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La funzione episcopale e i suoi obblighi

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Le nomine episcopali sono uno dei segnali più rivelatori dell’orientamento di un pontificato. FSSPX News lancia una serie dedicata ai vescovi scelti da Leone XIV, per presentare il loro percorso, le loro posizioni dottrinali e pastorali e gli atti significativi del loro governo.

 

È ben noto il detto attribuito al santo Curato d’Ars, citato da Dom Chautard in L’anima di ogni apostolato: «a un sacerdote santo, un popolo fervente; a un sacerdote fervente, un popolo pio; a un sacerdote pio, un popolo onesto; a un sacerdote onesto, un popolo empio». Quanto più si applica a un vescovo! Ma per comprenderlo appieno è necessario sapere cosa costituisce la santità di un vescovo.

 

La scelta dei vescovi esercita un’influenza profonda e duratura sulla vita della Chiesa. Attraverso il suo insegnamento, le sue decisioni, le sue nomine e le sue priorità pastorali, un vescovo plasma gradualmente l’orientamento della sua diocesi. Studiare gli uomini ai quali Leone XIV affidò questa responsabilità ci permette quindi di comprendere meglio la direzione che intendeva dare alla Chiesa durante il suo pontificato.

 

Ma per valutare l’importanza di queste nomine, dobbiamo innanzitutto ricordare cosa la Chiesa si aspetta da un vescovo e cosa costituisce la perfezione propria del suo ufficio.

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I santi vescovi nella storia della Chiesa

Sono pochi i giorni dell’anno in cui il Martirologio Romano non elenca almeno un santo vescovo da celebrare. Molte diocesi possono annoverare nella propria storia diversi di questi santi pastori. Questa santità concessa a tanti vescovi è segno della sollecitudine di Cristo per la sua Chiesa.

 

Furono martiri, confessori, dottori della Chiesa. Alcuni sono rimasti nella memoria dei popoli cristiani per la loro carità e devozione, come san Paolino di Nola, che si offrì in cambio dell’unico figlio di una vedova tenuta prigioniera da un barbaro. O il vescovo Henri de Belsunce di Marsiglia, che si prese cura dei malati di peste e somministrò loro il balsamo, come aveva fatto prima di lui san Carlo Borromeo a Milano.

 

Molti hanno difeso la fede senza paura, versando anche il proprio sangue, durante le numerose crisi che hanno segnato la storia della Chiesa. La lista dei vescovi che si sono battuti per la fede è lunga: sant’Atanasio o sant’Ilario di Poitiers ai tempi dell’arianesimo, o ancora san Giovanni Fisher martirizzato da Enrico VIII, per esempio.

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Secondo San Tommaso d’Aquino, l’episcopato è uno stato di perfezione.

Nel suo trattato Per la perfezione della vita spirituale, san Tommaso d’Aquino afferma che lo stato di perfezione è proprio dei vescovi e dei religiosi. Per stato di perfezione intende uno stato che spinge e conduce alla perfezione della vita spirituale, che egli equipara alla perfezione della carità. Questa virtù ha due aspetti: l’amore di Dio e l’amore del prossimo.

 

Ora, spiega il santo Dottore, la perfezione dell’amore per il prossimo ha tre aspetti: «l’amore e il servizio ai nemici; il sacrificio della propria vita per i fratelli, affrontando il pericolo di morte o dedicando tutta la propria esistenza al servizio del prossimo; e infine, la distribuzione dei beni spirituali al prossimo». E, continua, «questi sono indubbiamente tre atti ai quali i vescovi sono tenuti».

 

Tommaso d’Aquino poi approfondisce ciascuno di questi atti. Osserva che i vescovi, avendo ricevuto “l’incarico della Chiesa universale”, si trovano regolarmente ad affrontare varie forme di persecuzione, ed è necessario che “ripaghino i loro nemici e coloro che li perseguitano con amore e benevolenza”, a imitazione di Cristo e degli Apostoli.

 

I vescovi, aggiunge il Dottore Angelico, «sono anche obbligati a esporre la propria vita per la salvezza dei loro sudditi. Infatti, il Signore dice in Giovanni 10,11: “Io sono il buon pastore. Ora il buon pastore dà la propria vita per le sue pecore”. (…) In virtù dell’ufficio che gli è stato affidato, il pastore è dunque obbligato a questa perfezione d’amore che lo porta a esporre la propria vita per i suoi fratelli».

 

Infine, «il pontefice è tenuto ad amministrare i beni spirituali al prossimo, come mediatore tra Dio e gli uomini. (…) Egli occupa il posto di Dio in relazione al popolo, dispensando al popolo, per così dire al posto di Dio, giudizi, insegnamenti, esempi e sacramenti». E, conclude san Tommaso, «i vescovi si impegnano a questa perfezione al momento della loro ordinazione».

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I doveri più speciali del vescovo oggi

Considerata la situazione attuale della Chiesa: ignoranza della fede, perdita dei punti di riferimento morali, scomparsa del senso del sacro, infiltrazione di numerose idee eterodosse provenienti dal mondo in molti settori della vita ecclesiale, diffusa confusione tra il naturale e il soprannaturale, per citare solo le più evidenti, un vescovo ha dei doveri imprescindibili.

 

Innanzitutto, il vescovo deve insegnare la fede nella sua purezza e completezza. Senza una fede chiara e integra, la vita cattolica non può fiorire in una diocesi. Il vescovo deve poi illuminare il suo gregge diocesano con pazienza, mitezza e fermezza in tutte le questioni morali. Senza una vera vita morale, la vita spirituale, che consiste essenzialmente nelle tre virtù teologali, non può prosperare.

 

Egli deve inoltre guidare con chiarezza i suoi sacerdoti e il suo gregge in mezzo ai molti errori che danneggiano la fede e la legge naturale: senza la lotta contro l’errore, l’insegnamento della verità non può raggiungere il suo scopo. Infine, deve vegliare in modo particolare sui suoi sacerdoti, incoraggiandoli, sostenendoli e guidandoli come fece il Buon Pastore con gli Apostoli.

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È davvero ragionevole aspettarsi questo dai vescovi di oggi?

Attendere che gli attuali vescovi agiscano come vescovi cattolici è certamente una speranza degna di nota, poiché nulla è impossibile per Dio e per il suo Cristo, che ha fondato la Chiesa e veglia su di essa. È lui, Capo invisibile del suo Corpo Mistico, che distribuisce le grazie, specialmente a coloro che sono incaricati di santificare i fedeli nel suo nome.

 

Ma dipende anche dalla buona o cattiva volontà delle persone coinvolte, e in particolare del papa regnante, Leone XIV, che nomina i vescovi e decide di affidare loro una parte del gregge di cui è responsabile in qualità di pastore supremo.

 

Per valutare l’operato del Papa, è opportuno considerare i vescovi da lui nominati sin dalla sua ascesa al soglio di Pietro. Tali nomine offrono indubbiamente uno degli indicatori più chiari e interessanti della direzione intrapresa dal nuovo pontificato, consentendo al contempo una sorta di “radiografia” dell’episcopato nascente. Questo è l’obiettivo della serie di articoli di FSSPX.News, che inizia con questo articolo preliminare.

 

Ciascun articolo presenterà il profilo del nuovo vescovo, le responsabilità che ha ricoperto e la situazione specifica della diocesi a lui affidata.

 

A seconda degli elementi realmente significativi, l’analisi può concentrarsi sul suo insegnamento dottrinale e morale, sulla sua concezione del sacerdozio, sui suoi orientamenti liturgici, sul suo atteggiamento nei confronti della Tradizione, sulla sua pratica della sinodalità, sulle sue priorità pastorali o persino sul suo modo di intendere l’attuale crisi della Chiesa.

 

L’obiettivo non è quello di applicare meccanicamente un modello identico a ogni prelato, né di giudicarne le intenzioni, bensì di individuare, sulla base di fatti pubblici e verificabili, l’approccio dottrinale e pastorale che caratterizza le loro azioni. Ogni diocesi ha la sua storia e ogni vescovo il suo profilo unico; pertanto, saranno presi in considerazione solo gli elementi che realmente illuminano il significato della sua nomina.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine: Baccio Ciarpi (1574–1654),San Carlo Borromeo dà la comunione agli appestati (1620-1640 circa), chiesa di Santa Maria Nuova, Cortona.

Immagine di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

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Documentario sulle consacrazioni episcopali FSSPX 2026

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Il documentario SALUS ANIMARUM, dedicato alle consacrazioni episcopali del 1° luglio 2026 a Écône, sarà disponibile domenica 1° novembre.   Quel giorno, quattro nuovi vescovi sono stati consacrati per la Fraternità Sacerdotale San Pio X, alla presenza di quasi 17.000 fedeli giunti da tutto il mondo. A trentotto anni dalle consacrazioni episcopali conferite da Mons. Marcel Lefebvre nel 1988, questa cerimonia si pone nel solco della sua opera al servizio della Chiesa e della Tradizione cattolica.   Attraverso testimonianze esclusive e immagini inedite, il film ripercorre le ragioni di tali consacrazioni, i preparativi, lo svolgimento della cerimonia e le reazioni che essa ha suscitato.   Nonostante la crisi che la Chiesa attraversa ormai da diversi decenni, SALUS ANIMARUM richiama il principio a cui la Fraternità intende rimanere fedele: la salvezza delle anime è la legge suprema.   Il documentario sarà trasmesso sul canale YouTube ufficiale della Fraternità San Pio X, con sottotitoli in diverse lingue.     Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Sacerdote ucciso dalla caduta di un crocifisso durante la messa. Se fosse stato ad orientem si sarebbe salvato?

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In Ecuador, un sacerdote cattolico è morto dopo che un grande crocifisso di legno, caduto dal muro di una chiesa, lo ha colpito alla testa durante la messa.

 

La tragedia si è verificata sabato nella chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso nella città meridionale di Guayaquil. La funzione religiosa è stata trasmessa in diretta streaming sui social media, secondo quanto riportato dai media locali.

 

Il filmato mostra il parroco cinquantatreenne, padre Patricio Alfredo Sanchez Molinari, classe 1973, in piedi vicino all’altare quando il crocifisso appeso alla parete dietro di lui si inclina improvvisamente in avanti e gli cade addosso. L’incidente è avvenuto circa 30 minuti dopo l’inizio della funzione, lasciando i fedeli attoniti e addolorati.

 

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L’Arcidiocesi di Guayaquil ha successivamente confermato la morte del sacerdote in un comunicato ufficiale, affermando che il Cardinale Luis Cabrera si è unito «nella preghiera per l’eterno riposo della sua anima ed esprime la sua solidarietà, il suo affetto e il suo amore alla famiglia dei Redentoristi, ai suoi familiari e amici». Anche i parrocchiani di San Lorenzo a Vinces, dove padre Patricio aveva prestato servizio in precedenza, hanno reso omaggio al sacerdote, ricordando la sua «dedizione e il suo amore pastorale» per la loro comunità.

 

Le autorità ecuadoriane non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’accaduto e le cause della caduta del crocifisso restano ignote.

 

Da quanto si comprende, il terrificante incidente si è avuto dopo l’omelia, dove il sacerdote aveva predicato sulla mortalità e sul giusto utilizzo del tempo limitato che gli esseri umani hanno in questa vita per servire il Signore.

 

Ispirandosi al passo evangelico che parla di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, ha detto alla congregazione: «Cari fratelli e sorelle, un giorno anche noi che siamo qui moriremo». «A volte il tempo che dedichiamo alle cose materiali non ha lo stesso significato del tempo che dedichiamo a Dio: quel tempo di qualità che doniamo a Dio, ai nostri fratelli e sorelle, a nostro marito, a nostra moglie, ai nostri figli, alla famiglia. Quel tempo è speso meglio», ha continuato.

 

Il presbitero aveva anche chiesto: «quanto tempo dedichiamo a Dio? Come impieghiamo il nostro tempo?» e ​​aveva osservato che spesso le persone trascorrono ore al cellulare e con altre distrazioni, dedicando solo brevi momenti alla preghiera. «Ciò che conta è sempre il Signore. Lui deve essere al primo posto», ha detto, prima di guidare la recita del Credo.

 

Durante le preghiere dei fedeli che sono seguite , il grande e pesante crocifisso di legno si è staccato dal muro dietro l’altare e cadde, colpendo padre Sánchez alla testa. I parrocchiani si precipitarono subito ad aiutarlo; Nella registrazione si sente la voce di una donna che grida: «padre, padre… chiama un’ambulanza!»

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Si tratta di una tragedia tremenda, perché un sacerdote ucciso durante il rito è raro (epperò non troppo: sono cinque i casi del solo 2026) e spaventoso.

 

Il fedele della Messa tradizionale può chiedersi tecnicamente se, tuttavia, se con il rito antico il sacerdote avrebbe potuto vedere il crocifisso cadere e magare ripararsi. Il sacerdote girato verso Dio, cioè ad orientem, come prescritto dalla Santa Messa di sempre, dà le spalle al popolo per concentrarsi sull’altare di Dio. La messa novus ordo, che è ad populum, prevede che il sacerdote dia le spalle a Dio per favorire il popolo.

 

Aggiungiamo pure che le intercessioni del popolo (la cantilena «ascoltaci o Signore…») nella Messa antica non vi sono.

 

L’idea contemplata da alcuni, quindi, è che con la Messa antica il sacerdote potrebbe forse essersi salvato – tuttavia non ci permettiamo in alcun modo di poter analizzare il disegno di Dio, anche e soprattutto quando esso è così drammatico e carico di significato.

 

Purtuttavia, possiamo dire che Renovatio 21 ha registrato, negli ultimi tre anni, altri casi infausti di sacerdoti colpiti a Messa: quelli dei «malori», puntualmente annotati nell’apposita rubrica settimanale di Renovatio 21, che hanno angosciosamente interessato tanti sacerdoti, e pure tanti fedeli. Casi meno spettacolari, ma ugualmente letali – le cui cause, pure, potrebbero essere più facilmente spiegabili.

 

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Vescovo vieta la preghiera a San Michele al termine delle messe

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Il vescovo americano Mark Beckman di Knoxville, Tennessee, ha vietato la preghiera a San Michele Arcangelo al termine delle messe nella sua diocesi.   In una dichiarazione indirizzata ai membri della diocesi di Knoxville e pubblicata venerdì, Beckman ha lamentato che, viaggiando per la sua diocesi, ha «notato che in alcune delle nostre parrocchie sono state aggiunte regolarmente alla liturgia preghiere supplementari, tra cui la Preghiera a San Michele, la “Preghiera a San Francesco”, una Preghiera allo Spirito Santo e altre ancora, recitate insieme, a volte prima del canto d’ingresso o subito dopo il congedo».   «Dopo aver riflettuto sull’importanza di celebrare la liturgia secondo la volontà della Chiesa, non ritengo opportuno aggiungere ulteriori preghiere legate alla celebrazione della Messa stessa», scrisse Beckman.

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«Pertanto, ho chiesto ai nostri sacerdoti di catechizzare il popolo di Dio, ora che ci allontaniamo dalle preghiere aggiuntive recitate insieme immediatamente prima, durante e subito dopo la Messa», ha affermato Beckman.   Monsignor Beckman ha invece incoraggiato i pastori a trovare modi alternativi per integrare la preghiera a San Michele Arcangelo «nella vita devozionale delle nostre famiglie e comunità, al di là della celebrazione della liturgia».   L’anno scorso, monsignor Beckman ha limitato la celebrazione della Messa tradizionale in latino a una sola cappella in un centro di ritiro spirituale una volta al mese, dopo aver precedentemente annunciato la soppressione di tutte le MLT parrocchiali nella diocesi.   Il Beckmanno aveva dichiarato all’epoca che i cambiamenti alla liturgia romana successivi al Concilio Vaticano II, così come il motu proprio Traditionis Custodes di papa Francesco del 2021, che imponeva ampie restrizioni alla celebrazione della LM tridentina, erano stati guidati dallo Spirito Santo.   La preghiera a San Michele Arcangelo non fa parte del rito della Messa in senso stretto, ma per quasi ottant’anni è stata recitata subito dopo la Messa bassa. Nel 1884 Leone XIII dispose che al termine della celebrazione si dicessero alcune preghiere per la Chiesa, allora segnata dalle tensioni politiche con lo Stato italiano. Nel 1886 vi aggiunse l’invocazione a San Michele, chiedendone la difesa «nel combattimento» contro il male. Una tradizione non documentata parla di una visione avuta dal papa dopo la Messa.

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Secondo la tradizione, un giorno del 1884, subito dopo aver celebrato la Messa nella sua cappella privata in Vaticano, Leone XIII si fermò ai piedi dell’altare e restò come impietrito, il volto pallido, per circa dieci minuti. Quando si riebbe, raccontò di aver udito due voci, una dolce e una rauca e sprezzante, provenienti dal tabernacolo. La seconda, che si identificava con quella di Satana, si vantava di poter distruggere la Chiesa se avesse avuto più tempo e più potere, e chiedeva di poterli avere per un secolo. La prima voce, quella di Cristo, glieli concedeva. Il papa avrebbe intravisto in visione gli sconvolgimenti dei decenni a venire. Subito dopo compose la preghiera a San Michele.   Sancte Michael Archangele, defende nos in proelio; contra nequitiam et insidias diaboli esto praesidium. Imperet illi Deus, supplices deprecamur: tuque, Princeps militiae caelestis, Satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute, in infernum detrude. + Amen   San Michele Arcangelo, difendici nella lotta; sii nostro aiuto contro la cattiveria e le insidie del demonio. Gli comandi Iddio, supplichevoli ti preghiamo: tu, che sei il Principe della milizia celeste, con la forza divina rinchiudi nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni che girano il mondo per portare le anime alla dannazione. + Amen.   Queste orazioni, dette «leonine», furono soppresse con l’istruzione Inter Oecumenici del 1964, in vigore dal 1965, nell’ambito della riforma liturgica. La preghiera però è rimasta viva: Giovanni Paolo II ne raccomandò la recita nel 1994, e nel 2018 papa Francesco invitò a dirla al termine del Rosario.      

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Immagine: Rafał Hadziewicz (1803–1886) , San Michele Arcangelo sconfigge Satana (1830), Museo Nazionale di Cracovia
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia.
 
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