Politica
Il candidato vicepresidente JD Vance e la tecnologia: ragguagli
Il senatore dell’Ohio JD Vance è stato annunciato dal presidente Donald Trump come suo candidato vicepresidente per la campagna del 2024.
Vance, una figura che è passata senza soluzione di continuità dal mondo del venture capitali (o capitale di rischio: fondi finanziari specializzati in investimenti tecnologici) ai corridoi della politica statunitense, porta una prospettiva unica ai dibattiti in corso sulla tecnologia e sulla legislazione antitrust.
Come scrive Reclaim the Net, In qualità di ex venture capitalist e attuale senatore dell’Ohio, le opinioni di Vance sono destinate a influenzare in modo significativo l’elaborazione delle politiche in un’epoca in cui i giganti della tecnologia affrontano un controllo sempre più attento alle leggi antitrust.
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È altresì noto che Vance ha goduto del sostegno di Peter Thiel, figura di cui Renovatio 21 ha parlato a lungo, noto per aver co-fondato con Elon Musk PayPal, aver dato i primo 500 mila dollari a Facebook (investimento che ha reso molto bene, ovviamente) ed avere creato l’azienda appaltatrice della Difesa Palantir, che offre un software di analisi dei dati molto pervasivo e per alcuni controverso: in molti ora in rete sostengono, sulla scorta di articoli e podcast della ricercatrice Whitney Webb, che dietro a Vance vi sia dunque lo Stato securitario onnipervadente il capitalismo di sorveglianza, cioè gli apparati come la CIA e l’NSA e i miliardari come il Thiel.
Dopo un breve incarico presso uno studio legale aziendale, Vance si è trasferito a San Francisco per lavorare Mithril Capital, un fondo tecnologico di proprietà di Thiel (che chiama tutti i suoi fondi venture con nomi tratti da Il Signore degli Anelli), il tutto mentre scriveva un ricco libro di memorie Hillbilly Elegy, che narra della sua infanzia difficile nella povertà bianca americana, tra famiglie senza padre, città deindustrializzate, buoni per il cibo e la dipendenza della madre dagli oppiodi.
La sua avventura nel mondo finanziario della tecnologia si è approfondita quando ha lanciato la sua società di venture capital in Ohio, fortemente supportata da Thiel. Non è passato molto tempo prima che emergessero ambizioni politiche, con l’incoraggiamento di Thiel che ha stimolato la candidatura di Vance al Senato entro il 2021. Oltre a lui, il Thiel aveva sostenuto anche il suo protetto (e coautore con lui del libro-manifesto Da zero a uno) Blake Masters, che a differenza del Vance ha perso la corsa per un posto da senatore dell’Arizona, circoscrizione con notorie difformità elettorali.
Nel post su Truth Social che annunziava la scelta di Vance come vice, Trump ha elogiato Vance per la sua notevole carriera nel campo della tecnologia e della finanza.
L’ammirazione di Vance per la visione ampia della legge antitrust statunitense espressa dalla presidente della Federal Trade Commission, Lina Khan, era evidente, il che suggeriva possibili orientamenti politici in una nuova amministrazione Trump. La Khan è nota per le sue tesi sul monopolio di Amazon – e i monopoli negli USA, da più di 120 anni, finiscono sotto lo scrutinio dello Stato che può «romperli», come accadde alla Standard Oil dei Rockefeller a inizio Novecento, con la famiglia che di fatto stava inghiottendosi l’intera economia statunitense (e non solo).
Il sostegno di Vance a Khan evidenzia una divisione all’interno del movimento conservatore, bilanciando il desiderio di ridurre la regolamentazione con l’utilizzo delle leggi antitrust per affrontare il predominio, in particolare nel settore tecnologico. Crede che queste leggi non dovrebbero concentrarsi solo sui prezzi al consumo, ma anche su un panorama competitivo più ampio.
Tale prospettiva lontana dal carattere talvolta ultraliberale del Partito Repubblicano USA, lo allinea ad altri repubblicani come il senatore Josh Hawley e il rappresentante Matt Gaetz, che condividono questa interpretazione più ampia degli obiettivi antitrust quando si tratta del potere delle Big Tech.
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In un evento tenutosi a Washington a febbraio, Vance ha dichiarato che la Khan «ha riconosciuto che deve esserci una comprensione più ampia del modo in cui pensiamo alla concorrenza nel mercato».
«Per me la domanda fondamentale è: come possiamo costruire un mercato competitivo che sia favorevole all’innovazione e alla concorrenza, che consenta ai consumatori di fare le scelte giuste e che non sia così ossessionato dal potere di determinazione dei prezzi all’interno del mercato da ignorare tutte le altre cose che contano davvero?» ha continuato il Vance.
Tale posizione indica una prontezza a sfidare le principali aziende tecnologiche, il che è coerente con le azioni antitrust viste durante il primo mandato di Trump.
Sotto la presidenza di Trump, la FTC e il Dipartimento di Giustizia hanno condotto indagini antitrust contro importanti aziende come Meta, Amazon, Apple e Google, tutte soggette a cause legali per presunte violazioni antitrust.
Vance ha espresso apertamente le sue opinioni sulle Big Tech, sostenendo azioni significative come lo smembramento di Google, come dimostra il suo tweet di febbraio in cui criticava il controllo monopolistico dell’azienda sulle informazioni.
«È arrivato il momento di smantellare Google», ha scritto Vance, lamentando che «il controllo monopolistico delle informazioni nella nostra società risiede in una società tecnologica esplicitamente progressista».
«Penso che Google e Facebook abbiano davvero distorto il nostro processo politico, e penso che molti dei miei amici di sinistra sarebbero d’accordo con me, ma potrebbero non essere d’accordo con me su come risolvere questo problema», ha dichiarato Vance.
Vance ha criticato la collaborazione dell’amministrazione Biden con le Big Tech per censurare gli americani, sostenendo che questa partnership soffocava dibattiti necessari, in particolare per quanto riguarda i lockdown l’impatto della chiusura delle scuole sulla salute mentale e sulla socializzazione dei bambini.
Durante una conferenza stampa repubblicana al Senato, Vance ha evidenziato i costi umani di tale censura, notando l’aumento della depressione tra i bambini che non erano in grado di andare a scuola e interagire con i coetanei, sottolineando sottolineato le implicazioni più ampie per la democrazia, chiedendosi se la vera minaccia provenga dalle potenziali preferenze di voto dell’elettorato o dalle aziende tecnologiche con legami con interessi stranieri che collaborano con agenzie governative come l’FBI per limitare la libertà di parola.
Vance ha quindi affermato l’importanza di preservare il discorso pubblico sui social media, che ha descritto come la moderna «piazza cittadina» dove si svolgono dibattiti nazionali critici.
Il senatore ha espresso preoccupazioni su una proposta di legge irlandese, il Criminal Justice (Incitement to Violence or Hatred and Hate Offences) Bill 2022, in una lettera all’ambasciatrice irlandese Geraldine Byrne Nason.
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Notandone l’impatto sulle aziende tecnologiche statunitensi, Vance ha criticato il disegno di legge per i suoi vaghi divieti che teme possano sopprimere dibattiti pubblici vitali, in particolare su questioni delicate, evidenziando che la legislazione include sanzioni per azioni in pubblico che potrebbero incitare all’odio, con potenziali impatti sulle discussioni sull’immigrazione e sulle definizioni di genere. Vance ha avvertito che il timore di essere perseguiti ai sensi di leggi così ambigue potrebbe indurre i cittadini ad autocensurarsi, minando così la ricca tradizione di libertà di parola in Irlanda e altrove.
Vance ha ulteriormente espresso scetticismo nei confronti di una regolamentazione severa contro la tecnologia dell’Intelligenza Artificiale, sostenendo che una simile legislazione conferirebbe più potere ai grandi operatori del settore Big Tech.
«Molto spesso i CEO, in particolare delle grandi aziende tecnologiche che ritengo abbiano già posizioni vantaggiose nell’Intelligenza Artificiale, vengono a parlare dei terribili pericoli per la sicurezza di questa nuova tecnologia e di come il Congresso debba intervenire e regolamentare il più rapidamente possibile. E non posso fare a meno di preoccuparmi che se facciamo qualcosa sotto la pressione degli attuali titolari, sarà a vantaggio di quei titolari e non a vantaggio del consumatore americano», ha affermato Vance durante un’udienza al Senato la scorsa settimana.
Apparentemente, si tratterebbe di una posizione lontana dall’allarmismo apocalittico sull’AI di Elon Musk. Parimenti, anche il suo mentore Peter Thiel, varie volte ha espresso la paura che l’IA possa portare ad uno Stato totalitario comunista simile alla Cina Popolare.
La scelta del vicepresidente Trump porta con sé un’attenzione cruciale sulla politica tecnologica statunitense e sulle questioni antitrust. La combinazione di valori conservatori e visioni progressiste di Vance sul predominio aziendale e sulla libertà di parola lo posiziona in modo unico all’interno del partito repubblicano, ma bisogna ancora vedere quanto la sua influenza sulla campagna e sulla direzione politica di Trump, in particolare per quanto riguarda la tecnologia e la censura, sarà importante nel loro tentativo di riprendersi la Casa Bianca.
Come riportato da Renovatio 21, cresciuto nel protestantismo americano e sposato con un’induista, Vance anni fa si è convertito al cattolicesimo. Tra le motivazioni che lo hanno spinto a convertirsi ha citato durante un’intervista con il giornalista Rod Dreher l’influenza di Réné Girard, il filosofo del sacrificio, di cui Thiel fu allievo diretto a Stanford e le cui idee, in particolare sulla «teoria mimetica» alla base del comportamento umano, sembrano aver potentemente influenzato il pensiero e la strategia di investimento dell’investitore tedesco-americano.
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Immagine di Gage Skidmore via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0
Politica
Fine dell’era Trump
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Militaria
Trump annuncia la sospensione di 4 miliardi aiuti ad Israele nel giorno delle elezioni: è per lasciare che attacchi l’Iran?
Gli Stati Uniti interromperanno dal prossimo anno gli aiuti militari annuali di 4 miliardi di dollari a Israele, ha annunciato il presidente Donald Trump. Il Paese non necessita di queste risorse e la questione viene strumentalizzata dalla sinistra per danneggiare l’immagine del governo americano all’interno, ha dichiarato martedì a Fox & Friends, mentre gli elettori si recavano alle urne per le elezioni di medio termine.
Trump ha affermato di aver raggiunto un’intesa sulla questione con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e che l’iniziativa sarebbe partita dallo stesso premier.
«Diamo loro più di chiunque altro, e non ne hanno più bisogno. Lo facciamo da anni. Io lo faccio, ma Israele è un Paese molto prospero. Non ne hanno bisogno», ha detto Trump in un’intervista telefonica a Fox. «Abbiamo fatto un accordo mesi fa per interrompere gli aiuti», ha aggiunto, precisando che Washington «li manterrà» se Gerusalemme Ovest dovesse ancora averne necessità.
Il riferimento era alla somma prevista dal Memorandum d’intesa del 2016 tra Israele e l’amministrazione dell’allora presidente Barack Obama. La Casa Bianca aveva definito quell’accordo, che impegnava Washington a versare complessivamente 38 miliardi di dollari all’esercito israeliano in dieci anni, «il più grande impegno di assistenza militare nella storia degli Stati Uniti». L’intesa sarebbe scaduta nel 2028. Al momento dell’annuncio di Trump, le rate annuali erano destinate interamente all’acquisto di armamenti di produzione statunitense.
Il presidente ha riconosciuto che la decisione ha anche una valenza politica. «La sinistra usa il pagamento di 4 miliardi di dollari, di cui tutti sono a conoscenza… come segnale di ingiustizia, e non possiamo permetterlo», ha affermato. «Perché dovremmo subire le angherie di pazzi come El-Sayed quando non ne hanno bisogno? È un pessimo argomento di discussione».
Trump alludeva ad Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato del Michigan, che durante la campagna ha criticato duramente gli aiuti militari americani a Israele.
Diversi sondaggi pubblicati quest’anno hanno inoltre evidenziato un calo del sostegno pubblico statunitense agli aiuti di Washington a Israele. Secondo un’indagine del Chicago Council on Global Affairs dello scorso mese, il 56% degli americani ritiene che l’assistenza militare a Israele debba essere ridotta o abolita, contro il 38% del 2012. Lo stesso numero di intervistati ha dichiarato che Washington non dovrebbe schierarsi nel conflitto israelo-palestinese.
Un sondaggio di luglio di AP-NORC ha indicato che il 40% degli americani considera gli Stati Uniti troppo favorevoli a Israele, rispetto al 37% di inizio 2024. Anche l’opinione generale su Israele e sul suo governo tra gli americani è in costante declino, secondo un rapporto del Pew Research Center dello stesso mese: il 62% degli americani aveva un’opinione sfavorevole del governo israeliano nel 2026, contro il 43% del 2022, mentre la quota di chi lo valutava positivamente è scesa dal 47% al 32%.
Gli aiuti militari statunitensi a Israele non si limitano all’accordo dell’era Obama. Uno studio del 2025 di William Hartung, ricercatore senior presso il Quincy Institute for Responsible Statecraft, ha rilevato che le amministrazioni di Joe Biden e Donald Trump hanno speso complessivamente 21,7 miliardi di dollari in assistenza militare a Gerusalemme Ovest nei due anni successivi all’attacco di Hamas dell’ottobre 2023.
A dare una spiegazione politica della manovra di Trump è stato Joe Kent, ex capo dell’antiterrorismo USA dimessosi in polemica con la guerra in Iran.
«Con la sua dichiarazione pubblica di voler interrompere gli aiuti a Israele, il presidente Trump sta cercando di imporre una narrazione: qualsiasi azione intrapresa da Israele contro l’Iran non riguarda gli Stati Uniti. Questo gli offre una “via d’uscita” politica nel caso in cui Israele colpisca infrastrutture civili o utilizzi un’arma nucleare contro l’Iran» scrive Kent.
In publicly stating that he’s cutting off aid to Israel, President Trump is attempting to set a narrative: whatever action Israel takes against Iran has nothing to do with the U.S. It gives us a political “out” if Israel targets civilian infrastructure or uses a nuclear weapon on Iran.
Unfortunately, Iran will not see it this way. Just as they’ve hit us when Israel has initiated attacks in the past, Iran will retaliate against us & our gulf partners if Israel engages in further acts of aggression.
The reality is that it’s going take more than a public statement to meaningfully restrain Israel, especially when that statement highlights the still-heavy influence Netanyahu has on these decisions.
Bibi, Israeli officials, & their American surrogates have known for some time now that the days of unconditional support from the U.S. are reaching an end, and have resorted to misdirection: get everyone focused on Trump ending the cash funding & weaponry provisions, while in the background shifting their own efforts to push the far more lucrative— but harder to detect— “partnership” that’s on the cusp of being codified into law within the NDAA.
If POTUS is genuinely serious about cutting off aid to Israel, he must demand that Congress remove all proposed programs that will give the Israeli defense & intelligence apparatuses unfettered access to our own defense & intelligence R&D.
Protect American interests, put Americans first.
— Joe Kent (@joekent16jan19) November 3, 2026
«Purtroppo, l’Iran non la vedrà in questo modo. Proprio come ci ha colpito in passato quando Israele ha sferrato attacchi, l’Iran reagirà contro di noi e i nostri partner del Golfo se Israele si renderà protagonista di ulteriori atti di aggressione. La realtà è che ci vorrà ben più di una dichiarazione pubblica per frenare significativamente Israele, soprattutto considerando la forte influenza che Netanyahu esercita ancora su queste decisioni» continua l’ex soldato delle forze speciali, che ha perso la moglie in un attentato ad una base USA in Siria.
«Bibi, i funzionari israeliani e i loro rappresentanti americani sanno da tempo che i giorni del sostegno incondizionato degli Stati Uniti stanno per finire e hanno quindi fatto ricorso a una strategia diversiva: concentrare l’attenzione di tutti sulla decisione di Trump di porre fine ai finanziamenti in denaro e agli aiuti per gli armamenti, mentre dietro le quinte si spostano i propri sforzi per promuovere la ben più redditizia – ma più difficile da individuare – “partnership” che sta per essere formalizzata per legge nell’ambito dell’NDAA (National Defense Authorization Act)».
Qui il Kent si riferisce all’incredibile progetto di fusione militare tra Stati Uniti e Stato Ebraico, un piano ritenuto essere un parto del progetto di Netanyahu, che ha già iniziato il suo iter al Congresso USA.
«Se il Presidente degli Stati Uniti è davvero intenzionato a interrompere gli aiuti a Israele, deve esigere che il Congresso elimini tutti i programmi proposti che consentirebbero agli apparati di difesa e Intelligence israeliani di accedere senza restrizioni alla nostra ricerca e sviluppo in materia di difesa e Intelligence» scrive l’ex vertice dell’antiterrorismo.
«Proteggere gli interessi americani, mettere gli americani al primo posto» conclude Kent.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Politica
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