Storia
Incendio devasta il «Nido dell’aquila» di Adolfo Hitler
Il Nido dell’Aquila, noto anche come Kehlsteinhaus (tedesco per Casa sul Kehlstein), la residenza di montagna costruita per il dittatore nazista Adolfo Hitler nelle Alpi bavaresi, è stato devastato da un incendio, secondo quanto riferito dalla polizia tedesca.
L’ex casa da tè del leader del Terzo Reich, costruita sulla cima dell’Obersalzberg nella Germania meridionale nel 1938, si trova a un’altitudine di 1.834 metri (6.000 piedi).
Venerdì sera è scattato l’allarme antincendio presso l’Eagle’s Nest e, all’arrivo dei soccorsi, il locale era completamente avvolto dalle fiamme, ha riferito la polizia. L’altitudine elevata ha complicato il lavoro dei circa 200 vigili del fuoco, che sono riusciti a spegnere l’incendio solo sabato mattina, hanno aggiunto.
WATCH: Hitler’s Eagle’s Nest (Kehlsteinhaus) damaged beyond repair after massive fire; arson suspected pic.twitter.com/RtziyDyIjG
— Klaxon Wire (@KlaxonWire) October 24, 2026
🚨Update: They declared it was going to be a 1,000 year reich! Instead the US and Allies destroyed them in 12 years. Now Adolf Hitler’s Eagles Nest Layer is now gone, burned to the ground! Good riddance! I hate Nazis!! pic.twitter.com/3NfRLxzBrU
— US Homeland Security News (@defense_civil25) October 25, 2026
«È gravemente danneggiata. È improbabile che la casa si possa salvare», ha dichiarato un portavoce della polizia al tabloid Bild.
La polizia ha dichiarato che un sospettato è stato arrestato in relazione all’incendio, ma non ha fornito ulteriori dettagli. Secondo il quotidiano germanico Bild, la persona fermata era un motociclista che gli agenti hanno incontrato mentre si dirigevano verso il rifugio in fiamme, ma il suo coinvolgimento nel caso al momento non è chiaro. Gli inquirenti ritengono che l’incendio sia stato doloso, affermano le fonti del giornale.
In seguito alle segnalazioni dell’incendio, le autorità bavaresi hanno annunciato l’intenzione di ricostruire la struttura, ha dichiarato il ministro dell’Interno Joachim Herrmann. «Non permetteremo che rimangano delle rovine lì», ha dichiarato, secondo quanto riportato dall’agenzia DPA.
Il Nido dell’Aquila è stato uno dei pochi edifici storici dell’epoca hitlerica a non subire danni dai bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il rifugio ospita un museo e un ristorante sin dagli anni Cinquanta, diventando una popolare meta turistica. È stato preservato come «monito ammonitore degli abissi della disumana dittatura nazista», secondo quanto riportato sul suo sito webbo.
In origine l’edificio faceva parte della proprietà dell’ormai scomparsa Berghof, nota per essere stata la residenza privata dello Hitlerro situata più in basso. Completato nella primavera del 1938 in poco più di un anno da una squadra di circa duemila persone, con un costo di circa 30 milioni di Reichsmark, il Nido dell’Aquila venne utilizzato dal Führer assai raramente, se non per alcuni incontri diplomatici, dal momento che egli preferiva soggiornare nella vicina Berghof. Il führer non lo utilizzò per scopi militari, bensì come luogo dove il cancelliere del REich svolse soltanto alcune riunioni riservate e incontri diplomatici, tra cui quello in cui ospitò il ministro degli Esteri italiano Galeazzo Ciano nel 1939 e quello del 17 ottobre 1940, in cui ebbe come ospite la principessa ereditaria d’Italia Maria José del Belgio.
La popolarità nell’immaginario collettivo mondiale del luogo fu talmente perdurante che nel 1987 uscì un videogiuoco chiamato Into The Eagle’s Nest, uno sparatutto labirintico ispirato al noto Gauntlet (1985), dove bisognava espugnare una fortezza chiamata, appunto, il nido dell’aquila.
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Immagine screenshot da Twitter
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Nixon va da Mao. Cinquant’anni di ping pong
La mattina del 21 febbraio 1972 lo Spirit of ’76 atterrò all’aeroporto di Pechino e Richard Nixon (1913-1994) scese la scaletta tendendo la mano a Zhou Enlai (1898-1976). L’inviato del più autorevole quotidiano newyorkese, che per quei servizi avrebbe vinto il Pulitzer, nel servizio del 21 febbraio intitolato A Quiet Greeting scrisse che quel giorno finiva una generazione di ostilità e iniziava un rapporto nuovo ma ancora indefinito tra la nazione più potente e quella più popolosa della Terra.
L’anticomunista per eccellenza, l’uomo della caccia alle streghe degli anni Cinquanta, preparava quel viaggio da tempo. Già nel 1967 aveva scritto che il mondo non poteva permettersi di lasciare la Cina per sempre fuori dalla famiglia delle nazioni. Proprio la sua reputazione lo proteggeva dall’accusa di debolezza: da qui nacque il detto solo Nixon poteva andare in Cina.
L’accoglienza, all’inizio, fu gelida. I cronisti di Hong Kong notarono un ricevimento corretto e cordiale, ma quasi ignorato dai quattro milioni di abitanti della capitale. Poi arrivò il colpo di teatro. Mao Zedong (1893-1976) convocò l’ospite a casa sua poche ore dopo l’atterraggio. Lo scrittore James Michener (1907-1997), al seguito della delegazione, raccolse lo stupore di un funzionario cinese: nessun capo di Stato era mai stato ricevuto da Mao il primo giorno.
Qui comincia il ping pong. Da Washington si celebrava la svolta; da Pechino si mandavano segnali calibrati con cura. L’indomani l’organo del Partito uscì con una serie inedita di grandi fotografie in prima pagina, affisse sotto vetro in tutta la città. Gli analisti della CIA, che monitoravano la stampa cinese, registrarono che Pechino dava alla visita ampia copertura ma senza commenti, sospendendo quasi del tutto la propaganda antiamericana. Mao riassunse la cosa con una delle sue metafore: la pallina piccola muove la palla grande. La pallina era quella della squadra di tennistavolo americana invitata a Pechino l’anno prima. La palla grande era l’equilibrio della Guerra fredda, con l’Unione Sovietica da isolare.
Gli stessi analisti annotarono un dettaglio da cremlinologi: lo spazio concesso a Nixon era paragonabile soltanto a quello riservato al rumeno Nicolae Ceaușescu (1918-1989), con tre fotografie in prima pagina e altre sei nelle pagine interne. Washington, dal canto suo, puntava tutto sulla televisione. Al seguito del presidente viaggiavano ottantasette giornalisti americani, e le immagini della Grande Muraglia entravano in diretta nelle case degli elettori, in pieno anno di campagna presidenziale.
Il 28 febbraio, a Shanghai, le due parti firmarono un comunicato senza precedenti, che metteva nero su bianco le divergenze anziché nasconderle: «la parte cinese dichiara, la parte americana afferma». Su Taiwan Washington riconobbe che esiste una sola Cina. Le accuse di «svendita» dell’alleato Chiang Kai-shek (1887-1975), lanciate dalla stampa e dal Congresso, si persero presto nell’euforia dell’evento.
Venticinque anni dopo, il calendario volle essere beffardo. Il 19 febbraio 1997, due giorni prima dell’anniversario, morì Deng Xiaoping (1904-1997), l’uomo che aveva trasformato l’apertura politica di Mao in apertura economica. Bill Clinton (1946-) lo ricordò come la forza motrice della normalizzazione. Nello stesso messaggio auspicava una Cina politicamente stabile, economicamente aperta e rispettosa dei diritti umani. Madeleine Albright (1937-2022), alla vigilia di un viaggio a Pechino, fu più prudente e parlò di un bilancio misto, citando Tiananmen.
Dietro la cortesia diplomatica bruciava ancora la crisi dell’anno precedente. Washington aveva concesso il visto al presidente taiwanese Lee Teng-hui (1923-2020), e Pechino aveva risposto con lanci di missili nello Stretto. Clinton allora ordinò a due portaerei di dirigersi verso Taiwan. Per gli Stati Uniti fu una dimostrazione di forza. Per la Cina fu una lezione brutale, da cui nacque l’ossessione di poter affondare le portaerei americane.
A giugno il consigliere per la sicurezza nazionale Samuel Berger (1945-2015) celebrò il venticinquesimo del Comunicato davanti all’establishment della politica estera. Ammise che il consenso bipartisan sulla Cina si era sfaldato dopo il massacro di Tiananmen. Eppure vedeva nell’ideologia morente di Pechino i primi fremiti di cambiamento. La risposta cinese arrivò in ottobre con la visita di Stato di Jiang Zemin (1926-2022), la prima in dodici anni. La dichiarazione congiunta parlava di un partenariato strategico costruttivo, pur riconoscendo grandi differenze sui diritti umani. Soprattutto, apriva la strada all’ingresso della Cina nel commercio mondiale. Pechino incassava ciò che voleva: mercati e tecnologia, senza concessioni politiche.
Nixon, intanto, era morto nel 1994. Prima di andarsene aveva confidato al suo ex autore di discorsi William Safire (1929-2009) di non essere più così fiducioso: «potremmo aver creato un Frankenstein». Safire lo rivelò nel 2000, mentre il Congresso spalancava le porte commerciali a Pechino. Nessuno lo ascoltò.
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Al cinquantesimo anniversario si arrivò dopo un lungo processo di revisione. Nel 2018 Kurt Campbell (1957), futuro stratega asiatico di Joe Biden, firmò con un collega un saggio che fece epoca. Vi riconosceva che Washington aveva sopravvalutato la propria capacità di plasmare la Cina: né il bastone né la carota avevano funzionato. Da Pechino rispose Wang Jisi (1948), decano degli americanisti cinesi. Riconobbe l’onestà dell’autocritica, ma osservò che anche i cinesi faticavano ormai a riconoscere un’America sempre più imprevedibile.
Nel luglio 2020 il segretario di Stato Mike Pompeo (1963) scelse proprio la Nixon Library di Yorba Linda, dove il presidente è sepolto, per rievocare il Frankenstein e chiudere: «ed eccoci qui». L’ex ambasciatore Stapleton Roy (1935) gli ricordò che Nixon e Henry Kissinger (1923-2023) non si erano mai illusi di democratizzare la Cina: erano semplicemente pragmatici.
Da Pechino la stampa del Partito rovesciò l’accusa. Gao Zhikai, ex interprete che aveva accompagnato Nixon in una delle sue visite in Cina, sostenne che l’unica cosa appropriata per Pompeo, alla Nixon Library, sarebbe stata inginocchiarsi e chiedere scusa. Per gli analisti cinesi quel discorso sconfessava quarant’anni di dialogo: la colpa non era di Nixon, ma dei suoi eredi.
Il 21 febbraio 2022 la Casa Bianca lasciò passare l’anniversario quasi in silenzio. Pechino ne fece uno spettacolo, ma a modo suo. Lo stesso giorno annunciò sanzioni contro Lockheed Martin e Raytheon per le forniture di armi a Taiwan. Pochi giorni dopo l’ambasciatore Qin Gang (1966) si presentò nella stessa Nixon Library che aveva ospitato Pompeo. Paragonò la visita del 1972 allo sbarco sulla Luna e rese omaggio al vecchio amico del popolo cinese.
Il 28 febbraio, all’hotel Jinjiang di Shanghai dove era stato firmato il Comunicato, il ministro degli Esteri Wang Yi (1953) chiuse lo scambio. Definì Taiwan il nucleo del Comunicato e la Cina unica la pietra angolare dei rapporti, accusando gli americani di averne tradito lo spirito. Collegato in video c’era anche un Kissinger novantottenne, ultimo testimone della settimana che cambiò il mondo.
Cinquant’anni dopo, i due giocatori raccontano partite diverse. A Washington l’élite politica e finanziaria scommise che il commercio avrebbe cambiato il regime, e intanto ne finanziò l’ascesa. Per Pechino resta un atto notarile, la prova scritta che l’America ha riconosciuto una sola Cina, da esibire a ogni crisi.
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La storica canadese Margaret MacMillan (1943), che a quella settimana ha dedicato un libro costruito sulle fonti di entrambi i Paesi, Nixon and Mao: The Week That Changed the World, si pone questa domanda: gli americani andarono a Pechino da supplici? Le sue risposte sono severe. Nixon e Kissinger, scrive, si spinsero troppo in là promettendo il ritiro delle truppe da Taiwan, un impegno che non potevano mantenere.
Il sinologo Roderick MacFarquhar (1930-2019), recensendo il libro, considerò come Nixon avesse bisogno della Cina più di quanto Mao di Washington. Da allora i presidenti americani di entrambi i partiti si guardarono bene dall’irritare Pechino. Eppure MacMillan non condanna quella scelta. Riconosce la visione e la determinazione dei quattro uomini che la resero possibile, Nixon, Mao, Kissinger e Zhou, e vede nell’apertura una possibile forza di stabilità per il mondo.
La pallina piccola ha davvero mosso la palla grande, ma non nella direzione immaginata da Washington.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine
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