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Il bluff Zelens’kyj agli sgoccioli

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Renovatio 21 pubblica questo articolo di Réseau Voltaire. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Il viaggio del presidente Volodymyr Zelens’kyj negli Stati Uniti ha fatto cadere le ultime ambiguità del personaggio. Tutti si chiedevano che strategia avesse. Non sembra voler difendere gli ucraini, perché ne mobilita più che può per mandarli a morire al fronte, dove non hanno alcuna speranza di vincere. Sembra non esitare a mentire, a barare nonché a tentare con ogni mezzo di espellere alcuni Stati dalle organizzazioni intergovernative. Come non fare un parallelo con Stepan Bandera, che pure mandò al massacro migliaia di compatrioti negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, quando la sconfitta del Reich era inevitabile?

 

 

Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj è intervenuto alla 78^ assemblea generale delle Nazioni Unite per propinarle il solito discorso sul terrorismo russo. È stato il suo primo intervento a questa tribuna.

 

Quest’anno quattro dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza Cina, Francia, Regno Unito e Russia non hanno inviato i loro capi di Stato o di governo. Un segno evidente che, nonostante le belle dichiarazioni, qualcosa nell’istituzione ha smesso di funzionare.

 

Riassumiamo il discorso di Zelens’kyj:

Dice che la Russia usa il cibo come arma contro il resto del mondo e strumentalizza il «gioco» di alcuni Paesi europei a proprio favore.

 

Dice che usa i reattori nucleari civili come armi, vedi Zaporiggia.

 

Dice che deporta «centinaia di migliaia» di bambini ucraini per rieducarli in Russia nell’odio verso l’Ucraina: un «genocidio».

 

Dice che la Russia provoca una guerra ogni dieci anni; che oggi minaccia il Kazakistan e gli Stati baltici, che molti seggi nell’emiciclo dell’ONU sarebbero vuoti se la Russia, grazie ai suoi tradimenti, raggiungesse i propri obiettivi.

 

Dice che, se grazie a Dio nessuno ha ancora escogitato il modo di usare il clima come arma, le catastrofi naturali uccidono ma queste sopraggiungono quando a Mosca si è deciso di uccidere decine di migliaia di persone.

 

Dunque, continua, dobbiamo far fronte comune per vincere queste sfide e che possiamo ridare vita all’«Ordine mondiale fondato sulle regole» basandoci sulla proposta di pace ucraina che a breve Zelens’kyj presenterà al Consiglio di sicurezza.

 

E conclude: Vi invito tutti al Summit per la pace che stiamo organizzando; non possiamo fare affidamento sulla parola della Russia: chiedete a Prighozin come Mosca tiene fede alla parola data! Slava Ukraini!

 

Applausi fragorosi da parte di tutte le delegazioni dei Paesi alleati degli Stati Uniti, discrezione da parte delle altre.

 

Il discorso di Zelensky sollecita diverse osservazioni:

  • L’argomentazione dell’uso del cibo come arma rinvia all’assedio per affamare le popolazioni, come ieri accadde in Corea del Nord e oggi accade in Yemen. Ma non è quello che fanno i russi in Ucraina, dove attaccano i profitti di grandi società statunitensi (Cargill, Dupont e Monsanto), proprietarie di un terzo delle colture ucraine. L’uso di centrali nucleari civili come arma di guerra produrrebbe solamente effetti circoscritti. Giacché i soldati russi occupano la centrale di Zaporiggia, sarebbero loro a morire se fosse danneggiata e fuoruscissero radiazioni. Al contrario, sono le forze ucraine a rappresentare una minaccia per la centrale nucleare: vogliono costringere i russi a lasciarla. Infine, la Russia non ha mai rapito bambini ucraini, ma ha spostato nel proprio territorio i bambini che si trovavano nelle zone di combattimento per proteggerli. La condanna della Corte Penale Internazionale si fonda esclusivamente sul rifiuto di considerare legale l’adesione alla Federazione russa di Crimea, Donbass e di parte della Novorossia.

 

  • L’argomento dell’espansionismo russo forse preoccupa kazaki e baltici, ma è un processo alle intenzioni. Evocare la possibilità di usare il clima come arma significa non conoscere la storia. Gli Stati Uniti l’hanno già usato nella guerra del Vietnam, causando per mesi piogge sulla Pista di Ho Chi Min, la via di approvvigionamento dei Vietcong attraverso la giungla laotiana (Operazione Popeye). Al termine della guerra firmarono la Convenzione sul divieto dell’uso di tecniche di modifica dell’ambiente a fini militari o a ogni altro scopo ostile.

 

  • Affermare, senza nemmeno nominarle, che Polonia, Ungheria e Slovacchia fanno il gioco dei russi perché vietano l’importazione di cereali ucraini a prezzi stracciati è un insulto nei loro confronti. La Polonia che, dimenticando il massacro da parte dei nazionalisti integralisti ucraini di oltre centomila polacchi durante la seconda guerra mondiale, dall’inizio della guerra ha accolto un milione e mezzo di rifugiati ucraini, sicuramente apprezzerà.

 

  • L’appello a difendere l’«Ordine mondiale fondato sulle regole» non può che essere interpretato come sfida alla maggioranza dei membri delle Nazioni Unite che si batte invece perché si torni al Diritto internazionale. Il Piano di pace ucraino riguarda solo il campo occidentale e ha lo scopo di estendere la guerra.

 

  • La formula conclusiva del presidente Zelensky, Slava Ukraini!, evoca un poema di Taras Shevchenko (1814-1861). L’espressione era diventata il grido distintivo dei nazionalisti integralisti ucraini di Dimitry Dontsov e Simon Petlioura durante la guerra contro la rivoluzione sovietica, mentre massacravano ebrei e anarchici della Novorossia. In seguito divenne il grido di vittoria dei nazionalisti integralisti ucraini di Dimitry Dontsov e Stepan Bandera, mentre massacravano ebrei, zingari e partigiani. Infine nel 1941 divenne l’equivalente di Heil Hitler! Usarlo oggi, per giunta alle Nazioni Unite, rinvia alle risoluzioni del dopoguerra contro la propaganda nazista; risoluzioni cui l’Ucraina ora si oppone.

 

Dopo l’assemblea generale si è riunito il Consiglio di sicurezza. La riunione doveva durare due giorni. Oltre ai Paesi membri, 45 Stati avevano chiesto di prendervi la parola.

 

L’Albania, presidente di turno, ha deciso di far intervenire il presidente ucraino immediatamente dopo il segretario generale dell’ONU e prima dei membri del Consiglio. Ha inoltre iscritto l’OSCE [Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa] tra gli oratori.

 

All’apertura dei lavori il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha depositato una mozione d’ordine per contestare il privilegio accordato al presidente ucraino, in violazione del regolamento del Consiglio, e per esigere che il rappresentante della Macedonia del Nord, in quanto presidente in carica dell’OSCE, intervenisse solo sull’argomento per il quale aveva ricevuto mandato dall’Organizzazione.

 

Il presidente albanese della riunione, Edi Rama, dopo aver ironizzato sulla «grandiosa» mozione d’ordine, ha fatto rilevare che esistono precedenti di interventi prima di quelli dei membri del Consiglio (certo, ma tutti accettati all’unanimità) e ha concluso osservando che, per evitare che il presidente ucraino prendesse la parola per primo, la Russia non doveva far altro che ritirarsi dall’Ucraina. A norma dell’art. 33 del Regolamento interno ha rinviato la mozione d’ordine a successiva discussione.

 

Sergej Lavrov ha incassato il colpo. Non ha lasciato la riunione, rammentandosi che durante la guerra di Corea l’URSS lasciò le discussioni alle Nazioni Unite per protestare contro la partecipazione dei ribelli di Chiang Kai-shek al posto dei rappresentanti di Mao Zedong; Washington ne approfittò per far votare il sostegno della comunità internazionale alla Corea del Sud contro la Corea del Nord.

 

In ogni caso l’incidente dimostra la parzialità della presidenza albanese e non potrà non avere conseguenze. È pieno diritto dell’Albania essere nemico dichiarato della Russia (ha organizzato un dibattito, secondo la formula Arria [meccanismo informale di consultazione, introdotta nel 1992 da Diego Arria, ambasciatore del Venezuela], sulla deportazione di bambini da parte della Russia). Ma ogni volta che presiede il Consiglio, l’Albania ne viola il regolamento.

 

Accadde il 28 giugno 2022, quando di propria iniziativa convocò una riunione sulla situazione in Ucraina, senza consultare i membri del Consiglio. Invitò il presidente Zelens’kyj a parteciparvi, autorizzandolo «eccezionalmente» a intervenire in videoconferenza. Pure senza avvertire i membri del Consiglio, fece rispettare un minuto di silenzio.

 

Il giorno successivo, il 29 giugno, l’Albania presiedeva una seduta sulla situazione in Siria. Prese l’iniziativa di invitarvi, di nuovo senza consultare i membri del Consiglio, un’associazione statunitense, la Syrian Emergency Task Force, che si espresse grossolanamente e insultò diversi membri del Consiglio.

 

Il dibattito è proseguito con l’intervento del segretario generale Antonio Guterres, che dapprima ha ricordato come alcune riunioni multilaterali siano efficaci, come quella sul piano di salvaguardia degli obiettivi per uno sviluppo durevole. Poi ha definito l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. Ha inoltre comunicato che, sul piano giudiziario, sono al lavoro équipe d’inchiesta per raccogliere prove di violazioni dei diritti umani raccapriccianti e diffuse, «commesse soprattutto dalla Federazione di Russia», compresi i trasferimenti forzati di bambini. Guterres si è infine complimentato per l’accordo sui cereali e si è dispiaciuto che la Russia non l’abbia rinnovato.

 

La posizione del segretario generale riflette soltanto il suo pensiero personale. Nell’attuale circostanza non poggia su alcuna decisione giudiziaria e non tiene conto della posizione russa. Durante il processo alla Corte Internazionale di Giustizia, il tribunale interno delle Nazioni Unite, verranno ascoltate entrambe le parti. A esso e soltanto a esso spetta giudicare se ci sia stata una violazione della Carta, sebbene la Russia dichiari di aver lanciato l’operazione militare speciale per conformarsi alla risoluzione 2202 (Accordi di Minsk) del Consiglio di sicurezza. Del resto la Corte dovrà deliberare su un’unica questione: stabilire se prima dell’operazione militare speciale russa l’Ucraina massacrava i propri concittadini. Si parla di 20 mila persone.

 

Dopo Guterres è intervenuto il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj chiedendosi innanzitutto come possa sedere nel Consiglio di sicurezza uno Stato che viola la Carta delle Nazioni Unite. Ha proseguito sottolineando che l’Assemblea generale ha attribuito la responsabilità della guerra alla Russia, non all’Ucraina. Poi ha esposto il suo piano di pace, articolato in dieci punti.

 

La proposta, che era già stata presentata al G20 di Bali, non tiene conto delle rivendicazioni della Russia. Per l’esattezza non è un piano di pace, ma soltanto un elenco delle pretese dell’Ucraina. En passant ha chiesto che l’Assemblea generale adotti a maggioranza di due terzi una modifica del proprio statuto allo scopo di privare la Russia del diritto di veto. Infine ha invitato tutti gli Stati presenti a partecipare al vertice mondiale sulla «pace» che organizzerà l’Ucraina.

 

Il presidente Edi Rama si è in seguito interrogato sulla situazione attuale: un membro del Consiglio di sicurezza che viola la Carta costitutiva dell’ONU! Per fortuna, ha osservato, nonostante l’abuso del diritto di veto da parte della Russia la maggioranza dei membri del Consiglio veglia sul rispetto dei suoi valori. Poi ha dato la parola ai membri del Consiglio nel rispetto dell’ordine d’iscrizione.

 

Nessuna novità è emersa da questi interventi. Nessuno ha osato riprendere l’esortazione dell’Ucraina a privare la Russia del diritto di veto.

 

È opportuno fare qui un passo indietro: al momento della creazione dell’ONU, lo statunitense Franklin D. Roosevelt e il britannico Winston Churchill dissentivano dal sovietico Joseph Stalin: Stati Uniti e Regno Unito volevano creare un’organizzazione per governare il mondo in funzione delle proprie concezioni, mentre l’URSS voleva un’organizzazione che dettasse il Diritto internazionale e prevenisse le guerre. Trionfò la concezione sovietica. Il diritto di veto tiene conto della realtà militare dell’epoca.

 

Non esistono un diritto di veto legittimo e uno abusivo; semplicemente non è possibile che il Diritto internazionale venga rispettato se è contrario agli interessi di uno dei suoi più potenti membri.

 

L’idea di privare la Russia del diritto di veto non era mai stata espressa pubblicamente; l’anno scorso però il dipartimento di Stato degli Stati Uniti aveva sondato il parere di tutti gli Stati membri dell’ONU è emerso che non è possibile raggiungere la maggioranza di due terzi.

 

Subito dopo aver pronunciato il suo discorso, il presidente Zelens’kyj, che non aveva tempo per ascoltare gli interventi delle altre delegazioni, ha lasciato la sala.

 

Si è precipitato a Washington per parlare al Congresso, come già fece a dicembre 2022. Ma all’arrivo al Campidoglio il presidente della Camera dei rappresentanti, Kevin McCarthy, gli ha detto senza mezze misure che non era possibile perché l’agenda dei parlamentari è molto densa d’impegni.

 

Sconcertato, il presidente ucraino ha dovuto accontentarsi di un incontro con i presidenti delle due Camere e alcuni senatori Democratici.

 

Non è più tempo di sostegno incondizionato. Al pari degli omologhi occidentali i parlamentari statunitensi hanno preso atto che:

 

  • scarseggiano le munizioni e l’industria bellica occidentale non può competere né a breve né a medio termine con quella della Russia;

 

  • la ribellione del proprietario del Gruppo Wagner, Evgeni Prigozhin, è fallita;

 

  • la controffensiva ucraina è estremamente costosa in termini di vite umane: oltre un migliaio di morti al giorno da due settimane, senza ottenere successi significativi.

 

 

Molti desidererebbero perciò negoziare un’uscita dalla crisi o perlomeno cessare di sprecare cifre astronomiche. Alcuni Repubblicani hanno chiesto all’amministrazione Biden un resoconto preciso su come è stato speso il denaro già versato. In attesa della risposta, non voteranno un altro solo dollaro di aiuti all’Ucraina.

 

Il Pentagono sta studiando come stornare materiale bellico per continuare a sostenere Kiev. Si trincera dietro il possibile blocco del budget dello Stato federale in caso di disaccordo di merito tra Campidoglio e Casa Bianca.

 

Per ridimensionare l’affronto dei parlamentari, il segretario alla Difesa e il presidente Joe Biden hanno incontrato separatamente il presidente ucraino. Zelens’kyj ha poi visitato un’università, la Clinton Foundation e l’Atlantic Council, nonché discusso con i proprietari di società finanziarie.

 

Ma il fatto rimane: tutti hanno potuto osservare gli eccessi del presidente Zelens’kyj e la sua incapacità a vincere la guerra.

 

Ormai chiunque ha potuto constatare che Volodymyr Zelens’kyj non sta cercando di difendere il proprio Paese. Anzi, manda uomini a morire per nulla davanti alla linea di difesa russa.

 

Agisce come hanno sempre fatto i nazionalisti integralisti e i nazisti: non esita a mentire ai suoi, a barare e con ogni mezzo tenta di provocare uno scontro generale al prezzo del sacrificio del proprio popolo.

 

Thierry Meyssan

 

Articolo ripubblicato su licenza Creative Commons CC BY-NC-ND

Fonte: «Il bluff Zelensky agli sgoccioli», Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 26 settembre 2023.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Geopolitica

Musk: Zelens’kyj si è spinto troppo oltre

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Elon Musk ha attaccato duramente il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj, schierandosi dalla parte del presidente Donald Trump, il quale ha avvertito che i continui attacchi di Kiev contro le raffinerie petrolifere russe stanno aggravando la crisi globale dei carburanti e danneggiando gli agricoltori americani.   Trump ha inoltre chiesto un cambio di leadership a Kiev, accusando Zelens’kyj di aver ripetutamente respinto le opportunità per porre fine al conflitto e di aver deliberatamente ignorato le richieste di Washington.   «Gli abbiamo detto: fai quello che vuoi, ma non colpire il gasolio, perché c’è un grosso problema, una grave carenza. E cosa fa? Va e colpisce il gasolio», ha detto Trump ai giornalisti fuori dalla Casa Bianca sabato. «Vuole creare problemi al mondo… ai nostri agricoltori, ai nostri allevatori, con il gasolio».   «Zelens’kyj si è spinto troppo oltre», ha scritto Musk su X domenica, rispondendo direttamente a un video della Casa Bianca contenente le dichiarazioni, che facevano parte delle più ampie critiche di Trump a Zelensky, tra cui il suo suggerimento che «è ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente».  

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L’ultima disputa è scoppiata dopo che Washington ha accettato di revocare temporaneamente le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo in seguito a una telefonata tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin venerdì, una mossa volta ad alleviare la carenza globale di carburante che ha fatto aumentare i prezzi negli Stati Uniti e altrove.   Secondo Axios, Trump ha raggiunto un accordo sul diesel con Putin dopo che lo Zelens’kyj ha ignorato almeno una mezza dozzina di richieste da parte di Washington di interrompere gli attacchi alle raffinerie russe. Lo Zelens’kyj ha definito la mossa di Trump una «decisione debole», mentre i negoziatori ucraini hanno abbandonato i colloqui a Miami con un giorno di anticipo.   Le critiche di Musk assumono particolare peso data la forte dipendenza dell’Ucraina da Starlink, la rete internet satellitare gestita dalla sua azienda, SpaceX. Dal 2022 decine di migliaia di terminali Starlink sono stati fondamentali per le comunicazioni sul campo di battaglia di Kiev, per le operazioni con i droni e per il coordinamento tra le unità militari. Una perdita totale dell’accesso a Starlink potrebbe compromettere gravemente queste capacità e potenzialmente innescare una grave crisi sul campo di battaglia.   Musk ha ripetutamente auspicato una soluzione negoziata tra Mosca e Kiev e si è opposto ai tentativi di Kiev di estendere l’uso di Starlink per attacchi contro il territorio russo. Nel 2022 Musk si è rifiutato di attivare la rete vicino alla Crimea per supportare un attacco ucraino contro la flotta russa del Mar Nero, avvertendo che così facendo SpaceX si sarebbe resa complice di una grave escalation.   Di recente Zelens’kyj ha fatto appello a Trump affinché convincesse Musk ad autorizzare attacchi con droni guidati da Starlink in profondità nel territorio russo, cercando anche cercato di incontrare di persona il trilionario imprenditore durante una visita a Washington a luglio, tuttavia Musk ha rifiutato, secondo quanto riportato da The Atlantic, che cita una fonte a conoscenza dei colloqui.   «Elon continua a ripetere che è ora di concludere un accordo», ha dichiarato alla rivista un collaboratore dell’ex ministro della Difesa ucraino Mikhail Fedorov.   Nel tentativo, a quanto pare, di ingraziarsi il miliardario, lo Zelens’kyj aveva conferito a Musk l’Ordine della Libertà, una delle più alte onorificenze statali ucraine, in agosto, elogiando il suo contributo alla salvaguardia delle vite umane e al rafforzamento delle relazioni ucraino-americane.

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Trump: Zelens’kyj dovrebbe essere rimosso

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L’Ucraina dovrebbe sostituire Volodymyr Zelens’kyj, ha dichiarato sabato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ai giornalisti fuori dalla Casa Bianca, accusando il leader ucraino di rifiutare gli accordi di pace con la Russia e di aver aggravato la carenza globale di gasolio.

 

«Penso che sia giunto il momento per l’Ucraina di avere un nuovo presidente», ha detto Trump. «Zelens’kyj avrebbe potuto risolvere questa guerra molte volte. Molte, molte volte. E ha scelto di non farlo», ha affermato.

 

Trump ha inoltre accusato Zelens’kyj di aver ignorato gli avvertimenti contro gli attacchi agli impianti di raffinazione russi.

 

«Abbiamo detto: potete fare quello che volete alla Russia, ma non colpite le raffinerie, perché questo è un problema mondiale che ha causato. E lui vuole creare problemi al mondo», ha detto Trump. «E cosa fa? Va a colpire il gasolio».

 

«Suggerisco loro di trovare un nuovo leader capace di negoziare».

 

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Il mandato presidenziale di Zelens’kyj è scaduto nel 2024, ma egli ha mantenuto il potere da allora, invocando la legge marziale. Il presidente russo Vladimir Putin ha ripetutamente sottolineato che ciò potrebbe compromettere un eventuale accordo di pace con Kiev.

 

«Dovrebbe esserci un’elezione», ha detto Trump ai giornalisti più tardi, ribadendo che Zelens’kyj «avrebbe potuto risolvere questa guerra e avrebbe potuto raggiungere un accordo molte volte».

 

Le dichiarazioni di Trump sono giunte il giorno dopo la sua telefonata con Putin, durante la quale i due presidenti hanno raggiunto un accordo volto ad attenuare la crisi globale dei carburanti. Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha temporaneamente sospeso le sanzioni sulle esportazioni di gasolio russo subito dopo la conversazione.

 

Secondo Trump, Mosca ha acconsentito al rilascio immediato di 300.000 tonnellate di gasolio, seguite da altre 500.000 tonnellate il mese prossimo. Il vice primo ministro russo Alexander Novak ha confermato che Mosca è pronta a fornire il carburante a Washington e ad altri acquirenti internazionali, e ha affermato che le esportazioni potrebbero essere aumentate fino a un milione di tonnellate entro dicembre.

 

La Russia inizierà a revocare le restrizioni all’esportazione di gasolio prima del previsto, ha affermato.

 

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Patto con Putin, Zelens’kyj attacca Trump

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj ha attaccato duramente il presidente statunitense Donald Trump per la decisione di revocare le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo, accusando Washington di aver stretto un accordo con Mosca alle spalle di Kiev.   Lo Zelens’kyj ha definito la mossa «decisamente ingiusta», «decisamente non da partner» e «una decisione debole da parte di partner forti», presentandola di fatto come una pugnalata alle spalle proprio mentre i negoziatori ucraini e i sostenitori europei di Kiev incontravano funzionari americani a Miami per discutere un possibile accordo di pace.   In un messaggio vocale inviato venerdì ai giornalisti occidentali, lo Zelens’kyj ha suggerito che Trump avesse usato i colloqui con i negoziatori ucraini come «cortina fumogena» mentre perseguiva un accordo separato con il presidente russo Vladimiro Putin.

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«Sapete, sembra un regalo di buon compleanno per Putin. È assolutamente terribile», ha detto ad Axios in un’intervista telefonica separata, riferendosi al 74° compleanno del leader russo, celebrato all’inizio di questa settimana.   Inizialmente Trump ha ignorato le domande dei giornalisti su Zelens’kyj , che lo aveva definito «debole», ma in seguito ha minimizzato le critiche, difendendo l’accordo come necessario per contenere l’impennata dei prezzi del carburante.   «Abbiamo bisogno di petrolio per il mondo e questo è gasolio, che è proprio ciò di cui abbiamo bisogno. Quindi siamo molto contenti di averlo ottenuto», ha detto il presidente degli Stati Uniti con a fianco, per qualche ragione, il pugilatore Mike Tyson.  

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Venerdì Trump ha annunciato che, dopo una «discussione positiva» con Putin, Mosca aveva accettato di fornire immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio ai mercati americani e globali, seguite da 500.000 tonnellate a novembre, un altro milione di tonnellate poco dopo e potenzialmente altri 3 milioni di tonnellate a seconda della capacità delle raffinerie.   Il dipartimento del Tesoro statunitense ha poi concesso una deroga di sei mesi alle sanzioni, consentendo le esportazioni di gasolio russo, nel tentativo di Washington di contenere la carenza globale di carburante, aggravata dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dagli attacchi ucraini alle raffinerie russe.   Trump ha più volte incolpato Kiev — e personalmente Zelens’kyj — dell’aggravamento della crisi globale dei carburanti, accusando l’Ucraina di aver deliberatamente messo fuori uso la capacità di raffinazione russa e di aver fatto salire i prezzi per i consumatori americani. Attacchi contro gli impianti russi sono stati eseguiti anche dopo l’ammonimento trumpiano.   Durante una visita in Irlanda il mese scorso, Trump ha chiesto esplicitamente a Zelens’kyj di interrompere gli attacchi. «Zelens’kyj deve fare una cosa. Deve smettere di colpire i depositi di gasolio in Russia… Non colpite i depositi di gasolio, perché questo sta danneggiando il mondo», ha affermato. Poco dopo, Kiev colpiva un’altra raffineria.   All’inizio di questa settimana Trump ha rincarato la dose, sostenendo che la causa principale dell’impennata dei prezzi del carburante negli Stati Uniti non fosse più l’interruzione delle spedizioni di petrolio attraverso lo Stretto di Ormuzzo, bensì gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe. Anche il segretario del Tesoro Scott Bessent ha collegato gli attacchi a un più ampio «shock energetico» globale.

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Nonostante i ripetuti avvertimenti di Washington, lo Zelens’kyj ha promesso lo scorso fine settimana di intensificare gli attacchi a lungo raggio contro gli impianti petroliferi russi. Un alto funzionario ucraino ha dichiarato venerdì al Financial Times che Kiev ignorerà l’accordo tra Washington e Mosca e «darà fuoco alle sue raffinerie».   La carenza di carburante è diventata una questione interna sempre più pressante per Trump in vista delle elezioni di medio termine del 3 novembre. A settembre i prezzi del diesel negli Stati Uniti hanno raggiunto livelli record, superando i 6,50 dollari al gallone, con punte di oltre 8 dollari in alcune zone della California.   Dopo la conversazione di venerdì, Putin ha confermato che la Russia è pronta a fornire petrolio e prodotti petroliferi ai mercati americani e globali, esprimendo fiducia che la mossa avrà un effetto positivo sull’economia mondiale.

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