Bizzarria
Ecco la catena alberghiera dell’ultranazionalismo revisionista giapponese
Per chi è stato in viaggio in Giappone il nome APA hotels potrebbe risultare familiare. La catena di alberghi dalla caratteristica insegna arancione è onnipresente nel Paese del Sol Levante, possiede circa 900 strutture alberghiere e in alcune zone urbane la loro densità è incredibile: così a memoria direi che ce ne sono almeno 5 nella zona tra Asakusa e Asakusabashi (due fermate di metro o mezz’ora scarsa a piedi).
La catena ha anche già iniziato la sua espansione nell’America settentrionale, con 40 strutture tra Stati Uniti e Canada.
Di recente ho avuto l’occasione di provare per la prima volta un hotel APA a Kanazawa, dove la catena è nata nei primi anni ottanta. Il giudizio complessivo è positivo: pulito, molto pratico da usare, al netto di stanze piuttosto anguste (ma nella norma nipponica) non posso dire che mi sia mancata alcuna comodità.

Anzi, le stanze dispongono del «bottone buonanotte» (oyasumi botan) cioè un pulsante vicino al comodino che spegne tutte le luci in un colpo solo. Di questo sono particolarmente grato perché mi ha risparmiato la classica caccia agli interruttori che contraddistingue le serate passate negli alberghi meno recenti qui in Giappone – in alcuni ryokan ci sono persone che si rassegnano a dormire con le luci accese per la disperazione, spossati dalla caccia all’interruttore nascosto.
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Un’altra caratteristica degli hotel APA è l’onnipresenza dell’effigie della presidentessa dell’azienda, la buffa Fumiko Motoya, sempre accompagnata da uno dei suoi vistosissimi cappelli (la sua collezione ne conta circa 240).

Fumiko Motoya, di hirune5656 via Wikimedia CC BY 3.0
Insegne, pubblicità, bottiglie di acqua minerale, confezioni di curry liofilizzato: non c’è posto da cui non spunti il sorriso della nostra Fumiko, il tutto ha una lieve sfumatura di culto della personalità da regime totalitario.

Ma quello che porta ripetutamente questa azienda al centro di aspre polemiche non sono i vistosi copricapo del suo presidente, né tanto meno la folle varietà di ristoranti ospitati dagli alberghi APA (a seconda della località mi è capitato di vedere ristoranti italiani, indiani, singaporiani, coreani, caffè in stile europeo, letteralmente la qualsiasi). Si tratta, invece, della cifra politica della catena alberghiera.
Ogni stanza d’albergo ha in dotazione almeno un paio di copie degli scritti del fondatore dell’azienda, Toshio Motoya, storico e ideologo di orientamento decisamente patriottico.
Gli scritti in questione innescano periodicamente polemiche furibonde: il picco era stato raggiunto tra 2016 e 2017, quando il volume che si trovava nelle stanze degli alberghi conteneva una revisione storica del massacro di Nanchino (1937). Apriti cielo: il clima allora era meno liberticida di adesso, si era agli albori dei social media totalitari come li conosciamo oggidì, ma le polemiche in Asia e occidente furono furibonde.
Il bello è che l’autore e l’azienda hanno fatto quello che oggi nessuno fa: nessun passo indietro, nessuna scusa, soltanto ribadire le proprie ragioni in maniera più articolata. In un mondo come quello in cui viviamo, in cui la gogna internettiana ha reso tutti ominicchi, quaquaraquà e, d’altronde love is love, un po’ invertiti, un atteggiamento del genere si può forse definire eroico.
Cotale attitudine mi ha ricordato l’epoca d’oro del movimento ultrà italiano, quando ancora dalle curve, allora libere da qualsiasi controllo da parte di partiti politici, malavita e istituzioni, si alzava il coro liberatorio: «Noi facciamo il cazzo che vogliamo!».
La pagina in inglese dell’azienda usa uno stile revisionistico che in Europa sarebbe ragione sufficiente per arresto, condanna e detenzione. Ve la ricordate la libertà, voi europei? Pensate che brivido trovare in albergo letteratura che rivede il dogma riguardo agli eventi accaduti nei primi anni quaranta tra Polonia, Germania e Austria…
Di fronte alle furiose contestazioni, l’azienda continua imperterrita a fare trovare in ogni camera delle copie di Theoretical modern history (理論近現代文学), i volumi che raccolgono gli scritti del fondatore della catena Motoya. Durante il mio soggiorno a Kanazawa ho avuto modo di leggere alcuni articoli che mi hanno dato una prospettiva diversa della storia giapponese.



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L’insegnamento della storia nel Giappone post bellico ha frequentemente preso l’aspetto di una forma di autoflagellazione (sotto la guida dell’occupante statunitense). Questa colpevolizzazione del paese a scapito di tutte le altre forze coinvolte nel conflitto mondiale raggiunge picchi disturbanti nelle prefetture più sinistrorse del Paese, le così dette H2O (Hiroshima, Hokkaido, Oita).
Ci sono stati casi di genitori che hanno protestato dopo avere sentito che ai figli veniva insegnato che «le bombe atomiche ce le siamo meritate». Dopo decenni di scuse a capo chino, non c’è da stupirsi che parte del Paese inizi a manifestare insofferenza verso questo clima culturale e a volersi riconciliare con la propria storia, senza intenti necessariamente autoassolutori.
L’articolo che riporto nella foto riguardo al pilota suicida (quelli che l’occidente chiama kamikaze, ma che in Giappone sono tokkoutai, 特攻隊、le squadre speciali d’assalto), mi ha ricordato il manifesto elettorale del partito Sanseito, in cui due piloti «kamikaze» sono raffigurati abbracciati e con le lacrime agli occhi, un’immagine dei cosiddetti kamikaze diversa da quella che solitamente ci viene mostrata.

Passare una notte all’APA hotel è stata l’occasione per capire una volta di più che al popolo del Giappone, come a quelli d’Europa, è stato messo sulle spalle il giogo di un senso di colpa che impedisce loro di esistere in quanto tali, costringendoli ad abiurare sé stessi quotidianamente.
Adesso basta, noi facciamo il katsu che vogliamo.
Taro Negishi
Corrispondete di Renovatio 21 da Tokyo
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Immagine di Mr.ちゅらさん via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International; immagine tagliata
Bizzarria
Sosia di Adolfo Hitler convocato in tribunale: oltre il cosplay, la grande lezione della storia
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La foto scattata in Colombia nel dopoguerra dall’agente Phillip Citroen, e alimenta ancora oggi le teorie per cui Hitler sarebbe sopravvissuto e fuggito in Sudamerica (da cui la famosa barzelletta dove Merz lo va a trovare in un villaggio della foresta amazzonica per chiedergli di tornare e risolvere i problemi del Paese ma il vecchio Hitler accetta solo ad una condizione: «cattivi, stavolta!»)
Ora, è chiaro al lettore che in realtà nessuno di costoro assomiglia davvero allo Hitler, perché – esattamente come Trump per la chioma bionda irrealistica – egli ha saputo trasformare un tratto unico, il baffetto (cui volendo si può aggiungere il capello col riportino), in un brand di potenza devastante: se mettete il baffetto quadrato sotto non solo a qualsiasi persona, ma a quasliasi cosa, essa diventa magicamente «Hitler»
Ne sa qualcosa Amazon, che anni fa dovette cambiare un logo di una sua app perché varie persone avevano iniziato a sostenere che esso ricordava la faccia del Fuhrer.
Ricordiamo al lettore di Renovatio 21, ancora una volta, la legge di Godwin. Mike Godwin, informatico pioniere delle prime reti tra computer (quella che utilizzava lui si chiamava Usenet, antesignana di Internet) ebbe a formulare una inviolabile legge per cui «mano a mano che una discussione su Usenet si allunga, la probabilità di un paragone riguardante i nazisti o Hitler si avvicina ad 1».
È come dire: Hitler è una maledizione semiotica da cui il mondo potrebbe non guarire mai. A meno che i giornali ed alcuni committenti, che chissà perché vogliono che ci ricordiamo di lui (con giorni specifici ad inizio anno dedicati alla sua demonizzazione), non la piantino – oppure, la buttiamo là, potrebbero commettere l’errore di iniziare a fare loro stessi quello che ha fatto Hitler, in modo da far uscire tutti dall’incantesimo del baffetto che appare ubiquamente.
Sappiamo bene che ciò non succederà: ma quando mai le vittime poi diventano carnefici? Quando mai chi subisce un genocidio, poi lo perpetra a sua volta? Quando mai chi viene schiacciato dal suprematismo razziale, poi si mette a praticarlo su piano genetico-religioso?
Per fortuna, l’umanità impara sempre dalla sua storia.
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Bizzarria
Passeggero di un Boeing Ryanair parzialmente risucchiato fuori dall’oblò
Un passeggero sarebbe stato parzialmente risucchiato fuori da un Boeing 737 della Ryanair dopo che un finestrino è esploso in circostanze non chiare poco dopo il decollo. La notizia sta facendo il giro del mondo.
L’incidente è avvenuto venerdì a bordo del volo FR1879 dalla Grecia alla Germania, operato da Malta Air, compagnia sussidiaria di Ryanair. Secondo diverse fonti giornalistiche, uno dei motori dell’aereo ha avuto un malfunzionamento, proiettando detriti nella fusoliera. Un frammento avrebbe mandato in frantumi un oblàdella cabina, causando il parziale risucchio all’esterno del passeggero seduto accanto.
Il cittadino serbo di 61 anni ha riportato contusioni e ustioni da attrito causate dall’aria gelida ed è stato ricoverato in ospedale in istato di shock dopo l’atterraggio dell’aereo. Secondo le ricostruzioni, è riuscito a evitare di essere estratto dall’aereo perché indossava la cintura di sicurezza, mentre la moglie gli avrebbe afferrato le gambe e altri passeggeri lo avrebbero aiutato a rientrare.
BREAKING: Ryanair passenger reportedly saved from being sucked out the cabin after window fails during a flight from Thessaloniki to Memmingen.
According to local media Ryanair flight FR1879, a Boeing 737-8AS, returned safely to Greece on Friday after part of a damaged engine… pic.twitter.com/YPgRodjPFp
— Breaking Aviation News & Videos (@aviationbrk) July 10, 2026
NEW: Ryanair passenger, 61, nearly sucked out of Greece–Germany flight after damaged engine debris shatters cabin window; suffers friction burns pic.twitter.com/L8cpxF1Ad9
— Rapid Report (@RapidReport2025) July 10, 2026
🔵#Grecia È accaduto su un volo Ryanair da Salonicco. Un finestrino si è staccato dopo il decollo. Un passeggero ha rischiato di essere risucchiato all’esterno. A evitare il peggio la moglie e gli altri passeggeri che sono riusciti a trattenerlo. L’aereo è subito rientrato. pic.twitter.com/EHUkewkz5y
— Rai Radio1 (@Radio1Rai) July 10, 2026
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Un filmato girato poco dopo l’incidente e diffuso online mostra il finestrino completamente distrutto e parzialmente ostruito da una scatola. Secondo quanto riportato, l’incidente ha scatenato il panico a bordo, con l’attivazione delle maschere d’ossigeno a causa della depressurizzazione.
Ryanair ha confermato l’incidente, dichiarando che l’aereo è riuscito a tornare all’aeroporto in sicurezza e che è stato predisposto un aereo sostitutivo per i passeggeri rimasti a terra. La compagnia aerea non ha fornito dettagli su cosa abbia esattamente causato il malfunzionamento del finestrino.
«Un volo Ryanair da Salonicco a Memmingen, partito venerdì mattina, è tornato a Salonicco poco dopo il decollo a causa del distacco di un finestrino durante il volo», ha dichiarato la compagnia.
Boeing ha dichiarato di essere a conoscenza dell’incidente e di essere «in contatto con Ryanair».
Se un oblò esplode o si rompe durante un volo di linea, si verifica una depressurizzazione rapida o esplosiva della cabina a causa dell’enorme differenza di pressione tra l’interno pressurizzato dell’aereo e l’aria rarefatta dell’alta quota. L’evento è violento, tuttavia i piloti, in teoria, sono addestrati a gestirlo in sicurezza. La cintura di sicurezza allacciata evita che i passeggeri vengano scagliati fuori dall’aereo.
Al momento della distruzione del finestrino, si avverte un rumore assordante generato dal vento e dal flusso d’aria. Contemporaneamente, l’improvviso calo di pressione e temperatura causa la condensazione istantanea dell’umidità, riempiendo la cabina di una fitta nebbia bianca. La temperatura crolla in pochi istanti a livelli estremi (anche fino a -40 °C o -50 °C se l’aereo si trova a quota di crociera), accompagnata da correnti d’aria violentissime.
I piloti attivano immediatamente una procedura standard che prevede una discesa picchiata controllata ma estremamente ripida. L’obiettivo è portare l’aereo sotto i 10.000 piedi (circa 3.000 metri) di quota nel minor tempo possibile. A questa altitudine l’aria esterna è respirabile e le maschere d’ossigeno non sono più necessarie.
Una volta raggiunta una quota sicura e stabilizzata la situazione a bordo, i piloti dichiarano lo stato di emergenza alle torri di controllo e dirigono l’aeromobile verso l’aeroporto più vicino per effettuare un atterraggio immediato.
Non si tratta del primo problema in cui l’industria aerospaziale Boeing è incorsa in questi anni. Un mese fa il carrello di atterraggio anteriore di un Boeing 787 è collassato improvvisamente mentre l’aereo era parcheggiato a un gate dell’aeroporto di Francoforte.
Come riportato da Renovatio 21, due anni fa la Federal Aviation Administration (FAA), l’ente di controllo del volo degli Stati Uniti, aveva emesso una direttiva all’inizio di quest’anno avvertendo che un difetto negli aerei Boeing 777 potrebbe causare «incendio o esplosione» se non risolto.
Come riportato da Renovatio 21, in quel periodo due ex lavoratori della Boeing, divenuti informatori sui problemi dell’azienda, erano stati trovati morti. settimane.
Problemi anche per un satellite Boeing Intelsat-33 che due anni fa aveva lasciato pensare che avrebbe potuto scatenare un processo di distruzione orbitale.
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Immagine di Michael Oldfield via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Donna di colore vince concorso per sosia di Beniamino Franklin
A black woman has won the Benjamin Franklin lookalike contest in Philadelphia.🥴🥴🥴 pic.twitter.com/tO9eDkM6Qd
— Trumpusa1 (@Trumpusa1A1) July 5, 2026
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