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I progressisti e i barbari alle porte. Delle loro ville

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«L’intellighenzia che razionalizza la massa dei rivoltosi è il più grande fallimento “sistemico” americano» scrive  uno spettacolare editoriale dal titolo «The Barbarians Behind the Gate», ossia «i barbari dietro alle porte». Le porte, come sarebbe meglio tradurre , sono i cancelli delle ville dell’élite liberal (termine che qui tradurremo con «progressista») che «genera i propri distruttori , come è evidente nelle scene di caos in città dopo città gestite da progressisti».

 

L’articolo è firmato da George Neumayr redattore senior dell’American Spectator. Neumayr è coautore di No Higher Power, un libro sulla guerra alla libertà religiosa indetta da Obama.

 

L’élite progressista «genera i propri distruttori , come è evidente nelle scene di caos in città dopo città gestite da progressisti»

«Più il progressismo  è applicato in purezza alle città, più vengono fuori saccheggi, incendi e caos . I barbari alle porte stanno semplicemente mettendo in atto le cattive idee dei barbari dietro di esse – i membri di un”intellighenzia irresponsabile che razionalizza queste masse in rivolta e presiede lo stesso “sistema” che essa sostiene abbia fallito».

 

Neumayr mette nell’obbiettivo giornalisti come Chris Cuomo (rampollo della nota famiglia liberal italoamericana), che dalla sicurezza del suo studio CNN asseconda la rivolta rafforzando l’idea che vi sia un diritto al caos. Parimenti, i sindaci progressisti delle città colpite hanno solo a metà applicato il loro mandato di law and order (legge ed ordine), inerpicandosi in dichiarazioni e azioni che di fatto hanno «creato spazio per razziatori e teppisti».

 

«Più il progressismo  è applicato in purezza alle città, più vengono fuori saccheggi, incendi e caos»

Il problema è esteso ben oltre i gruppi razziali. Vi sono segni che gli studenti che partecipano generosamente alle scene di distruzione siano «sottoposti a lavaggio del cervello che agiscono su menzogne ​​e propaganda fornite loro dagli anarchici in poltrona del mondo accademico».

 

Chi protesta può pure essere nel giusto, ma per la ragione completamente sbagliata.  «Il “sistema” li ha traditi, ma non per i motivi che suppongono».

«l’intellighenzia irresponsabile che razionalizza queste masse in rivolta e presiede lo stesso “sistema” che essa sostiene abbia fallito»

 

«Gestito dai progressisti per decenni, il “sistema” ha rovinato le loro scuole, corrotto le loro famiglie, degradato la loro cultura, secolarizzato le loro chiese, riempito di propaganda i loro media e praticamente cancellato ogni istituzione che forma i personaggi nella società. Sono stati ingannati da tutti, dagli accademici agli arcivescovi, che non sono riusciti a promuovere in loro alcuna virtù o significato».

 

«Ora gli stessi progressisti che hanno distrutto il “sistema” propongono di risolverlo con tutti gli stessi piani che lo hanno distrutto. La folla violente richiede che una forma di oppressione venga sostituita con una molto più grande. Lo scopo di quel “sistema” non sarà mai la giustizia, ma semplicemente il potere di creare nuove ingiustizie in nome di un falso illuminismo»,

«Gestito dai progressisti per decenni, il “sistema” ha rovinato le loro scuole, corrotto le loro famiglie, degradato la loro cultura, secolarizzato le loro chiese, riempito di propaganda i loro media e praticamente cancellato ogni istituzione che forma i personaggi nella società. Sono stati ingannati da tutti, dagli accademici agli arcivescovi, che non sono riusciti a promuovere in loro alcuna virtù o significato»

 

L’idea di riforma, diffusa a piene mani dall’élite sui network TV o sugli editoriali del New York Times che giustificano la distruzione in corso – e magari, senza nominarle troppo, le vite innocenti sacrificate nei disordini, comprese quelle di alcuni cittadini neri come l’ex sceriffo David) Dorn, ucciso dai rivoltosi mentre difendeva un banco dei pegni – è niente altro che «lo scambio di una ingiustizia con un’altra».

 

Il processo culturale in corso è spaventoso al punto che «non sarà più basato sull’uguaglianza ma sulla vendetta razziale». In pratica, al di là dei vuoi refrain del politicamente corretto – per esempio, appunto, l’equality – quello che potrebbe succedere, notiamo noi, è qualcosa di catastroficamente peggiore rispetto al processo di «riconciliazione» messo in atto dal 1994 in Sud Africa.

 

«Stiamo già vedendo come appare quel futuro nelle note di confessione in stile sovietico estorte da persone che non hanno fatto nulla di male, come il giocatore della NFL Drew Brees. Ha ricevuto un enorme contraccolpo per aver semplicemente detto di essersi opposto alla mancanza di rispetto riguardo la bandiera americana». Contro il capro espiatorio del football americano si scatenò un puro inferno, al punto che dovette «scrivere la più abbietta delle richieste di scuse» e convertirsi al ripetere la propaganda delle masse in protesta.

Il processo culturale in corso è spaventoso al punto che «non sarà più basato sull’uguaglianza ma sulla vendetta razziale»

 

«Ciò presto potrebbe capitare a chiunque».

 

L’apparato progressista «non vuole una vera “discussione” sulla razza. Questa è l’ultima cosa che vogliono» perché  «ciò significherebbe esaminare i dati che contraddicono la loro propaganda». Per esempio il fatto che le morti causate dalla polizia sono in diminuzione, e che c’è maggiore possibilità per un bianco di morire ucciso dalle forze dell’ordine che per un nero.

 

Si preferisce la rivolta alla discussione, perché una vera discussione razionale «significherebbe anche dover spiegare perché il “sistema”, che ha modellato le più grandi città americane, ha fallito a tal punto».

L’apparato progressista «non vuole una vera “discussione” sulla razza. Questa è l’ultima cosa che vogliono» perché  «ciò significherebbe esaminare i dati che contraddicono la loro propaganda»

 

Non che essi possano davvero rendersene conto: i progressisti, ben pasciuti e studiati, quando non danneggiano le Nazioni vivono in un loro mondo narcotico fatto di allucinazioni para-politiche, l’immigrazione terzomondista, l’aborto, i bambini transessuali, il «femminismo», i diritti umani, i diritti animali, la (falsa) tolleranza religiosa, il pauperismo allo champagne,  la «libertà sessuale» e la perversione, la riproduzione umana artificiale, la democrazia innalzata anche quando essi stessi fanno di essa un’oligarchia patente, la minaccia del fascismo e nel razzismo che incombe.

 

I progressisti «hanno controllato le città interne degli Stati Uniti per decenni. I problemi in essi sono solo peggiorati. I disordini del 2020 punteggiano semplicemente il loro errore. Tuttavia, continuano a pontificare dalle loro ville, alla Barack Obama, chiedendo che le politiche fallite vengano applicate in modo ancora più strenuo, dicendo ai saccheggiati e derubati che dovrebbero trovare “speranza” nella loro sventura».

Gli stessi progressisti che sostengono le rivolte violente di questi giorni sono gli stessi che tacciano di complottismo chiunque ora osi anche solo supporre che la Cina possa aver avuto qualche responsabilità nella diffusione del COVID

 

I barbari benestanti dietro il cancello del loro villone presumono che la violenza che scusano non li toccherà mai. Rovescerà solo la vita della classe media, che comunque – essi pensano e teorizzano, da anni – se lo merita. La distruzione della classe media, fenomeno sociale transnazionale, passa attraverso anche la questione della Cina, il vero attore della de-industrializzazione dell’Occidente («costa meno produrre in Asia!») e quindi dell’impoverimento della piccola e media borghesia. Come già scritto da Renovatio 21 in un altro articolo («La grande manovra tribale per la distruzione della classe media»), non è un caso che l’apice del progressismo – la fine anni Novanta di Clinton, Blair, Prodi – sia il momento in cui la Cina è entrata nella nostra vita – pagando pure, dice qualcuno, la campagna di rielezione di Bill Clinton nel 1996, e ottenendo poi l’ingresso nell’Organizzazione del Commercio Mondiale (WTO).

 

 Il progressismo ama sostenere i distruttori della nostra civiltà, ama supportare attivamente la barbarie

Fateci caso: gli stessi progressisti che sostengono le rivolte violente di questi giorni sono gli stessi che tacciano di complottismo chiunque ora osi anche solo supporre che la Cina possa aver avuto qualche responsabilità nella diffusione del COVID e finanche nella sua produzione in laboratorio. È  proprio vero che il progressismo ama sostenere i distruttori della nostra civiltà, ama supportare attivamente la barbarie.

 

Quanto a lungo questo sistema di menzogna può durare? Quanto tempo prima che i barbari che essi stessi hanno creato bussino alle loro porte? Sanno cosa succederà dopo? L’articolo dello Spectator lo ipotizza.

I progressisti «saranno divorati dalla rivoluzione della vendetta razziale che hanno scatenato».

 

«Saranno divorati dalla rivoluzione della vendetta razziale che hanno scatenato».

 

 

 

 

 

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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Civiltà

George Soros e Open Society Foundations: il sistema capillare

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, riguardo al sistema messo in atto dallo speculatore finanziario internazionale Giorgio Soros. Renovatio 21 ha lungamente trattato del personaggio e della sua opera devastatrice durante questi anni, raccontando anche l’attacco del finanziere di origini ebraico-magiare contro la lira italiana nel 1993 e i suoi addentellati nella politica nazionale.   Tutti parlano di Soros, di Soros. Ma come opera realmente?   La maggior parte delle organizzazioni che abbiamo descritto opera a livello elitario: l’incontro di Davos, il seminario alla Columbia, il comitato di Bruxelles. Le Open Society Foundations sono diverse. Operano simultaneamente a tutti i livelli: da quello sovranazionale a quello locale, dal think tank all’attivista di strada, dal ricorso alla Corte Suprema all’elezione del procuratore distrettuale. Rappresentano la più completa infrastruttura di finanziamento politico mai creata da un privato. E gran parte di essa è nascosta in bella vista.

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Soros ha costruito la sua fortuna speculando contro le valute nazionali, in particolare con la famigerata operazione che ha fatto crollare la sterlina britannica nel 1992. Ha utilizzato i proventi per finanziare istituzioni che si oppongono alla sovranità nazionale, aiutandolo così a realizzare tali operazioni. Non si tratta di ironia. È un modello di business. Un’operazione di arbitraggio [l’acquisto di un bene su un mercato a prezzo basso e la sua vendita immediata su un altro mercato a un prezzo più alto, ndt].   1) Il meccanismo è semplice e quasi elegante. Si crea un’organizzazione dal nome accattivante: un istituto per la società aperta, una fondazione per i media democratici, un centro per la riforma della giustizia. La si finanzia con dieci milioni di dollari di fondi privati, sufficienti per assumere personale, produrre rapporti e consolidare la sua credibilità.   Poi, attraverso la rete di collaboratori e funzionari ideologicamente allineati che decenni di finanziamenti hanno permesso di inserire all’interno di governi e organismi sovranazionali, ci si assicura che questa organizzazione privata riceva centinaia di milioni di dollari di finanziamenti pubblici: sovvenzioni dell’UE, contratti USAID, sussidi governativi. I fondi privati ​​creano la piattaforma. I centinaia di milioni di dollari pubblici ne acquistano la visibilità. Il contribuente finanzia il progetto. Il progetto serve all’agenda. Ancora una volta, un bel arbitraggio.  

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2) Le Open Society Foundations – che prendono il nome dal concetto di società aperta di Karl Popper – distribuiscono circa un miliardo e mezzo di dollari all’anno in oltre cento Paesi. Il denaro circola attraverso una rete di fondazioni intermediarie, uffici regionali e organizzazioni partner locali così complessa che rintracciarlo dalla fonte alla destinazione richiede ricerche approfondite.   Questo non è casuale. L’architettura è progettata per dare l’impressione di una società civile organica – organizzazioni locali, campagne dal basso, media indipendenti – mentre i finanziamenti provengono da un’unica fonte con un programma coerente. Il villaggio Potemkin della società civile, con un budget enorme.   3) Immaginiamo che in ogni Paese esista una fondazione principale che operi come un vivace ufficio aziendale – una sede centrale – popolata da persone che conoscono a fondo l’agenda e ne comprendono il collegamento con il programma globale. Tutti si rivolgono a questa fondazione per ricevere istruzioni.   Ogni organizzazione più piccola del Paese – l’ONG per le migrazioni, il fondo per i media, il comitato per i premi artistici – sa a chi rivolgersi per ricevere orientamento, per ottenere finanziamenti, per definire la prossima campagna. Sembra un centro nevralgico della società civile. Le persone che vi lavorano potrebbero credere di fare del bene.   La struttura garantisce che fare del bene significhi promuovere l’agenda. Ogni singola sovvenzione è giustificabile. Il tutto costituisce un progetto coordinato.   4) La rete controlla l’intero ciclo. Il think tank produce il documento. Il gruppo di pressione gestisce la campagna. L’organizzazione legale porta il caso in tribunale. L’organizzazione mediatica ne parla in modo favorevole. Il fact-checker delegittima l’opposizione. Ognuno di questi elementi può sembrare indipendente; la struttura di finanziamento li collega. I rapporti annuali pubblici elencano le sovvenzioni e i beneficiari.   La struttura non è nascosta. È semplicemente troppo stratificata perché la maggior parte delle persone possa comprenderla chiaramente.   5) Lo strato culturale è il più insidioso, perché produce l’acqua in cui le persone nuotano senza saperlo. La rete finanzia premi letterari che vanno ad autori che promuovono una determinata agenda.   Finanzia festival cinematografici che danno visibilità ai film giusti. Finanzia organizzazioni artistiche che commissionano le opere giuste. Finanzia premi giornalistici che celebrano i giornalisti giusti. Finanzia cattedre universitarie che producono la ricerca giusta. Nulla di tutto ciò richiede un controllo editoriale esplicito. Non si dice al comitato di premiazione chi selezionare.   Si finanzia il comitato di premiazione. Col tempo, la selezione riflette i valori del finanziatore, perché le persone che siedono nei comitati sono le persone che il finanziamento ha prodotto.   6) Lo strato mediatico è il più invisibile, perché ha l’aspetto del giornalismo. La rete di fondazioni ha erogato finanziamenti a centinaia di organizzazioni mediatiche in tutto il mondo: testate giornalistiche, fondi per il giornalismo investigativo, organizzazioni di fact-checking, scuole di giornalismo. Tra i beneficiari figurano alcuni dei nomi più prestigiosi del panorama mediatico internazionale. I finanziamenti non sono vincolati da esplicite condizioni editoriali, e non ce n’è bisogno.   Le organizzazioni che ricevono finanziamenti da una fonte con un’agenda ideologica coerente assumono persone che condividono tale agenda, producono contenuti in linea con essa e impostano il fact-checking di conseguenza. Il finanziamento non corrompe il giornalismo, ma seleziona un giornalismo già allineato a tale agenda.   Questa è l’intuizione di Marcuse applicata ai media: non c’è bisogno di censurare, ma di controllare il processo di formazione.

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7) Negli Stati Uniti, le elezioni dei procuratori distrettuali rappresentano l’esempio più preciso dal punto di vista operativo, nonché quello con le conseguenze più evidenti. I PAC (Political Action Committee) finanziati da Soros hanno speso centinaia di milioni di dollari per eleggere procuratori distrettuali progressisti nelle principali città: Los Angeles, San Francisco, Chicago, Philadelphia, New York, St. Louis.   Questi procuratori attuano politiche di non perseguibilità per determinate categorie di reati, riduzione della cauzione e rilascio anticipato. Le conseguenze sono visibili nelle strade di ogni città in cui queste politiche sono state implementate: i mercati della droga a cielo aperto di San Francisco, l’epidemia di furti nei negozi che ha costretto le grandi catene a chiudere i punti vendita nelle aree urbane, l’aumento della criminalità violenta che ha fatto seguito al cambiamento di politica.   I finanziamenti che hanno prodotto questi risultati sono documentati nei documenti della FEC (Federal Election Commission). Il collegamento tra i finanziamenti e le conseguenze è diretto e tracciabile.   8) In Europa, l’architettura è particolarmente complessa. Finanzia le organizzazioni di difesa dei diritti dei migranti che intentano cause contro il controllo delle frontiere.   Finanzia le organizzazioni legali che contestano i governi nazionali presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Finanzia le ONG che gestiscono navi di soccorso nel Mediterraneo, le quali, a prescindere dal loro dichiarato scopo umanitario, fungono da fattore di attrazione e supporto logistico per i flussi migratori che poi approdano sulle coste europee. Finanzia le organizzazioni politiche che fanno pressioni per le politiche dell’UE che impediscono agli Stati membri di controllare i propri confini. Finanzia i media che etichettano l’opposizione a tutto ciò come razzismo.   Il ciclo è completo: finanziare la causa, finanziare la contestazione legale di qualsiasi risposta, finanziare i media che delegittimano l’opposizione, finanziare la lobby politica che influenza la regolamentazione. Un’unica fonte. Ogni livello. Il denaro dei contribuenti amplifica il denaro privato in ogni fase.   Le fondazioni della Società Aperta sono il sistema capillare del progetto globalista: il meccanismo attraverso il quale l’agenda decisa a Davos, teorizzata nella Scuola di Francoforte e istituzionalizzata nell’UE raggiunge il livello locale.   Il think tank produce il documento. Poi i gruppi di pressione e i media lanciano la campagna. L’organizzazione legale lo trasforma in una politica. Il procuratore distrettuale decide di non perseguire le conseguenze. L’accademico finanziato fornisce la legittimità intellettuale. Ogni anello della catena appare indipendente. I finanziamenti risalgono alla stessa fonte.   Non si tratta di una cospirazione. Si tratta di un rapporto annuale pubblicato, che elenca ogni sovvenzione, ogni beneficiario, ogni area di programma. L’architettura è semplicemente troppo complessa, troppo frammentata e troppo radicata nel linguaggio della società civile perché la maggior parte delle persone possa comprenderla chiaramente.   Segui i soldi. L’architettura si nasconde in bella vista.   Krzysztof Szczawinski  

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Civiltà

La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.

 

Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.

 

1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.

 

2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.

 

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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.

 

4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.

 

5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.

 

6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.

 

7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.

 

La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.

 

La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.

 

Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.

 

Krzysztof Szczawinski

 

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