Stragi
Il Libano accusa Israele di prendere di mira deliberatamente i medici
Il ministero della Salute libanese ha accusato le Forze di Difesa Israeliane (IDF) di aver deliberatamente preso di mira il personale medico durante i raid aerei sul Paese.
Gli attacchi israeliani contro il Libano continuano a intensificarsi nonostante il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti, entrato in vigore a metà aprile.
L’ultima ondata di attacchi delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) contro il Libano ha provocato la morte di 51 persone, tra cui due medici, ha reso noto domenica il ministero della Salute del Paese in un comunicato.
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«Il nemico israeliano continua a violare le leggi internazionali e le norme umanitarie, commettendo ulteriori crimini contro i paramedici, prendendo di mira direttamente due sedi dell’Autorità sanitaria a Qalawiya e Tibnin, nel distretto di Bint Jbeil, con due raid», si legge nella dichiarazione.
Secondo i dati del ministero, 2.846 persone sono state uccise da quando Israele ha avviato la sua operazione militare contro Hezbollah in Libano il 2 marzo, pochi giorni dopo aver colpito l’Iran insieme agli Stati Uniti. Oltre 550 di questi decessi si sono verificati dopo l’entrata in vigore della tregua.
Le Nazioni Unite avevano in precedenza segnalato che almeno 103 operatori sanitari libanesi erano stati uccisi e 230 feriti in oltre 130 attacchi delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) durante l’attuale escalation.
Israele è già accusato di aver deliberatamente colpito ambulanze e ospedali durante il conflitto a Gaza, con Gerusalemme Ovest che sostiene che queste strutture siano state prese di mira perché utilizzate dal gruppo armato palestinese Hamas.
Il chirurgo di guerra Tahir Mohammed, che ha operato sia nella Striscia di Gaza che in Libano, ha dichiarato ad Al Jazeera: «Vedevamo i nostri colleghi di Gaza entrare e uscire di continuo. Ho avuto colleghi, infermieri, studenti di medicina uccisi dalle armi israeliane, quindi vedere la stessa politica di prendere di mira gli operatori sanitari in Libano… è una conferma».
Domenica, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno affermato di aver colpito oltre 20 strutture di Hezbollah in diverse aree del Libano meridionale, tra cui depositi di armi, centri di comando e altri «edifici utilizzati per scopi militari».
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha dichiarato ad Al-Arabiya lo stesso giorno che un totale di 86 villaggi nel sud del Paese rimangono sotto occupazione israeliana. La città libanese di Bint Jbeil è diventata «una copia di Gaza» a causa della vasta portata della distruzione, ha affermato.
Secondo il Salam, Beirut è aperta a un accordo di pace con lo Stato degli ebrei una volta soddisfatte le condizioni principali, tra cui il ritiro delle truppe israeliane.
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Immagine di Megaphone via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Droga
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Stragi
Sudafrica, catena di morti fa pensare all’opera di un serial killer
Nella provincia sudafricana di Gauteng è stato trovato il corpo di una decima donna, nel quadro di una serie di presunti omicidi seriali, secondo quanto riferito lunedì dai media locali citando fonti di polizia.
Il cadavere di una donna non identificata, ritenuta di circa vent’anni, è stato rinvenuto in una diga a Moroka, Soweto, intorno alle 17:00 del 20 settembre. Il corpo era avvolto in un piumone, secondo un comunicato della polizia trasmesso dalla SABC.
Il vice commissario della polizia nazionale sudafricana, Tebello Mosikili, ha confermato lunedì il ritrovamento del decimo corpo, mentre le autorità continuano a indagare sulla morte di nove donne i cui corpi sono stati trovati nella vicina Ekurhuleni a partire da luglio. La polizia non ha ancora stabilito se quest’ultimo caso sia collegato ai precedenti.
«Dietro ognuna di queste donne c’è un essere umano, una famiglia e una vita che contava. Abbiamo il dovere di scoprire la verità. Abbiamo il dovere di perseguire la giustizia nei confronti delle loro famiglie», ha dichiarato il Servizio di Polizia sudafricano (SAPS) in un comunicato.
La serie di omicidi ha fatto temere che un serial killer possa agire nella zona. La polizia, però, ha chiesto di non trarre conclusioni affrettate finché le indagini sono aperte.
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Un team multidisciplinare di investigatori, esperti forensi e profiler criminali è stato incaricato dei casi. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha disposto che l’inchiesta riceva la «massima attenzione» da parte del governo e delle forze dell’ordine.
I nove corpi delle donne ritrovati a Ekurhuleni sono stati rinvenuti tra il 15 luglio e il 17 settembre in diverse zone, tra cui Kempton Park, Olifantsfontein, Kwa-Thema e Dawn Park. Il governo ha detto che otto delle nove donne erano state identificate entro il 20 settembre. Il primo corpo è stato scoperto vicino all’autostrada R21 a Kempton Park. La vittima, una donna di 37 anni, è stata trovata nuda e legata con fascette di plastica.
La nona vittima, Jabulile Ntimba, è stata trovata a Dawn Park il 17 settembre. La polizia ha arrestato due donne e un uomo in relazione al suo omicidio durante il fine settimana.
Il Sud Africa post-apartheid, nel pieno della transizione democratica degli anni ’90, è stato teatro di alcuni tra i casi di serialità criminale più efferati della storia recente.
Il nome più noto resta quello di Moses Sithole, ribattezzato «The ABC Killer», responsabile tra il 1994 e il 1995 di una serie di omicidi compiuti tra Atteridgeville, Boksburg e Cleveland, i tre quartieri che diedero origine al soprannome. Sithole, nero vissuto in estrema povertà, terrorizzò quelle comunità uccidendo almeno 37 donne e un bambino, sebbene abbia rivendicato fino a 76 vittime. Fu condannato a 2.410 anni di carcere per 38 omicidi, 40 stupri e sei rapine, senza possibilità di libertà condizionata prima di 930 anni.
Ciò che rese il caso ancora più inquietante fu il rapporto che Sithole instaurò con la stampa: contattò più volte una giovane cronista del quotidiano The Star, sviluppando con lei un rapporto ambiguo e disturbante durante le sue telefonate, in un’epoca in cui il Paese era da poco entrato nell’era di Nelson Mandela.
Lo Sithole non è però un caso isolato: il Paese negli anni Novanta vide emergere anche figure come David Selepe, complice iniziale di Sithole, e Stewart Wilken, noto come «Boetie Boer», protagonista di un’altra serie di crimini che confessando di aver praticato anche necrofilia e cannibalismo.
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Immagine di NJR ZA via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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