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Scienza

Fortezza da fantascienza dei russi in Antartide

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Un video della stazione di ricerca russa Vostok, situata in Antartide e recentemente rinnovata con un design dall’aspetto futuristico, è diventato virale, con grande orgoglio della stampa russa, che riporta la notizia della popolarità del filmato e della struttura fantascientifica che esso riprende.

 

Il complesso sopraelevato di ricerca antartico ha suscitato paragoni con un’astronave o una fortezza da videogioco sparatutto.

 

Il Vostok rappresenta l’unica stazione di ricerca antartica interna ancora operativa della Russia. Si trova a circa 3.500 metri sul livello del mare e a 1.400-1.500 chilometri dalla costa, nel cosiddetto «Polo Freddo». Detiene il record mondiale di temperatura dell’aria più bassa misurata direttamente, con un valore di -89,2 °C (-128,6 °F) registrato il 21 luglio 1983.

 

Il filmato, pubblicato sabato su X, mostra l’esterno della stazione dipinto di blu e con i colori della bandiera russa, quasi completamente ricoperto di neve e brina. In soli due giorni ha superato il milione di visualizzazioni, per poi diffondersi su Instagram e Facebook.

 

«Questo posto sembra uscito direttamente da un videogioco di fantascienza! Immaginate: lavorare lì a una temperatura di -89 °C. Semplicemente incredibile», ha scritto un utente. Fonte: x\Eng_china5. «Sembra Star Wars», ha commentato un’altra persona. Altri l’hanno definita «ultraterrena», con un’atmosfera alla Dune e un aspetto «direttamente dai film di Star Wars». Alcuni l’hanno paragonata a una fortezza della serie di videogiochi Metal Gear Solid, scrive la stampa russa

 

Fondata nel 1957, la stazione ha ricevuto un restyling futuristico nel 2024, in sostituzione di un complesso obsoleto in gran parte sepolto sotto la neve. La struttura a cinque moduli si estende per 140 metri e raggiunge un’altezza massima di 17,5 metri; poggia su 36 supporti alti tre metri per rimanere al di sopra dell’accumulo di neve.

 

All’esterno gli equipaggi devono affrontare aria povera di ossigeno, estrema siccità, intense radiazioni UV e circa cinque mesi di oscurità polare. All’interno, invece, l’ambiente è completamente diverso.

 

Su oltre 3.000 metri quadrati la stazione può ospitare fino a 35 persone in estate e 15 in inverno. Offre camere private, laboratori, una palestra, una sauna, aree ricreative, un centro medico con sala operatoria e altri servizi. L’isolamento termico fino a 95 cm di spessore, i sistemi di riscaldamento e di alimentazione elettrica di fabbricazione russa, il recupero di calore, il riciclo dell’acqua e i molteplici sistemi di backup garantiscono la continuità operativa, con riserve di cibo e carburante sufficienti per due anni.

 

Vostok è un importante avamposto scientifico gestito dall’Istituto di Ricerca Artica e Antartica russo. I ricercatori analizzano antiche carote di ghiaccio per ricostruire la storia climatica della Terra, monitorano i fenomeni meteorologici estremi, i raggi cosmici e il campo magnetico del pianeta, e studiano il lago Vostok, un vasto lago d’acqua dolce sigillato sotto quasi 4 km di ghiaccio per milioni di anni.

 

L’isolamento della stazione la rende anche un banco di prova per le future missioni spaziali, mentre il suo storico impianto di perforazione è protetto dal Trattato Antartico del 1959, che riserva il continente alla pace e alla ricerca scientifica.

 

La tecnologia sovietica dei grandi veicoli continua ad affascinare per la sua ambizione smisurata, con tanti che rimirano la bellezza delle architettura come delle capacità dei grandi veicoli costruiti in era dei Soviet, come certi mezzi agricoli o per costruzioni, che sono enormi al punto da essere impensabili in occidente,

 

Tale fascinazione per le capacità di progettazione e costruzione tecnologica è incarnata in modo emblematico ancora oggi dal culto dell’ecranoplano. Questi ibridi tra aereo e nave, che sfruttavano l’effetto suolo per planare a pochi metri dall’acqua a velocità impressionanti, rappresentavano il sogno di dominare distanze e ostacoli con macchine colossali.

Il leggendario KM, noto dagli occidentali che lo scoprirono tramite i satelliti come «Mostro del Caspio», lungo oltre 90 metri e pesante centinaia di tonnellate, volava basso sul mare come una creatura mitologica, sfidando le leggi della fisica ordinaria e le convenzioni occidentali. La fascinazione nasce da quella miscela di innovazione radicale e gigantismo tipica dell’era sovietica: veicoli progettati non solo per scopi militari, come il trasporto rapido di truppe o missili, ma per affermare un’idea di potenza senza limiti.

 

L’ecranoplano incarnava la convinzione che la tecnologia potesse piegare la geografia e il mare, trasformando distese d’acqua in autostrade volanti. Ancora oggi, le immagini di quelle macchine enormi, spesso avvolte nel segreto, evocano un’epoca di sperimentazione audace, dove l’ingegneria spingeva i confini del possibile, lasciando un’eredità di meraviglia e mistero che continua a ispirare appassionati e progettisti.

 

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Scienza

Gli scienziati scoprono un fossile di 245 milioni di anni con organi interi ancora conservati

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Gli scienziati hanno individuato in Cina un fossile di un rettile marino dal collo allungato datato a 245 milioni di anni fa, conservato in modo talmente eccezionale da mostrare stomaco, fegato e intestino dell’animale, offrendo uno sguardo inedito sull’anatomia interna dei rettili precedenti all’epoca dei dinosauri.   I ricercatori hanno dichiarato che il fossile della creatura del Triassico Austronaga minuta è stato ritrovato nella provincia dello Yunnan, nella Cina meridionale, in un’area che ha restituito numerosi resti ben preservati appartenenti a un periodo di notevole innovazione evolutiva successivo alla più grave estinzione di massa del pianeta.   Il fossile indica che questo esemplare di Austronaga misurava circa 60 cm di lunghezza, presentava una testa relativamente piccola e un muso stretto munito di denti simili a zanne, adatti a catturare pesci scivolosi, un collo e un torso allungati e una coda ancora più estesa, con pinne anteriori ampie e pinne posteriori ridotte.

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L’animale, discendente di rettili terrestri, appare essere stato un nuotatore agile, che si affidava principalmente alla coda per la propulsione, alle pinne anteriori per orientarsi e al lungo collo per afferrare i pesci.   L’Austronaga risultava strettamente imparentato con una linea evolutiva di rettili denominata arcosauri, che include coccodrilli, dinosauri, i rettili volanti noti come pterosauri e gli uccelli. Pochissimi animali di questa linea hanno sviluppato uno stile di vita marino: l’*Austronaga* ha raggiunto il massimo grado di adattamento acquatico tra tutti loro, sebbene esistessero numerose altre specie di rettili marini.   Gran parte dello scheletro si è preservata con le ossa nella disposizione che avrebbero avuto in vita. Ciò che rende questo fossile particolarmente informativo è però la conservazione degli organi interni, un’evenienza rara, che mostra l’intero apparato gastrointestinale.   «A nostra conoscenza, questo rappresenta il tratto digerente più antico e ben conservato di qualsiasi rettile», ha dichiarato il paleontologo Stephan Spiekman del Museo Statale di Storia Naturale di Stoccarda e dell’Università di Hohenheim in Germania, uno degli autori dello studio pubblicato sulla rivista Science Advances.   Il fossile ha evidenziato che l’Austronaga possedeva uno stomaco a forma di sacco con una sola camera, a differenza delle doppie camere presenti negli uccelli, nei coccodrilli e in alcuni dinosauri. Ciò indica che l’Austronaga presentava una struttura più semplice, con un unico compartimento destinato alla digestione.   «Ci dice che lo stomaco a doppia camera probabilmente non si è evoluto all’inizio dell’evoluzione degli arcosauri basali, ma in una fase successiva, più vicina all’origine degli uccelli e dei coccodrilli», ha spiegato Spiekman.

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Dietro lo stomaco si trovava il fegato dell’animale, l’organo che elabora i nutrienti, regola l’energia e filtra le scorie, e che conservava ancora la sua colorazione rossa.   «La sua posizione posteriore allo stomaco non è una sorpresa. La cosa più sorprendente per me è stata la conservazione: il fatto che residui di emoglobina, con un elevato contenuto di ferro, fossero ancora distinguibili in un fossile di 245 milioni di anni», ha affermato Spiekman.   L’emoglobina è una proteina contenuta nei globuli rossi che trasporta l’ossigeno dai polmoni al resto dell’organismo e restituisce l’anidride carbonica. È grazie al ferro presente nella proteina che il sangue assume la tipica colorazione rossa.   Dietro il fegato si trovava un lungo tubo che costituiva l’intestino tenue e crasso, a conferma della semplicità strutturale del suo apparato digerente.   «La forma dell’intestino in particolare corrisponde a ciò che ci aspetteremmo da un rettile predatore, che ha un intestino molto più semplice di un erbivoro, poiché la carne, compreso il pesce, è più facile da digerire rispetto alle piante», ha dichiarato Spiekman. «Negli arcosauri successivi, compresi i dinosauri, osserviamo intestini più complessi, più lunghi e più ripiegati su se stessi, mentre nell’Austronaga vediamo principalmente un tubo dritto.»   Secondo le teorie scientifiche mainstream, i dinosauri sarebbero apparsi per la prima volta circa 230 milioni di anni fa. Nell’intestino dell’esemplare di Austronaga sono stati ritrovati resti di cibo riconoscibili: scaglie di pesce.   L’Austronaga viveva in un mare equatoriale caldo e poco profondo, ricco di vita, popolato da numerosi pesci e rettili marini. Tra i predatori al vertice della catena alimentare figuravano i notosauri, caratterizzati da mascelle temibili, che potevano raggiungere i 5 metri di lunghezza.   I ricercatori non sono nemmeno certi che l’individuo di Austronaga fosse adulto.   «Non siamo certi che questo animale avesse raggiunto la piena maturità al momento della morte, quindi è possibile che la specie potesse crescere ulteriormente. Ma probabilmente si trattava di un piccolo rettile marino e non raggiungeva i metri di lunghezza», ha concluso lo Spiekman.   Non tutti credono alla linea temporale del consenso scientifico sui dinosauri, né alla teria dell’evoluzione ad essa soggiacente.

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Tra le varie teorie dissidenti, vi è il cosiddetto «creazionismo della Terra giovane»: sostiene che la Terra abbia solo 6.000-10.000 anni. I dinosauri sarebbero stati creati insieme a tutte le altre specie durante i sei giorni della creazione biblica e avrebbero convissuto con gli esseri umani. Alcuni sostenitori citano presunte raffigurazioni antiche (petroglifi, sculture) come prova che gli uomini abbiano visto dinosauri viventi, interpretati come i «behemoth» e «leviatano» biblici, o i draghi presenti in varie culture umane.   Secondo alcuni la causa dei fossili non è la fossilizzazione ma il diluvio universale : secondo il «diluvianismo» (flood geology), gli strati sedimentari e i fossili di dinosauri non si sarebbero formati in milioni di anni, ma durante il Diluvio di Noè, un evento catastrofico che avrebbe sepolto rapidamente gli animali, spiegando così la loro fossilizzazione.   Alcuni autori sostengono che certuni dinosauri sarebbero saliti sull’Arcae si sarebbero estinti dopo il Diluvio a causa del cambiamento climatico o della caccia da parte dell’uomo.   Una variante meno radicale è il «creazionismo della Terra vecchia», che accetta un’età della Terra di miliardi di anni ma nega comunque l’evoluzione darwiniana, sostenendo che le specie, dinosauri inclusi, siano state create separatamente da un disegno intelligente.  

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Scienza

Nuove immagini del Sole mostrano dettagli mai visti prima

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Gli scienziati sono riusciti a ottenere immagini della superficie solare con la massima precisione mai raggiunta finora, svelando un aspetto insolito e in continuo movimento.

 

I ricercatori hanno potuto esaminare da vicino la sua superficie incandescente grazie al telescopio solare Daniel K. Inouye della National Science Foundation, installato sull’isola di Maui, alle Hawaii.

 

In un primo momento le fotografie erano state scattate per uno scopo diverso: calibrare e verificare i limiti operativi del telescopio. Solo dopo aver analizzato i risultati gli scienziati si sono accorti di aver immortalato lo strato esterno luminoso del Sole con una definizione senza precedenti.

 

Gli astronomi hanno inoltre individuato particolari strutture a forma di piume che si muovevano ondulate sulla superficie.

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I ricercatori hanno rilevato increspature di instabilità sulla superficie solare, generate da porzioni di plasma magnetizzato che si spostano l’una rispetto all’altra a velocità differenti, in maniera analoga alle onde prodotte da una raffica di vento sull’acqua. Si tratta di un meccanismo già conosciuto che governa il comportamento dei fluidi.

 

Questo stesso fenomeno era già stato individuato sulla Terra e su altri pianeti come Giove e Saturno, ma «non è mai stato osservato a quel livello sulla superficie solare», ha spiegato Friedrich Wöger, coautore della ricerca e scienziato presso l’Osservatorio Solare Nazionale.

 

I risultati sono apparsi mercoledì sulla rivista Nature.

 

Gli scienziati intendono approfondire i processi interni del Sole per riuscire a prevedere con maggiore accuratezza le grandi eruzioni energetiche note come espulsioni di massa coronale, che possono raggiungere la Terra. Quando queste giungono, possono provocare tempeste solari capaci di interferire con i sistemi di comunicazione GPS e di generare aurore boreali dai colori intensi.

 

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Scienza

Gli scienziati inventano ologrammi che si possono toccare

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Grazie a un ingegnoso sistema di elastici e alla proiezione rapida di immagini, un team di ricercatori spagnoli ha creato oggetti virtuali tridimensionali che è possibile manipolare fisicamente, permettendo di toccarli e manipolarli senza bisogno di controller. Lo riporta Futurism.   Questa pionieristica innovazione funziona con gesti intuitivi della mano, familiari alla maggior parte delle persone grazie all’utilizzo di touchscreen, come il gesto del pizzicare per ingrandire e rimpicciolire, o il tocco e lo scorrimento. È persino possibile attraversare un paesaggio digitale eseguendo un movimento di camminata con due dita, come si vede in una dimostrazione video.   «Siamo abituati a interagire direttamente con i nostri telefoni, toccando un pulsante o trascinando un documento sullo schermo con il dito: è un gesto naturale e intuitivo per gli esseri umani», ha dichiarato in un comunicato Asier Marzo, coautore del progetto e docente presso l’Università Pubblica di Navarra (UPNA). «Questo progetto ci permette di sfruttare questa interazione naturale con la grafica 3D per valorizzare le nostre innate capacità di visione e manipolazione tridimensionale».

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Il prototipo rappresenta l’ultima frontiera della tecnologia di visualizzazione volumetrica, che tecnicamente non è la stessa cosa di un ologramma. Infatti, secondo l’autrice principale Elodie Bouzbib dell’UPNA, gli «ologrammi» che si vedono nei film di fantascienza sono quasi sempre più correttamente descritti come display volumetrici. In breve, si tratta di immagini che sembrano occupare spazio e fluttuare a mezz’aria, ma con la differenza fondamentale di apparire tridimensionali se viste da diverse angolazioni, spiega Bouzbib. Gli ologrammi, al contrario, hanno angoli di visione molto limitati entro i quali viene mantenuta l’illusione della tridimensionalità.   Tradizionalmente, i display volumetrici utilizzano un diffusore rigido per mostrare le immagini, un po’ come in una palla di neve. L’effetto è convincente, ma non consente interazioni tattili. Abbandonando i materiali rigidi, i ricercatori hanno optato per un diffusore elastico, dopo aver sperimentato con sei diversi materiali flessibili. La loro scelta doveva garantire la giusta elasticità senza deformarsi in modo irreversibile. Altrettanto importanti erano le proprietà ottiche: le fasce di silicone, ad esempio, riflettevano troppa luce, sovraesponendo l’immagine.   Alla fine, il team ha optato per gli elastici. Disposte in strisce affiancate, queste bande flessibili oscillano rapidamente a una velocità che corrisponde alle immagini, proiettate a diverse altezze 2.880 volte al secondo. Gli spazi tra le strisce offrono punti di presa naturali, o addirittura punti in cui infilare la mano.   Si tratta di una soluzione alquanto ingegnosa e i ricercatori ritengono che aprirà la strada alla creazione di esperienze di realtà virtuale condivisa più naturali. Con un dispositivo del genere si potrebbe interagire con gli oggetti virtuali senza bisogno di un visore.   «Questi display potrebbero essere particolarmente utili nei musei, ad esempio, dove i visitatori possono semplicemente avvicinarsi e interagire con i contenuti», ha sostenuto il team nel proprio comunicato.  

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