Economia
L’UE congela l’accordo commerciale con gli Stati Uniti a causa delle minacce di Trump
Il Parlamento Europeo ha bloccato l’iter di approvazione dello storico accordo commerciale e tariffario tra Unione Europea e Stati Uniti, motivando la decisione con le «continue e crescenti minacce» lanciate dal presidente statunitense Donald Trump contro l’UE, tra cui il suo progetto di annettere la Groenlandia.
«Di fronte alle minacce persistenti e sempre più gravi – comprese quelle tariffarie – dirette contro la Groenlandia, la Danimarca e i loro alleati europei, non ci è rimasta altra scelta se non sospendere i lavori» sull’accordo, ha dichiarato mercoledì Bernd Lange, presidente della commissione per il commercio internazionale del Parlamento europeo.
«La nostra sovranità e la nostra integrità territoriale sono in gioco», ha scritto in un successivo post su X. «È impossibile proseguire come se nulla fosse».
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L’intesa era stata siglata a luglio da Trump e dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen: l’accordo fissa un tetto del 15% sui dazi applicati dalla maggior parte delle merci europee in ingresso negli Stati Uniti – aliquota inferiore a quella riservata alla gran parte dei partner commerciali americani. In cambio, l’UE ha eliminato i dazi su alcune importazioni agricole e industriali statunitensi e si è impegnata a investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti e ad acquistare energia americana per un valore di 750 miliardi di dollari.
L’accordo era generalmente ritenuto vantaggioso per Washington e i deputati europei si preparavano a votare gli emendamenti nei giorni successivi. Tuttavia, l’acuirsi della disputa tra Washington e Bruxelles sulla Groenlandia ha reso incerta la ratifica. La scorsa settimana Trump ha annunciato l’applicazione di un dazio aggiuntivo del 10% su otto Paesi europei della NATO contrari al suo piano di acquisizione della Groenlandia, avvertendo che la misura salirà al 25% qualora non si raggiunga un’intesa sul territorio entro giugno.
La Danimarca ha ribadito più volte che non cederà il controllo della Groenlandia, mentre Trump ha promesso di ottenerla «nel modo più facile» o «nel modo più difficile».
Come riportato da Renovatio 21, nel discorso pronunciato mercoledì al World Economic Forum di Davos, il presidente statunitense ha definito la Groenlandia «nostro territorio» e ha invitato Copenaghen ad avviare «negoziati immediati» per trasferirne la sovranità a Washington.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Economia
Trump valutando il divieto di esportazione del diesel
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Economia
Volkswagen richiama 4 milioni di auto per problemi di sicurezza
Il colosso automobilistico tedesco Volkswagen sta richiamando circa 4 milioni di veicoli in tutto il mondo per il rischio di un improvviso guasto allo sterzo. La mossa arriva mentre il secondo produttore mondiale di auto affronta costi in forte rialzo e proteste di massa dei dipendenti contro i piani di taglio di circa 100.000 posti di lavoro a livello globale.
Di recente Volkswagen e le sue filiali hanno individuato un difetto di qualità con implicazioni per la sicurezza su un gran numero di vetture: un bullone che fissa il sistema di sterzo è risultato soggetto a corrosione e potrebbe spezzarsi, rendendo il mezzo inguidabile, secondo quanto comunicato dalla Kraftfahrt-Bundesamt (KBA), l’autorità federale tedesca per i trasporti automobilistici.
Il difetto riguarda circa 2,16 milioni di auto Volkswagen, tra cui Golf, Tiguan, Touran e Caddy prodotte tra settembre 2013 e luglio 2024, oltre un milione di veicoli Skoda di produzione ceca, circa 700.000 Audi e circa 200.000 auto del marchio spagnolo Seat.
I media tedeschi lo descrivono come il più grande richiamo di veicoli dai tempi dello scandalo «dieselgate» del 2015, quando emersero che Volkswagen aveva venduto negli Stati Uniti auto con un software pensato per mascherare i reali livelli di emissioni durante i test. La casa tedesca ammise in seguito la frode, innescando una valanga di cause e miliardi di dollari in multe e risarcimenti ai clienti.
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Lo scandalo offrì un ulteriore episodio grottesco e, a suo modo, rivelatore: un’inchiesta del New York Times ha accusato il gruppo Volkswagen ed altre case automobilistiche tedesche (BMW e Daimler/Mercedes) di aver finanziato esperimenti in cui scimmie ed esseri umani venivano fatti esporre a gas di scarico diesel. In pratica, tedeschi che progettano camere a gas: è arduo, ed a tratti comico, pensare a come si siano svolte, in tedesco, le riunioni in cui una simile idea viene proposta ed accettata.
Il richiamo si inserisce in una fase in cui Volkswagen, come gran parte dell’industria tedesca, attraversa una grave crisi finanziaria e operativa, con margini di profitto in caduta. Colpita dai dazi statunitensi e da una domanda irregolare di auto elettriche, la maggiore casa automobilistica europea è sotto pressione su più fronti. In patria la crisi è stata aggravata dal balzo dei costi energetici da quando Berlino ha rinunciato al gas russo a basso costo via gasdotto dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, affidandosi sempre di più alle importazioni di GNL, più onerose.
L’amministratore delegato Oliver Blume aveva già indicato la perdita delle forniture energetiche russe come uno dei fattori centrali dei problemi dell’azienda, insieme alla crescente concorrenza cinese. All’inizio di questo mese il gruppo ha annunciato un piano per tagliare circa 100.000 posti in tutto il mondo, circa un settimo della forza lavoro globale.
La decisione ha scatenato proteste di massa tra i lavoratori del settore. Lunedì decine di migliaia di dipendenti di Volkswagen, Mercedes-Benz, BMW, Audi e Porsche sono scesi in piazza in oltre 280 manifestazioni in Germania, mentre il più grande sindacato del Paese, IG Metall, ha avvertito che l’industria automobilistica tedesca «rischia il collasso totale» sotto la pressione combinata dei dazi statunitensi, della concorrenza cinese e della perdita di accesso a petrolio e gas russi.
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Immagine di Raszbeary via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
Economia
L’UE dinanzi alla peggior crisi energetica della sua storia: parla il capo del fondo sovrano russo
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