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Mons. Strickland chiede di riesaminare il Concilio: «c’è una casa da ricostruire»

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Renovatio 21 pubblica questo testo del vescovo Joseph Strickland apparse su LifeSiteNews. Riteniamo che monsignore sottovaluti il ruolo del Concilio nella catastrofe del cattolicesimo attuale, tuttavia non sbaglia se pensa che quest’albero maligno ha radici profonde e rami che danno i loro frutti perversi lontani dal tronco.

 

So che alcuni di voi credono che io sia cambiato. Alcuni temono che io sia passato «dall’altra parte». Alcuni si chiedono se, dopo anni passati a parlare apertamente e coraggiosamente della crisi nella Chiesa, a difendere la liturgia romana tradizionale, a mettere in discussione ciò che è stato fatto in nome del Concilio Vaticano II e a parlare apertamente dell’arcivescovo Marcel Lefebvre, io stia ora rinnegando queste convinzioni. Alcuni di voi potrebbero persino sentirsi traditi. Quindi, prima di dire altro, voglio dire questo chiaramente: non mi sono spostato.

 

Le parole che Cristo rivolse a San Francesco a San Damiano – «Va’ e ripara la mia casa, che, come vedi, sta cadendo in rovina» – mi sono rimaste impresse nel cuore.

 

Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla Chiesa. Non ho dimenticato ciò che è accaduto alla sacra liturgia, alla catechesi cattolica, alla vita religiosa, alla formazione sacerdotale o alla trasmissione della Fede. Non ho dimenticato gli altari che sono stati rimossi, i santuari che sono stati spogliati, il latino che è scomparso, le sacre tradizioni che sono state abbandonate, o le generazioni di cattolici a cui è stato insegnato a considerare gran parte della propria eredità come qualcosa da cui la Chiesa doveva essere liberata.

 

Non ho mai smesso di difendere la liturgia romana tradizionale. Non ho mai smesso di credere che molto sia stato abbandonato inutilmente e debba essere ripristinato. Non ho mai smesso di credere che la Sacra Scrittura debba essere letta all’interno della Sacra Tradizione e secondo la fede perenne della Chiesa. Non ho mai smesso di credere che nessun papa, concilio, vescovo, sacerdote, teologo o generazione abbia l’autorità di creare una nuova fede cattolica.

 

E non ho mai smesso di credere che permangano seri interrogativi riguardo al Concilio Vaticano II e all’enorme sconvolgimento che ne è seguito.

 

Non sono diventato meno disposto a dire la verità. Cerco solo di dirla con maggiore precisione.

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Per molti anni, ai cattolici sono state spesso presentate due spiegazioni della crisi. Una afferma: «il Concilio Vaticano II ha causato tutto questo». L’altra afferma: «non c’era niente di sbagliato nel Concilio Vaticano II; il problema è stato solo la sua attuazione». Non credo più che nessuna delle due risposte, presa singolarmente, sia sufficiente.

 

Qualcosa è successo. Qualcosa è successo al culto cattolico. Qualcosa è successo all’identità cattolica. Qualcosa è successo alla catechesi. Qualcosa è successo alla vita religiosa e al sacerdozio. Qualcosa è successo al modo in cui i cattolici interpretano la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, l’autorità, l’evangelizzazione e persino la Chiesa stessa. Non possiamo seriamente negarlo.

 

Ma dopo più di 60 anni, non basta più indicare la devastazione e dire: «c’è stata una rottura». Dobbiamo determinare dove si è effettivamente verificata la rottura.

 

È stata la rottura nel Concilio stesso? In particolari passaggi di particolari documenti? Nelle ambiguità che hanno aperto la porta a interpretazioni contrarie a quanto la Chiesa aveva precedentemente insegnato? Nelle commissioni e nelle riforme che ne sono seguite? Nella loro attuazione? In un’ideologia che si è appellata allo «spirito del Concilio Vaticano II» anche quando le parole del Concilio dicevano qualcosa di diverso?

 

Oppure la rottura si è verificata a livelli diversi, in modi diversi e in momenti diversi?

 

Queste domande non rappresentano una ritirata da quanto ho affermato in precedenza. Sono il passo successivo necessario.

 

C’è un momento in cui il coraggio richiede a un vescovo di presentarsi di fronte a una crisi e dire: «qualcosa è andato terribilmente storto». Ma alla fine il coraggio richiede qualcosa di più. Un pastore deve entrare tra le macerie e capire cosa è andato storto, dove è andato storto, come è andato storto e cosa ora deve essere riparato. Questo è ciò che sto cercando di fare.

 

Per troppo tempo, quasi tutto ciò che è accaduto alla Chiesa dopo il Concilio è stato racchiuso in un unico contenitore etichettato «Vaticano II». Voglio aprire quel contenitore. Voglio sapere cosa ha detto realmente il Concilio. Voglio sapere cosa non ha detto. Voglio sapere cosa è successo dopo. Voglio sapere cosa è stato fatto in suo nome. E voglio sapere dove qualcosa si è discostato da ciò che la Chiesa aveva ricevuto.

 

Papa Benedetto XVI comprese che l’interpretazione del Concilio Vaticano II si trovava al centro del problema. Nel suo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, contrappose quella che definì un’«ermeneutica della discontinuità e della rottura» a un’«ermeneutica della riforma», del rinnovamento nella continuità dell’unica Chiesa donataci da Cristo. Questa distinzione è essenziale.

 

Non esisteva una Chiesa cattolica prima del Concilio e un’altra dopo. La Chiesa non è ricominciata nel 1962. Il Concilio Vaticano II non aveva l’autorità di inventare una nuova fede cattolica. Nessun concilio possiede tale autorità.

 

Ogni concilio deve collocarsi all’interno della Fede che lo ha preceduto: la Sacra Scrittura, la Sacra Tradizione, i Padri e i Dottori, i concili precedenti e il Magistero perenne.

 

Benedetto XVI lo ha chiarito in modo particolare durante i suoi sforzi per sanare la frattura che aveva coinvolto la Fraternità Sacerdotale San Pio X. Non accettava l’idea che il magistero della Chiesa potesse essere semplicemente cristallizzato al 1962. Ma non permetteva nemmeno che il Concilio Vaticano II venisse separato da tutto ciò che lo aveva preceduto. Le radici non si possono recidere dall’albero. Questo è un principio fondamentale per il lavoro che ci attende.

 

Ma vorrei aggiungere un aspetto altrettanto importante: la continuità non può essere semplicemente affermata. Deve essere dimostrata.

 

Il mio principio è semplice. Se c’è continuità, dimostriamola. Se c’è ambiguità, identifichiamola. Se c’è rottura, localizziamola.

 

E se qualcosa non può davvero reggere perché non è conciliabile con la fede che la Chiesa ha ricevuto, allora la Chiesa deve avere il coraggio di affrontarla.

 

Questo mi porta a un uomo il cui nome non può essere facilmente separato da questa storia: l’arcivescovo Marcel Lefebvre. Ho già parlato favorevolmente dell’arcivescovo Lefebvre in passato e non ritratto quelle parole. Credo che la storia giudicherà quest’uomo e il suo ruolo nella crisi della Chiesa in modo molto diverso da come è stato spesso giudicato.

 

In effetti, ho affermato di ritenere possibile che la Chiesa un giorno riconosca la sua santità. Tale giudizio spetta alla Chiesa, non a me. Ma mi è consentito riconoscere quelle che credo siano state virtù straordinarie in un vescovo che si è trovato ad affrontare circostanze che pochi vescovi nella storia hanno dovuto affrontare.

 

Dovremmo essere cauti nell’ipotizzare, decenni dopo, di poter giudicare con facilità la coscienza di un uomo che si trovava nel mezzo di un terremoto ecclesiastico. L’arcivescovo Lefebvre credeva che qualcosa di prezioso fosse in pericolo di andare perduto. Credeva che il sacerdozio cattolico fosse in pericolo. Credeva che la liturgia romana tradizionale fosse in pericolo. Credeva che la trasmissione della Fede fosse in pericolo. E agì secondo ciò che riteneva fosse sua responsabilità, di fronte a Dio, in quanto vescovo.

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Qualunque giudizio si possa esprimere sulle singole decisioni da lui prese, è difficile immaginare la storia della liturgia romana tradizionale nell’ultimo mezzo secolo senza riconoscere l’enorme ruolo svolto dall’arcivescovo Lefebvre e da coloro che gli erano associati nella sua preservazione.

 

Ci sono momenti in cui la Provvidenza suscita un uomo con il compito di preservare qualcosa, mentre quasi tutti intorno a lui sembrano pronti ad abbandonarla. Forse questa era la vocazione particolare dell’arcivescovo Lefebvre. Sono grato che ciò che avrebbe potuto andare perduto sia stato preservato. Ma la gratitudine per la vocazione di un altro uomo non mi impone di credere che Dio mi abbia dato esattamente la stessa. La sua vocazione non deve necessariamente essere la mia.

 

Forse l’arcivescovo Lefebvre fu chiamato, in un momento di tremendo sconvolgimento, ad aggrapparsi a una riva che sembrava scomparire. Forse la mia responsabilità in questo momento è quella di contribuire a costruire un ponte da quella riva. Ma lasciatemi dire una cosa: il ponte non è un compromesso.

 

Vorrei essere molto chiaro su ciò che intendo. Non sto costruendo un ponte tra la verità e l’errore. Non può esserci compromesso tra la verità cattolica e la falsità. Non sto cercando una comoda posizione intermedia tra la Tradizione e il modernismo. Non sto chiedendo ai cattolici tradizionalisti di rinunciare a ciò che è stato tramandato affinché tutti possano semplicemente andare d’accordo. Questa non sarebbe unità.

 

Il ponte di cui parlo attraversa qualcos’altro: le ferite, i sospetti, le accuse, i malintesi e le divisioni che hanno separato i cattolici per oltre mezzo secolo.

 

Da una parte ci sono i cattolici che hanno visto gran parte della loro eredità svanire e hanno imparato, spesso attraverso esperienze dolorose, a diffidare di chiunque parlasse favorevolmente del Concilio Vaticano II. Dall’altra parte ci sono i cattolici a cui è stato insegnato che la fedeltà al Concilio Vaticano II imponeva loro di guardare con sospetto a gran parte di ciò che lo ha preceduto. Entrambi hanno ereditato ferite. Entrambi hanno ereditato preconcetti. Ed entrambi hanno bisogno della verità.

 

Il ponte non si costruisce fingendo che non sia successo nulla. Si costruisce solo scoprendo cosa è realmente accaduto. E quel ponte deve avere delle fondamenta. Le sue fondamenta devono essere la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione. I suoi pilastri devono essere l’insegnamento perenne della Chiesa. La sua meta deve essere Gesù Cristo.

 

Se qualcosa non può reggersi su tali fondamenta, allora non può essere portato avanti semplicemente in nome della riconciliazione.

 

Alcuni di voi potrebbero pensare: leggere Dei Verbum è una cosa. Leggere Sacrosanctum Concilium è un’altra. Ma cosa succederà quando arriveremo ai documenti più difficili del Concilio Vaticano II? È una domanda legittima. La mia risposta è semplice: li leggeremo anche quelli.

 

Sono ben consapevole che esistono documenti del Concilio che presentano questioni ben più complesse riguardo al loro rapporto con la precedente dottrina cattolica. Non li eviteremo.

 

Li collocheremo accanto alla Sacra Scrittura. Li collocheremo accanto alla Sacra Tradizione. Li collocheremo accanto ai Padri e ai Dottori. Li collocheremo accanto al precedente Magistero.

 

E ci chiederemo: può questo essere compatibile con la fede che la Chiesa ha sempre ricevuto?

 

Se la risposta è sì, dovremmo dire sì. Se è necessario un chiarimento, dovremmo dirlo. Se un’apparente contraddizione può essere risolta interpretando correttamente un testo all’interno della Tradizione, allora dimostriamolo. Ma se qualcosa non è conciliabile, non dobbiamo creare una continuità artificiale solo perché riconoscere il problema sarebbe difficile.

 

Non stiamo esaminando la Tradizione alla luce del Concilio Vaticano II. Stiamo esaminando il Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione. Ed è proprio questo che fa la differenza.

 

Nessuno di noi che oggi serviamo la Chiesa ha creato la crisi degli anni Sessanta e Settanta. Non abbiamo scritto i documenti conciliari. Non ne abbiamo supervisionato l’attuazione. Non abbiamo ideato le riforme che ne sono seguite. Non abbiamo preso molte delle decisioni le cui conseguenze la Chiesa subisce ancora oggi.

 

Ma un vescovo non può semplicemente dire: «io non c’ero». Io sono qui ora. La Chiesa che ho ereditato è la Chiesa che ho la responsabilità di guidare.

 

Un padre che scopre gravi danni alla casa di famiglia non dice: «non è colpa mia» e se ne va. I suoi figli vivono lì. Deve esaminare le fondamenta. Deve scoprire quali pietre sono state rimosse. Deve stabilire cosa è stato modificato inutilmente. Deve identificare qualsiasi elemento introdotto che non appartenga alla casa. Deve preservare ciò che è rimasto intatto. Deve restaurare ciò che è andato perduto. E deve riparare ciò che è stato rotto. È così che intendo la responsabilità episcopale in questo momento.

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Non sono stato io a infliggere queste ferite. Ma sono un vescovo nella Chiesa che le porta. Pertanto, in una certa misura, ora sono anche una mia responsabilità. I ​​vescovi di oggi non possono rimandare indefinitamente queste questioni ai vescovi di domani. A un certo punto, qualcuno deve pur iniziare.

 

E a voi che temete di essere stati traditi, so perché siete cauti. Molti di voi hanno sofferto semplicemente perché desideravano ciò che le generazioni di cattolici che vi hanno preceduto avevano ricevuto senza controversie. Alcuni sono stati derisi. Alcuni sono stati emarginati. Alcuni sono stati trattati come disobbedienti perché amavano l’antica liturgia. Alcuni hanno visto i propri figli perdere la fede, pur essendo rassicurati sul fatto che la Chiesa stesse vivendo una nuova primavera.

 

Non vi chiederò di fingere che quelle cose non siano accadute. Non vi chiederò di rinunciare alla Tradizione per attraversare questo ponte. Vi chiedo invece: portate con voi la Tradizione. Portate la Sacra Scrittura. Portate i Padri. Portate i Dottori della Chiesa. Portate i concili. Portate le encicliche. Portate i catechismi. Portate San Tommaso. Portate la liturgia romana tradizionale. Portate tutto ciò che la Chiesa ci ha tramandato. Ne avremo bisogno di tutto.

 

Esaminiamo dunque ciò che è accaduto. Se il Concilio Vaticano II è in linea con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo. Se qualcosa di fatto in seguito contraddice quanto lo ha preceduto, non dobbiamo temere di riconoscerlo neanche in questo caso. E se nel Concilio stesso incontriamo qualcosa che non è conciliabile con quanto lo ha preceduto, non dobbiamo nasconderci da questo.

 

La verità non ha nulla da temere dall’essere esaminata.

 

E a coloro che difendono il Concilio, chiedo qualcosa anche a voi. Non trattate le questioni serie come atti di disobbedienza. Non rispondete alle prove con slogan. Non chiedete ai cattolici tradizionalisti di rinnegare ciò che hanno visto. Non invocate il Concilio Vaticano II per giustificare qualcosa, a meno che il Concilio Vaticano II non l’abbia effettivamente affermato.

 

Se qualcosa di prezioso è stato scartato inutilmente, contribuisci a restituirlo. Se una riforma è andata oltre quanto richiesto dal Concilio, riconoscilo. Se una formulazione conciliare necessita di chiarimenti alla luce del precedente insegnamento cattolico, non aver paura nemmeno di questo.

 

E non pensiamo che l’amore per la Chiesa ci imponga di fingere che gli ultimi sessant’anni non abbiano rivelato problemi profondi. La Chiesa non è protetta dal nostro rifiuto di esaminare le sue ferite. La Chiesa è protetta da Gesù Cristo.

 

Forse è qui che l’opera dell’arcivescovo Lefebvre e la mia vocazione si incontrano. Forse la Provvidenza ha richiesto che qualcuno, in una generazione precedente, dicesse: «Non permetterò che questo scompaia».

 

Forse Papa Benedetto XVI è stato chiamato a ricordare alla Chiesa che la risposta non poteva risiedere nella rottura, ma in un’autentica riforma all’interno della continuità dell’unica Chiesa. E forse noi che oggi serviamo come vescovi abbiamo ereditato un’altra parte di quest’opera.

 

Forse la nostra responsabilità è tornare indietro. Esaminare. Distinguere. Recuperare. Correggere. Restaurare. E ricostruire.

 

Una generazione può custodire le pietre. Un’altra può essere chiamata a ricostruire la casa. Una generazione può difendere la riva. Un’altra può essere chiamata a costruire il ponte. Queste vocazioni non devono necessariamente essere in conflitto. L’una può dipendere dall’altra.

 

Non si può restaurare ciò che nessuno ha preservato. E non si può costruire un ponte su una riva scomparsa.

 

Onoro coloro che hanno difeso la costa. Onoro coloro che hanno sofferto per preservare ciò che era stato tramandato. Onoro coloro che hanno lanciato l’allarme quando l’allarme era impopolare. Ma forse è giunto il momento anche di costruire.

 

E così ritorno al punto di partenza. Non mi sono mosso.

 

Non mi sono allontanato dalla Sacra Scrittura. Non mi sono allontanato dalla Sacra Tradizione. Non mi sono allontanato dal Magistero perenne. Non mi sono allontanato dal Santo Sacrificio della Messa. Non mi sono allontanato dalla Fede tramandata dagli Apostoli. Non mi sono allontanato dalla mia convinzione che la Chiesa abbia subito una profonda crisi e che molto di ciò che è andato perduto inutilmente debba essere recuperato.

 

E non mi sono mai sottratto alla mia responsabilità di vescovo di dire la verità con chiarezza e coraggio, a qualunque costo.

 

Ma rimanere saldi non significa che il lavoro sia finito. Ci sono domande a cui bisogna rispondere. Ci sono ferite da guarire. Ci sono errori da correggere. Ci sono tesori da recuperare. C’è una casa da ricostruire. E c’è un ponte che qualcuno deve essere disposto ad attraversare.

 

Ho intenzione di attraversare quel ponte. Non perché non sia sicuro di dove mi trovo, ma proprio perché so dove mi trovo.

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Percorrerò quel ponte portando con me la Fede che la Chiesa ci ha tramandato. Non rinuncerò alla verità cattolica per rendere più facile l’attraversamento. Non inventerò una continuità laddove non può essere dimostrata. Non difenderò ciò che non può reggere solo perché qualcuno vi ha apposto il nome del Concilio Vaticano II. Cercherò la verità ovunque essa conduca.

 

E lo farò come un vescovo che sa che un giorno dovrò comparire davanti a Gesù Cristo e rendere conto di ciò che mi è stato affidato. Quel giudizio conta più dell’approvazione di una delle due parti.

 

Vi chiedo dunque: camminate con me. Non verso una nuova Chiesa. Non verso una Chiesa compromessa. Non verso una Chiesa inventata negli anni ’60. E non verso una Chiesa immaginaria che può semplicemente cancellare 60 anni di storia come se non fossero mai esistiti.

 

Camminate con me verso la pienezza della fede cattolica che abbiamo ricevuto. Preserviamo ciò che è vero. Recuperiamo ciò che è perduto. Individuiamo ciò che è sbagliato. Correggiamo ciò che non può essere mantenuto. Guariamo ciò che è stato ferito. E ricostruiamo ciò che è stato spezzato.

 

Non con rabbia. Non con paura. Non come fazioni opposte. Ma come cattolici che amano la Chiesa a tal punto da cercare la verità su ciò che le è accaduto.

 

La Chiesa non ci appartiene. Appartiene a Gesù Cristo. Lui non l’ha abbandonata. E nemmeno noi lo faremo.

 

La Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci mantenga fedeli al suo Divin Figlio. I Santi Pietro e Paolo ci rafforzino nella Fede apostolica. San Giuseppe, Protettore della Santa Chiesa, ci custodisca nell’opera che ci attende.

 

E che Dio Onnipotente ci conceda la saggezza di riconoscere la verità, il coraggio di difenderla, l’umiltà di correggere ciò che deve essere corretto e la carità di ricostruire insieme ciò che è stato ferito.

 

Non mi sono mosso.

 

Ma partendo dal fondamento della Sacra Tradizione, credo che sia giunto il momento di iniziare l’opera di ricostruzione.

 

Vescovo Joseph E. Strickland

Vescovo emerito

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Stati Uniti: alcuni vescovi si pentono della preghiera con Donald Trump

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La diffusione di un video che mostra dodici vescovi cattolici in preghiera attorno al presidente statunitense, il 22 ottobre 2026, ha scatenato una polemica a pochi giorni dalle elezioni di metà mandato. Diversi prelati denunciano una strumentalizzazione politica del loro incontro alla Casa Bianca.   Donald Trump, seduto dietro la sua scrivania, circondato da vescovi cattolici, alcuni dei quali posano la mano su di lui: le immagini diffuse il 22 ottobre dalla Casa Bianca hanno rapidamente fatto il giro dei social network. La preghiera è guidata da mons. James Golka, arcivescovo di Denver, che chiede la benedizione divina sul presidente e sugli Stati Uniti.   La scena avviene a dodici giorni dalle elezioni legislative del 3 novembre. Pubblicato da Margo Martin, consigliera per la comunicazione del presidente, poi rilanciato dall’account della campagna di Donald Trump, il video provoca subito reazioni. Diversi vescovi presenti denunciano un uso politico della loro preghiera.   Eppure intendevano approfittare della loro trasferta a Washington per affrontare con l’amministrazione americana diversi dossier: la politica migratoria, i visti dei sacerdoti e dei religiosi stranieri, la libertà religiosa, la difesa della vita e l’educazione.   Secondo mons. Jeffrey Grob, arcivescovo di Milwaukee, i prelati si sono dapprima confrontati per circa novanta minuti con dei consiglieri della Casa Bianca, prima di essere condotti nello Studio Ovale. Donald Trump li ha accolti, ha consegnato loro dei ricordi, poi li ha invitati a pregare attorno a lui. L’incontro sarebbe stato preparato con il concorso di Mario Enzler, collaboratore della Heritage Foundation, influente think tank conservatore associato al Project 2025.   La fondazione contesta tuttavia di averne curato l’organizzazione. Quanto alla Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti (USCCB), ha precisato di non aver né organizzato né patrocinato questa riunione.

Delle scuse pubbliche

Il 25 ottobre, mons. Jeffrey Grob pubblica una lettera intitolata A Public Apology («Scuse pubbliche»). L’arcivescovo di Milwaukee afferma che i vescovi non avevano autorizzato la diffusione delle fotografie e ignoravano che un video fosse in corso di registrazione. Si dice profondamente rattristato che una preghiera rivolta a Dio sia stata utilizzata in questo modo. «L’incontro non costituiva in alcun modo un sostegno al presidente, alla sua politica o al suo partito», insiste.   Mons. Grob riconosce di aver esitato prima di accettare l’invito. «Avrei desiderato aver ascoltato le mie reticenze», scrive, dopo aver ricevuto numerosi messaggi di fedeli turbati dalla sua partecipazione. Alcuni gli hanno in particolare manifestato la loro sofferenza di fronte alle misure adottate dall’amministrazione Trump. L’arcivescovo chiede perdono per il danno che la sua presenza può aver causato.   Mons. William Joensen, vescovo di Des Moines, ha anch’egli espresso il proprio rammarico, riconoscendo di aver peccato di ingenuità di fronte al rischio di una strumentalizzazione partitica dell’incontro.

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L’arcivescovo di Denver difende il suo gesto

Mons. James Golka, che ha guidato la preghiera, tiene un discorso diverso. In un’intervista concessa a Denver Catholic, il giornale della sua arcidiocesi, riconosce che la diffusione delle immagini a pochi giorni dal voto poteva dare l’impressione di un sostegno elettorale. Ma assicura che tale non è mai stata la sua intenzione. «Facevo ciò che fa un sacerdote cattolico», risponde a coloro che gli rimproverano la sua partecipazione.   L’arcivescovo spiega che avrebbe tenuto esattamente le stesse parole davanti a un presidente democratico. «Preghiamo per le persone. Benediciamo coloro che hanno bisogno di una benedizione. E tutti abbiamo bisogno di essere benedetti, assolutamente ciascuno di noi».   Mons. Golka ricorda inoltre che la Chiesa non sostiene alcun candidato né alcun partito politico. Ritiene tuttavia indispensabile che i vescovi possano dialogare con le autorità su questioni come la difesa dei bambini non ancora nati, la situazione delle famiglie immigrate e quella dei più poveri.   Mons. Scott Bullock, vescovo di Rapid City, anch’egli presente alla Casa Bianca, ha a sua volta difeso l’incontro, respingendo ogni intento elettorale. Strumentalizzazione elettorale o legittima preghiera per il capo dello Stato? Se due vescovi deplorano l’uso politico delle immagini, altri mantengono la fondatezza della loro iniziativa, ricordando l’esortazione di san Paolo a pregare «per i re e per tutti coloro che sono elevati in dignità» (1 Tm 2, 2).

Un’inquietante analogia

Tuttavia, quel che più colpisce, e che senz’altro ferisce il sentire cattolico ancor più dell’ingenuità di fronte alla strumentalizzazione politica, è l’ennesima occasione di confusione dottrinale favorita da alcuni successori degli Apostoli. È stato snaturato l’autentico significato della preghiera, che va a sovrapporsi in modo inquietante a quella di matrice protestante, con evidenti elementi di sincretismo: non passa inosservata infatti la presenza, in mezzo ai vescovi cattolici – ma tra tutti la più vicina al presidente – di Paula White-Cain la consulente evangelica dell’«Ufficio per la Fede» della Casa Bianca.   Insomma, ormai fa più scandalo che un vescovo preghi per un uomo politico, piuttosto che un vescovo preghi insieme agli eretici, uniformandosi (almeno esteriormente) ad una concezione della preghiera che niente ha a che fare col cattolicesimo.     Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Assisi 2026: Leone XIV rivendica l’eredità di Giovanni Paolo II

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L’incontro interreligioso svoltosi ad Assisi dal 25 al 27 ottobre 2026 si è concluso con un nuovo appello comune alla pace. Ma che valore ha una pace senza Gesù Cristo, il Principe della pace?

 

La città di Assisi ha accolto di nuovo un raduno interreligioso, quarant’anni dopo quello convocato da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986. Dal 25 al 27 ottobre 2026, la Comunità di Sant’Egidio vi ha riunito più di 380 responsabili religiosi, tra i quali rappresentanti cattolici, ortodossi e protestanti, ma anche dell’ebraismo, dell’islam, dell’induismo, del buddismo, dello scintoismo, del sikhismo, del taoismo e dello zoroastrismo.

 

Posta sotto il tema «Pace disarmata e disarmante», la manifestazione si è aperta domenica 25 ottobre a Bastia Umbra, vicino ad Assisi. È proseguita con due giornate di conferenze dedicate in particolare ai conflitti armati, al disarmo, alle migrazioni, alla crisi ambientale e al dialogo tra le religioni. Ma è soprattutto la giornata di martedì 27 ottobre, che segnava il quarantesimo anniversario dell’incontro convocato da Giovanni Paolo II, a dare all’evento il suo carattere più scandaloso.

 

Preghiere separate, poi una processione comune

Alle 15.30, i rappresentanti delle diverse religioni sono stati invitati a pregare per la pace, ciascuno secondo le proprie credenze e i propri riti.

 

Nella basilica inferiore di San Francesco, dei cattolici hanno pregato accanto a rappresentanti delle Chiese ortodosse e delle comunità protestanti. Il patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli e il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, vi hanno pronunciato delle meditazioni.

 

Il patriarca ortodosso ha evocato le sofferenze provocate dai conflitti attuali e ha invitato i credenti a diventare artigiani di pace. Il cardinale Zuppi, da parte sua, ha presentato l’incontro e il dialogo come i mezzi per superare le divisioni e i conflitti.

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Nel frattempo, i rappresentanti delle religioni non cristiane compivano le proprie preghiere in diversi luoghi situati attorno al Sacro Convento, il convento francescano attiguo alla basilica. Ebrei, musulmani, indù, buddisti e rappresentanti di altri culti si sono così rivolti alle loro divinità o hanno praticato i rispettivi riti.

 

Dopo queste cerimonie distinte, i responsabili religiosi si sono ritrovati fianco a fianco e hanno raggiunto in processione la piazza inferiore della basilica di San Francesco. È là che si è svolta la cerimonia interreligiosa di chiusura, davanti ai rappresentanti delle diverse religioni riuniti su uno stesso palco.

 

Mons. Felice Accrocca, vescovo di Assisi, ha preso la parola, seguito in particolare da Touch Sarith, presidente di un’associazione buddista cambogiana, e da Koko Kondo, sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima. Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, ha poi ricordato l’eredità di Giovanni Paolo II e gli incontri interreligiosi organizzati dal 1986. A suo dire, lo “spirito di Assisi” ha permesso di mantenere il dialogo tra le religioni nonostante le guerre e le tensioni internazionali.

 

Leone XIV rivendica i frutti di quarant’anni di dialogo interreligioso

Leone XIV avrebbe dovuto inizialmente partecipare a questa giornata, ma il suo viaggio è stato annullato su raccomandazione medica, dopo un intervento di chirurgia toracica. Il papa ha tuttavia voluto associarsi alla manifestazione con un messaggio video trasmesso durante la cerimonia finale.

 

Ha dapprima espresso il rammarico di non poter essere presso la tomba di san Francesco, poi ha ringraziato il Dicastero per il dialogo interreligioso e la Comunità di Sant’Egidio per aver proseguito la via aperta dai suoi predecessori. Il papa ha espressamente rivendicato l’eredità dell’incontro del 1986. Ricordando che Giovanni Paolo II aveva invitato a continuare a vivere lo «spirito di Assisi», ha citato Francesco, secondo il quale quella prima giornata non doveva restare un evento isolato. Leone XIV ha salutato il cammino percorso in quarant’anni, affermando che ha portato molti frutti.

 

Ha poi evocato a lungo l’evoluzione della situazione internazionale dalla guerra fredda. Dopo il 1989, ha spiegato, molti avevano sperato che la globalizzazione avrebbe portato una pace duratura. Citando la sua enciclica Magnifica humanitas, ha ricordato l’eccessiva fiducia accordata ai mercati per garantire il benessere, la democrazia e la stabilità. Secondo il papa, questa globalizzazione non ha automaticamente prodotto l’unità e la pace, ma ha anche suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionaliste.

 

Ha denunciato un’inquietante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale e ha ricordato gli avvertimenti del Catechismo della Chiesa cattolica sull’accumulo degli armamenti considerato come mezzo di dissuasione. È in questo contesto che ha chiesto di far crescere lo “spirito di Assisi”, che presenta come il rifiuto di giustificare religiosamente la guerra, associato alla mediazione, al dialogo e all’azione in favore della pace.

 

Per Leone XIV, la pace deve tornare a essere l’ideale comune dei popoli e guidare le loro decisioni. «Dobbiamo ricostruire ovunque la pace, e non preparare altre guerre», ha dichiarato, prima di affermare: «La guerra non può mai essere fatta in nome di Dio! Per noi credenti, combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa. Non esiste alcuna guerra santa: solo la pace è santa!»

La preghiera delle religioni presentata come via verso la pace

Leone XIV ha poi giustificato il percorso religioso avviato ad Assisi. «Il cammino iniziato ad Assisi nella ricerca comune della pace è innanzitutto quello della preghiera», ha spiegato. Ha proseguito affermando che la preghiera poteva sembrare debole davanti alle potenze del mondo, ma costituiva la forza umile dei credenti. Ha chiesto che Dio tocchi il cuore di coloro che vogliono la guerra e il terrorismo, ricordando che non si prega mai invano.

 

Il papa ha inoltre presentato la preghiera come una scuola di dialogo con Dio, con gli uomini e con tutte le creature, evocando san Francesco d’Assisi, di cui quest’anno si celebra l’ottavo centenario della morte.

 

Infine, ha chiesto ai responsabili religiosi di sviluppare il dialogo tra i loro fedeli e nella società, affinché il linguaggio dell’arroganza sia sostituito da quello della pace, del negoziato e della comprensione. Il suo intervento si è concluso con un’invocazione per la pace in tutti i paesi del mondo e con la beatitudine evangelica: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5, 9).

 

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«Le religioni offrono ciò che hanno ricevuto da Dio»

Alle 17, i partecipanti hanno proclamato l’Appello di pace 2026, documento finale dell’incontro. Il testo si apre a nome di «donne e uomini di religioni diverse» riuniti ad Assisi. Ripercorre i quarant’anni trascorsi dal 1986, affermando che i partecipanti hanno pregato e lavorato per un mondo senza guerre e che hanno fatto l’esperienza della forza storica della preghiera.

 

L’appello chiede la fine dei conflitti armati, la riduzione delle spese militari e una de-escalation di fronte al rischio nucleare. Chiede che le risorse destinate agli armamenti siano impiegate per l’alimentazione, l’istruzione, il lavoro e le cure.

 

Ma al di là di queste rivendicazioni, il documento formula un’affermazione religiosa rivelatrice dello spirito dell’incontro: «Le religioni offrono ciò che hanno ricevuto da Dio: l’amore, la saggezza, il valore della vita, la conoscenza delle debolezze umane, il perdono».

 

Così, delle religioni che negano la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, rifiutano la Santissima Trinità o professano credenze incompatibili con la Rivelazione cattolica sono presentate collettivamente come detentrici di doni ricevuti da Dio. Il testo chiede inoltre che ogni luogo di culto e di preghiera diventi una casa di pace e di solidarietà umana. Dopo la sua proclamazione, l’appello è stato consegnato a un gruppo di bambini. I responsabili religiosi hanno poi acceso dei candelabri disposti davanti alla basilica, gesto simbolico che ha segnato la fine dell’incontro.

 

Quale messaggio rivolge una simile manifestazione al mondo? Che tutte le religioni sarebbero ugualmente capaci di rivolgersi a Dio e di ottenere i suoi favori.

 

E se possono tutte condurre gli uomini a Dio, perché bisognerebbe ancora appartenere alla Chiesa fondata da Nostro Signore Gesù Cristo?

 

Ponendo pubblicamente la religione cattolica sullo stesso piano delle religioni fondate dagli uomini, il Vicario di Cristo lascia intendere che queste potrebbero condurre le anime in Cielo.

 

Ciò costituisce una grave offesa a Dio, così come si è rivelato all’umanità e così come la Chiesa ha ricevuto la missione di farlo conoscere, oltre a mantenere una confusione carica di conseguenze per le anime.

 

Quando colui che ha ricevuto la missione di confermare i suoi fratelli nella fede sembra mettere la verità e l’errore sullo stesso piano, come possono ancora gli uomini riconoscere dove si trovi la via della salvezza?

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Spirito

Cardinale afferma che la Chiesa «non è qui per convertire»

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L’arcivescovo di Algeri, il cardinale Jean-Paul Vesco, ha affermato che la Chiesa cattolica «non è una Chiesa proselitistica, non è una Chiesa che è lì per convertire», e che dovrebbe invece cercare di trovare il suo posto all’interno della società algerina. Lo riporta LifeSite.   In una recente intervista al sito di notizie cattoliche belga CathoBel, segnalata da AdVaticanum, Vesco ha affermato: «Siamo la Chiesa di questo popolo. Non una Chiesa proselitistica, non una Chiesa che è lì per convertire, ma una Chiesa che aspira a essere una componente di questo popolo». Ha inoltre affermato che «nelle religioni monoteiste, il proselitismo è veleno, perché implica considerare falsa la religione dell’altro». «Ci consideriamo una fortezza assediata? O scegliamo la fraternità?», ha chiesto Vesco. «Per me, è l’unica opzione che valga la pena».   Secondo quanto riportato da AdVaticanum, Vesco ha affermato che i cristiani non dovrebbero cercare di ripristinare un antico ordine politico cristiano come risposta ai cambiamenti demografici e culturali contemporanei. «I cristiani hanno un’altra carta da giocare, oltre a ristabilire un regime della cristianità».   L’arcivescovo di Algeri ha anche affermato che la sinodalità ha cambiato in modo permanente il funzionamento della Chiesa e ha «seppellito ogni possibilità» di un futuro Concilio Vaticano III composto esclusivamente da vescovi. I commentatori cattolici si sono scatenati in rete, parlando di tradimento del Vangelo. In particolare, è completamente negato da parole del genere quanto contenuto nel Vangelo secondo Matteo 28, 16-20: «Quanto agli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte indicato loro da Gesù. Vedendolo, l’adorarono; ma qualcuno dubitava. avvicinandosi parlò loro così: “Ogni potere è stato dato a me in cielo e in terra. Andate dunque, ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto quanto v’ho comandato. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”».   Il comandamento è ripetuto anche in Atti 1, 8: «ma voi riceverete forza di Spirito Santo, quando verrà su di voi; e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e la Samaria, e fino alle estremità della terra».   Anche nel Vangelo secondo Marco (16, 15) sta scritto: «Poi disse loro: «Andate per tutto il mondo, predicate l’Evangelo ad ogni creatura».   La Chiesa conciliare sembra aver abdicato quindi, oltre cheall’evangelizzazione, anche al Vangelo stesso. Epperò, è evidente che si tratta di un fenomeno chiaro: togli il Vangelo, togli l’evangelizzazione. Togli la Messa, togli il Vangelo. Togli Dio, togli la Messa. Togli Dio, togli tutto – essere umano compreso.  

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Immagine di Meeting Rimini via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 4.0
   
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