Spirito
La morte di Emma Bonino (e dei media cattolici)
Muore a 78 anni Emma Bonino: radicale, femminista, anticattolica più che anticlericale, nemica giurata di ogni ordine naturale prima che soprannaturale, negatrice della ragione prima che della fede. Ed è già partita la multipolare processione per renderle omaggio.
Queste righe non sono per Emma Bonino, se non per ribadire, anche in questo caso come per ogni nemico di Cristo che senza segni pubblici di pentimento lascia questa vita, l’intimo sentimento di «timore e tremore» che ci deve accompagnare al pensiero del giudizio di Dio. E possa la sua misericordia toccare anche il cuore più indurito.
Queste righe non sono per Emma Bonino perché sarebbero righe superflue e la loro lettura tempo sprecato. È talmente grande e profonda la voragine di devastazione morale, civile, umana che questa donna lascia dietro di sé (quasi al pari del suo mentore e «inventore» politico Marco Pannella), che qualsiasi commento in merito non avrebbe senso.
Queste righe sono prima di tutto per chi si dichiara e vuole con tutto se stesso vivere da cattolico, senza aggettivi, da cattolico integrale. Ognuno di noi deve tremare di fronte alla severità con cui giudica (e deve giudicare) la condotta pubblica di Emma Bonino. Perché se è vero che la malizia delle sue battaglie ideologiche richiede il massimo rigore della denuncia e la totale presa di distanza da parte dei personaggi pubblici, è anche vero che saremo giudicati «con lo stesso giudizio» (1) col qualche giudichiamo; quanta più intransigenza richiede la buona battaglia, tanta più abnegazione dobbiamo usare nel combatterla e tanta più severità nel giudicare noi stessi.
Queste righe sono poi per quei «cattolici» che in queste ore alterneranno scandalosi silenzi ad ancor più scandalosi panegirici nei confronti della Bonino e della cultura che ha incarnato.
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Su Vatican News (2), «di lei si ricorda l’impegno, assieme a Marco Pannella, contro la fame del mondo» (sic!); o ancora «si ricorda il significativo risultato che Lista Emma Bonino ebbe alle europee del 13 giugno, quando ottenne l’ 8,46% dei voti riuscendo ad eleggere 7 europarlamentari» (niente di meno); infine, si fa memoria della visita a sorpresa che le fece nel 2024 Papa Francesco «offrendole dei cioccolatini e dei fiori e salutandola con il saluto piemontese “cerea”».
Dei 6 milioni di esseri umani sterminati anche grazie al suo contributo politico, sim sala bim, non c’è traccia; o meglio, vi si accenna soltanto per dire che la Bonino è «salita alla ribalta del mondo politico per il suo impegno nel partito Radicale, e come leader delle campagne dello stesso partito che, negli anni ‘70, legalizzarono l’aborto e il divorzio». Un giudizio morale in proposito? Neanche mezzo. Del resto, chi è Vatican News per giudicare? Solo il portale di informazione ufficiale della Santa Sede.
Su Avvenire (3), quotidiano della CEI, troviamo un articolo dallo psichedelico titolo Addio a Emma Bonino, che divise sulla vita umana ma seppe anche unire. Leggiamo che tra le tante battaglie «umanitarie, femministe, contro la guerra, le discriminazioni, la pena di morte e le armi», ne condusse altre, «come quella per la legalizzazione dell’aborto», in cui «assunse posizioni inaccettabili contro la vita umana, anche nelle modalità».
E questo è il massimo livello di critica cui pare si possano spingere gli organi di informazione ufficiali della Chiesa Cattolica di fronte a una gigantessa della dissoluzione morale e civile; per poi tornare subito su toni mielosi e note di colore: «Con i suoi turbanti policromi sfoggiati con naturalezza, Bonino torna in pista appena i medici glielo consentono, restando fedele ai suoi impegni». Quali? Distruzione della famiglia naturale, liberalizzazione di droga, eutanasia, omosessualismo, immigrazionismo e altre conquiste di libertà.
Stendiamo poi un velo pietoso sugli elogi provenienti da qualsiasi angolo del mondo politico, anche sedicente conservatore (per non parlare dei funerali di Stato che gridano vendetta al Cielo).
Ora, un celebre comico italiano si chiedeva, molti anni fa, a proposito di un certo operato politico: «Ma cosa deve fare uno, perché se ne possa parlar male?». Parafrasando, ci chiediamo: cosa deve fare un nemico della Chiesa, oggi, perché da qualche remoto angolo istituzionale possa levarsi un timido accenno di condanna?
La verità è che i responsabili di questo nichilismo, «posseduti dal timore, vogliono che la Chiesa nelle sue lotte, sia come loro, pusillanime; e perché essa è madre di eroi, la accusano di essere imprudente e temeraria. Il liberalismo cattolico è schiavo di una tirannia crudele: la tirannia dell’opinione.
E bisogna vederli i liberali cattolici, impegnati a conquistare aura popolare, strascinarsi in mezzo alle turbe per ottenere da loro un segno di approvazione, un applauso, che il vento porta via.
Bisogna vederli fatti oggetto di scherno delle esigenze capricciose di moltitudini incostanti, difendere con eguale debolezza il sì ed il no, ed approvare oggi ciò che ieri hanno combattuto.
Sansone è il liberale cattolico, a cui la perfida Dalila tagliò la capigliatura che gli donava la forza, per consegnarlo legato al disprezzo e alle burle dei filistei. Vi fu un nobile uomo che pronunciò queste parole: «Si adhuc hominibus placerem, Christi servus non essem» (Se io cercassi di piacere agli uomini, non sarei servo di Cristo).
Cotesto uomo fu San Paolo, e cotesto uomo è tutto cattolico, senza soprannome e senza epiteto. Il liberalismo cattolico è la perfidia e il tradimento personificati. Un cattolico liberale tra i liberali è un disertore della Chiesa, perché dice che è cattolico; tra i cattolici è una spia del campo nemico, perché dice che è liberale. Disertore e spia sono traditori. Che fa un cattolico tra i liberali? Vende Cristo.
Che fa un liberale tra i cattolici? Inganna gli uomini, però non ingannerà Dio: «Deus non irridetur» (Gal. 6,7)». (4)
Vincenzo Gubitosi
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Giovanni Dall’Orto via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.5 Italy
Spirito
Stati Uniti: alcuni vescovi si pentono della preghiera con Donald Trump
Delle scuse pubbliche
Il 25 ottobre, mons. Jeffrey Grob pubblica una lettera intitolata A Public Apology («Scuse pubbliche»). L’arcivescovo di Milwaukee afferma che i vescovi non avevano autorizzato la diffusione delle fotografie e ignoravano che un video fosse in corso di registrazione. Si dice profondamente rattristato che una preghiera rivolta a Dio sia stata utilizzata in questo modo. «L’incontro non costituiva in alcun modo un sostegno al presidente, alla sua politica o al suo partito», insiste. Mons. Grob riconosce di aver esitato prima di accettare l’invito. «Avrei desiderato aver ascoltato le mie reticenze», scrive, dopo aver ricevuto numerosi messaggi di fedeli turbati dalla sua partecipazione. Alcuni gli hanno in particolare manifestato la loro sofferenza di fronte alle misure adottate dall’amministrazione Trump. L’arcivescovo chiede perdono per il danno che la sua presenza può aver causato. Mons. William Joensen, vescovo di Des Moines, ha anch’egli espresso il proprio rammarico, riconoscendo di aver peccato di ingenuità di fronte al rischio di una strumentalizzazione partitica dell’incontro.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
L’arcivescovo di Denver difende il suo gesto
Mons. James Golka, che ha guidato la preghiera, tiene un discorso diverso. In un’intervista concessa a Denver Catholic, il giornale della sua arcidiocesi, riconosce che la diffusione delle immagini a pochi giorni dal voto poteva dare l’impressione di un sostegno elettorale. Ma assicura che tale non è mai stata la sua intenzione. «Facevo ciò che fa un sacerdote cattolico», risponde a coloro che gli rimproverano la sua partecipazione. L’arcivescovo spiega che avrebbe tenuto esattamente le stesse parole davanti a un presidente democratico. «Preghiamo per le persone. Benediciamo coloro che hanno bisogno di una benedizione. E tutti abbiamo bisogno di essere benedetti, assolutamente ciascuno di noi». Mons. Golka ricorda inoltre che la Chiesa non sostiene alcun candidato né alcun partito politico. Ritiene tuttavia indispensabile che i vescovi possano dialogare con le autorità su questioni come la difesa dei bambini non ancora nati, la situazione delle famiglie immigrate e quella dei più poveri. Mons. Scott Bullock, vescovo di Rapid City, anch’egli presente alla Casa Bianca, ha a sua volta difeso l’incontro, respingendo ogni intento elettorale. Strumentalizzazione elettorale o legittima preghiera per il capo dello Stato? Se due vescovi deplorano l’uso politico delle immagini, altri mantengono la fondatezza della loro iniziativa, ricordando l’esortazione di san Paolo a pregare «per i re e per tutti coloro che sono elevati in dignità» (1 Tm 2, 2).Un’inquietante analogia
Tuttavia, quel che più colpisce, e che senz’altro ferisce il sentire cattolico ancor più dell’ingenuità di fronte alla strumentalizzazione politica, è l’ennesima occasione di confusione dottrinale favorita da alcuni successori degli Apostoli. È stato snaturato l’autentico significato della preghiera, che va a sovrapporsi in modo inquietante a quella di matrice protestante, con evidenti elementi di sincretismo: non passa inosservata infatti la presenza, in mezzo ai vescovi cattolici – ma tra tutti la più vicina al presidente – di Paula White-Cain la consulente evangelica dell’«Ufficio per la Fede» della Casa Bianca. Insomma, ormai fa più scandalo che un vescovo preghi per un uomo politico, piuttosto che un vescovo preghi insieme agli eretici, uniformandosi (almeno esteriormente) ad una concezione della preghiera che niente ha a che fare col cattolicesimo. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Assisi 2026: Leone XIV rivendica l’eredità di Giovanni Paolo II
L’incontro interreligioso svoltosi ad Assisi dal 25 al 27 ottobre 2026 si è concluso con un nuovo appello comune alla pace. Ma che valore ha una pace senza Gesù Cristo, il Principe della pace?
La città di Assisi ha accolto di nuovo un raduno interreligioso, quarant’anni dopo quello convocato da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986. Dal 25 al 27 ottobre 2026, la Comunità di Sant’Egidio vi ha riunito più di 380 responsabili religiosi, tra i quali rappresentanti cattolici, ortodossi e protestanti, ma anche dell’ebraismo, dell’islam, dell’induismo, del buddismo, dello scintoismo, del sikhismo, del taoismo e dello zoroastrismo.
Posta sotto il tema «Pace disarmata e disarmante», la manifestazione si è aperta domenica 25 ottobre a Bastia Umbra, vicino ad Assisi. È proseguita con due giornate di conferenze dedicate in particolare ai conflitti armati, al disarmo, alle migrazioni, alla crisi ambientale e al dialogo tra le religioni. Ma è soprattutto la giornata di martedì 27 ottobre, che segnava il quarantesimo anniversario dell’incontro convocato da Giovanni Paolo II, a dare all’evento il suo carattere più scandaloso.
Preghiere separate, poi una processione comune
Alle 15.30, i rappresentanti delle diverse religioni sono stati invitati a pregare per la pace, ciascuno secondo le proprie credenze e i propri riti.
Nella basilica inferiore di San Francesco, dei cattolici hanno pregato accanto a rappresentanti delle Chiese ortodosse e delle comunità protestanti. Il patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli e il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, vi hanno pronunciato delle meditazioni.
Il patriarca ortodosso ha evocato le sofferenze provocate dai conflitti attuali e ha invitato i credenti a diventare artigiani di pace. Il cardinale Zuppi, da parte sua, ha presentato l’incontro e il dialogo come i mezzi per superare le divisioni e i conflitti.
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Nel frattempo, i rappresentanti delle religioni non cristiane compivano le proprie preghiere in diversi luoghi situati attorno al Sacro Convento, il convento francescano attiguo alla basilica. Ebrei, musulmani, indù, buddisti e rappresentanti di altri culti si sono così rivolti alle loro divinità o hanno praticato i rispettivi riti.
Dopo queste cerimonie distinte, i responsabili religiosi si sono ritrovati fianco a fianco e hanno raggiunto in processione la piazza inferiore della basilica di San Francesco. È là che si è svolta la cerimonia interreligiosa di chiusura, davanti ai rappresentanti delle diverse religioni riuniti su uno stesso palco.
Mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi, ha preso la parola, seguito in particolare da Touch Sarith, presidente di un’associazione buddista cambogiana, e da Koko Kondo, sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha poi ricordato l’eredità di Giovanni Paolo II e gli incontri interreligiosi organizzati dal 1986. A suo dire, lo “spirito di Assisi” ha permesso di mantenere il dialogo tra le religioni nonostante le guerre e le tensioni internazionali.
Leone XIV rivendica i frutti di quarant’anni di dialogo interreligioso
Leone XIV avrebbe dovuto inizialmente partecipare a questa giornata, ma il suo viaggio è stato annullato su raccomandazione medica, dopo un intervento di chirurgia toracica. Il papa ha tuttavia voluto associarsi alla manifestazione con un messaggio video trasmesso durante la cerimonia finale.
Ha dapprima espresso il rammarico di non poter essere presso la tomba di san Francesco, poi ha ringraziato il Dicastero per il dialogo interreligioso e la Comunità di Sant’Egidio per aver proseguito la via aperta dai suoi predecessori. Il papa ha espressamente rivendicato l’eredità dell’incontro del 1986. Ricordando che Giovanni Paolo II aveva invitato a continuare a vivere lo «spirito di Assisi», ha citato Francesco, secondo il quale quella prima giornata non doveva restare un evento isolato. Leone XIV ha salutato il cammino percorso in quarant’anni, affermando che ha portato molti frutti.
Ha poi evocato a lungo l’evoluzione della situazione internazionale dalla guerra fredda. Dopo il 1989, ha spiegato, molti avevano sperato che la globalizzazione avrebbe portato una pace duratura. Citando la sua enciclica Magnifica humanitas, ha ricordato l’eccessiva fiducia accordata ai mercati per garantire il benessere, la democrazia e la stabilità. Secondo il papa, questa globalizzazione non ha automaticamente prodotto l’unità e la pace, ma ha anche suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionaliste.
Ha denunciato un’inquietante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale e ha ricordato gli avvertimenti del Catechismo della Chiesa cattolica sull’accumulo degli armamenti considerato come mezzo di dissuasione. È in questo contesto che ha chiesto di far crescere lo “spirito di Assisi”, che presenta come il rifiuto di giustificare religiosamente la guerra, associato alla mediazione, al dialogo e all’azione in favore della pace.
Per Leone XIV, la pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli e guidare le loro decisioni. «Dobbiamo ricostruire ovunque la pace, e non preparare altre guerre», ha dichiarato, prima di affermare: «La guerra non può mai essere fatta in nome di Dio! Per noi credenti, combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. Non esiste alcuna guerra santa: solo la pace è santa!»
La preghiera delle religioni presentata come via verso la pace
Leone XIV ha poi giustificato il percorso religioso avviato ad Assisi. «Il cammino iniziato ad Assisi nella ricerca comune della pace è innanzitutto quello della preghiera», ha spiegato. Ha proseguito affermando che la preghiera poteva sembrare debole davanti alle potenze del mondo, ma costituiva la forza umile dei credenti. Ha chiesto che Dio tocchi il cuore di coloro che vogliono la guerra e il terrorismo, ricordando che non si prega mai invano.
Il papa ha inoltre presentato la preghiera come una scuola di dialogo con Dio, con gli uomini e con tutte le creature, evocando san Francesco d’Assisi, di cui quest’anno si celebra l’ottavo centenario della morte.
Infine, ha chiesto ai responsabili religiosi di sviluppare il dialogo tra i loro fedeli e nella società, affinché il linguaggio dell’arroganza sia sostituito da quello della pace, del negoziato e della comprensione. Il suo intervento si è concluso con un’invocazione per la pace in tutti i paesi del mondo e con la beatitudine evangelica: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5, 9).
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«Le religioni offrono ciò che hanno ricevuto da Dio»
Alle 17, i partecipanti hanno proclamato l’Appello di pace 2026, documento finale dell’incontro. Il testo si apre a nome di «donne e uomini di religioni diverse» riuniti ad Assisi. Ripercorre i quarant’anni trascorsi dal 1986, affermando che i partecipanti hanno pregato e lavorato per un mondo senza guerre e che hanno fatto l’esperienza della forza storica della preghiera.
L’appello chiede la fine dei conflitti armati, la riduzione delle spese militari e una de-escalation di fronte al rischio nucleare. Chiede che le risorse destinate agli armamenti siano impiegate per l’alimentazione, l’istruzione, il lavoro e le cure.
Ma al di là di queste rivendicazioni, il documento formula un’affermazione religiosa rivelatrice dello spirito dell’incontro: «Le religioni offrono ciò che hanno ricevuto da Dio: l’amore, la saggezza, il valore della vita, la conoscenza delle debolezze umane, il perdono».
Così, delle religioni che negano la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, rifiutano la Santissima Trinità o professano credenze incompatibili con la Rivelazione cattolica sono presentate collettivamente come detentrici di doni ricevuti da Dio. Il testo chiede inoltre che ogni luogo di culto e di preghiera diventi una casa di pace e di solidarietà umana. Dopo la sua proclamazione, l’appello è stato consegnato a un gruppo di bambini. I responsabili religiosi hanno poi acceso dei candelabri disposti davanti alla basilica, gesto simbolico che ha segnato la fine dell’incontro.
Quale messaggio rivolge una simile manifestazione al mondo? Che tutte le religioni sarebbero ugualmente capaci di rivolgersi a Dio e di ottenere i suoi favori.
E se possono tutte condurre gli uomini a Dio, perché bisognerebbe ancora appartenere alla Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo?
Ponendo pubblicamente la religione cattolica sullo stesso piano delle religioni fondate dagli uomini, il Vicario di Cristo lascia intendere che queste potrebbero condurre le anime in Cielo.
Ciò costituisce una grave offesa a Dio, così come si è rivelato all’umanità e così come la Chiesa ha ricevuto la missione di farlo conoscere, oltre a mantenere una confusione carica di conseguenze per le anime.
Quando colui che ha ricevuto la missione di confermare i suoi fratelli nella fede sembra mettere la verità e l’errore sullo stesso piano, come possono ancora gli uomini riconoscere dove si trovi la via della salvezza?
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Spirito
Cardinale afferma che la Chiesa «non è qui per convertire»
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