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Consacrazioni episcopali: ciò che don Pagliarani ha detto ai membri della Fraternità San Pio X

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La preparazione dei cuori alle consacrazioni episcopali

Comunicato ai fedeli e agli amici della Fraternità Sacerdotale San Pio X

 

Cari fedeli e amici,

Nel contesto della preparazione alle consacrazioni episcopali previste a Écône il prossimo 1° luglio, desideriamo mettere eccezionalmente a vostra disposizione un editoriale che il Signor Superiore Generale ha indirizzato, lo scorso 7 marzo, ai membri della Fraternità.

 

Questo testo non torna sulla questione delle consacrazioni in sé, ma si propone di ricordare lo spirito con cui devono essere preparate e vissute: spirito di fede, di carità, di fiducia soprannaturale e di amore per la Chiesa. Perché non basta illuminare la propria intelligenza, se allo stesso tempo non ci si dispone con il cuore.

 

Pertanto, a poche settimane da questa cerimonia così importante per tutta la Chiesa, ci è sembrato opportuno condividere queste riflessioni con i fedeli e gli amici della Fraternità, affinché tutti possano unirsi più profondamente a questa preparazione nella preghiera, nel sacrificio e nella pace interiore.

 

Vi si troverà in particolare un invito a mantenere, nelle circostanze attuali, uno sguardo profondamente soprannaturale, uno spirito di dolcezza e di forza, e una carità animata da una vera preoccupazione per il bene delle anime e della Chiesa.

 

Augurandovi una buona lettura, vi ringraziamo di continuare a portare queste intenzioni nelle vostre preghiere, sotto lo sguardo di Nostra Signora Mediatrice di tutte le grazie.

 

Don Foucauld le Roux
Segretario generale

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Editoriale ai membri della Fraternità

Et nos credidimus caritati.
«E noi abbiamo creduto alla carità.»
1 Gv 4,16

 

Cari confratelli e membri della Fraternità,

 

è con grande piacere che, dopo l’annuncio pubblico delle consacrazioni e dopo tutta una serie di spiegazioni, posso finalmente rivolgermi a voi in modo più personale. Desidero condividere con voi alcuni consigli per aiutarci nella nostra preparazione morale e spirituale come membri della Fraternità. È questa preparazione che ci permetterà, a nostra volta, di accompagnare bene i fedeli.

 

La necessità e il contesto delle consacrazioni

Non mancano certo gli argomenti apologetici: si tratta di preservare la fede e tutti i mezzi necessari per trasmetterla e farla vivere nelle anime. Se già nel 1988 si poteva parlare di uno stato di necessità, questa necessità è purtroppo ancora più evidente nel 2026. Ciò spiega perché la decisione della Fraternità susciti una comprensione che va ben oltre i suoi confini.

 

Una constatazione positiva accompagna questa situazione: l’annuncio dello scorso 2 febbraio non ha lasciato nessuno indifferente nella Chiesa. Quasi tutti si sentono coinvolti e avvertono il dovere di esprimere la propria approvazione o disapprovazione. Questo è provvidenziale, perché a volte le parole, le prese di posizione e le dichiarazioni non bastano più. Devono essere accompagnate da atti significativi che la Provvidenza possa usare per scuotere le coscienze e la Chiesa stessa. Credo fermamente che la Provvidenza sia all’opera nel dibattito attuale.

 

La prudenza soprannaturale

Quanto a noi, dobbiamo essere in grado di guardare un po’ dall’alto questo dibattito, pur rimanendovi pienamente coinvolti. La decisione di procedere alle consacrazioni episcopali deve essere guidata innanzitutto dalla prudenza soprannaturale. Questa prudenza non riguarda solo coloro che prendono questa decisione, ma anche coloro che la accolgono e la seguono. In altre parole, la posta in gioco è così importante che ogni membro della Fraternità deve poter, al proprio livello, comprendere e assumersi personalmente questa decisione davanti a Dio.

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La carità

Ma la gravità di questa decisione è tale che non può essere guidata dalla sola prudenza soprannaturale. Affinché questa decisione sia ben compresa e spiegata come si deve, cioè dalle cause più alte, sub specie æternitatis – alla luce dell’eternità –, è fondamentale chiedere allo Spirito Santo di concederci la sua saggezza. Ora, non dobbiamo dimenticare che la vera saggezza, quella che deve guidarci in questa scelta eccezionale, è figlia della carità. Solo la virtù della carità può darci una certa connaturalità con Nostro Signore e, di conseguenza, renderci capaci di percepire la realtà un po’ alla maniera di Dio. È solo a questa condizione che possiamo averne una giusta valutazione.

 

Abbiamo già detto e ripetuto che la ragione che fonda la decisione di procedere alle consacrazioni episcopali è la salvezza delle anime. Non bisogna vederci una semplice formula retorica né una semplice giustificazione di ordine canonico. Questa ragione di carità verso le anime e la Chiesa è quella che, in definitiva, deve veramente preparare le nostre anime e quelle dei fedeli alla cerimonia del 1° luglio.

 

A volte, quando si parla di carità, alcuni hanno la sensazione che si ceda a una forma di debolezza o, almeno, che si mescoli una certa sdolcinatezza all’autentica professione della fede cattolica. Una tale sensibilità è incompatibile con lo spirito di Mons. Lefebvre, con quello della Fraternità, e ancor più con lo spirito della Redenzione: la forza di Nostro Signore nella sua Passione e sulla croce non è altro che la misura della sua carità.

 

È con questa stessa carità che, ora più che mai, dobbiamo amare le anime e la Chiesa, anche se i suoi rappresentanti ufficiali dovessero – ancora una volta – dichiararci scomunicati e scismatici: «Vi ho detto queste cose, affinché non vi scandalizziate. Vi scacceranno dalle sinagoghe, e verrà l’ora in cui chiunque vi farà morire crederà di rendere omaggio a Dio. E vi tratteranno così perché non conoscono né il Padre né me. Vi ho detto queste cose affinché, quando sarà giunta l’ora, vi ricordiate che ve le ho dette» (Gv 16,1-4).

 

La prova definitiva che siamo nella verità sarà la nostra capacità di mantenere questo spirito di carità, qualunque cosa accada e verso tutti senza distinzione.

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In cosa consiste concretamente questa carità?

Si tratta innanzitutto di non cadere mai nell’amarezza: se certamente abbiamo il dovere di fare tutto il possibile per giustificare e spiegare le ragioni profonde delle consacrazioni, ciò deve avvenire con fermezza, ma mai con amarezza, né lasciando trasparire un accenno di zelo amaro. Naturalmente, si può cadere nell’amarezza per eccesso di zelo, ma anche perché avremmo preferito una certa data, un certo candidato, o che le cose andassero diversamente. Qualunque sia la causa materiale dell’amarezza, il rimedio è sempre lo stesso: caritas patiens est – la carità è paziente.

 

Nei confronti dei nostri interlocutori, chiunque essi siano, che ci capiscano o meno, dobbiamo sempre testimoniare la bontà. Quando non c’è comprensione di fronte a noi, quando non c’è nemmeno la disponibilità ad ascoltare il nostro discorso e a coglierne le ragioni, è molto facile, umanamente parlando, cadere nel rancore. Caritas benigna est – la carità è benevola.

 

Dobbiamo sempre ricordarci che se la Provvidenza ci ha concesso la misericordia di darci un po’ di luce, di permetterci di conservare la Tradizione della Chiesa e di prendere i mezzi per difenderla, ciò corrisponde a una grazia eccezionale che non abbiamo meritato. Questa consapevolezza deve condizionare interamente il nostro atteggiamento. Se le consacrazioni rappresentano una grazia per tutta la Fraternità – grazia per la quale dobbiamo sin d’ora ringraziare la Provvidenza –, questa gioia profondamente soprannaturale non deve confondersi con un trionfalismo fuori luogo, come se si trattasse di una vittoria umana che attribuiremmo a noi stessi, il che ne diminuirebbe inevitabilmente il valore intrinseco. Caritas non agit perperam, non inflatur – la carità non è avventata, non si gonfia d’orgoglio.

 

Seguendo l’esempio di monsignor Lefebvre, in tutto ciò che facciamo non dobbiamo cercare il nostro interesse personale né la sopravvivenza di un’opera personale, ma il bene delle anime e della Chiesa. La Fraternità non è altro che un mezzo per rimanere fedeli alla Chiesa. Se oggi adottiamo mezzi eccezionali per preservare la fede, il santo sacrificio della Messa e il sacerdozio, è perché vogliamo che un giorno tutta la Chiesa e ogni anima, senza distinzione, possano liberamente beneficiarne. Tutto questo appartiene alla Chiesa e noi ne siamo solo i custodi. Non chiediamo nulla per noi stessi: la nostra unica ricompensa sarà quella di vedere un giorno tutta la Chiesa riappropriarsi della sua Tradizione. Caritas non quærit quæ sua sunt – la carità non cerca i propri interessi.

 

Se dobbiamo dispiegare tutti i nostri sforzi per difendere bene i sacramenti – e la Fraternità dispone già, a tal fine, di un intero «arsenale» –, se una santa ira è più che mai necessaria di fronte alle terribili deviazioni che scuotono la Chiesa, non dobbiamo tuttavia manifestare né disprezzo né irritazione nelle nostre spiegazioni nei confronti dei nostri interlocutori, e soprattutto non nei confronti della gerarchia della Chiesa. Bisogna saper rimanere fermi e miti allo stesso tempo. Ma ciò è possibile solo con l’aiuto di Nostro Signore. Caritas non irritatur – la carità non si irrita per nulla.

 

Se venissimo dichiarati scomunicati e scismatici, ciò non significherebbe che cerchiamo una tale sanzione né che ne gioiamo, poiché sarebbe oggettivamente ingiusta. Una cosa è rallegrarsi di avere una nuova umiliazione da offrire a Dio; un’altra sarebbe rallegrarsi, in uno spirito di sfida, di un male e di un’ingiustizia oggettiva, che provoca scandalo per l’intera Chiesa. Caritas non gaudet super iniquitatem – la carità non si rallegra dell’ingiustizia.

 

Se invece, nella Chiesa, c’è una parte consistente che accoglie positivamente e sostiene la decisione della Fraternità, se le consacrazioni diventano l’occasione provvidenziale di un rinnovato coraggio ed entusiasmo sia all’interno che all’esterno della Fraternità, non possiamo che rallegrarcene, come Dio stesso può rallegrarsene. Caritas congaudet veritati – la carità si rallegra della verità.

 

Nessuno meglio di san Paolo ha saputo riassumere in quattro parole il programma dei quattro mesi che ci separano dalle ordinazioni e la forza che deve caratterizzare la nostra carità: omnia suffert, omnia credit, omnia sperat, omnia sustinet – sopporta tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto.

 

Questo vale per il momento presente e per sempre: caritas numquam excidit – la carità non finirà mai.

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L’esempio della Santissima Vergine Maria

Ora più che mai, il Cuore Immacolato di Maria deve essere il rifugio della Fraternità e il modello di ciascuno di noi. Nessuno meglio di lei ha avuto il senso delle anime e il senso della Chiesa. È per amore delle anime e per amore della Chiesa che ha accettato di offrire il proprio Figlio sul Calvario. La sua volontà era una cosa sola con quella dell’Eterno e Sommo Sacerdote, proprio nel momento in cui questi si offriva al Padre come vittima di espiazione. Sono questa carità e questo dolore incommensurabili che hanno fatto di Nostra Signora la Corredentrice del genere umano e che le hanno dato una gloria unica nel tempo e nell’eternità.

 

Eppure, nonostante tutto ciò che quel Cuore Immacolato, trafitto da una spada di dolore, ha potuto soffrire, mai la minima amarezza né il minimo risentimento hanno offuscato, nemmeno per un solo istante, lo splendore della sua carità, anche nei confronti di coloro che avevano messo a morte il suo divino Figlio. Così come non ha esitato un solo istante nel compiere il sacrificio fino in fondo, così la sua carità verso i peccatori non ha mai vacillato. Mistero insondabile di forza, di dolcezza e di amore.

 

È con questi sentimenti e con questa carità che dobbiamo preparare la cerimonia del 1° luglio e impegnarci a preparare ad essa tutti i fedeli di cui siamo responsabili.

 

Dio vi benedica!

 

Menzingen, 7 marzo, nella festa di san Tommaso d’Aquino

 

Don Davide Pagliarani

Superiore generale

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Spirito

«L’Europa consegna i suoi Paesi ad una nuova invasione». Mons. Viganò, messaggio per Lepanto

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Renovatio 21 pubblica il messaggio per la ricorrenza della battaglia di Lepanto dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.   Il 7 ottobre 1571, mentre la flotta della Lega Santa affrontava a Lepanto un nemico che pareva invincibile, San Pio V e il popolo cristiano pregavano il Rosario. Vinse allora ciò che aveva vinto con Gedeone: «ne glorietur contra me Israel, et dicat: Meis viribus liberatus sum». [«Perché Israele non si vanti contro di me dicendo: “La mia mano mi ha salvato”», ndr]   Il Signore tolse al suo condottiero ventinovemila uomini e gliene lasciò trecento, perché nessuno attribuisse alle proprie forze una vittoria che era Sua.  

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Oggi i governanti d’Europa, dimentichi dell’identità dei loro popoli forgiata dal Cattolicesimo Romano, consegnano inermi i propri Paesi a una nuova invasione. E la gerarchia sedicente cattolica, che dovrebbe chiamare a raccolta i fedeli, incoraggia la sostituzione etnica, benedice chi la promuove e chiama «dialogo» la propria vile e abbietta diserzione.   Ma i primi nemici dei popoli europei non sono coloro che violano i nostri confini: sono quanti, servi dei potentati finanziari che pretendono di governare le nazioni, se ne servono per scardinare la Religione e l’ordine sociale, e imporre così la propria tirannide tecnocratica. Alle genti che arrivano la Chiesa Cattolica deve la carità e l’annuncio di Cristo; ai loro strumentalizzatori, la coraggiosa denuncia e la resistenza.   Un’Europa apostata dalla Fede e pervertita nella Morale non ha più galee, perché non ha più Rosari. Ma la Vergine è la stessa, e Dio non ha mutato il suo giudizio sui numeri: gli bastano trecento uomini, purché siano in ginocchio. «Cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo». [«Rallegrati, Vergine Maria, tu sola hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero», ndr]   Torniamo ai piedi dell’altare. Torniamo al Rosario quotidiano.   Carlo Maria Viganò + Arcivescovo

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Immagine: cerchia di Andries van Eertvelt (1590–1652), La battaglia di Lepanto (1622), collezione privata. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia.  
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Domani, l’Anticristo? Quando la teologia fa luce sulla geopolitica

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Nel numero 700 del Courrier de Rome (settembre 2026), padre Jean-Michel Gleize si interroga sulla possibilità di spiegare il sostegno americano a Israele unicamente con motivazioni geopolitiche e rintraccia le radici religiose e messianiche di questa alleanza fino alla questione dell’Anticristo. Padre Philippe Bourrat, dal canto suo, ripercorre l’intervento di San Clemente di Roma nella crisi della Chiesa di Corinto.

 

Israele, il Tempio e l’Anticristo

«Domani, l’Anticristo?”: Dietro questo titolo interrogativo, padre Jean-Michel Gleize inizia ponendo una questione metodologica. La scienza, nel senso moderno del termine, cerca le cause immediate e osservabili dei fenomeni. La «saggezza» va più indietro, alle loro cause profonde. Che dire allora della geopolitica? Può spiegare pienamente gli eventi che osserva, o dobbiamo, in certi casi, guardare più in profondità?

 

L’autore applica questa questione alle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Dal riconoscimento dello Stato ebraico al trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme sotto la presidenza di Donald Trump, passando per l’entità degli aiuti concessi a Israele, egli osserva una convergenza che sembra difficile da spiegare unicamente con interessi economici, finanziari o strategici. «È possibile che considerazioni teologico-politiche prevalgano in questo caso sulla geopolitica?», si chiede.

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Fu allora che emerse il sionismo cristiano, una branca del protestantesimo evangelico per la quale la creazione dello Stato di Israele era vista come il compimento delle profezie dell’Antico Testamento. Il raduno degli ebrei in Terra Santa e la ricostruzione del Terzo Tempio erano, in quest’ottica, finalizzati a preparare il ritorno di Cristo e la conversione di Israele. L’abate Gleize individua dunque, dietro alcune scelte della politica americana, una motivazione religiosa che trascende la mera geopolitica.

 

Ma questa convergenza cela una profonda divergenza. L’autore esamina l’aspettativa messianica ebraica, basandosi in particolare sull’opera di Elijah Benamozegh: il Messia atteso deve instaurare un ordine universale incentrato su Gerusalemme e sul suo Tempio. La ricostruzione del Tempio assume quindi un significato messianico per entrambe le parti, ma non conduce allo stesso Messia.

 

È a questo punto che lo studio si allinea al suo titolo. Padre Gleize mette a confronto questa aspettativa con i principi della teologia cattolica, in particolare quelli di San Paolo, Sant’Ireneo e San Tommaso d’Aquino. Il falso Messia che apparirà alla fine dei tempi e sarà accolto come tale è l’Anticristo; Sant’Ireneo lo descrive mentre instaura il suo regno a Gerusalemme e siede nel Tempio. La convergenza tra il sionismo evangelico americano e la causa israeliana appare quindi come una temporanea «coincidenza di interessi».

 

La conclusione ritorna dunque al problema posto nelle righe iniziali. La geopolitica, «lasciata a se stessa», rimane, per l’abate Gleize, «incapace di fornirci una vera comprensione degli eventi che si svolgono sotto i nostri occhi». La loro profonda spiegazione richiede il ricorso a «dati religiosi, biblici e teologici» e, in ultima analisi, alla «Saggezza dall’alto».

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Una sedizione a Corinto, Roma interviene

Con padre Philippe Bourrat, questo numero ci trasporta alla fine del I secolo. Intorno all’anno 98, scoppiò una sedizione nella Chiesa di Corinto: diversi sacerdoti, fino ad allora irreprensibili nel loro ministero, furono destituiti. Il terzo successore di San Pietro intervenne quindi per ristabilire l’ordine tra i Corinzi.

 

Il significato di questa epistola, tuttavia, va ben oltre l’episodio che l’ha ispirata. San Clemente riconduce i disordini visibili alle loro cause morali: gelosia, superbia e insubordinazione. Al contrario, esorta i fedeli a riscoprire l’umiltà e l’obbedienza che avevano caratterizzato la loro comunità: «vi siete tutti dimostrati umili, senza vantarvi, più inclini all’obbedienza che al comando».

 

L’epistola dispiega dunque un intero insegnamento della vita cristiana: penitenza, timore del giudizio di Dio, speranza della risurrezione, imitazione dell’umiltà di Cristo e sottomissione all’ordine stabilito da Dio. «Fratelli, impegniamoci con tutto il nostro zelo, sotto il comando di questo irreprensibile condottiero», esorta san Clemente prima di ricordare la distinzione e la gerarchia delle funzioni nella Chiesa.

 

L’abate Bourrat sottolinea in particolare ciò che questo intervento rivela sull’autorità romana in un’epoca molto vicina a quella degli Apostoli. Il vescovo di Roma interviene in un’altra Chiesa, condanna la sedizione, esige che i suoi decreti siano osservati e invia legati per riferire sul ristabilimento della concordia. San Clemente può quindi scrivere: «ci darete gioia e letizia se obbedirete a ciò che vi abbiamo scritto per mezzo dello Spirito Santo».

 

Le pagine conclusive mettono a confronto questa interpretazione con quella proposta nel recente manuale Alla scoperta dei Padri della Chiesa . L’abate Bourrat la critica in particolare per aver spostato l’enfasi su un presunto «eccesso di zelo» che sfocia nel fanatismo, mentre il testo di San Clemente denuncia esplicitamente la superbia, la gelosia e l’insubordinazione dei sediziosi.

 

Secondo l’autore, è proprio questo che rende questa lettera, vecchia di quasi duemila anni, così attuale: gli stessi disordini producono gli stessi risultati quando si perde lo spirito di Cristo. «Gli insegnamenti di questo venerabile testo sono ancora validi oggi», conclude.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di Godot13 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

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Leone XIV elogia la Confessione di Augusta, documento fondativo luterano

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Il 1° ottobre papa Leone XIV ha ricevuto nella biblioteca privata del Palazzo Apostolico i rappresentanti della Federazione Luterana Mondiale e ha esortato cattolici e luterani a riscoprire un patrimonio «apostolico e preconfessionale» condiviso, mentre avanzano «verso la piena e visibile unità». Lo riporta LifeSite.   Il romano pontefice ha detto che il cammino ecumenico cattolico-luterano dovrebbe mirare a una «rinnovata comunione nella fede apostolica, nei sacramenti e nei ministeri». Erano presenti il presidente della Federazione, Henrik Stubkjær, e il cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero vaticano per il Servizio dell’Unità dei Cristiani.   «Il 2030, anno che segna il 500° anniversario della Confessione di Augusta, può diventare uno di questi momenti condivisi: una profonda esperienza ecumenica che possa dare nuova energia e gioia ai passi che compiremo verso una piena e visibile unità», ha affermato Papa Leone.

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Ha richiamato in particolare la Confessione di Augusta, il documento del 1530 divenuto il credo fondante del movimento luterano. A suo giudizio lo scopo originario non era fondare una confessione separata, ma cercare la riconciliazione all’interno della Chiesa occidentale.   «Quando la Confessio Augustana fu letta ad Augusta il 25 giugno 1530, l’unità della Chiesa occidentale era in pericolo, ma non ancora frantumata», ha detto. Citando Giovanni Paolo II, ha aggiunto che gli autori del XVI secolo intendevano testimoniare la loro fede nella «Chiesa una, santa, cattolica e apostolica».   Leone XIV ha osservato che il documento è stato compreso solo in seguito come parte di un processo divisivo di separazione confessionale. In vista del cinquecentesimo anniversario, nel 2030, cattolici e luterani dovrebbero cercare di recuperare quello che ha definito il suo «potenziale ecumenico preconfessionale».   «Rivolgo un appello accorato a tutti i credenti, e in particolare ai teologi, affinché rivolgano la loro mente a Cristo e al suo Vangelo», ha detto il Papa. Ha auspicato un ritorno «alla fede della Chiesa primitiva e dei Padri della Chiesa» per riscoprire «l’eredità apostolica e preconfessionale che ci unisce veramente come fratelli e sorelle in Cristo».   Il Prevost inoltre ricordato i progressi del dialogo cattolico-luterano negli ultimi decenni, indicando la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, firmata nel 1999, come tappa fondamentale, insieme ai documenti comuni precedenti sull’Eucaristia, sul ministero nella Chiesa e sui cammini verso una maggiore comunione, richiamando. Ha infine richiamato un discorso di Papa Francesco del 2021 alla Federazione Luterana Mondiale, in cui l’ecumenismo era descritto come un «cammino di grazia» piuttosto che come una «diplomazia ecclesiale».   Nel 2030 ricorrerà il 500° anniversario della Confessione di Augusta, presentata ad Augusta il 25 giugno 1530. Anche se non aveva lo scopo di dividere la Chiesa, il testo respinse comunque una serie di dottrine importanti già definite in modo autorevole dalla Chiesa stessa.

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Redatta dal teologo luterano Filippo Melantone e presentata all’imperatore cattolico Carlo V, la Confessione del 1530 mirava a dimostrare che i suoi aderenti stavano affrontando quelli che consideravano «abusi teologici ed ecclesiastici», ripristinando al contempo la fede e la pratica della «prima comunità cristiana». Tra quegli «abusi» rientravano dottrine e pratiche a lungo sostenute dalla Chiesa cattolica: la Comunione sotto un’unica specie, il celibato sacerdotale, la natura sacrificale della Messa, la concezione tradizionale della confessione sacramentale e della penitenza, e alcuni aspetti del rapporto tra autorità ecclesiastica e civile.   La risposta cattolica fu la Confutatio Augustana, una confutazione dettagliata preparata da teologi papali e presentata alle autorità imperiali. Il documento affrontava in modo sistematico le tesi luterane e sollecitava l’adesione alla pienezza della dottrina cattolica. Molte delle questioni sollevate in quello scambio furono poi esaminate più a fondo dal Concilio di Trento, che diede la risposta definitiva della Chiesa alle sfide della Rivoluzione protestante.   Le parole di papa Leone XIV fanno eco a quanto già detto all’inizio di quest’anno dall’arcivescovo Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani. In un’intervista del 22 gennaio 2026 a Vatican News, in occasione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, Pace aveva elogiato la Confessio Augustana del 1530 come un tentativo significativo di individuare un terreno comune tra i cattolici e il nascente movimento protestante, e aveva suggerito che il documento potesse servire da punto di riferimento per la riflessione ecumenica in vista del cinquecentesimo anniversario del 2030.  

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Immagine: Lutero e Murner come draghi, Murnarus Leviathan, J. Grüninger, 1521, folio c3 verso, Biblioteca Nazionale e Universitaria di Strasburgo Immagine di Ji-Elle via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
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