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Politica

Il candidato vicepresidente JD Vance e la tecnologia: ragguagli

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Il senatore dell’Ohio JD Vance è stato annunciato dal presidente Donald Trump come suo candidato vicepresidente per la campagna del 2024.

 

Vance, una figura che è passata senza soluzione di continuità dal mondo del venture capitali (o capitale di rischio: fondi finanziari specializzati in investimenti tecnologici) ai corridoi della politica statunitense, porta una prospettiva unica ai dibattiti in corso sulla tecnologia e sulla legislazione antitrust.

 

Come scrive Reclaim the Net, In qualità di ex venture capitalist e attuale senatore dell’Ohio, le opinioni di Vance sono destinate a influenzare in modo significativo l’elaborazione delle politiche in un’epoca in cui i giganti della tecnologia affrontano un controllo sempre più attento alle leggi antitrust.

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È altresì noto che Vance ha goduto del sostegno di Peter Thiel, figura di cui Renovatio 21 ha parlato a lungo, noto per aver co-fondato con Elon Musk PayPal, aver dato i primo 500 mila dollari a Facebook (investimento che ha reso molto bene, ovviamente) ed avere creato l’azienda appaltatrice della Difesa Palantir, che offre un software di analisi dei dati molto pervasivo e per alcuni controverso: in molti ora in rete sostengono, sulla scorta di articoli e podcast della ricercatrice Whitney Webb, che dietro a Vance vi sia dunque lo Stato securitario onnipervadente il capitalismo di sorveglianza, cioè gli apparati come la CIA e l’NSA e i miliardari come il Thiel.

 

Dopo un breve incarico presso uno studio legale aziendale, Vance si è trasferito a San Francisco per lavorare Mithril Capital, un fondo tecnologico di proprietà di Thiel (che chiama tutti i suoi fondi venture con nomi tratti da Il Signore degli Anelli), il tutto mentre scriveva un ricco libro di memorie Hillbilly Elegy, che narra della sua infanzia difficile nella povertà bianca americana, tra famiglie senza padre, città deindustrializzate, buoni per il cibo e la dipendenza della madre dagli oppiodi.

 

La sua avventura nel mondo finanziario della tecnologia si è approfondita quando ha lanciato la sua società di venture capital in Ohio, fortemente supportata da Thiel. Non è passato molto tempo prima che emergessero ambizioni politiche, con l’incoraggiamento di Thiel che ha stimolato la candidatura di Vance al Senato entro il 2021. Oltre a lui, il Thiel aveva sostenuto anche il suo protetto (e coautore con lui del libro-manifesto Da zero a uno) Blake Masters, che a differenza del Vance ha perso la corsa per un posto da senatore dell’Arizona, circoscrizione con notorie difformità elettorali.

 

Nel post su Truth Social che annunziava la scelta di Vance come vice, Trump ha elogiato Vance per la sua notevole carriera nel campo della tecnologia e della finanza.

 

L’ammirazione di Vance per la visione ampia della legge antitrust statunitense espressa dalla presidente della Federal Trade Commission, Lina Khan, era evidente, il che suggeriva possibili orientamenti politici in una nuova amministrazione Trump. La Khan è nota per le sue tesi sul monopolio di Amazon – e i monopoli negli USA, da più di 120 anni, finiscono sotto lo scrutinio dello Stato che può «romperli», come accadde alla Standard Oil dei Rockefeller a inizio Novecento, con la famiglia che di fatto stava inghiottendosi l’intera economia statunitense (e non solo).

 

Il sostegno di Vance a Khan evidenzia una divisione all’interno del movimento conservatore, bilanciando il desiderio di ridurre la regolamentazione con l’utilizzo delle leggi antitrust per affrontare il predominio, in particolare nel settore tecnologico. Crede che queste leggi non dovrebbero concentrarsi solo sui prezzi al consumo, ma anche su un panorama competitivo più ampio.

 

Tale prospettiva lontana dal carattere talvolta ultraliberale del Partito Repubblicano USA, lo allinea ad altri repubblicani come il senatore Josh Hawley e il rappresentante Matt Gaetz, che condividono questa interpretazione più ampia degli obiettivi antitrust quando si tratta del potere delle Big Tech.

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In un evento tenutosi a Washington a febbraio, Vance ha dichiarato che la Khan «ha riconosciuto che deve esserci una comprensione più ampia del modo in cui pensiamo alla concorrenza nel mercato».

 

«Per me la domanda fondamentale è: come possiamo costruire un mercato competitivo che sia favorevole all’innovazione e alla concorrenza, che consenta ai consumatori di fare le scelte giuste e che non sia così ossessionato dal potere di determinazione dei prezzi all’interno del mercato da ignorare tutte le altre cose che contano davvero?» ha continuato il Vance.

 

Tale posizione indica una prontezza a sfidare le principali aziende tecnologiche, il che è coerente con le azioni antitrust viste durante il primo mandato di Trump.

 

Sotto la presidenza di Trump, la FTC e il Dipartimento di Giustizia hanno condotto indagini antitrust contro importanti aziende come Meta, Amazon, Apple e Google, tutte soggette a cause legali per presunte violazioni antitrust.

 

Vance ha espresso apertamente le sue opinioni sulle Big Tech, sostenendo azioni significative come lo smembramento di Google, come dimostra il suo tweet di febbraio in cui criticava il controllo monopolistico dell’azienda sulle informazioni.

 

«È arrivato il momento di smantellare Google», ha scritto Vance, lamentando che «il controllo monopolistico delle informazioni nella nostra società risiede in una società tecnologica esplicitamente progressista».

 

«Penso che Google e Facebook abbiano davvero distorto il nostro processo politico, e penso che molti dei miei amici di sinistra sarebbero d’accordo con me, ma potrebbero non essere d’accordo con me su come risolvere questo problema», ha dichiarato Vance.

 

Vance ha criticato la collaborazione dell’amministrazione Biden con le Big Tech per censurare gli americani, sostenendo che questa partnership soffocava dibattiti necessari, in particolare per quanto riguarda i lockdown l’impatto della chiusura delle scuole sulla salute mentale e sulla socializzazione dei bambini.

 

Durante una conferenza stampa repubblicana al Senato, Vance ha evidenziato i costi umani di tale censura, notando l’aumento della depressione tra i bambini che non erano in grado di andare a scuola e interagire con i coetanei, sottolineando sottolineato le implicazioni più ampie per la democrazia, chiedendosi se la vera minaccia provenga dalle potenziali preferenze di voto dell’elettorato o dalle aziende tecnologiche con legami con interessi stranieri che collaborano con agenzie governative come l’FBI per limitare la libertà di parola.

 

Vance ha quindi affermato l’importanza di preservare il discorso pubblico sui social media, che ha descritto come la moderna «piazza cittadina» dove si svolgono dibattiti nazionali critici.

 

Il senatore ha espresso preoccupazioni su una proposta di legge irlandese, il Criminal Justice (Incitement to Violence or Hatred and Hate Offences) Bill 2022, in una lettera all’ambasciatrice irlandese Geraldine Byrne Nason.

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Notandone l’impatto sulle aziende tecnologiche statunitensi, Vance ha criticato il disegno di legge per i suoi vaghi divieti che teme possano sopprimere dibattiti pubblici vitali, in particolare su questioni delicate, evidenziando che la legislazione include sanzioni per azioni in pubblico che potrebbero incitare all’odio, con potenziali impatti sulle discussioni sull’immigrazione e sulle definizioni di genere. Vance ha avvertito che il timore di essere perseguiti ai sensi di leggi così ambigue potrebbe indurre i cittadini ad autocensurarsi, minando così la ricca tradizione di libertà di parola in Irlanda e altrove.

 

Vance ha ulteriormente espresso scetticismo nei confronti di una regolamentazione severa contro la tecnologia dell’Intelligenza Artificiale, sostenendo che una simile legislazione conferirebbe più potere ai grandi operatori del settore Big Tech.

 

«Molto spesso i CEO, in particolare delle grandi aziende tecnologiche che ritengo abbiano già posizioni vantaggiose nell’Intelligenza Artificiale, vengono a parlare dei terribili pericoli per la sicurezza di questa nuova tecnologia e di come il Congresso debba intervenire e regolamentare il più rapidamente possibile. E non posso fare a meno di preoccuparmi che se facciamo qualcosa sotto la pressione degli attuali titolari, sarà a vantaggio di quei titolari e non a vantaggio del consumatore americano», ha affermato Vance durante un’udienza al Senato la scorsa settimana.

 

Apparentemente, si tratterebbe di una posizione lontana dall’allarmismo apocalittico sull’AI di Elon Musk. Parimenti, anche il suo mentore Peter Thiel, varie volte ha espresso la paura che l’IA possa portare ad uno Stato totalitario comunista simile alla Cina Popolare.

 

La scelta del vicepresidente Trump porta con sé un’attenzione cruciale sulla politica tecnologica statunitense e sulle questioni antitrust. La combinazione di valori conservatori e visioni progressiste di Vance sul predominio aziendale e sulla libertà di parola lo posiziona in modo unico all’interno del partito repubblicano, ma bisogna ancora vedere quanto la sua influenza sulla campagna e sulla direzione politica di Trump, in particolare per quanto riguarda la tecnologia e la censura, sarà importante nel loro tentativo di riprendersi la Casa Bianca.

 

Come riportato da Renovatio 21, cresciuto nel protestantismo americano e sposato con un’induista, Vance anni fa si è convertito al cattolicesimo. Tra le motivazioni che lo hanno spinto a convertirsi ha citato durante un’intervista con il giornalista Rod Dreher l’influenza di Réné Girard, il filosofo del sacrificio, di cui Thiel fu allievo diretto a Stanford e le cui idee, in particolare sulla «teoria mimetica» alla base del comportamento umano, sembrano aver potentemente influenzato il pensiero e la strategia di investimento dell’investitore tedesco-americano.

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Immagine di Gage Skidmore via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0

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Politica

Fine dell’era Trump

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Il partito del presidente americano è stato travolto dalle elezioni di medio termine. Per le midterm ci si aspettava una blue wave, un’ondata di vittorie del Partito Democratico. È stato un blue tsunami.   I repubblicani hanno subito una disfatta storica, perdendo entrambe le camere del Congresso e terreno a livello statale in tutto il Oaese, in quella che viene definita la peggiore performance del Partito Repubblicano dalle elezioni post-Watergate del 1974.   Allo stato attuale i Democratici entreranno in carica il prossimo anno con almeno 54 seggi al Senato degli Stati Uniti e una maggioranza di 241 seggi alla Camera dei Rappresentanti. A livello statale i Democratici hanno ottenuto un guadagno netto di cinque governatorati, tra cui il sorprendente rovesciamento del repubblicano Greg Abbott in Texas (era stato governatore per tre mandati), in quello che era uno Stato roccaforte repubblicano, conquistando pure sette assemblee legislative statali.

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La vittoria schiacciante dei Democratici in Texas è stata probabilmente la sorpresa più grande della serata, con la conquista anche delle cariche di vicegovernatore, procuratore generale, Commissario per l’Agricoltura, comptroller (cioè direttore finanziario), commissario delle ferrovie e commissario dell’ufficio generale del Territorio, oltre alla vittoria dell’ex seminarista di estrema sinistra James Talarico (che crede che i generi sessuali siano almeno sei) sul candidato repubblicano Ken Paxton, coinvolto in scandali, per il seggio al Senato degli Stati Uniti lasciato libero dal repubblicano uscente John Cornyn.   Tra le altre vittorie di rilievo ottenute dai Democratici si segnalano quella dell’epidemiologo musulmano di estrema sinistra Abdul El-Sayed – che è stato pure accusato di essere legato ai Fratelli Musulmani – che ha sconfitto il repubblicano Mike Rogers per il seggio al Senato degli Stati Uniti in Michigan, e quella della democratica Annie Andrews, che ha battuto Darline Graham, nominata a luglio per occupare il seggio al Senato, precedentemente considerato sicuro, lasciato vacante dall’improvvisa morte del fratello, il controverso falco filoisraeliano ed antirusso Lindsey Graham, nonostante la sua inesperienza politica.   Una notevole eccezione allo tsunami blu è stata la Florida, in gran parte grazie al lavoro del governatore conservatore Ron DeSantis, che nei suoi due mandati ha trasformato lo stato, un tempo in bilico tra i due partiti, in uno stato profondamente repubblicano. I repubblicani Byron Donalds e Ashley Moody hanno vinto rispettivamente le elezioni per governatore e senatore, sebbene con margini molto più ristretti (1% e 3% rispettivamente) rispetto ai 19 punti percentuali con cui DeSantis è stato rieletto nel 2022. Anche il procuratore generale repubblicano James Uthmeier, il direttore finanziario Blaise Ingoglia e il commissario per l’agricoltura Wilton Simpson sono stati rieletti.   Batosta solenne anche per l’indiano Vivek Ramaswamy, ex candidato presidente repubblicano celebrato per il suo acume: ha perso clamorosamente la corsa per il governatorato dell’Ohio, lo Stato del vicepresidente suo amico, il quale ha pure chiamato uno dei figli Vivek, si dice, in onore suo. La sua avversaria democratica, Amy Acton, era stata oggetto della campagna politica più oscena da parte delle forze dell’induista, che era arrivato a scavare nel torbido della sua infanzia, facendo comparire pure la madre biologica (con cui la ora eletta governatrice non aveva rapporti da mezzo secolo) per accusare la donna di essere una «bugiarda» specie riguardo agli abusi sessuali subiti dal patrigno.   La catastrofe è senza precedenti. L’episodio forse più grottesco arriva dall’Alabama, il profondo Sud dei redneck e dei neri-neri, insomma non esattamente Manhattan: nel Distretto 25 è stato appena eletto alla Camera statale un transessuale: Allison Montgomery, ingegnere informatico che dice di essere una donna, è il primo parlamentare alabamiano transgenderro della storia. L’ironia è che il suo distretto è proprio nell’area di Huntsville, cittadina dove vennero sistemati tutti gli scienziati balistici nazisti autori prima dei missili tedeschi V2 poi del programma spaziale americano Apollo.

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Subito dopo le elezioni Trump ha avanzato diverse spiegazioni alternative. Pur riconoscendo ai Democratici di aver lottato duramente e di aver fatto un «buon lavoro», ha insistito sul fatto che «io non ero candidato e se lo fossi stato, avremmo vinto a valanga», ha accusato Fox News di aver mandato in onda ospiti democratici e ha suggerito che i candidati repubblicani che «non mi apprezzavano» e «mi hanno combattuto» non sono riusciti a «motivare» la base MAGA.   In pratica, è partito il giuoco dello scaricabarile. C’è da aspettarsi che ora la cosiddetta «guerre civile MAGA», tra chi si sente tradito dal presidente (per la guerra, per Epstein, per tante cose) e i lealisti autistici si acuirà.   Questo non cambia il senso storico di quanto accaduto: l’era Trump è finita.   Trump era tornato alla Casa Bianca con un vento in poppa mai visto. Aveva la coalizione politica maggiore della storia americana. L’elettorato lo adorava come mai nessuno prima, il clima di ottimismo era esplosivo.   Aveva idee strepitose (la pace in Ucraina in 24 ore, il muro contro gli immigrati, il DOGE per sistemare gl sprechi e i conti pubblici, la dottrina emisferica «Donroe»).   Aveva uomini incredibili, e di tutte le razze politiche (da Robert Kennedy jr. a Tulsi Gabbard, a Elon Musk, uomo più ricco del pianeta).   Aveva, sostanza rarissima, la fiducia del suo popolo, che dopo averlo visto salvato di qualche millimetro dalla misteriosa pallottola dell’attentato di Butler credeva che anche Dio avesse dato in chiarezza un’indicazione di voto.   Quando parlo di nuova età dell’oro («Golden Age») degli Stati Uniti era difficile non credergli.   Tutto ciò è stato dilapidato, probabilmente per sempre. E nel frattempo, la famiglia Trump si è arricchita, con criptovalute e altre trovate.

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La novità è che, nell’America piombata nella crisi energetica causa Ormuzzo, la Finestra di Overton si è mossa facendo uno scatto inaspettato: sono in tanti, ora, a dare la colpa direttamente ad Israele. Fino a poco fa erano pochi reietti a poterselo permettere, pagando in genere con la propria carriera: immensi, finanziatissimi, storici organismi di psicopolizia (come l’Anti Defamation League) esistono per sorvegliare il discorso, con pronta l’arma-fine-di-mondo, cioè l’accusa di antisemitismo.   Ora invece tantissimi, a partire da Tucker Carlson, lo dicono: Trump ha sprecato tutto per colpa di Israele. La guerra idiota contro Teheran, fatta su comando di Netanyahu, ha distrutto l’economia, e quindi la sua base di voto. La cosa più significativa, ha detto il Carlson nella sua analisi di ieri sera, è che oramai lo hanno capito anche i suoi elettori, che sono arrivati a votare all’estremo opposto (bianchi repubblicani che votano per… neri democratici) semplicemente per punire Trump e la sua hybris.   È stato detto: Trump in privato mostra di sapere tutto, anche quando fa le scelte sbagliate. Quindi probabilmente è ricattato…? Cosa possono avere su di lui? È per quello che, di colpo, ha voluto chiudere la pubblicazione dei faldoni di Epstein? O c’è dell’altro ancora? Sappiamo che Netanyahu non si fa tanti problemi: a Bill Clinton, 30 anni fa, sussurrò che aveva a disposizione le intercettazioni di lui e Monica Lewinsky, e chissà che cose interessanti si dicevano.   A questo punto, tuttavia, non ha importanza. L’unica cosa che conta è capire che l’era Trump è archiviata, probabilmente per sempre. Non è un dato piccolo: la carica populista, di fatto eversiva per lo Stato profondo americano e mondiale, incarnata da The Donald è ora un’attrezzo spuntato, una formulazione politica che la storia vuole dimenticare.   È il boccone più amaro: ora vi sarà un «ritorno all’ordine», e una resistenza al mondialismo ultraneoliberale, al mondo moderno e alla sua decadenza pluridimensionale, adesso deve essere ripensata radicalmente, comprendendo che quest’occasione è oramai andata.   Peccato. Ci avevamo creduto anche noi. Davvero.

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Militaria

Trump annuncia la sospensione di 4 miliardi aiuti ad Israele nel giorno delle elezioni: è per lasciare che attacchi l’Iran?

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Gli Stati Uniti interromperanno dal prossimo anno gli aiuti militari annuali di 4 miliardi di dollari a Israele, ha annunciato il presidente Donald Trump. Il Paese non necessita di queste risorse e la questione viene strumentalizzata dalla sinistra per danneggiare l’immagine del governo americano all’interno, ha dichiarato martedì a Fox & Friends, mentre gli elettori si recavano alle urne per le elezioni di medio termine.

 

Trump ha affermato di aver raggiunto un’intesa sulla questione con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e che l’iniziativa sarebbe partita dallo stesso premier.

 

«Diamo loro più di chiunque altro, e non ne hanno più bisogno. Lo facciamo da anni. Io lo faccio, ma Israele è un Paese molto prospero. Non ne hanno bisogno», ha detto Trump in un’intervista telefonica a Fox. «Abbiamo fatto un accordo mesi fa per interrompere gli aiuti», ha aggiunto, precisando che Washington «li manterrà» se Gerusalemme Ovest dovesse ancora averne necessità.

Il riferimento era alla somma prevista dal Memorandum d’intesa del 2016 tra Israele e l’amministrazione dell’allora presidente Barack Obama. La Casa Bianca aveva definito quell’accordo, che impegnava Washington a versare complessivamente 38 miliardi di dollari all’esercito israeliano in dieci anni, «il più grande impegno di assistenza militare nella storia degli Stati Uniti». L’intesa sarebbe scaduta nel 2028. Al momento dell’annuncio di Trump, le rate annuali erano destinate interamente all’acquisto di armamenti di produzione statunitense.

 

Il presidente ha riconosciuto che la decisione ha anche una valenza politica. «La sinistra usa il pagamento di 4 miliardi di dollari, di cui tutti sono a conoscenza… come segnale di ingiustizia, e non possiamo permetterlo», ha affermato. «Perché dovremmo subire le angherie di pazzi come El-Sayed quando non ne hanno bisogno? È un pessimo argomento di discussione».

 

Trump alludeva ad Abdul El-Sayed, candidato democratico al Senato del Michigan, che durante la campagna ha criticato duramente gli aiuti militari americani a Israele.

 

Diversi sondaggi pubblicati quest’anno hanno inoltre evidenziato un calo del sostegno pubblico statunitense agli aiuti di Washington a Israele. Secondo un’indagine del Chicago Council on Global Affairs dello scorso mese, il 56% degli americani ritiene che l’assistenza militare a Israele debba essere ridotta o abolita, contro il 38% del 2012. Lo stesso numero di intervistati ha dichiarato che Washington non dovrebbe schierarsi nel conflitto israelo-palestinese.

 

Un sondaggio di luglio di AP-NORC ha indicato che il 40% degli americani considera gli Stati Uniti troppo favorevoli a Israele, rispetto al 37% di inizio 2024. Anche l’opinione generale su Israele e sul suo governo tra gli americani è in costante declino, secondo un rapporto del Pew Research Center dello stesso mese: il 62% degli americani aveva un’opinione sfavorevole del governo israeliano nel 2026, contro il 43% del 2022, mentre la quota di chi lo valutava positivamente è scesa dal 47% al 32%.

 

Gli aiuti militari statunitensi a Israele non si limitano all’accordo dell’era Obama. Uno studio del 2025 di William Hartung, ricercatore senior presso il Quincy Institute for Responsible Statecraft, ha rilevato che le amministrazioni di Joe Biden e Donald Trump hanno speso complessivamente 21,7 miliardi di dollari in assistenza militare a Gerusalemme Ovest nei due anni successivi all’attacco di Hamas dell’ottobre 2023.

 

A dare una spiegazione politica della manovra di Trump è stato Joe Kent, ex capo dell’antiterrorismo USA dimessosi in polemica con la guerra in Iran.

 

«Con la sua dichiarazione pubblica di voler interrompere gli aiuti a Israele, il presidente Trump sta cercando di imporre una narrazione: qualsiasi azione intrapresa da Israele contro l’Iran non riguarda gli Stati Uniti. Questo gli offre una “via d’uscita” politica nel caso in cui Israele colpisca infrastrutture civili o utilizzi un’arma nucleare contro l’Iran» scrive Kent.

«Purtroppo, l’Iran non la vedrà in questo modo. Proprio come ci ha colpito in passato quando Israele ha sferrato attacchi, l’Iran reagirà contro di noi e i nostri partner del Golfo se Israele si renderà protagonista di ulteriori atti di aggressione. La realtà è che ci vorrà ben più di una dichiarazione pubblica per frenare significativamente Israele, soprattutto considerando la forte influenza che Netanyahu esercita ancora su queste decisioni» continua l’ex soldato delle forze speciali, che ha perso la moglie in un attentato ad una base USA in Siria.

 

«Bibi, i funzionari israeliani e i loro rappresentanti americani sanno da tempo che i giorni del sostegno incondizionato degli Stati Uniti stanno per finire e hanno quindi fatto ricorso a una strategia diversiva: concentrare l’attenzione di tutti sulla decisione di Trump di porre fine ai finanziamenti in denaro e agli aiuti per gli armamenti, mentre dietro le quinte si spostano i propri sforzi per promuovere la ben più redditizia – ma più difficile da individuare – “partnership” che sta per essere formalizzata per legge nell’ambito dell’NDAA (National Defense Authorization Act)».

 

Qui il Kent si riferisce all’incredibile progetto di fusione militare tra Stati Uniti e Stato Ebraico, un piano ritenuto essere un parto del progetto di Netanyahu, che ha già iniziato il suo iter al Congresso USA.

 

«Se il Presidente degli Stati Uniti è davvero intenzionato a interrompere gli aiuti a Israele, deve esigere che il Congresso elimini tutti i programmi proposti che consentirebbero agli apparati di difesa e Intelligence israeliani di accedere senza restrizioni alla nostra ricerca e sviluppo in materia di difesa e Intelligence» scrive l’ex vertice dell’antiterrorismo.

 

«Proteggere gli interessi americani, mettere gli americani al primo posto» conclude Kent.

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Politica

Il blocco israeliano del «cambiamento» progetta un «governo di emergenza nazionale» per destituire Netanyahu

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Il presidente israeliano Isacco Herzog dovrebbe iniziare mercoledì i colloqui con le fazioni della Knesset per stabilire quale gruppo abbia le migliori possibilità di formare un governo.   Il presidente di Yashar, Gadi Eisenkot, ha convocato il primo incontro post-elettorale con gli altri quattro leader del cosiddetto blocco Cambiamento (Gush HaShinui): il presidente di Yachad, Naftali Bennett; il vicepresidente di Yachad, Yair Lapid; il leader dei Democratici, Yair Golan; e il leader di Yisrael Beytenu, Avigdor Lieberman.   Nella loro dichiarazione hanno ribadito il sostegno a Eisenkot per ottenere da Herzog il primo mandato per la formazione di un governo e hanno concordato che i rispettivi team negoziali inizino immediatamente a redigere gli accordi di coalizione e le linee guida politiche. Nella dichiarazione hanno inoltre condannato la «pericolosa e sconsiderata campagna» di Netanyahu e del suo partito Likud per delegittimare sia i risultati elettorali che la Commissione elettorale centrale.   Si sono impegnati ad agire rapidamente per sostituire il governo di Netanyahu, fondando la loro azione sui quattro principi delineati da Eisenkot: riconoscimento di Israele come Stato Ebraico e democratico; impegno verso i valori della Dichiarazione d’Indipendenza di Israele; servizio militare obbligatorio per tutti; e riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica e obbligo di smantellarne le capacità militari e porre fine al suo dominio nella Striscia di Gaza. Inoltre hanno concordato un piano per avviare immediatamente i negoziati di coalizione e coordinare la loro strategia parlamentare in vista del giuramento della nuova Knesset la prossima settimana. In particolare la formulazione della dichiarazione recita: «I leader dei partiti sono uniti e agiranno immediatamente per sostituire il governo del 7 ottobre con un governo di emergenza nazionale e mettere al lavoro la chiara maggioranza parlamentare della Knesset».   Questa formulazione, «mettere al lavoro la chiara maggioranza parlamentare della Knesset», implica la loro cooperazione organizzata con i partiti arabi, poiché senza di essi non esiste una maggioranza parlamentare. Sebbene finora Lieberman abbia esplicitamente e pubblicamente respinto anche questa limitata collaborazione con i partiti arabi, il linguaggio utilizzato potrebbe essere un modo per offrire a Lieberman una copertura. E il riferimento a un «governo di emergenza nazionale» potrebbe indicare la tesi che intendono presentare a Herzog: che Netanyahu è pericolosamente fuori controllo.   «Dobbiamo impedire nuove elezioni. Nell’attuale situazione politica, c’è sufficiente margine di manovra e, con la giusta strategia, si può rapidamente formare un governo stabile e funzionante senza Ra’am e la Lista Unita» ha scritto il Lieberman su X. Non ha fornito alcuna spiegazione, ma i partiti arabi hanno già dichiarato che agevoleranno le cose per Eisenkot e non richiederanno alcun incarico ministeriale in cambio della loro collaborazione. Pertanto sembra che il blocco di Eisenkot stia pianificando un governo di minoranza, operando attraverso una cooperazione organizzata dietro le quinte con i partiti arabi, in un accordo in base al quale si asterrebbero su alcune votazioni e voterebbero con il blocco di Eisenkot su altre.   I primi due test previsti saranno la rimozione del presidente della Knesset del Likud e l’avvio di un’indagine sul fallimento della sicurezza del 7 ottobre 2023. In questo scenario Lieberman potrebbe continuare ad affermare che né Ra’am né la Lista Unita fanno ufficialmente parte del governo.   Inoltre questa mattina Yair Golan ha tenuto un incontro congiunto con i leader della Lista Unita, Yousef Jabareen e Ahmad Tibi. Il suo partito ha riferito che i tre hanno discusso del «coordinamento tra le fazioni e dei passi necessari per utilizzare la maggioranza parlamentare e sostituire» il governo di Netanyahu, nonché delle «questioni chiave che interessano la popolazione araba e della necessità di promuovere soluzioni concrete.   Le parti hanno concordato di continuare a coordinarsi in vista delle prossime mosse politiche, con l’obiettivo di formare un “governo di cambiamento”».   Come riportato da Renovatio 21, la coalizione di Netanyahu ha contestato il voto dicendo che il voto degli arabi israeliani è stato «truccato», spingendo alcuni, tra cui anche i giornalisti statunitensi ebrei che di fatto agiscono come portavoce del governo netanyahuiano, a chiedere la sospensione dei partiti arabi o persino del diritto di voto dei non-ebrei con cittadinanza israeliana.

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Immagine di Chairman of the Joint Chiefs of Staff from Washington D.C, United States via Wikimedia pubblicata su licenza , CC BY 2.0
 
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