Spirito
Cammino Sinodale Tedesco: lo scisma è compiuto
Dopo la sesta e ultima Assemblea Sinodale e l’istituzione della «Conferenza Sinodale», il futuro del Cammino Sinodale è ormai segnato: senza un vigoroso intervento di Roma, sarà uno scisma. Non futuro, né possibile, né addirittura iniziato: no, uno scisma puro e semplice, una rottura venata di eresia contro la costituzione divina della Chiesa.
Uno sguardo agli ultimi due anni
Dalla visita ad limina dei vescovi tedeschi nel novembre 2022, le discussioni tra Roma e la Conferenza Episcopale Tedesca (DBK) si sono concentrate sul «Consiglio Sinodale» istituito dal Cammino Sinodale – una struttura composta da vescovi e laici che avrebbe supervisionato l’apostolato in Germania – il 10 settembre 2022. Questo consiglio è oggetto di discussioni in corso, poiché Roma ha sottolineato l’impossibilità di affidare un ruolo magisteriale o disciplinare ai laici.
A seguito di un incontro a Roma nel 2023, una lettera di tre cardinali, datata 16 gennaio 2023, indirizzata all’episcopato tedesco, ha messo in guardia contro il Consiglio Sinodale e ha proposto ulteriori incontri a Roma. Dalla prima riunione del 26 luglio 2023, se ne sono tenute altre tre: il 22 marzo 2024 e il 28 giugno dello stesso anno, e infine il 12 novembre 2025.
La dichiarazione congiunta, pubblicata mercoledì 12, ha reso noto che il futuro organismo, precedentemente denominato «Consiglio sinodale», è ora denominato «Conferenza sinodale», su richiesta della Curia. Sono stati esaminati la natura giuridica di questo organismo, la sua composizione, il grado di partecipazione e di diritto di voto dei laici, nonché i suoi effettivi poteri in relazione alle conferenze episcopali.
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Gli Statuti della Conferenza Sinodale
Ma già il 22 novembre, una riunione del Comitato Sinodale, responsabile dell’attuazione delle decisioni delle Assemblee del Cammino Sinodale, ha pubblicato la bozza degli Statuti della Conferenza Sinodale, che sarebbero stati adottati dopo l’approvazione dei vescovi della Conferenza Episcopale Tedesca (DBK), del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK) e del dicastero competente.
La lettura di questi Statuti è sconcertante. La portata delle responsabilità della Conferenza Sinodale è considerevole. L’articolo 2 (su 12), che le descrive, è di gran lunga il più lungo. Ecco un elenco con commento:
Il numero 1 specifica otto compiti. La Conferenza Episcopale «(a) prende posizione su sviluppi importanti all’interno dello Stato, della società e della Chiesa in Germania» – una posizione «ufficiale», che rappresenta quella della Chiesa in Germania?
«(b) Delibera e prende decisioni nello spirito dei ‘processi decisionali sinodali’ su questioni importanti della vita della Chiesa che hanno rilevanza sovradiocesana» – quindi, al di sopra dei vescovi.
«(c) Incoraggia costantemente l’opera della Chiesa in Germania al servizio dell’evangelizzazione e propone misure per la missione della comunità dei credenti» – finché si tratta di incoraggiamento… ma questo incoraggiamento riguarderà questioni come la benedizione delle coppie dello stesso sesso.
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«(d) Decide sulle priorità, in particolare nei processi di pianificazione strategica e nel bilancio dell’Associazione delle Diocesi Tedesche (VDD), e ne verifica l’attuazione» – in altre parole, detiene le redini del potere. Ricordiamo che le decisioni riguardanti l’utilizzo dei fondi della VDD, che provengono dalle tasse ecclesiastiche, sono soggette al voto unanime dei vescovi.
«(e) Istituisce una commissione per gli affari economici ed elegge i suoi membri. La commissione per gli affari economici prepara le deliberazioni della Conferenza sinodale su questioni finanziarie e di bilancio» – poiché i vescovi sono in minoranza nella Conferenza, le decisioni di bilancio saranno ora al di fuori del loro controllo.
«(f) La Conferenza sinodale propone persone competenti che partecipino in modo appropriato alle decisioni all’interno delle commissioni episcopali della Conferenza episcopale tedesca, del Consiglio dell’Associazione delle diocesi tedesche (VDD) e delle commissioni specializzate del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK)» – tutto sarà accuratamente controllato.
«(g) Per garantire la trasparenza, la Conferenza sinodale riferisce regolarmente al pubblico sulle sue decisioni, ne valuta l’attuazione e quindi rende conto del suo lavoro» – essa riferisce, ma non ha alcun giudice al di sopra di sé.
«(h) Elegge un membro del presidium della Conferenza sinodale» – poiché due membri di questo presidium sono ex officio.
Al paragrafo 2, si aggiunge che «La Conferenza sinodale utilizza e sperimenta forme di partecipazione dei fedeli, in particolare nella preparazione delle sue decisioni» – tale decisione riguarda i fedeli sono sotto la giurisdizione del vescovo…
Al paragrafo 3 si aggiunge che «La Conferenza sinodale può convocare un’assemblea ecclesiastica in conformità con il documento finale del Sinodo dei Vescovi (cfr. n. 127)» – il riferimento non fa assolutamente menzione della convocazione, che ricade sempre sotto l’autorità ecclesiastica.
Al paragrafo 4 si specifica che la Conferenza sinodale può essere consultata dalla Conferenza episcopale tedesca (DBK), dal Consiglio delle Chiese tedesco (ZdK) o da sola, per affrontare argomenti specifici.
Infine, al paragrafo 5, la Conferenza sinodale ha il compito di contribuire «al rafforzamento delle strutture sinodali e della cultura sinodale in tutti gli ambiti della Chiesa» e di monitorarne lo sviluppo – in breve, essere il cuore sinodale della Chiesa tedesca, oltre ad esserne diventata il capo.
I membri della Conferenza sinodale sono, di diritto: a) i membri del Consiglio permanente della Conferenza episcopale tedesca (attualmente 27 vescovi); b) un numero uguale di fedeli eletti dal Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK); c) e un numero equivalente di altri fedeli, due o tre dei quali sono membri di diritto, mentre gli altri sono eletti dalla Conferenza.
Concludiamo con l’attuazione delle decisioni, come formulato nell’articolo 7: «I destinatari delle decisioni della Conferenza sinodale sono responsabili dell’attuazione delle decisioni, a loro discrezione, secondo le proprie procedure e in conformità con i propri organi» – poiché tali destinatari possono essere diocesi, i vescovi sono tenuti a riferire a un’assemblea a maggioranza laica. Questo articolo sovverte completamente la costituzione divina della Chiesa.
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La sesta Assemblea del Cammino Sinodale
La sesta e ultima Assemblea del Cammino Sinodale, tenutasi il 29, 30 e 31 gennaio 2026, non ha prodotto molti contenuti. Tuttavia, le poche votazioni approvate sono di grande importanza. Innanzitutto, va notato che la breve decisione che stiamo per riferire ha suscitato notevoli polemiche, tra cui la furiosa opposizione del cardinale Reinhard Marx, proprio colui che ha avviato il Cammino Sinodale.
Ecco il testo controverso, finalmente (e con difficoltà) approvato il 31 gennaio:
«1. L’Assemblea Sinodale invita [aufruft] i vescovi diocesani a mettere a disposizione degli organi sinodali delle loro diocesi le risposte delle loro diocesi e a spiegare loro gli sviluppi intervenuti dopo l’inchiesta». Il termine tedesco potrebbe essere tradotto come: si appella, esorta.
«2. L’Assemblea Sinodale raccomanda agli organi sinodali delle diocesi di esaminare le risposte delle loro diocesi e di preparare i successivi passi per l’attuazione in collaborazione con il vescovo diocesano». Ma chi è responsabile? Chi collabora con chi?
«3. L’Assemblea Sinodale invita la Conferenza Sinodale a monitorare regolarmente l’attuazione delle decisioni prese nell’ambito del Cammino Sinodale».
Le opinioni su questa decisione sono divise, a seconda dell’interpretazione che ne viene data. Alcuni ritengono che «invitare» sia insufficiente, altri che sia già eccessivo.
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Un dibattito già risolto da Roma più di sei anni fa
A seguito della decisione di avviare il Cammino Sinodale, presa nel marzo 2019, è stata elaborata una bozza degli Statuti dell’evento. Questi Statuti sono stati sottoposti alla Chiesa Cattolica Romana, che ha sottolineato in particolare che «lo ZdK (Zona delle Chiese) ha accettato di partecipare al processo sinodale “a condizione che siano garantiti l’apertura della consultazione e il carattere vincolante delle decisioni” (Protocollo, n. 3)».
Il Pontificio Consiglio per l’Interpretazione dei Testi Legislativi, consultato dal cardinale Marc Ouellet, ha aggiunto: «Come può una Chiesa particolare prendere decisioni vincolanti ‘quando le questioni affrontate riguardano la Chiesa universale’?». Il Pontificio Consiglio ha inoltre affermato che la sua osservazione è rafforzata dal fatto che la composizione del Cammino Sinodale è contraria al diritto cattolico, a causa della parità tra clero e laici.
Sentendosi seriamente compromessi su questo punto, gli attori sinodali hanno modificato questo passaggio nella versione finale degli Statuti – che non sarà presentata a Roma – rimuovendo la menzione che lo ZdK partecipa al processo sinodale «a condizione che siano garantiti la trasparenza della consultazione e il carattere vincolante delle decisioni» (Protocollo, n. 3).
Espulso dalla porta, questo articolo è rientrato dalla finestra, e lo ZdK può ora vantarsi di possedere un potere di governo ecclesiastico almeno pari a quello della DBK. Una vittoria che pone la Chiesa in Germania in una posizione oggettivamente scismatica.
E domani? Gli Statuti della Conferenza sinodale sono stati approvati dallo ZdK e sono in attesa dell’approvazione della DBK a febbraio, in occasione della riunione primaverile dei vescovi tedeschi.
Dopodiché, tutto dipenderà da Papa Leone XIV e dalla Curia. Approveranno questi Statuti? La posta in gioco è considerevole: sia per la Chiesa in Germania, che potrebbe continuare a sprofondare nello scisma o ricevere una scossa salutare, sia per la Chiesa universale, che potrebbe vedere affermarsi un focolaio di un’epidemia pestilenziale, o di essere rassicurata dall’attuazione di rimedi che la proteggeranno.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Dermot Roantree via Wikimedia pubblicata secondo licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Spirito
«Orrendi documenti vaticani scardinano la vocazione religiosa»: omelia di mons. Viganò
Christo confixus sum cruci:
vivo autem, jam non ego: vivit vero in me Christus.
Gal 2, 19-20
Veni, Sponsa Christi, accipe coronam,
quam tibi Dominus præparavit in æternum.
Ant. Profess.
Sia lodato Gesù Cristo
+
Cari fratelli nel sacerdozio
e fedeli tutti nel Signore,
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La dottrina della Regina Crucis
La divina Provvidenza, che dispone con soavità e fortezza il cammino delle anime consacrate, pone dinanzi al nostro sguardo in quest’ora solenne la figura eccelsa della Vergine Santissima, nella Sua Divina Maternità: quella Maternità che la Chiesa celebra con speciale solennità l’11 ottobre, nella festa istituita da Pio XI nel XV centenario del Concilio di Efeso, e che noi contempliamo in modo specialissimo sotto il titolo augusto e misterioso di Regina Crucis, Regina della Croce.Iscriviti al canale Telegram ![]()
La vocazione religiosa: immolazione e sponsalità di sangue
Guardate a Lei, cara Suor Maria Consolata! Ecco il modello, la maestra e la Madre della vostra vocazione. Questo mondo apostata, ubriacato dall’idolatria del benessere, dal culto dell’io e dalla ribellione orgogliosa alla Legge divina, giudica la vostra consacrazione come una follia, uno spreco di vita, un sacrificio insensato. E perfino nel seno stesso della Chiesa, tra quanti hanno barattato il rigore del Vangelo e il primato della Croce con le lusinghe del mondo, il silenzio contemplativo e la penitenza austera vengono spesso derisi come vestigia superate o accusati di sterile disimpegno. Orrendi documenti vaticani, come Vultum Dei Quærere o Cor Orans, scardinano dalle fondamenta l’anima sacrificale della Vocazione religiosa in nome di una «infinita dignità» costruita sul rifiuto della Croce. Eppure la vita religiosa, quale la Chiesa l’ha sempre intesa e tramandata, conserva i suoi modelli là dove la Regola, l’abito e la liturgia di sempre non sono stati abbandonati.Aiuta Renovatio 21
L’eredità della Croce e la speranza della gloria
Non v’inganni il fervore di quest’ora di grazia. Verrà, come per ogni sposa del Crocifisso, l’ora del Getsemani; verrà la notte oscura dell’anima, il peso della debolezza umana, l’aridità del deserto, l’incomprensione e forse la tentazione di rimpiangere ciò che vi siete lasciata alle spalle.+ Carlo Maria Viganò,
Arcivescovo
Viterbo, 11 Ottobre MMXXVIMaternitatis Beatæ Mariæ Virginis,Dominica XX post Pentecosten, II Octobris
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Spirito
Madonna corredentrice: il card. Müller rivede le sue posizioni
Una nota romana volta a escludere il titolo di Correndentrice provoca l’effetto opposto: induce uno dei suoi antichi oppositori a difenderne pubblicamente la verità dottrinale.
Il cardinale Gerhard Ludwig Müller è intervenuto al convegno mariano internazionale organizzato il 7 e 8 ottobre 2026 presso l’Istituto patristico Augustinianum, a Roma. L’incontro, intitolato De Maria numquam satis, ha riunito più di 400 partecipanti, tra cui teologi, religiosi e laici provenienti da diversi Paesi, attorno ai fondamenti dottrinali del culto reso alla Madre di Dio.
L’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede vi ha tenuto una conferenza intitolata La cooperazione della Beata Vergine Maria alla Redenzione, nella quale ha sviluppato un’argomentazione teologica che segna un’evoluzione notevole rispetto alle sue precedenti prese di posizione.
Questo intervento assume un significato particolare alla luce della nota dottrinale Mater Populi Fidelis, pubblicata il 4 novembre 2025 dal Dicastero per la dottrina della fede con l’approvazione di Leone XIV. Il documento giudica «sempre inopportuno» designare la Vergine Maria come Corredentrice, con la motivazione che tale titolo, pur impiegato da diversi papi, rischierebbe di offuscare l’unica mediazione salvifica di Cristo.
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Un cambiamento di posizione esplicitamente riconosciuto
In un’opera pubblicata nel 2017, quando dirigeva ancora la Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale Müller metteva espressamente in guardia dal rischio di attribuire alla Santa Vergine prerogative che non le appartengono. Citava proprio il titolo di Corredentrice come esempio di esagerazione per excessum, ritenendo che la Chiesa non lo impiegasse perché Cristo è l’unico Redentore e perché Maria stessa ha beneficiato della Redenzione, sia pure in un modo più sublime.
Queste dichiarazioni erano state oggetto di un esame critico da parte di Karen Darantière, organizzatrice del convegno sulla corredenzione mariana tenutosi a Parigi il 23 e 24 maggio 2025. In un articolo intitolato Il cardinal Müller e il minimalismo mariano di Mater Populi Fidelis, pubblicato il 19 settembre scorso su FSSPX.Attualità, rilevava la vicinanza tra le obiezioni formulate dal cardinale e quelle accolte dal documento romano, in particolare l’assenza di una distinzione sufficientemente esplicita tra i meriti propri di Cristo e la cooperazione subordinata di sua Madre.
Ora il cardinale Müller riconosce di aver riesaminato la propria posizione. Interrogato dalla giornalista Diane Montagna al termine del convegno, ha spiegato: «un tempo pensavo che non fosse opportuno fare di questo titolo un dogma, perché deve essere spiegato in modo approfondito e appropriato. Ma dopo che il Dicastero per la dottrina della fede ha pubblicato Mater Populi Fidelis, affermando che l’uso del titolo doveva essere evitato – senza definirne il vero significato né spiegarne la corretta interpretazione –, ho studiato la questione e sono giunto a queste riflessioni».
Il cardinale non dichiara di aver negato in precedenza ogni cooperazione di Maria alla Redenzione, ma riconosce di aver modificato la propria valutazione del titolo e della sua portata dottrinale. Le sue affermazioni del 2017 andavano tuttavia oltre una semplice riserva sull’opportunità di una definizione dogmatica, poiché presentavano il suo uso come un’attribuzione eccessiva.
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«Una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione»
Nella sua esposizione, il cardinale Müller non si limita a difendere la legittimità di un’espressione tradizionale. Afferma il fondamento dottrinale del titolo: «Quando Maria è chiamata “Corredentrice” nella pietà e nella teologia cattoliche, ciò non è né un’attribuzione fuorviante né un’esagerazione entusiastica, ma una verità oggettivamente contenuta nella Rivelazione».
Rifiuta in particolare che le obiezioni protestanti conducano ad abbandonare questo titolo e si appoggia sui lavori del teologo Johann Adam Möhler per ricordare la differenza fondamentale tra le concezioni cattolica e protestante della giustificazione. Secondo la dottrina cattolica, la grazia non distrugge la natura umana e non ne esclude l’attività: la guarisce, la eleva e la rende capace di cooperare liberamente all’opera divina.
La Redenzione resta interamente dipendente da Cristo, ma Dio ha voluto associare le sue creature alla realizzazione e all’applicazione del suo disegno di salvezza. Questa cooperazione non introduce alcuna rivalità con la causalità divina.
Richiamandosi a san Tommaso d’Aquino, il cardinale ricorda che Dio comunica alle creature la dignità di essere vere cause seconde, subordinate alla sua azione sovrana. Cita in particolare la Summa theologiæ (I, q. 23, a. 8, ad 2), dove il Dottore angelico spiega che Dio si serve di cause intermedie non per insufficienza della sua potenza, ma per comunicare alle creature la dignità della causalità.
Questa distinzione permette di comprendere come la cooperazione di Maria alla Redenzione possa essere reale senza togliere nulla all’unicità di Cristo Redentore.
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Il Fiat di Maria e la sua presenza sul Calvario
Il cardinale Müller sviluppa poi il posto singolare della Santa Vergine nell’economia della salvezza. La maternità divina non può essere ridotta a un fatto biologico, poiché Dio ha voluto che l’Incarnazione del Verbo si compisse con il libero consenso di colei che aveva scelto come Madre.
Il Fiat dell’Annunciazione costituisce così una vera cooperazione personale al disegno divino. Il cardinale arriva ad affermare che, se Maria avesse rifiutato il suo consenso, l’umanità sarebbe rimasta perduta, precisando però che Dio l’aveva scelta da tutta l’eternità e preparata con la grazia della sua Immacolata Concezione.
Questa cooperazione non si ferma all’Incarnazione. Si prolunga fino al Calvario, dove la Madre di Dio rimane accanto al Figlio crocifisso, partecipando con la sua fede, la sua obbedienza e il suo amore all’opera redentrice. Il cardinale sottolinea il legame indissolubile tra questi due misteri: il corpo offerto sulla Croce per la salvezza del mondo è quello che il Verbo ha ricevuto da Maria. Colei che ha liberamente cooperato all’Incarnazione è dunque intimamente associata alla Redenzione compiuta dal Figlio.
Per illuminare questa verità, riprende anche il parallelo tradizionale tra Eva e Maria, già sviluppato da san Giustino, Tertulliano e sant’Ireneo di Lione. Come la disobbedienza di Eva ha contribuito alla caduta del genere umano, l’obbedienza di Maria è stata associata al suo risollevamento. La Santa Vergine appare così come la nuova Eva, associata al nuovo Adamo. Il cardinale ricorda a questo proposito l’insegnamento di sant’Ireneo secondo cui Maria, con la sua obbedienza, è diventata causa di salvezza per sé e per tutto il genere umano.
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Una risposta diretta alle obiezioni di Mater Populi Fidelis
L’argomentazione del cardinale Müller assume una portata particolare quando affronta l’uso analogico dei titoli attribuiti a Cristo.
La Scrittura insegna che esiste un solo Mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo. Eppure, osserva il cardinale, questa verità non impedisce affatto di parlare di una mediazione subordinata esercitata dai sacerdoti, che partecipano al sacerdozio e all’azione mediatrice del Salvatore.
Allo stesso modo, Cristo è Figlio di Dio per natura, mentre i fedeli diventano figli di Dio per adozione. L’attribuzione analogica di uno stesso titolo non significa dunque un’uguaglianza di dignità o di causalità. Applicato alla Santa Vergine, questo principio permette di riconoscere la sua singolare cooperazione all’opera redentrice senza collocarla sullo stesso piano del Figlio.
Il cardinale si oppone inoltre all’argomento secondo cui il titolo di Corredentrice dovrebbe essere scartato perché la sua comparsa sarebbe relativamente tarda nella storia della teologia. Distingue giustamente l’esistenza di una verità rivelata dalla data in cui la sua formulazione teologica si è progressivamente precisata. La Chiesa ha creduto fin dall’origine all’Incarnazione del Figlio di Dio, ricorda, molto prima che la teologia formulasse con precisione la dottrina dell’unione ipostatica. La comparsa tardiva di un termine non basta dunque a dimostrare l’assenza di un fondamento rivelato della verità che esso esprime.
Questa argomentazione si oppone direttamente alla logica restrittiva di Mater Populi Fidelis. Il documento romano giudicava inopportuno l’uso del titolo a causa delle confusioni che potrebbe suscitare. Il cardinale Müller ritiene invece che queste difficoltà richiedano una spiegazione dottrinale rigorosa, e non l’abbandono di un’espressione tradizionale.
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Due cardinali prendono pubblicamente le sue difese
Nel suo intervento dedicato a Nostra Signora di Guadalupe e alla regalità di Cristo Re, il cardinale Burke ha ricordato che il Vaticano II, pur riconoscendo la cooperazione attiva di Maria alla Redenzione, aveva rinunciato a impiegare il titolo di Corredentrice per riguardo ecumenico, per non urtare i protestanti. Lungi dal fare propria questa riserva, ha messo in guardia dal rischio che tale prudenza terminologica conduca a un indebolimento della dottrina stessa. Ha inoltre presentato le apparizioni di Guadalupe come una manifestazione particolarmente eloquente della missione corredentrice della Santa Vergine, interamente subordinata all’opera salvifica del Figlio.
La difesa della dottrina mariana non si è limitata ai due cardinali. Lo storico Roberto de Mattei ha evocato a sua volta la Santa Vergine come Corredentrice e Mediatrice universale di tutte le grazie, collegando la sua missione al trionfo del suo Cuore Immacolato annunciato a Fatima. Questi interventi costituiscono una notevole contestazione pubblica dell’orientamento adottato dal Dicastero per la dottrina della fede, che la Fraternità San Pio X aveva a sua volta criticato fin dalla pubblicazione di Mater Populi Fidelis.
Il cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero e principale responsabile di Mater Populi Fidelis, era stato invitato a partecipare all’incontro. Non avendovi potuto prendere parte, ha comunque rivolto i suoi auguri agli organizzatori. Il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese orientali, ha inviato a sua volta un messaggio di sostegno al convegno, mentre il cardinale George Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, vi era rappresentato.
Conviene ricordare che, tre settimane dopo la pubblicazione di Mater Populi Fidelis, il cardinal Fernández aveva apportato una precisazione sulla portata del suo testo. Secondo lui, la formula che giudicava «sempre inopportuno» l’uso del titolo di Corredentrice non intendeva condannare retroattivamente le espressioni impiegate da santi o da papi. Doveva soprattutto condurre a non usare più questo titolo nei documenti ufficiali della Santa Sede e nei testi liturgici.
Aveva inoltre indicato che i fedeli che ne comprendono correttamente il significato non erano tenuti ad abbandonarlo nella devozione privata o in una discussione teologica illuminata.
Questa distinzione lascia tuttavia intera la questione dottrinale sollevata dal cardinale Müller: se il titolo esprime veramente una verità contenuta nella Rivelazione, per quale ragione il suo uso dovrebbe essere escluso dall’insegnamento ufficiale della Chiesa?
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De Maria numquam satis: un principio ormai rivendicato
Un altro passaggio dell’intervento merita di essere sottolineato. Il cardinale Müller riprende il principio tradizionale De Maria numquam satis, secondo cui non si potrebbe mai dire troppo della grandezza della Santa Vergine, purché le affermazioni restino conformi alla verità rivelata.
Precisa che questo principio non deve essere interpretato come un massimalismo mariano da bilanciare diplomaticamente con un minimalismo. La grandezza di Maria manifesta al contrario la potenza della grazia divina, che eleva la creatura senza abolirne la libertà.
Questa dichiarazione fa eco all’articolo del 19 settembre nel quale Karen Darantière contrapponeva proprio il motto De Maria numquam satis al minimalismo mariano che rimproverava al cardinale Müller. Meno di un mese dopo, questi fa dunque proprio il principio invocato contro le sue posizioni del 2017, senza tuttavia ritornare sulle sue dichiarazioni riguardanti la verginità in partu, anch’esse criticate in quell’articolo.
Sulla Corredenzione, invece, il cambiamento è manifesto. La distinzione tradizionale tra i meriti di Cristo, che ci ha riscattati in stretta giustizia (de condigno), e quelli della Santa Vergine, che gli sono interamente subordinati (de congruo), resta essenziale per precisare questa dottrina, come l’ha esposta in particolare san Pio X nell’enciclica Ad diem illum.
Volendo scartare il titolo di Corredentrice, il Dicastero per la dottrina della fede ha provocato un’opposizione che forse non si aspettava. Il cardinale Müller, che contestava egli stesso questo titolo nel 2017, si ritrova ora al fianco di coloro che denunciano gli attacchi portati a una prerogativa della Madre di Dio. Per un singolare ribaltamento, è stata la nota romana stessa a condurre l’ex prefetto a unirsi pubblicamente ai difensori della Corredenzione.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine: Giovanni Battista Salvi da Sassoferrato (1609–1685), Vergine in preghiera (1640-1650), National Gallery, Londra, dettaglio.
Spirito
Mons. Viganò e la vera matrice dei «diritti dell’uomo»: «libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche»
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Con stima,
Pietro Piciocchi
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Hanno riconosciuto l’ingiustizia
e le hanno dato cittadinanza.
2 Ts 2, 11-12
Caro Avvocato Piciocchi, ho letto con attenzione la lettera che Ella ha indirizzato al dottor Aldo Maria Valli e che mi ha trasmesso, a proposito del mio commento al discorso di Leone XIV all’Eliseo. So che Aldo Maria ha già pubblicato sul suo blog una risposta esemplare (2); da parte mia, non voglio esimermi dall’affrontare la Sua lettera: senza assecondare la caricatura, senza farci trascinare sul terreno emotivo delle folle, e senza cedere il principio in cambio di un plauso per qualche frase condivisibile. La Sua lettera si apre con una parafrasi: secondo i «paladini della tradizione», il papa «sarebbe dovuto andare a dire» a Parigi che non esiste la libertà di coscienza, che lo Stato non deve aprire a ogni culto, che la Dichiarazione del 1948 è carta straccia, che libertà, eguaglianza e fraternità sono parole massoniche e non possono trovare ispirazione nel Vangelo. Le rispondo che nessuno ha chiesto a Leone di recarsi all’Eliseo per recitare il Sillabo a voce alta davanti a Macron. Si è chiesto — ed è cosa diversa — che un Romano Pontefice non contraddica, nella capitale della Rivoluzione, l’insegnamento costante dei suoi Predecessori su ciò che quella Rivoluzione è stata e su ciò che quel motto significa. Non è lo stesso atto. Il primo è una sceneggiata che Ella ci attribuisce per renderci ridicoli; il secondo è il minimo dovuto a chi siede sulla Cattedra di Pietro. La formula è semplice: noi non pretendiamo dal papa un anatema diplomaticamente inopportuno; pretendiamo che egli non ratifichi ed elogi ciò che i papi hanno chiamato peste. Una volta ristabilito questo, la Sua lettera perde il suo perno. Il secondo argomento è quello della folla: ottocentomila persone a Place de la Concorde, ottantamila giovani a Saint-Denis che cantano il Salve Regina, sacerdoti che confessano per strada. È l’argomento più efficace sul piano emotivo-sentimentale, e il più debole sul piano della Fede. Nessuno disprezza quei gesti, al contrario: essi dimostrano che la Grazia opera ancora nel popolo, nonostante i discorsi, non grazie ad essi. Un giovane che canta il Salve Regina in latino non convalida la tesi secondo cui Liberté, Égalité, Fraternité trovano nel Vangelo «una fonte inesauribile di ispirazione». Confondere la pietà dei fedeli con l’ortodossia di un discorso alle autorità è un sofisma. Se la quantità dei presenti bastasse a giudicare un pontificato, avremmo dovuto canonizzare ogni Giornata mondiale della gioventù, anche quando vi si è taciuto ciò che non si può tacere. Le piazze di Parigi erano gremite anche trent’anni fa con Giovanni Paolo II, ma questo non impedì che si giungesse all’approvazione dell’aborto come diritto, al rogo di Notre-Dame, alla blasfema inaugurazione dei Giochi Olimpici, all’eutanasia di Stato. Aggiungo che proprio quei giovani meritavano di udire dal papa non la benedizione di un motto nato per detronizzare Cristo, ma la distinzione — elementare e paterna — tra la libertà dei figli di Dio e la libertà rivoluzionaria, tra l’uguaglianza delle anime redente e l’egualitarismo collettivista, tra la fraternità in Cristo e la fratellanza senza Dio Padre. Togliere loro quella distinzione non è «rispettare la loro capacità di comprensione»: è sottrarre loro la chiave per capire il tempo in cui vivono. Anzi: è spacciare per valida e vera una falsa lettura degli eventi.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
Viterbo, 1 Ottobre 2026
S.Remigii Episcopi et Confessoris
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