Spirito
Roma condanna canonicamente, ma rimane in silenzio dottrinalmente
Il 2 luglio 2026, il giorno dopo le consacrazioni episcopali a Écône, il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha firmato un «decreto di scomunica latae sententiae» che colpiva automaticamente i vescovi consacranti e consacrati, minacciando la stessa sanzione a sacerdoti e fedeli che avessero aderito a questo «atto scismatico».
Alla singola cerimonia del 1° luglio erano presenti oltre 16.500 fedeli, 589 sacerdoti, frati e seminaristi e 397 suore, in rappresentanza di 68 nazionalità.
La Roma moderna scomunica molti. Ma tace sulla Dichiarazione di Fede della Fraternità Sacerdotale San Pio X del 14 maggio (Nouvelles de Chrétienté n. 219, maggio-giugno 2026, pp. 3-5) e sulla Lettera Aperta al Papa e ai Cardinali e sulla Professione di Fede Cattolica del 24 giugno (DICI n. 470, luglio 2026, pp. 8-11, e questo numero di Nouvelles de Chrétienté, pp. 13-22). Questa dichiarazione e questa professione sono forse eterodosse? Non rivelano forse le vere ragioni dottrinali della lotta per la fede? Roma tace.
E Leone XIV non ha ricevuto padre Davide Pagliarani, nonostante le ripetute richieste, nel 2025 e nel 2026.
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Roma preferisce applicare la legge automaticamente, senza considerazioni dottrinali. La sanzione si applica da sola, o, meglio ancora, secondo alcuni commentatori, i vescovi si sono scomunicati da soli… «Dura lex, sed lex; la legge è dura, ma è la legge», è la scusa offerta sottovoce , perché questo legalismo preconciliare si concilia a fatica con l’accoglienza fraterna ed ecumenica riservata all’«arcivescova» anglicana Sarah Mullally, che ha benedetto i cardinali romani il 4 maggio. Meglio che la “scomunica” sia automatica, senza che le autorità debbano intervenire. Per contraddirsi.
E che dire del benessere delle anime legittimamente offese da questo ecumenismo aberrante? A chi importa a Roma? Il 2 febbraio, dopo l’annuncio delle consacrazioni, padre Davide Pagliarani ha ricordato che «l’assioma “suprema lex, salus animarum” è una massima classica della tradizione canonica, esplicitamente ribadita, inoltre, dal canone finale del Codice del 1983; nell’attuale stato di necessità, è su questo principio superiore che si fonda in ultima analisi tutta la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione verso le anime che si rivolgono a noi. Per noi è un ruolo di sostituzione, in nome di questa stessa carità».
Ma la Roma odierna preferisce un «arcivescovo» anglicano a un prete cattolico. L’ecumenismo è una conquista conciliare «irreversibile», dicono. Non ci sarà alcun ritorno alle scomuniche e agli anatemi tridentini, eccetto per coloro che difendono la Messa tridentina. Per loro, saranno schierati i cannoni automatici.
C’è un altro adagio su cui vale la pena riflettere oggigiorno: «summum jus, summa injuria; la giustizia portata all’estremo diventa estrema ingiustizia. La legge senza fede non è altro che la rovina della giustizia.
Padre Alain Lorans
Articolo previamente apparso su FSSPX.News.
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Immagine di Livioandronico2013 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Spirito
Mons. Viganò: «i regni degli uomini vivono del sangue dei loro sudditi; il Regno di Cristo vive del sangue del Suo Re»
QUOD SCRIPSI, SCRIPSI
Omelia nella Festa di Cristo Re
Dicit ei Pilatus: Ergo rex es tu?
Respondit Jesus: Tu dicis quia rex sum ego.
Jo 18, 37
Dilettissimi Fratelli e Sorelle,I. Un versetto mutilato
Si è soliti citare solo versetto di quel dialogo, e citarlo a metà: Regnum meum non est de hoc mundo. Il Regno di Cristo – si afferma – non è di questo mondo; dunque nulla ha da pretendere dalle leggi, dalle scuole, dai tribunali e dai parlamenti; dunque la Fede è affare di sacrestia, e il Re può ben restare nel tabernacolo, purché non osi uscirne.Sostieni Renovatio 21
II. Il giudice che si lava le mani
Guardiamo ora Pilato, che è la figura emblematica dello Stato che vuole restare neutrale dinanzi a Dio. Egli riconosce l’innocenza dell’Accusato: ego nullam invenio in eo causam. Ne sa abbastanza per assolverLo; ma teme il tumulto, calcola il consenso, e dopo aver interrogato la Verità in persona con la celebre domanda: quid est veritas?, se ne va senza attendere la risposta. Non ha scelto di negare Cristo: ha scelto di non decidere. E poiché il non decidere è già decidere, egli consegna al supplizio il Re dei re, e si lava le mani dinanzi alla folla.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
III. Quod scripsi, scripsi
Ma il Vangelo ha riservato a Pilato una sorpresa, e a noi una lezione. Dopo la condanna, l’uomo che aveva rifiutato di decidere decide una cosa sola, e la decide con ostinazione: scrive il titolo della Croce. Scripsit autem et titulum Pilatus, et posuit super crucem: Jesus Nazarenus, Rex Judæorum. E lo scrive in tre lingue: hebraice, græce et latine; cioè nella lingua della Rivelazione, in quella della Sapienza e in quella del Diritto.Aiuta Renovatio 21
IV. Regnavit a ligno Deus
Vi è tuttavia nel mistero della Croce una profondità che sorpassa la stessa ironia di Pilato. L’antico inno di Venanzio Fortunato canta: Regnavit a ligno Deus. Dio regna dalla Croce. Non dopo il legno, non malgrado il legno, ma dal legno: perché la Croce è il trono, e il Sangue è la porpora, e il Costato aperto è la corte da cui il Re distribuisce le Sue Grazie.V. La liturgia ferita e il Re spodestato
Mi si consenta, cari fedeli, una considerazione che tocca da vicino quest’altare. Quando la Santa Chiesa istituì la festa di Cristo Re, volle collocarla in un giorno che esprimesse un messaggio, cioè prima della solennità di Tutti i Santi, perché la Regalità precede la gloria dei Santi, e li governa.VI. Che cosa significa, oggi, confessare il Re
E allora, che cosa ci è chiesto? Non gesti clamorosi, né eroismi che il Signore non ci domanda: ci è chiesto di non fare come Pilato.Sostieni Renovatio 21
VII. Regina Regni
Cari Fedeli, volgiamo lo sguardo a Colei che stava presso la Croce mentre Pilato scriveva e il titolo veniva affisso: stabat juxta crucem Jesu mater ejus. Ella ha letto per prima, sotto il legno, la scritta che decretava il Figlio Re; e ha creduto, quando tutti gli Apostoli, tranne uno, erano fuggiti. Per questo la Chiesa La invoca Regina, perché Colei che ha creduto alla Regalità del Crocifisso quando più era oscurata, ha meritato di sedere alla destra del Re quando essa è più splendente.+ Carlo Maria Viganò,
Arcivescovo
Viterbo, 25 Ottobre MMXXVI
Dominica ultima Octobris, D.N.J.C. Regis
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Spirito
La soluzione liturgica di papa Leone XIV
Durante il recente viaggio apostolico di Leone XIV in Francia, le cerimonie liturgiche sono state dignitose. Era la messa nuova senza eccessi: niente «chierichette», come richiedevano le femministe progressiste di Magdala (ex Comitato della gonna). Si sono cantati in latino il Gloria, il Pater, il Salve Regina… È il segno di un ritorno a una certa tradizione?
È soprattutto la volontà del papa, lui che spiega il vivo interesse dei giovani per la messa tradizionale con gli eccessi della liturgia conciliare. Il suo ragionamento è semplice: se si eliminano questi abusi, l’interesse si attenuerà a poco a poco. È ciò che affermava mezza voce nel suo libro-intervista Léon XIV, pape missionnaire d’une Église mondialisée (Artège/Le Rocher, 2025):
«Gli “abusi” in ciò che chiamiamo la messa del Vaticano II non hanno aiutato le persone che cercavano un’esperienza più profonda della preghiera, un contatto con il mistero della fede che sembravano trovare nella celebrazione della messa tridentina. Ebbene, se celebriamo la liturgia del Vaticano II in modo appropriato, trovate davvero una grande differenza tra questa esperienza e quella?».
Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, ha espresso il fondo del pensiero del papa in un messaggio indirizzato ai vescovi di Francia il 18 marzo 2026: bisogna trovare «soluzioni concrete» per «includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo», a condizione che ciò avvenga «nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia». In breve, il Novus Ordo con il latino e l’incenso.
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Leone XIV pensa di poter fare così l’unità, come ha detto a Notre-Dame il 25 settembre: «Fate dunque passare la comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa prima delle vostre sensibilità personali, per coltivare l’unità del popolo di Dio». E ha insistito a Lourdes il 27 settembre: si tratta di una «unità dinamica che si nutre della Tradizione della Chiesa – dai Padri fino al Concilio Vaticano II – e del Magistero postconciliare. Inoltre, si arricchisce nel dialogo reciproco, a partire dalla fede, secondo uno stile sinodale…».
Tradotto: non c’è rottura dottrinale tra la Tradizione e il Concilio, tra la messa tridentina e quella di Paolo VI, ma semplicemente degli «abusi» da correggere in un dialogo sinodale.
Così viene spazzato via il giudizio teologico dei cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci nel loro Breve esame critico (1969): «Il Novus Ordo Missæ (…) si allontana in modo impressionante, nell’insieme come nei particolari, dalla teologia cattolica della santa Messa, quale fu formulata nella XXII sessione del Concilio di Trento, il quale, fissando definitivamente i canoni del rito, eresse una barriera insormontabile contro qualsiasi eresia che potesse attentare all’integrità del Mistero».
Il papa vuole «depolarizzare» la questione liturgica, ma non vede che i fedeli sono legati alla messa tradizionale non per «sensibilità personale», bensì per fedeltà al dogma. Vogliono il Sacrificio sacramentale e non una cerimonia ibrida, mezza cattolica e mezza protestante, rivolta agli uomini, aperta al mondo e ai suoi «valori». moderni. Una dignità esteriore non risolverà la questione liturgica, che è dogmatica: lex orandi, lex credendi.
Don Alain Lorans
Questo articolo è un editoriale di DICI, mensile francese di informazione e analisi della Fraternità San Pio X.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
Spirito
«Scomunicati senza processo». Mons. Viganò ai fedeli Summorum Pontificum respinti dalla Basilica di San Pietro
AI FEDELI, AI CHIERICI E AI SACERDOTI DELLA XV PEREGRINATIO AD PETRI SEDEM
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Vi benedico e prego per tutti voi.
In Christo Rege,
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