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Stragi

Bangkok crans-montanizzata: diecine di morti nell’incendio di un bar

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Un incendio devastante ha raso al suolo un bar a Bangkok, in Thailandia, nella tarda serata di domenica, provocando la morte di almeno 28 persone e il ferimento grave di decine di altre, secondo quanto riportato dalle autorità. Le immagine riportano alle mente gli orrori del rogo di Crans-Montana dello scorso capodanno.

 

Secondo le testimonianze oculari, l’incendio è scoppiato vicino al palco del locale e si è diffuso con rapidità, con molti clienti che si sono smarriti nel fumo e sono rimasti intrappolati nei bagni nel panico che ne è seguito.

 

Almeno 71 persone sono rimaste ferite, di cui 25 versano in condizioni critiche, secondo quanto riportato lunedì dall’amministrazione metropolitana di Bangkok.

 

Un video terrificante girato la notte dell’incidente mostra una colonna di fuoco che si sprigiona dall’ingresso principale del bar, mentre i clienti fuggono circondati dalle fiamme.

 

Un filmato straziante girato all’interno del bar mostra persone che soffocano a causa del fumo mentre fuggono dal locale buio.

 

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«Quando è mancata la corrente, ad esempio all’ingresso dei bagni, la visibilità si è ridotta a zero. Tutti hanno cercato di uscire, ma i bagni non avevano finestre; era un vicolo cieco», ha dichiarato lunedì in una conferenza stampa il capo della polizia nazionale thailandese, Kittharath Punpetch. «Una volta entrati, la fuga era impossibile perché il fumo aveva già invaso la zona, e affrontarlo significava confrontarsi con il pericolo».

 

La polizia thailandese ha iniziato a concentrare le indagini forensi sull’area sopra il palco del locale, nel tentativo di determinare le cause del micidiale incendio, ha aggiunto. Vi sarà un’indagine sui proprietari per negligenza, in seguito alle segnalazioni di uscite di emergenza bloccate, ha affermato.

 

L’ufficio distrettuale di Chatuchak ha emesso un’ordinanza di chiusura dell’esercizio commerciale per 30 giorni, in attesa delle indagini.

 

La Tailandia ha precedenti riguardo questi massacri: l’incendio del Mountain B Club, ade esempio. Il 5 agosto 2022, un devastante rogo è scoppiato in un pub di musica dal vivo nel distretto di Sattahip, nella provincia orientale di Chonburi. Le fiamme, originate da un cortocircuito, si sono propagate rapidamente a causa dei pannelli di isolamento acustico infiammabili sulle pareti. La tragedia ha causato 26 morti totali (tra vittime sul colpo e deceduti successivi in ospedale) e decine di feriti, con dinamiche identiche a quelle più recenti: un’unica uscita principale fruibile e quella di sicurezza sbarrata.

 

Nel 2009 si ebbe la strage del Santika Club, consumatasi a Bangkok durante i festeggiamenti, come nel tragico recente esempio elvetico, della notte di Capodanno. Lo spettacolo pirotecnico sul palco ha incendiato il soffitto del locale. La calca disperata verso un’unica uscita principale (mentre le uscite di sicurezza erano riservate ai soli VIP o bloccate) ha provocato la morte di 66 persone e oltre 200 feriti.

 

Nell’agosto del 2012 il Tiger Disco, un celebre locale notturno a Patong Beach, sulla frequentatissima isola di Phuket, è stato avvolto dalle fiamme a causa di un guasto all’impianto elettrico durante un forte temporale. Il bilancio è stato di 4 morti e decine di feriti, riaccendendo i riflettori sulla scarsa sicurezza nei luoghi turistici.

 

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Catastrofi

Affonda una nave passeggeri a Cipro del Nord: almeno otto morti

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Almeno otto persone hanno perso la vita domenica scorsa quando un traghetto con a bordo oltre 200 passeggeri si è capovolto ed è affondato al largo delle coste di Cipro, secondo quanto comunicato dalle autorità della Repubblica Turca di Cipro del Nord (TRNC), autoproclamatasi tale.   L’isola mediterranea è divisa dal 1974: la parte settentrionale, amministrata dai turco-ciprioti, è riconosciuta unicamente dalla Turchia.   Secondo quanto dichiarato dal ministro dei Lavori pubblici e dei trasporti della Repubblica Turca di Cipro del Nord, Erhan Arikli, l’imbarcazione di tipo catamarano era partita dal popolare porto turistico di Kyrenia alla volta della Turchia meridionale quando ha cominciato a imbarcare acqua.   Le autorità turco-cipriote e turche hanno messo in atto un’operazione di salvataggio che ha coinvolto numerose imbarcazioni civili, motovedette della guardia costiera ed elicotteri.  

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Dei 267 passeggeri e membri dell’equipaggio a bordo, almeno otto sono deceduti e 17 risultano ancora dispersi, ha dichiarato Arikli in un comunicato ripreso dai media. L’imbarcazione capovolta è poi affondata a una profondità di circa 514 metri (1686 piedi), ha aggiunto.   Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha affermato che Ankara prosegue le operazioni di soccorso in collaborazione con le autorità della Repubblica Turca di Cipro del Nord.   «Gli sforzi per raggiungere i dispersi continuano senza interruzione», ha scritto su X.   Le immagini dell’incidente ritraggono centinaia di sopravvissuti con indosso giubbotti di salvataggio rossi aggrappati allo scafo capovolto dell’imbarcazione.   Le autorità non hanno ancora individuato la causa dell’infiltrazione d’acqua nel traghetto; Arikli ha spiegato che sarà necessario esaminare la scatola nera dell’imbarcazione per determinarne l’origine.   Il capitano della nave e sette membri dell’equipaggio sono stati fermati mentre è in corso un’inchiesta per accertare le cause dell’incidente e l’eventuale negligenza.   Cipro ha affrontato intense tempeste sabato, con la Protezione Civile della Repubblica di Cipro che ha emesso un’allerta arancione, raccomandando alla popolazione di evitare spostamenti non necessari. Tuttavia, l’allerta è scaduta quella sera e le successive previsioni meteo marine ufficiali per domenica non contemplavano alcun avviso.   «Ho visto morire in mare persone che non sapevano nuotare», ha dichiarato un testimone  all’agenzia di stampa Dha. «Alcuni, presi dal panico, non hanno afferrato i giubbotti di salvataggio. Altri si sono buttati in mare immediatamente per la paura. C’era un anziano che non siamo riusciti a salvare. Abbiamo provato a tirarlo su, ma non ci siamo riusciti. Anche lui è annegato. Abbiamo visto e assistito all’annegamento dei bambini di una famiglia, maschi e femmine, bambini molto piccoli».   «Abbiamo supplicato il comandante di tornare indietro» quando la nave ha iniziato ad imbarcare acqua. «Ma non ci ha ascoltato».  

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Catastrofi

Disastro con strage sul traghetto nel lago Kariba: funzionario zimbabweano arrestato

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La polizia dello Zimbabwe ha fermato un alto funzionario locale in collegamento con il naufragio del traghetto sul lago Kariba, in cui all’inizio del mese sono morte 97 persone.

 

Ignatius Chiome, coordinatore distrettuale dell’Agenzia per lo sviluppo delle infrastrutture rurali (RIDA), è stato accusato di omicidio colposo, ha comunicato mercoledì la Polizia della Repubblica dello Zimbabwe (ZRP) al quotidiano X.

 

«La ZRP conferma l’arresto e la successiva comparizione in tribunale del coordinatore distrettuale RIDA di Kariba, Ignatius Chiome (49),» si legge nella nota.

 

La decisione sulla richiesta di cauzione di Chiome è slittata a giovedì ed era attesa per venerdì, secondo l’Herald, testata locale. Il suo legale, Samuel Muyemeki, ha detto che il magistrato non aveva ancora pronunciato la sentenza. «Il tribunale deve prendere una decisione e questa è la legge. Una volta presa la decisione, tutti gli interessati dovranno esserne a conoscenza», ha dichiarato, come riportato dall’agenzia di stampa.

 

Secondo l’accusa, inefficienze amministrative, sovraccarico e violazioni delle norme di sicurezza operativa avrebbero contribuito al disastro dell’11 agosto. Tra le vittime ci sono anche diversi bambini piccoli.

 

Stando a The Herald, il traghetto, vecchio di 41 anni, trasportava fino a 180 passeggeri e un carico pesante quando è partito dal porto di Andora verso i campi di pescatori di Chalala, pur avendo una capienza autorizzata di 90 persone. Le indagini proseguono e i pubblici ministeri hanno fatto capire che potrebbero arrivare altri arresti.

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Il traghetto Mbuya Nehanda, gestito dalla RIDA, si è capovolto sul lago Kariba mentre andava da Kariba verso le comunità e i campi di pescatori lungo il lago. L’emittente locale ZBC News aveva già riferito che l’imbarcazione aveva incontrato onde molto forti.

 

Il presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, ha definito l’affondamento una calamità nazionale e ha ordinato alle agenzie per la sicurezza marittima e alle forze di sicurezza di colmare le carenze nelle capacità marittime del Paese. Anche l’Unione Africana ha espresso condoglianze: il presidente della Commissione dell’UA, Mahmoud Ali Youssouf, ha detto che l’organismo è «solidale con il popolo dello Zimbabwe e le comunità colpite».

 

Incidenti nautici analoghi e mortali si sono verificati anche in altre zone dell’Africa. A settembre almeno 29 persone sono morte quando un’imbarcazione di legno con circa 90 passeggeri si è capovolta nello Stato del Niger, in Nigeria. Secondo le autorità, il mezzo era sovraccarico e ha urtato un tronco d’albero sommerso.

 

Il Lago Kariba, tra Zambia e Zimbabwe (allora Rhodesia del Sud e del Nord), è il più grande bacino artificiale al mondo per capacità, nato dallo sbarramento dello Zambesi nella gola di Kariba. Il progetto fu ideato dall’ingegnere francese André Coyne, ma la realizzazione materiale della diga porta un’impronta profondamente italiana. La diga ad arco a doppia curvatura fu costruita tra il 1955 e il 1959 dall’impresa italiana Cogefar-Impresit, azienda che sarebbe poi confluita nel grande gruppo Impregilo, oggi Webuild.

 

Migliaia di tecnici, ingegneri e operai italiani lavorarono in condizioni estreme, tra il caldo torrido della valle dello Zambesi e le difficoltà logistiche di un cantiere isolato in piena Africa centrale, per erigere un’opera alta 128 metri e lunga quasi 580.

 

Il cantiere fu tra i più imponenti mai realizzati nel continente africano nel dopoguerra, e costò la vita a decine di lavoratori, molti dei quali italiani, ricordati ancora oggi da un piccolo cimitero nei pressi della diga. La costruzione comportò anche l’allagamento della gola e il trasferimento forzato di circa 57.000 persone del popolo Batonga.

 

Completata nel 1959, la diga diede vita al lago, riempito completamente entro il 1963, e dotò la regione di un’enorme centrale idroelettrica, ancora oggi fondamentale per l’approvvigionamento energetico di Zambia e Zimbabwe. L’ingegneria italiana, con la sua competenza in dighe e grandi opere idrauliche, lasciò così un segno duraturo in uno dei progetti infrastrutturali più ambiziosi del XX secolo, un’eredità che continua a essere richiamata negli attuali lavori di riqualificazione dell’impianto.

 

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Stragi

Gaza, megafunerale per le vittime di un singolo attacco israeliano

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Martedì, a Gaza City, sono stati sepolti oltre 100 resti di vittime di un raid aereo israeliano del 2023, in uno dei funerali più imponenti tenutisi nell’enclave palestinese dall’inizio della guerra tra Hamas e Israele, quasi tre anni fa.   Secondo le autorità palestinesi, l’attacco al quartiere di Sabra nel novembre 2023 ha causato la morte di 308 membri delle famiglie Hassayna e Abu Sharia, tra cui 30 donne e 40 bambini. I corpi sono rimasti sepolti sotto le macerie per anni, mentre le Forze di Difesa Israeliane (IDF) bombardavano Gaza e conducevano un’invasione di terra dell’enclave densamente popolata.   I partecipanti al lutto hanno pregato accanto ai resti di 112 vittime, le cui bare erano avvolte in bandiere palestinesi, alcune con fotografie di bambini. Secondo le autorità, risultano ancora disperse 157 persone.      

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Mahmoud Basal, portavoce dell’agenzia di protezione civile di Gaza, ha dichiarato che i resti di oltre 150 vittime non sono ancora stati ritrovati. L’attacco è stato «una delle più grandi tragedie a cui le famiglie di Gaza hanno assistito durante la guerra», ha scritto su X.   I dati complessivi aggiornati ad agosto 2026, basati sui report ufficiali del ministero della Salute di Gaza e convalidati dalle principali agenzie delle Nazioni Unite come l’OCHA, superano i 73.300 morti e i 174.200 feriti complessivi dal 2022 al 2026   Secondo le analisi statistiche dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR), circa il 70% delle vittime identificate all’interno degli edifici residenziali è composto da donne e bambini. L’organizzazione Save the Children stima che i minori rimasti uccisi siano oltre 21.000   Oltre ai decessi confermati negli ospedali, le organizzazioni umanitarie stimano migliaia di persone ancora ufficialmente disperse sotto i detriti, corpi che non è stato possibile recuperare a causa della distruzione delle infrastrutture civili.   La guerra ha fatto registrare uno dei bilanci più gravi di sempre per gli operatori di soccorso. L’UNRWA ha confermato la morte di oltre 390 dipendenti della propria agenzia a Gaza. Gli operatori sanitari uccisi sono più di 750.   Organizzazioni indipendenti e studi medici (come le proiezioni pubblicate sulla rivista scientifica The Lancet) sottolineano come il bilancio reale sia sensibilmente più alto se si considerano le morti indirette causate dalla fame, dal collasso totale del sistema sanitario e dalle epidemie dovute alle condizioni igieniche precarie.   Come riportato da Renovatio 21, in uno studio uscito nel dicembre 2025 («Skewering History: The Odious Politics of Counting Gaza’s Dead») due accademici australiani, Richard Hil e Gideon Polya, hanno affermato che il numero reale di vittime del genocidio a Gaza superi le 680.000 unità, circa 12-14 volte superiore alle stime comunemente diffuse.   Nel corso dello stesso conflitto, le autorità israeliane hanno registrato circa 1.200 vittime nel primo attacco del 7 ottobre (in maggioranza civili), a cui si aggiungono oltre 920 militari israeliani rimasti uccisi durante le operazioni di terra all’interno della Striscia di Gaza.  

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