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Sport e Marzialistica

Storia e aspetti del Systema, l’arte marziale russa

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«Non ti puoi rilassare senza respirare, non puoi raggiungere una postura naturale senza rilassamento e dopo che si è riusciti a raggiungere una buona postura ci si può iniziare a muovere nello spazio correttamente»

 

«Un vero guerriero è capace di difendere se stesso e gli altri ed è in grado di cambiare l’orgoglio, l’aggressività e la paura in umiltà, coraggio e forza»

 

«Nel Systema non esiste riscaldamento, tutto è Systema»

Vladimir Vasiliev

 

Il Systema (in russo: система) è il nome moderno di un’arte marziale sviluppata in ambito sovietico, ma derivata da tecniche e culture fiorite nell’ambito della lunga storia della Russia.

 

Si dice che la disciplina del Systema abbia radici diverse, basate anche su antiche tradizioni russe, ma è stata aggiornata nel tempo fino a diventare quella che conosciamo oggi. Il Systema era utilizzato da alcune unità delle forze di sicurezza dell’Unione Sovietica, come il KGB, l’NKVD e l’Armata Rossa. L’arte marziale russa è comunemente associata a spie, polizia sotto copertura, guardie del corpo e unità speciali.

 

Lo stile di combattimento del Systema non si basa su tecniche rigide, ma su principi come la respirazione, il movimento, il rilassamento e la postura.

 

L’allenamento include vari esercizi per sviluppare abilità volte a massimizzare le possibilità di sopravvivenza in situazioni pericolose. I praticanti apprendono a pensare in modo ampio e a gestire situazioni impreviste. Si può combattere sia in piedi che a terra, utilizzando coltelli, armi da fuoco, manganelli o qualsiasi altra arma improvvisata.

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Nel Systema l’uso delle armi non si limita solo all’apprendimento del loro utilizzo, ma anche a scopi ulteriori che possono avere. Ad esempio, i coltelli aiutano a gestire il panico, i manganelli servono per il controllo della distanza, e le pistole per il controllo dello spazio, la decisione sotto pressione e la visione periferica.

 

Un elemento unico dell’addestramento è l’uso delle repliche del fucile AK-47 come arma da combattimento corpo a corpo, con o senza baionetta, per testare la capacità di adattamento. Le armi più comuni nelle lezioni di Systema sono coltelli, difese della polizia, manganelli, nagaika [una frusta corta e spessa utilizzata dai Cosacchi, ndr], bebout [un pugnale tipico russo, ndr], shaska [un tipo particolare di sciabola originaria della zona del Caucaso, ndr], fucili d’assalto e pistole.

 

 

 

 

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L’arte marziale del Systema presenta notevoli variazioni tra diversi gruppi e istruttori. Alcune accademie formano professionisti per la sicurezza pubblica e privata, altre si concentrano su approcci più tradizionali, mentre alcune si dedicano ad aspetti più «energici» dell’azione. Ogni istruttore tende a dare un approccio personale al Systema, rendendolo un concetto ampio e personalizzabile.

 

L’apprendimento avviene tramite esercizi di sviluppo delle abilità, che non sono fissi, quindi è fondamentale analizzare ogni accademia singolarmente invece di considerarlo come un sistema di combattimento centralizzato con una metodologia unificata.

 

Il Systema è il risultato di un concetto che ha subito diverse evoluzioni per diventare quello che è oggi.

 

Le fasi più significative di questo sviluppo sono:

 

  • Gli sport popolari dell’antica Russia: Qui, il Systema ha acquisito la sua metodologia basata su esercizi per lo sviluppo delle abilità, simili ai giochi di combattimento. Questi erano importanti nell’antica Russia poiché la difesa del territorio richiedeva spesso l’impiego di milizie popolari, che necessitavano di un qualche tipo di addestramento per affrontare invasioni o conflitti territoriali.

 

  • Prima metà del XX secolo: In questo periodo, il combattimento adattato al praticante venne sviluppato da Spiridonov e dal club Dinamo, con l’influenza delle arti marziali giapponesi che ampliò la conoscenza delle tecniche.

 

  • Systema Kadochnikov: sviluppo che apportato significativi avanzamenti nel combattimento adattivo, in particolare nella biomeccanica applicata.
    Fine del XX secolo e XXI secolo: Apertura dell’arte marziale all’Occidente.

 

Negli anni ’20, il regime sovietico avviò uno studio sulle arti marziali per creare un metodo concreto di combattimento corpo a corpo.

 

Ricercatori furono inviati in tutta la Russia e in altri paesi con una forte cultura marziale per produrre uno sport da combattimento ufficiale per lo Stato e un metodo di addestramento per i militari.

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Questo progetto, noto come «Dinamo», portò a due approcci molto diversi:

 

  • Il SAMBO (SAMozashchita Bez Oruzhiya): una tecnica inizialmente influenzata dal Judo, in seguito diviso in una versione sportiva per civili e una versione militare, includeva tecniche di combattimento contro avversari armati e disarmati.

 

  • SAMOZ: Principalmente influenzato da Viktor Afanasievic Spiridonov (1882-1944), era riservato alle unità delle forze speciali e al personale militare. Spiridonov, ferito in un combattimento con baionetta, ideò un metodo di autodifesa adatto anche a persone ferite o deboli, sviluppando una metodologia adattata al praticante.

 

La storia di queste arti marziali non è sempre chiara e definita, e a causa delle influenze incrociate tra SAMBO e SAMOZ, oggi alcuni gruppi SAMBO considerano Spiridonov un padre fondatore, mentre altri no.

 

Aleksej Kadochnikov, studente dello stile di Spiridonov e di altri sistemi di combattimento, è riconosciuto come il padre del Systema moderno.

 

 

Kadochnikov ha formulato un metodo di sopravvivenza coerente, applicando le leggi della fisica e dell’ingegneria ai problemi di combattimento. Il suo stile, noto come «stile KGB», includeva materiale sulla sopravvivenza in ambienti ostili, combattimento corpo a corpo, uso di armi da fuoco e altri argomenti militari, insegnando agli studenti a creare le proprie tecniche basandosi sulla biomeccanica.

Il termine «Systema» fu inizialmente usato per descrivere il metodo di Kadochnikov, ma oggi si riferisce a molti gruppi di arti marziali russe moderne. Il lavoro di Kadochnikov ha influenzato la creazione di altre arti marziali russe, come il ROSS (Rossiyskaya Otechestvennaya Samozashchity System) di Alexander Retuinskih, che ha applicato il materiale biomeccanico di Kadochnikov a vari stili marziali e militari.

 

Gli stili Kadochnikov e il ROSS si diffusero inizialmente attraverso unità militari e club per agenti di polizia, diventando accessibili al pubblico solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica. L’influenza di Vladimir Vasiliev ha aumentato la visibilità e popolarità del Systema, sia in Russia che nel resto del mondo.

 

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Negli anni ’90, due moderne scuole di arti marziali russe arrivarono in Nord America: ROSS, promosso da Scott Sonnon, e il Systema di Vladimir Vasiliev, emigrato in Canada. Il Vasiliev modificò i suoi metodi di allenamento per renderli meno brutali, facendo crescere la sua scuola fino a diventare il marchio di Systema più conosciuto al mondo. Anche la scuola di Mikhail Ryabko, che mantenne stretti legami con Vasiliev, è molto rinomata oggi.

 

Come le scuole Kadochnikov e ROSS, anche le scuole di Vasiliev e Ryabko hanno visto istruttori che si sono staccati per formare propri stili. Ogni unità militare russa utilizza un metodo di combattimento diverso, il che crea confusione riguardo l’arte marziale dell’esercito sovietico. La maggior parte delle unità utilizza il «Boevoe SAMBO» (cioè «SAMBO da combattimento»), mentre il Systema era insegnato principalmente alle unità d’élite.

 

 

Il Systema comprende diverse tecniche di combattimento:

 

  • Combattimento a mani nude
  • Prese
  • Combattimento con la frusta
  • Combattimento con armi da taglio
  • Combattimento con armi da fuoco
  • Esercizi e lavoro di coppia, con o senza forme predefinite.

 

Il sistema di combattimento cosacco si concentra principalmente sul combattente, portandolo a stati di maggiore consapevolezza spirituale e fisica attraverso il controllo delle principali rotazioni delle ossa e della pelle: gomiti, ginocchia, collo, anca, spalle, vita. Utilizza punti, zone di pressione, colpi e schivate.

 

L’uso delle armi accompagna il lottatore verso la sua natura umana di cacciatore, concentrandolo sui movimenti istintivi della «difesa istantanea». Scientificamente, è possibile ottenere una difesa istantanea non solo contro armi bianche o da fuoco, ma praticamente contro ogni oggetto, applicando principi meccanici conosciuti.

Anche se si suppone che l’arte marziale russa Systema risalga al X secolo e che fosse praticata dai Bogatyr, eroici combattenti russi, non possiede un background storico definito e un nome tradizionale. Questo può causare confusione, dato che il nome «Systema» è molto generico.

 

È probabile che il nome Systema derivi da arti marziali simili nate prima di essa, come il «Systema Rukopashnogo Boja», che in italiano significa «sistema di combattimento a mani nude». Ci sono molte somiglianze, ad esempio, con il metodo «Systema» seguito da Mikhail Ryabko. In questo caso, «il Sistema» si riferisce ai vari sistemi del corpo umano: muscoli, sistema nervoso, sistema respiratorio, ecc., oltre agli aspetti psicologici e spirituali.

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In tutta la Russia, diverse forze speciali (Alpha, GRU, Vympel e molte altre) praticano vari stili di combattimento, spesso confusi con il Systema. Ad esempio, molte sono addestrate nel SAMBO da combattimento, che di fatto rappresenta un’arte completamente diversa.

 

Altri stili includono il rukopashka (combattimento a mani nude), machalka e boinia, termini russi che significano combattimento e sconfitta. Il nome “SAMBO da combattimento Sambo Spetsnaz».

 

 

Un’altra teoria suggerisce che le varie forme del moderno Systema siano il risultato di un progetto di ricerca e sviluppo portato avanti da numerose generazioni di istruttori dell’esercito, che insegnavano il combattimento corpo a corpo alla Dinamo a Mosca tra il 1920 e il 1980. Se così fosse, il Systema potrebbe essere considerato in linea con il combattimento SAMBO e stili correlati come il SAMOZ sviluppato da Spiridonov.

 

Le influenze stilistiche del moderno Systema potrebbero includere numerosi stili di arti marziali nazionali, sistemi di combattimento corpo a corpo militare e stili russi di combattimento indigeni, oltre ad aspetti di scienze motorie, biomeccanica e psicologia dello sport, incorporati nella ricerca del combattimento corpo a corpo sviluppato dal progetto Dinamo durante il XX secolo.

 

Un’altra teoria suggerisce che il Systema sia un complesso moderno basato su arti marziali tradizionali cinesi come il Taijiquan, il Yi-quan e altri. I russi sono sempre stati attratti dalle arti marziali cinesi, anche prima della Seconda Guerra Mondiale, e tra gli anni Cinquanta e Sessanta intensi studi hanno portato a notevoli sviluppi peculiari per la Russia. Inoltre, molti maestri cinesi visitarono la Russia in quel periodo, partecipando a programmi di addestramento militare. Nonostante vi siano numerose similarità nei metodi di allenamento e nei principi di base, le arti marziali russe e cinesi mostrano notevoli differenze.

 

I maestri di Systema sostengono che per avere successo in questa arte marziale, è fondamentale lavorare su se stessi, poiché la conoscenza di sé è il primo passo per comprendere gli altri. Il primo nemico da affrontare sono le proprie paure, che causano tensioni psicofisiche impedendo una reazione tempestiva al pericolo.

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Essere consapevoli delle proprie capacità aumenta la fiducia in sé stessi, evitando sia la sopravvalutazione che la sottovalutazione delle situazioni di pericolo, e consentendo una corretta valutazione delle proprie capacità di affrontarle. Conoscere i propri limiti è cruciale per poter lavorare su di essi.

 

Il Systema insegna dunque riconoscere le proprie tensioni e trovare il modo di superarle attraverso il respiro. Il respiro è fondamentale per controllare e guidare le emozioni, permettendo di non esserne sopraffatti e di reagire in modo appropriato al contesto senza distorsioni, esagerazioni o blocchi, evitando di sentirsi inadeguati.

 

Il Systema si basa sul condizionamento della mente attraverso il corpo. La paura del contatto, di colpire e di essere colpiti, è considerata dai systemisti una delle più grandi paure. Nel Systema esistono esercizi specifici per eliminare questa paura. Comprendendo come il nostro corpo reagisce a colpi o pressioni, possiamo capire come il corpo degli altri risponde alle nostre azioni e gestire meglio le situazioni di contatto.

 

Si sostiene che il Systema sia adatto a persone di qualsiasi corporatura e età, grazie al principio di rilassamento su cui si basa. Il rilassamento consente di percepire e sfruttare le tensioni dell’avversario, aumentando le possibilità di sopravvivere a uno scontro. Contrapporsi alla forza con la forza può essere pericoloso e controproducente; spesso è più sicuro non opporsi direttamente a un attacco, lasciando che si esaurisca da solo.

 

La pratica del Systema non prevede l’insegnamento di tecniche pure, ma si focalizza sulla ricerca della tecnica adatta a ogni individuo in una specifica situazione, basandosi sui principi di movimento dell’arte marziale.

 

Nella difesa personale, ambito in cui il Systema si è diffuso a livello mondiale grazie a Ryabko e Vasiliev, memorizzare migliaia di tecniche è poco funzionale in situazioni di pericolo. Il panico impedisce di gestire razionalmente un vasto numero di conoscenze, portando alla paralisi. Al contrario, conoscere come il proprio corpo risponde a diverse esperienze, provate in allenamento, infonde sicurezza e permette risposte immediate, poiché si è consapevoli delle proprie capacità e delle reazioni altrui.

 

Il Systema è stato sviluppato per creare rapidamente grandi capacità in ambito bellico, abbreviando il più possibile il processo di adattamento al combattimento. Ciò permette all’individuo di sviluppare la coordinazione e la sensibilità necessarie per gestire diverse situazioni, senza dover cercare tra una vasta serie di tecniche quella più efficace.

 

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Nel combattimento, la velocità di risposta a uno stimolo, attacco o minaccia è fondamentale. Questa velocità dipende da vari fattori, inclusa la prontezza dell’azione.

 

Diverse discipline di combattimento sviluppano strategie per ottenere un vantaggio temporale rispetto all’avversario. Molti corpi speciali limitano l’addestramento a poche tecniche generiche basate su abilità motorie specifiche. L’idea è di ridurre il tempo di decisione mentale, diminuendo così il tempo di reazione a un attacco. Inoltre, si sviluppano abilità motorie, mobilità articolare e flessibilità per consentire movimenti anche in spazi ristretti.

 

Il Systema studia la risposta del cervello a un attacco fisico è complessa per comprendere il tempo di reazione nell’approccio «inconscio» del Systema, rispetto alla scelta consapevole. Quando il cervello prepara un movimento in risposta a un attacco, lo fa immediatamente, senza attivare i muscoli e senza consapevolezza.

 

Il cervello ha qualcosa di simile a un «emulatore». Prima di diventare consapevoli di un movimento istintivo, il cervello lo incorpora nelle sue mappe, attivando ormoni, modificando la pressione sanguigna e adattandosi psicofisiologicamente, ma senza attivare i muscoli o la consapevolezza. Così, il movimento appare sempre originale, anche se è già memorizzato negli schemi cerebrali.

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Se il movimento è diretto dall’inconscio, la risposta cosciente sarà «secondaria» e guidata dal cervello. Nei corpi speciali, è necessaria una selezione tecnica prima di attivare i muscoli, che rappresenta una terza risposta. Un numero limitato di tecniche riduce il tempo di selezione, ma è comunque necessario il terzo percorso cerebrale nell’approccio consapevole. Il Systema, invece, si basa sulla risposta inconscia o automatica, permettendo di reagire con la risposta secondaria, senza selezionare tecniche specifiche, basandosi sull’esperienza diretta dell’allievo.

 

I neurologi chiamano queste reazioni automatiche «modelli ad azione fissa»: il corpo impara a reagire in determinati modi grazie alle esperienze passate, riducendo il tempo di reazione. Tali modelli possono variare da semplici schivate a schemi di movimento complessi, che però non sono sempre la scelta migliore. Ad esempio, toccare un oggetto caldo fa ritrarre la mano, ma se il dito è bloccato in una serratura, ritirarlo peggiora la situazione. Per cambiare o ignorare un modello ad azione fissa, è necessario l’allenamento.

 

L’allenamento può sostituire un modello di reazione corrente con un altro. Il cervello ha mappe del corpo, incluse le mappe motorie principali dei neuroni sensoriali, chiamate «homunculi». Queste mappe interagiscono gerarchicamente. Le informazioni corporee entrano nelle mappe sensoriali primarie e salgono attraverso complesse procedure di elaborazione e rivalutazione fino ai livelli superiori, dove vengono trasformate in emozioni, ricordi, immagini corporee, credenze, modelli di dolore, ecc. Alla fine, viene decisa la reazione appropriata, emulata e trasmessa alle mappe motorie primarie, attivando i muscoli per un movimento consapevole.

 

Il Systema ritiene che si possa apprendere modelli specifici (tecniche) o insegnare al corpo a muoversi rilassato seguendo schemi di movimento generali (principi del Systema). Ciò consente al corpo di trovare soluzioni individuali per ogni problema, basate su principi come rilassamento, efficienza e movimenti naturali.

 

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Il sistema nervoso funziona attraverso la «facilitazione», ovvero più usiamo un’azione, più è probabile che venga scelta di nuovo. Variando continuamente i movimenti ma mantenendo lo stesso modus operandi, l’abitudine si instaura come risposta a modello fisso, permettendo al cervello di scegliere il movimento più appropriato. Questo approccio differisce dall’insegnamento di tecniche specifiche per situazioni specifiche.

 

Un vantaggio di tale «approccio di principio» rispetto all’«approccio tecnico» è che il cervello non si annoia con la ripetizione infinita degli stessi movimenti.

 

Una volta acquisiti i principi, si ottiene una serie illimitata di «risposte principio» invece di una serie limitata di tecniche. Il corpo trova soluzioni creative per ogni situazione, sviluppando percorsi di risposta preferenziali basati sulle abilità individuali.

 

Il rilassamento è fondamentale per lavorare inconsciamente, poiché tensioni, paure e rabbia riducono la creatività e la capacità di multitasking del cervello, compromettendo la risposta alle minacce.

 

In Italia esistono palestre di Systema a Milano, Padova, Firenze, Treviso, Roma.

 

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Immagine di DanFernbanck via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution – Partage dans les Mêmes Conditions 4.0 International; immagine modificata

 

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Sport e Marzialistica

Concluso il torneo autunnale di Sumo

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Il torneo autunnale di sumo si è concluso domenica 27 settembre e le immagini qua sotto riassumono perfettamente il tema principale al centro dell’attenzione del pubblico nel corso delle due settimane di incontri. Non capita tutti I giorni di vedere un colosso di 190 centimetri per 188 chili scoppiare in lacrime, ma questa è stata una vittoria davvero importante per il campione Onosato Daiki, il gigante buono di Kanazawa.   Il 75esimo yokozuna (ossia grande campione, condizione da cui non si può venire retrocessi ma solo invitati al ritiro definitivo) arrivava da cinque tornei consecutivi senza vittorie, con un infortunio alla spalla sinistra che sembrava potere mettere in dubbio la sua carriera.  

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Nel maggio 2025 aveva riportato il titolo di yokozuna al Giappone dopo quasi vent’anni di dominio mongolo (ironico che i mongoli siano finalmente riusciti a conquistare almeno in parte il Giappone 700 anni dopo che il vento degli dei, kamikaze, fermò l’espansione del loro impero alle porte dell’arcipelago), interrotto solo dalla meteora Kisenosato, costretto al ritiro appunto per un infortunio.   Tutto questo mentre il mondo del sumo ha gli occhi puntati sul ventiduenne ucraino Aonishiki, con già tre vittorie all’attivo e il potenziale per diventare uno dei grandi della storia di questo sport.   Con undici vittorie nei primi dodici incontri, Onosato sembrava tornato il dominatore degli anni scorsi: non è un lottatore particolarmente spettacolare o imprevedibile, ma quando è in forma semplicemente vince, vince fin dal primo istante dell’incontro.  

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Qui sotto lo si vede battere Yoshinofuji, che lo aveva sconfitto tre volte consecutive negli incontri precedenti. Col torneo che pareva ormai deciso, Onosato si è spento per due giorni, incassando due sconfitte e dando l’impressione di avere completamente perso fiducia in sé stesso.   Nel frattempo Aonishiki completava la rimonta con una vittoria sudata contro il forte rikishi mongolo Kirishima, che quest’anno ha sfiorato la promozione a Yokozuna.  

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L’incontro decisivo dell’ultimo giorno è arrivato quindi in un clima di sfiducia generale: il timore che Onosato avesse già perso la battaglia con sé stesso dentro la sua testa era forte.   E invece, eccolo tornato il campione che è e sbrigare la pratica in pochi secondi. Dodici vittorie e tre  sconfitte per Onosato, che vince così il basho di autunno.   Altri grandi momenti li ha offerti Ura, uno dei lottatori più amati dal pubblico. La sua carriera è stata funestata dagli infortuni, ma la sua fantasia e le sue tecniche imprevedibili sono roba da saltare in piedi dalla sedia. Qui sotto la sua vittoria contro Osho nel terzo giorno del torneo.  

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Per capire con che razza di personaggio abbiamo a che fare, qui sotto lo si vede vincere un incontro nel 2024 con una tecnica (lo zubuneri) che nessuno aveva usato negli ultimi 25 anni! Per lui 10 vittorie e 5 sconfitte, un ottimo risultato nelle sue condizioni.     Il lottatore che però può ritenersi il secondo vincitore del torneo è il nativo di Kyoto Fujikawa (177 cm per 125 kg, quindi non un gigante), che arriva a parità di vittorie con Aonishiki (11 vittorie e 4 sconfitte) ma si porta a casa anche il premio per lo «Spirito Combattivo» (敢闘賞, kantosho) assieme al veterano Asanoyama. Il 21enne ha dato veramente spettacolo e conferma il fatto che c’è una nuova generazione di lottatori giapponesi agguerritissimi in arrivo.   Qui sotto le vittorie contro Aonishiki e la montagna umana Atamifuji.

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Scendiamo alla seconda categoria, il juryo, per riferire che l’idolo di Renovatio 21, Enho, chiude con un bilancio negativo di sette vittorie e otto sconfitte. Il piccolo grande uomo però ha regalato grandi emozioni anche questa volta, come nel video qui sotto in cui sconfigge Kazuma che lo sopravanza di 18 centimetri e 95 chili.   Ci si rivede a novembre per il torneo di Fukuoka.   Hakkeyoi!   Taro Negishi

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Immagine di TSUBAME98 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
           
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Giocatore di Football americano celebra il touchdowno ma scopre di essersi rotto la caviglia

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Il wide receiver (ricevitore) della squadre di football americano dei Kansas City Chiefs, Tyquan Thornton, si è alzato per festeggiare quella che potrebbe essere stata la ricezione più bella della partita nella vittoria per 30-27 dei Chiefs sui Las Vegas Raiders domenica scorsa. Lo riporta il New York Times.

 

Tuttavia dopo la ricezione da 55 iarde (circa 50 metri), il giuocatore ha dovuto immediatamente tornare indietro perché si è accorto di un brutto infortunio alla caviglia sinistra.

 

Thornton ha concluso la giornata al primo posto tra i Chiefs con cinque ricezioni per 111 yard e la sua prima partita in carriera con due touchdowni. Tuttavia è uscito dallo stadio in stampelle.

 

Verso la fine del quarto quarto, i Chiefs erano sotto di un punto, 19-17, contro i Raiders e si trovavano ad affrontare un cruciale terzo down sulla propria linea delle 40 yard. Il quarterback Patrick Mahomes ha lanciato un lungo passaggio per Thornton. Il ricevitore è corso sotto il pallone, lo aha afferrato  e tentato  di raggiungere la end zone. Il safety dei Raiders, Treydan Stukes, era in copertura e ha placcato Thornton da dietro sulla linea delle 5 yard dei Raiders, impedendo la meta.

 

 

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Il Thornton non è sembrato rendersi conto subito della gravità del suo infortunio. Ha alzato il braccio in segno di esultanza e si è rialzato usando il piede destro. Quando tentò di appoggiare anche il sinistro, si accorse della direzione in cui puntava e ricadde a terra prima che il personale medico potesse raggiungerlo per soccorrerlo.

 

I Chiefs hanno immediatamente escluso Thornton dalla partita a causa di un infortunio alla caviglia.

 

Thornton è il giocatore dei Chiefs con il maggior numero di target a distanza di almeno 20 yard. Aveva guidato i Chiefs nella stessa categoria anche la scorsa stagione, con 23 target di questo tipo.

 

La storia sportiva è piena di casi di atleti che si infortunano gravemente durante la competizione ma continuano comunque.

 

Il caso più celebre è quello di Derek Redmond: ai Giochi di Barcellona 1992, durante la semifinale dei 400 metri, il velocista britannico si lesionò un muscolo della coscia, ma si rialzò e volle finire la gara saltellando su una gamba sola, finché il padre scese in pista e lo accompagnò fino alla linea d’arrivo.

 

 

Nel calcio resta leggendaria la finale di FA Cup del 1956, quando il portiere del Manchester City Bert Trautmann continuò a giocare dopo uno scontro: solo giorni dopo, per il dolore persistente, si scoprì che aveva il collo fratturato.

 

 

Nella ginnastica, ad Atlanta 1996, Kerri Strug eseguì il secondo salto del volteggio con una grave lesione ai legamenti della caviglia, atterrando su un piede solo, e le statunitensi conquistarono l’oro a squadre.

 

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Nel ciclismo, al Tour de France 2003, Tyler Hamilton si ruppe la clavicola già nella prima tappa, ma proseguì tra i dolori, vinse una tappa e chiuse quarto in classifica.

 

Un caso estremo è quello dell’ex Navy Seal David Goggins, ora sportivo e ospite di vari podcast, che ha completato una ultramaratona di 100 miglia (circa 160 chilometri) con fratture e ossa rotte nei piedi e insufficienza renale. Intorno al 70° miglio, San Diego One Day (una della durata 24 ore), Goggins ha subito la rottura di diverse ossa nei piedi e gravi danni fisici, arrivando a un passo dall’insufficienza renale e urinando sangue. Ha continuato a correre e camminare per gli ultimi 30 chilometri/miglia senza fermarsi, usando il dolore come carburante e affidandosi a una straordinaria forza mentale s descritta nel suo libro Niente può fermarti.

 

Un caso interessantissimo è invece quello di Félix Carvajal, postino cubano, partecipò alla maratona di St. Louis 1904 dopo un viaggio avventuroso. Arrivò alla gara in abiti normali, con i pantaloni tagliati all’altezza del ginocchio e scarpe pesanti, e durante il percorso si fermò a chiacchierare con il pubblico. Per la fame mangiò delle mele acerbe, che gli provocarono forti crampi, e si concesse anche un sonnellino. Nonostante tutto arrivò quarto. È una storia curiosa, ma non c’entra con gli infortuni.

 

Vi è poi la vicenda di  Shizo Kanakuri, ricordato come il «padre della maratona» in Giappone Durante la maratona della Olimpiadi di Stoccolma del 14 luglio 1912, corsa con un caldo soffocante a circa 32°C, l’atleta fu colto da una forte spossatezza. Arrivato attorno al trentesimo chilometro, si fermò nel giardino di una famiglia svedese che stava facendo un picnic. Chiese da bere, accettò un bicchiere di succo di lampone o mirtillo, si sdraiò per riposare e si addormentò profondamente, svegliandosi solo il giorno dopo. Preso da un forte senso di imbarazzo e vergogna per non aver terminato la gara, tornò in Giappone in segreto senza avvisare i giudici, risultando disperso per le autorità svedesi per decenni. Nel 1967 la televisione svedese lo rintracciò e lo invitò a Stoccolma per completare la corsa. Kanakuri tagliò il traguardo con il tempo record di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi

 

La Svezia fu teatro di un’ulteriore prova atletica memorabile, quella dell’atleta locale Mikael Ekvall. Durante la mezza maratona di Göteborg del 2008, il diciannovenne Ekvall fu colto da un violento attacco di diarrea intestinale al secondo chilometro. Nonostante le condizioni fisiche evidenti, rifiutò di fermarsi per non perdere tempo prezioso. Corse per i successivi 19 chilometri con le gambe totalmente sporche, concludendo la gara al 21° posto con l’ottimo tempo di 1 ora, 6 minuti e 43 secondi. A un giornalista che nel post gara gli chiese perché non si fosse fermato, rispose: «se mi fossi fermato una volta, lo avrei fatto anche la seconda e la terza. Ormai ero sporco, tanto valeva continuare». Sulla crudele internet scandinava divenne celebre con il soprannome di «Bajsmannen» («uomo della cacca»).

 

Non si tratta affatto di un caso isolato. Il fenomeno medico è scientificamente noto come diarrea del corridore (runner’s diarrhea o runner’s trots) ed è causato dal ridotto afflusso di sangue all’apparato digerente durante lo sforzo estremo, unito al continuo movimento verticale.

 

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Immagine screenshot da Twitter

 

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I grandi maestri spadaccini del Giappone medievale dell’era samuraia

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Nello  sviluppo del kenjutsu, l’arte del combattimento con la spada spicca tra i primi protagonisti figura Nagahide Chujo, attivo intorno al 1380, fondatore della scuola Chujo-ryu e consigliere dello shogunato dopo il padre Yorishira; la sua abilità fu ammirata anche da Yoshimitsu Ashikaga, terzo shogun della dinastia omonima (1358-1408).ù   Un elemento distintivo delle scuole giapponesi riguardava l’uso dell’armatura, molto diversa da quella europea: se quella dei cavalieri occidentali era composta da piastre metalliche che coprivano l’intero corpo, privilegiando la protezione, i guerrieri giapponesi indossavano armature intrecciate di bambù e cuoio, più leggere e flessibili, pensate per garantire una protezione sufficiente senza compromettere la capacità di attacco.   Anche la tecnica di combattimento rifletteva questa differenza: mentre il cavaliere europeo, con una spada lunga anche un metro e mezzo, poteva mantenere le distanze dal nemico, il samuraio affrontava l’avversario a distanza ravvicinata, impugnando la katana con entrambe le mani e puntando generalmente la lama verso la gola dell’avversario.   Verso la fine del XIII secolo,  il leggendario samuraio Shibenogu Hayashizaki (1542-1621) introdusse una tecnica innovativa per estrarre rapidamente la spada dal fodero, alla quale diede il nome di Shinmei Muso-ryu: questo perfezionamento contribuì alla diffusione dello iai, l’esercizio che consisteva in una sequenza di attacchi e colpi di taglio, eseguiti sfoderando la spada e conclusi rinfoderandola. Per questo oggi lo Shigenobu è ritenuto fondatore dello iaido, dello iaijutsu e del battojutsu, discipline praticate oggi non solo in Giappone.   Tra i suoi allievi più promettenti vi fu Hisayasu Katayama (1575-1650), che in seguito fondò la scuola di spada Hoki-ryu. Nello stesso periodo, Kagehisa Ittosai Ito (1560-1653) si guadagnò la reputazione di spadaccino più forte del suo tempo, elaborando la teoria secondo cui tutte le innumerevoli tecniche di spada sarebbero riconducibili a un’unica tecnica di base originale, chiamata kiriotoshi; su questa idea fondò la scuola Itto-ryu, che fiorì durante tutto il periodo Tokugawa e che ancora oggi influenza il kendo moderno.     Nel XV secolo molti maestri fondarono proprie scuole per addestrare i vassalli dei clan: tra questi Bungoro Hikida (1537-1605), la cui tecnica diede origine alla scuola Hikida-kage, e Iko Aisu (1452-1538), che dopo essersi ritirato in una caverna presso il Tempio Udo trovò l’ispirazione per fondare la scuola Aisu-kage. Un altro importante fondatore fu Choisai Iizasa (1387-c. 1488), artefice della scuola Tenshin Seiden Shinto, che proseguì lo studio del kenjutsu presso i templi di Kashima e Katori, entrambi dedicati a divinità marziali.   Una figura particolarmente celebre fu Bokuden Tsukahara (1490-1572), che secondo la tradizione affrontò trentasette combattimenti senza mai essere sconfitto, grazie alla sua capacità di padroneggiare le tecniche e a una concentrazione fuori dal comune; con il passare degli anni, pur notando un calo della propria destrezza fisica, si ritirò in montagna per dedicarsi alla riflessione, sostenendo sempre la necessità di raggiungere la tranquillità interiore.  

Illustrazione della lotta Tsukahara Bokuden sul lago Biwa. Periodo Edo o Meiji. Immagine CCo via Wikimedia

  Dal villaggio di Yagyu emerse invece Muneyoshi Yagyu (1527-1606), fondatore della scuola Yagyu Shin-kage, che grazie al servizio prestato al daimyo e militare  Nobunaga Oda (1534-1582) e allo shogun Ieyasu Tokugawa (1543-1616) divenne maestro di spada dello shogun; suo figlio Munenori (1571-1646) proseguì la tradizione familiare come istruttore shogunale, ottenendo in seguito anche importanti cariche amministrative.   Tra le figure più note della storia feudale giapponese spicca ovviamente Musashi Miyamoto (1584-1645), reso celebre in Occidente anche attraverso il cinema e la letteratura. Secondo le cronache ingaggiò sessanta duelli nell’arco della sua vita senza mai essere sconfitto, sviluppando la tecnica Niten-ichi-ryu, basata sull’uso simultaneo di due spade, una lunga e una corta.   Il Miyamoto fu anche autore del Gorin no Sho, tradotto in Italia come il Libro dei cinque anelli, testo considerato fondamentale per l’addestramento mentale dei bushi. La sua storia è legata anche a quella del rivale Ganryu Sasaki (1585-1612), che sviluppò un proprio stile ispirandosi al volo delle rondini e che venne infine sconfitto e ucciso da Musashi in un celebre duello sulla spiaggia di Ganryujima.  

Statua che celebra il duello tra Musashi e Kojiro a Ganryujima. immafi Roninjapanwiki via Wikimedia CC BY-SA 4.0

  Ad affiancare questi nomi vi furono altri maestri di rilievo, come Mataemon Araki (1594-1637), fondatore della scuola Araki, e Mitsuyoshi Yagyu, detto Jubei (1607-1650), figlio di Munenori. Kurando Marume (1540-1540 ) fu invece annoverato, nel 1630, tra i quattro grandi spadaccini del periodo, insieme a Izu no Kami Jingo, Bungoro Hikida e Yagyu Tajima no Kami; dopo essersi affermato in un torneo tenuto alla presenza dello shogun Iemitsu Tokugawa (1604-1651), fondò la scuola Shinkan. Agli inizi del periodo Edo, tra le scuole più affermate figuravano anche la Ono Itto-ryu e la Arima Tessen.   Il periodo che va indicativamente dal XIV al XVII secolo, quello in cui fioriscono le grandi scuole di spada e si affermano i nomi più celebri della tradizione guerriera giapponese, coincide non a caso con l’epoca di massima instabilità politica del Giappone feudale: il cosiddetto periodo Sengoku, l’«epoca degli Stati combattenti» (all’incirca 1467-1615), segnato da guerre civili pressoché ininterrotte tra i grandi clan per il controllo del territorio.   È in questo clima di violenza endemica, paradossalmente, che l’arte della spada raggiunge il suo massimo sviluppo tecnico e la sua massima diffusione sociale: un maestro capace di elaborare uno stile efficace non solo garantiva la propria sopravvivenza, ma diventava una risorsa strategica per il signore che lo ingaggiava, al punto che i grandi daimyo si contendevano i migliori spadaccini per assicurarsi eserciti meglio addestrati.  

Stampa xilografica, oban tate-e (1845-1846). Araki Mataemon, il fondatore della linea Edo dell’arte marziale Yagyu Shingan-ryu, è ritratto mentre esamina la sua spada. British Museum, Londra. Immagine CC0 via Wikimedia

  La proliferazione delle ryu (traducibile come «scuola» o «stile») in questo periodo va letta anche come fenomeno di mercato, oltre che tecnico: ogni scuola rappresentava un marchio, un metodo trasmissibile e vendibile, spesso protetto da un rigido segreto (lo hiden, l’insegnamento segreto riservato solo agli allievi più fidati o ai membri della famiglia del fondatore). Non stupisce quindi che figure come Nagahide Chujo (morto nel 1348), al servizio dello shogunato per generazioni prima di fondare la propria scuola, o Yoshimitsu Ashikaga (1358-1408), che premiò pubblicamente l’abilità di un maestro con un titolo ufficiale, ci mostrino un sistema in cui l’eccellenza nella spada era anche un preciso strumento di ascesa sociale e di legittimazione politica.   Un capitolo a parte merita il rapporto tra questi maestri e l’estetica del combattimento. La differenza tra l’armatura giapponese, leggera e flessibile, fatta di bambù e cuoio intrecciati, e quella europea, pesante e completamente metallica, non è soltanto una scelta tecnica dettata da materiali disponibili: riflette due filosofie di guerra profondamente diverse.   Il cavaliere europeo, spesso a cavallo e armato di lance e spade lunghissime, costruiva la propria efficacia sulla protezione totale e sulla forza d’urto; il samuraio, che pure combatteva anche a cavallo, privilegiava la mobilità, la rapidità di esecuzione e la precisione del colpo, valori che richiedevano un’armatura capace di non limitare i movimenti. È significativo che questa scelta sopravviva concettualmente fino ad oggi nell’armatura da kendo, ancora oggi relativamente leggera.   Le tecniche di estrazione rapida della spada, come quella introdotta da Shibenogu Hayashizaki alla fine del XIII secolo e perfezionata nei secoli successivi da maestri come Hisayasu Katayama, meritano un approfondimento a sé: lo iaijutsu (poi evoluto nello iaido, oggi praticato anche in Italia) nasce dall’esigenza specificamente giapponese di rispondere a un attacco a sorpresa nel minor tempo possibile, un’esigenza acuita dal fatto che, contrariamente a quanto avveniva in Europa, il samuraio portava abitualmente la spada infilata nella cintura anziché sguainata o appesa al fianco in un fodero rigido.  

Torneo di Iaido, 2012. Immagine Mr.Takahashi via Wikimedia CC BY-SA 4.0

  Questa disciplina, che unisce l’estrazione (iai), il colpo e il rinfoderamento in un’unica sequenza fluida, è diventata nei secoli una vera e propria arte a sé stante, praticata ancora oggi parallelamente al kendo, e rappresenta forse l’esempio più puro di quella fusione tra efficacia marziale e ricerca estetica che caratterizza l’intera tradizione della spada giapponese.   La figura di Kagehisa Ittosai Ito merita un cenno ulteriore per l’influenza che la sua teoria del kiriotoshi — l’idea che tutte le tecniche di spada siano riconducibili a un unico principio originario — ha esercitato ben oltre la sua epoca. Questo approccio, che privilegia un principio universale rispetto all’accumulo di tecniche particolari, anticipa concettualmente un tema che si ritroverà, secoli dopo, anche nel pensiero di Musashi Miyamoto e nel suo Gorin no Sho: l’idea che la vera maestria non consista nel numero di tecniche apprese, ma nella comprensione di un principio semplice e universale applicabile a ogni situazione.   Non stupisce che la scuola Itto-ryu, fondata su questi presupposti, sia sopravvissuta per tutto il periodo Tokugawa e abbia influenzato pressoché tutte le scuole successive, Nakanishi Itto-ryu compresa — la stessa da cui, come si è visto, nascerà poi il kendo moderno.   Musashi Miyamoto merita, per la sua rilevanza, un approfondimento specifico. La sua fama nel mondo occidentale è in larga parte un fenomeno relativamente recente, legato soprattutto al romanzo in quattro volumi di Eiji Yoshikawa (pubblicato a puntate tra il 1935 e il 1939) e alle successive trasposizioni cinematografiche, tra cui quelle interpretate dall’indimenticabile attore giapponese Toshiro Mifune (1920-1997).  

Toshiro Mifune nel 1961. Immagine CC0 via Wikimedia

  È interessante notare come la figura storica di Musashi, per quanto straordinaria, sia stata in parte romanzata e mitizzata proprio da queste opere novecentesche, al punto che risulta oggi difficile distinguere con precisione i fatti storicamente documentati (i suoi natali, il numero esatto dei duelli, i dettagli del celebre scontro con Sasaki Kojiro sull’isola di Ganryujima) dalle elaborazioni narrative successive.   Ciò non toglie nulla al valore del Gorin no Sho, opera scritta dallo stesso Musashi negli ultimi anni della sua vita, che resta uno dei testi più studiati al mondo non solo negli ambienti marziali, ma anche in contesti manageriali e strategici, per la sua capacità di applicare principi di strategia e disciplina mentale a contesti anche molto lontani dal combattimento con la spada.   Anche il fenomeno delle vendette (adauchi), come quella che oppose Musashi a Sasaki per la morte del padre, o quella di Mataemon Araki, merita una contestualizzazione: la vendetta privata era, in una certa misura, socialmente e giuridicamente tollerata nel Giappone feudale, purché rispettasse determinate procedure formali (spesso richiedeva un’autorizzazione ufficiale dalle autorità del clan). Questo spiega perché tali episodi, lungi dall’essere percepiti come atti di violenza illegittima, siano stati celebrati nella tradizione popolare — nei kodan, i racconti feudali orali, nel teatro Kabuki, e più tardi nel cinema — come esempi di virtù, lealtà filiale e coraggio, in perfetta coerenza con i valori del Bushido descritti in precedenza.   Infine, va sottolineato come l’elenco di questi maestri riveli una differenza strutturale interessante nel modo in cui le due tradizioni, nipponicha ed europea, hanno concepito la guerra: mentre il cavaliere europeo si muoveva spesso in un contesto di guerra «esterna», tra nazioni o contro un nemico religioso lontano, il samurajo giapponese operava quasi sempre all’interno di un perenne conflitto civile, tra clan della stessa nazione — una condizione che forse spiega anche la particolare enfasi posta dal Bushido sulla lealtà personale verso il proprio signore diretto, più che verso un’entità astratta come la nazione o la fede, un vincolo che in un contesto di guerra fratricida costante rappresentava l’unico principio di ordine stabile a cui aggrapparsi.  

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Immagine: Yoshifusa Utagawa (attivo intorno al 1840-1860),  Il celebre duello tra il maestro di spada Miyamoto Musashi (a sinistra) e Sasaki Kojiro (Ganryu) sull’isola di Ganryu-jima (circa1843-1847). Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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