strategiche di carburante?
Perché il petrolio, una sostanza organica estratta dal sottosuolo, non è tutto eguale. Povero di composti solforati e di altre impurezze, il petrolio leggero e poco viscoso del Medio Oriente, come quello della Libia e del Nord Africa ma anche quello della Siberia occidentale o il Brent del Mare del Nord o ancora quello estratto nel Mar Caspio, è necessario a rendere raffinabile il viscoso petrolio venezuelano o ancor più quello di scisto.
Ad esempio, la Russia ottiene il petrolio «Urals» mescolando il petrolio pesante degli Urali e del Volga con il greggio della Siberia occidentale. Senza quel petrolio leggero, l’unico uso del petrolio che potrebbero fare è quello che vide Marco Polo attraversando l’odierno Azerbaigian notando come la popolazione lo usasse per «ardere» e dunque per produrre un po’ di calore e per illuminare.
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Un’altra notizia che ci ha colpiti rileggendo la sua ultima intervista in cui prevedeva il ritorno dello Stato nell’economia e la necessità per l’Italia di rifondare l’IRI è stata la nazionalizzazione in Gran Bretagna della produzione dell’acciaio. Dunque, si va verso il ritorno dello Stato nell’economia?
Non esiste alcuna alternativa se si vuole evitare la completa deindustrializzazione e il collasso economico e sociale. La Gran Bretagna ha nazionalizzato British Steels per «garantire l’avvento della produzione d’acciaio nel Regno Unito, proteggere i dipendenti qualificati e preservare una capacità nazionale vitale». Ma sta anche nazionalizzandoo le ferrovie, con la nascita di Great British Railways, e sta per assumere il controllo di Thames Water, il maggior distributore di acqua del Paese, che ha un debito superiore ai 20 miliardi di sterline.
La globalizzazione dell’economia, per cui la Cina e gli altri Paesi del sud asiatico, producevano ogni sorta di beni, ed i Paesi dove nacque l’industria li importavano mentre le loro economie divenivano economie di servizio, è un capitolo storico concluso. Ciò che la rese possibile fu la fine concomitante, nel 1971, della convertibilità del dollaro in oro che richiese il varo del petrodollaro e l’avvio della trasformazione della Cina da economia agricola in grande potenza industriale.
Probabilmente, senza l’autodissoluzione dell’URSS nel 1991, la globalizzazione sarebbe anche finita anche prima. In ogni caso, oggi e da tempo, la globalizzazione è finita. I Paesi devono tutti tornare a produrre beni industriali ed agricoli, ed aumentare drasticamente il loro livello di autosufficienza industriale ed alimentare.
L’Italia prenderà parte a questo processo: davvero rinascerà l’IRI?
Di nuovo, non esistono alternative: ad esempio, se l’Italia vorrà conservare la produzione di acciaio e dunque la sua industria metalmeccanica dovrà nazionalizzare il settore come ha fatto il Regno Unito e come farà la Francia. In un’economia finanziarizzata dominata da deindustrializzazione, bassi salari ed alta tassazione, i privati non hanno alcun interesse ad investire e a condurre la produzione industriale, se non in quei settori che esportano a prezzi alti e largamente remunerativi la gran parte della produzione negli USA come nel caso dei macchinari avanzati, dell’agroalimentare o dei materiali per l’edilizia.
Un simile sistema mercantilista per reggersi richiede prezzi bassi di energia e semilavorati importati dal Sud-Est asiatico, e la disponibilità degli USA ad assorbire questi beni in cambio di dollari senza o con piccoli dazi doganali. Di tutto ciò, in poco più di 5 anni successivi al 2020, non resta più nulla. Di qui, il fortissimo aumento del debito pubblico in tutti i Paesi europei e il ritorno ormai ineludibile dello Stato come soggetto della produzione di beni e servizi.
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Un’ultima domanda in attesa di risentirci presto: in questo contesto cosa accadrà della produzione agroalimentare italiana?
Tornerà a fiorire. Finora, l’uso delle scorte e la prolungata stagione estiva con il crollo della domanda in tutti i settori – che in Italia grazie all’estate mediterranea dura praticamente tre mesi da fine maggio a inizio settembre – non c’è stato il trasferimento dell’aumento dei prezzi dal settore dei carburanti a tutti gli altri settori. L’aumento dei prezzi è però ineludibile e riguarderà tutti settori a partire proprio dai prodotti agricoli.
Con il prezzo dei prodotti agricoli che tornerà a crescere come avvenne dopo le «riaperture», gli agricoltori italiani vedranno finalmente riconosciuti prezzi alti e remunerativi per tutte le loro produzioni. Questo, unito al diffondersi ormai ubiquo dell’agricoltura biologica in tutte le sue forme che vede l’Italia primeggiare in Europa e nel mondo, porterà ad un ritorno massiccio dei giovani nei campi: vi troveranno un lavoro ben pagato e fonte di benessere tanto per loro che per la comunità servita dalle loro produzioni. Le importazioni di derrate agricole dall’estero caleranno in modo significativo e durevole.
E l’Italia conoscerà finalmente uno sviluppo della sua formidabile industria agroalimentare non più basato sulle esportazioni verso gli USA e in parte verso la Germania, ma trainato dalla domanda interna. Il processo è appena iniziato, e non si fermerà.
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Immagine di Eni via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0