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Spirito

Mons Strickland risponde alle osservazioni di papa Leone sulle «benedizioni» omosessuali

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Renovatio 21 traduce e pubblica il messaggio del vescovo Joseph Strickland, già vescovo di Tyler, Texas, riguardo alle recenti parole di papa Prevost sulle «benedizioni» alle coppie omofile. 

 

Chiedo di nuovo: stiamo pensando con la mente di Cristo… o con la mente del mondo?

 

In risposta alle recenti osservazioni riguardanti le priorità morali e la benedizione di coloro che sono in unioni irregolari, offro questo chiarimento per il bene dei fedeli.

 

La Chiesa, custode della verità del Vangelo, non può benedire il peccato. È chiamata sempre a benedire le persone – a chiamare ogni anima al pentimento, alla guarigione e alla santità – ma non deve mai agire in modo da suggerire un’approvazione di azioni o relazioni contrarie alla legge di Dio.

 

 

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La recente enfasi sulla distinzione tra benedizioni «formali» e «informali», come si evince dalla Fiducia Supplicans , ha generato molta confusione tra i fedeli. Una benedizione non è un semplice gesto casuale; è un atto sacro che implica il favore di Dio. Se una tale benedizione viene impartita in modo da sembrare che affermi una relazione non conforme al disegno di Dio, si rischia di causare scandalo e di indurre le anime in errore.

 

Allo stesso modo, l’affermazione secondo cui esisterebbero questioni morali «più grandi e più importanti» della morale sessuale va compresa con grande cautela. La Chiesa non ha mai insegnato che i peccati contro la castità siano di scarsa importanza. Al contrario, la Sacra Scrittura e il costante insegnamento della Chiesa affermano che la morale sessuale tocca profondamente la dignità della persona umana, la sacralità del matrimonio e il giusto ordine dell’amore.

 

È vero che la giustizia, la libertà religiosa e la dignità di ogni persona umana sono questioni morali di fondamentale importanza. Ma la legge morale non è divisa in categorie contrapposte in cui una verità può essere accantonata a favore di un’altra. Tutta la verità proviene da Dio, e ogni peccato – sia esso contro la giustizia, la carità o la castità – separa l’anima da Lui.

 

La vera unità nella Chiesa non può essere costruita sull’ambiguità o sull’attenuazione delle verità difficili. Essa si fonda su Gesù Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). La carità esige che annunciamo la verità con chiarezza, anche quando è difficile, affinché le anime non siano sviate, ma condotte alla conversione e alla vita eterna.

Come successore degli Apostoli, resto impegnato ad annunciare la pienezza della fede cattolica, senza compromessi, senza ambiguità e sempre con carità verso ogni persona, chiamando tutti alla libertà che deriva dal vivere nella verità di Cristo.

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Spirito

«Il Nome è di Dio, il Numero è del suo avversario»: profonda omelia di Ognissanti di mons. Viganò

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Renovatio 21 pubblica l’omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Festa di Tutti i Santi

INTER SANCTOS SORS ILLORUM

Omelia nella festa di Tutti i Santi

 

Post hæc vidi turbam magnam, quam dinumerare nemo poterat,

ex omnibus gentibus, et tribubus, et populis, et linguis.

Dopo ciò vidi una moltitudine grande, che nessuno poteva contare,

di ogni nazione, tribù, popolo e lingua.

Ap 7, 9

 

Gaudete autem quod nomina vestra scripta sunt in cælis.

Rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli.

Lc 10, 20

 

Il censimento di Cesare e il libro dell’Agnello

Nella notte in cui il Verbo si fece carne, il mondo era occupato a contare: Exiit edictum a Cæsare Augusto, ut describeretur universus orbis — venne emanato un editto di Cesare Augusto perché si facesse il censimento di tutto il mondo (Lc 2, 1). Colui che è il Nome al di sopra di ogni nome fu iscritto, nel suo primo giorno di vita, tra i numeri dell’Impero. L’Impero non sapeva che cosa stesse annotando; ma Dio sapeva che, da quel giorno, un altro registro era stato aperto.
 
È di questo registro che la Santa Chiesa ci parla oggi. San Giovanni, nelle sue visioni a Patmos, ode anzitutto una cifra, centum quadraginta quatuor millia signati — centoquarantaquattromila segnati (Ap 7, 4); poi si volge, e vede turbam magnam, quam dinumerare nemo poterat, una moltitudine grande, che nessuno poteva contare (Ap 7, 9). Dio conta, ma non somma; conta chiamando per nome: Qui numerat multitudinem stellarum, et omnibus eis nomina vocat — egli conta la moltitudine delle stelle, e a tutte dà un nome (Sal 146, 4). Per questo Nostro Signore, indicando ai discepoli la ragione della loro gioia, non disse: rallegratevi perché siete numerosi, ma Gaudete autem quod nomina vestra scripta sunt in cælis — rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli (Lc 10, 20).
 
Vorrei dunque soffermarmi su un’unica antitesi, che racchiude la storia intera: quella tra il Nome e il Numero. Il Nome è di Dio, il Numero è del suo avversario; e la santità, che oggi celebriamo, non è altro che la fedeltà al primo contro la pretesa del secondo.

Il Numero della Bestia

Il Numero ha la sua logica, e l’Apocalisse la descrive con esattezza: la Bestia impone a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi, un marchio, et ne quis possit emere aut vendere, nisi qui habet characterem, aut nomen bestiæ, aut numerum nominis ejus — e che nessuno possa comprare o vendere se non chi ha il marchio, cioè il nome della Bestia o il numero del suo nome (Ap 13,17).   Non pretendo di interpretare i numeri, ma non possiamo non riconoscere in essi una logica: l’uomo ridotto a numero, registrato e identificato, e l’accesso al pane quotidiano subordinato al possesso di un marchio. È la logica di un mondo di tessere e di codici, di identità digitali e di credito sociale, in cui la persona è soltanto ciò che di essa è calcolabile, perciò controllabile.   L’Apostolo Giovanni non dice: scandalizzatevi; dice: Qui habet intellectum, computet numerum bestiæ — chi ha intelligenza, calcoli il numero della Bestia (Ap 13,18). Discerna, cioè, e non si lasci contare né segnare dal marchio della Bestia.
 
Il Numero, infatti, è l’arte propria di chi non sa creare né amare. Tutto ciò che viene da Dio è irripetibile e gratuito: non una foglia è uguale a un’altra, non un volto a un volto, perfino le stelle, perché stella enim a stella differt in claritate — una stella differisce dall’altra in splendore (1 Cor 15,41). Il Creatore non conosce lo stampo né l’imitazione. Il diavolo, che nulla ha di proprio da donare, può soltanto imitare e moltiplicare grottesche contraffazioni.   Il marchio della Bestia è identico per tutti, in dextera manu sua, aut in frontibus suis (Ap 13,16). Come non riconoscervi il nostro mondo di simulacri: identità fabbricate, comunità senza corpi e corpi deturpati, voci artificiali senza anima? Chi vive di simulacri diventa simulacro: perde il nome, e resta un numero tra tanti, con la misera illusione che il proprio anonimato assicuri di appartenere al consorzio sociale senza venirne esclusi.   Non vi sfuggirà, cari fedeli, come tanto nella società civile quanto in quella religiosa ci troviamo oggi a vivere le medesime dinamiche di segregazione, di ostracismo e di «scomunica».
 
Né vi è una terza anagrafe. Gli abitanti della terra adorano la Bestia, quorum non sunt scripta nomina in libro vitæ Agni, qui occisus est ab origine mundi — i cui nomi non sono scritti nel libro della vita dell’Agnello, che fu ucciso fin dall’origine del mondo (Ap 13,8). O si è registrati dalla Bestia, o si è iscritti nel libro della vita dell’Agnello.

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Il Nome del santo

Ma l’Apocalisse conosce anche un altro sigillo. Sul monte Sion appare l’Agnello con coloro che habentes nomen ejus, et nomen Patris ejus scriptum in frontibus suis — portano il suo nome e il nome del Padre suo scritto sulla fronte (Ap 14, 1). Due fronti: quella marchiata da un numero, e quella segnata da un Nome. E noi sappiamo quando la nostra fronte fu segnata: al fonte battesimale, quando il sacerdote, dopo averci chiesto il nome, vi tracciò la croce: Accipe signum crucis tam in fronte, quam in corde — ricevi il segno della croce, tanto sulla fronte quanto nel cuore.
 
Il mondo subordina l’individualità del singolo all’anonimato delle masse senza nome: per questo non tollera il Santo Nome di Gesù, ben sapendo che non vi è altro nome sotto il cielo, dato agli uomini, nel quale dobbiamo essere salvati (At 4, 12). Eusebio di Cesarea ricordando il martire San Sancto, diacono di Vienne, in Francia, nella persecuzione del 177, riporta come questi, tormentato e interrogato sul nome, sulla città, sulla condizione, a ogni domanda rispondeva una cosa sola, nella lingua di Roma: Christianus sum (Hist. Eccl., V, 1).   Ecco il santo: l’uomo che, interrogato dal mondo sui propri dati anagrafici, risponde identificandosi con Colui del quale porta la Croce in fronte.
 
Il santo, dunque, non è un filantropo, un pacifista o un testimonial di cause promosse dal mondo, come una nozione svuotata di santità vorrebbe farci intendere. Il Concilio di Trento insegna che i santi, regnando insieme con Cristo, offrono a Dio le proprie preghiere per gli uomini (sess. XXV): ci hanno preceduti nell’eternità e da lì continuano — nella Comunione dei Santi — ad intercedere per noi ancora peregrinanti in terra.   Il Vangelo odierno ne traccia il ritratto: nessuno dei beati figura tra i vincenti del mondo, e Nostro Signore promette la beatitudine a chi sarà perseguitato per causa Sua (Mt 5, 11). Non per una causa, non per un’ideologia: per causa Sua.

La tentazione di essere contati

Il pericolo maggiore, oggi, non è che il mondo ci conti, ma che noi desideriamo essere contati; che, cioè, accettiamo di identificarci non nell’appartenenza a Nostro Signore, dal Quale siamo stati redenti, ma nell’essere inseriti in un database; non nel portare il sigillo del Battesimo, ma nel recare sottopelle un microchip; non nell’essere riconosciuti per il nostro comportamento da buoni Cristiani, ma nel vederci identificati dalle telecamere di sorveglianza.   In un mondo che cancella l’immagine di Dio nell’uomo, il pericolo è che il Cristiano accetti di mutarsi in macchina, di meccanizzare le proprie azioni, di ibridarsi perdendo la memoria, l’intelletto e la volontà: la memoria, con la cancellazione della cultura (cancel culture); l’intelletto, con la virtualizzazione della realtà e l’intelligenza artificiale; la volontà, con l’imposizione, da parte del Leviatano globalista, di norme tanto irragionevoli quanto tiranniche.
 
Contro questa triplice mutilazione dell’uomo, nella memoria, nell’intelletto e nella volontà, la Sacra Scrittura non ci lascia privi di un’immagine né di un modello. Mentre la Bestia segna e conta, anche il Cielo segna e conta, e lo fa per primo: Nolite nocere terræ, et mari, neque arboribus, quoadusque signemus servos Dei nostri in frontibus eorum — non danneggiate la terra, né il mare, né gli alberi, finché non abbiamo segnato in fronte i servi del nostro Dio (Ap 7,3). Prima che si scateni la tribolazione, è Dio a imprimere il proprio sigillo; e soltanto allora Giovanni ode il numero dei segnati: centoquarantaquattromila. Questa cifra non va però confusa con il numero della Bestia.   Quello è numerus hominis — numero d’uomo (Ap 13,18): sei, sei, sei, imperfezione che si ripete senza mai raggiungere la pienezza del settimo giorno, la pienezza della perfezione divina. Centoquarantaquattromila, invece, secondo l’esegesi tradizionale, è la cifra della pienezza: dodici per dodici per mille, cioè la totalità del popolo eletto raccolta sotto il sigillo del suo Signore. Il numero 6-6-6 è imposto dal basso a chi lo subisce dalla Bestia; la cifra centoquarantaquattromila viene dall’alto a chi riceve il sigillo dell’Agnello. L’uno cancella il nome nell’anonimato, l’altra lo custodisce: e infatti quei centoquarantaquattromila portano scritto in fronte non un codice, ma il Nome dell’Agnello e quello del Padre Suo.
 
E chi sono costoro? Lo chiede uno dei Vegliardi al Veggente Giovanni, il quale, umilmente, rimette a lui la risposta: Hi sunt, qui venerunt de tribulatione magna, et laverunt stolas suas, et dealbaverunt eas in sanguine Agni — costoro sono quelli che vengono dalla grande tribolazione, e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello (Ap 7, 14). Non vengono dunque dal compromesso con il mondo, ma dalla tribolazione; non hanno schivato la persecuzione, vi sono passati. E la loro candida veste non è frutto di una virtù ostentata, bensì del Sangue di Cristo, attinto ai Sacramenti: nel lavacro del Battesimo, nel tribunale della Penitenza, nel Calice del Sacrificio.   Per questo la visione del cielo mostra eos qui vicerunt bestiam, et imaginem ejus, et numerum nominis ejus — coloro che hanno vinto la Bestia, la sua immagine e il numero del suo nome (Ap 15, 2). Non la vinsero con la forza né con l’astuzia, ma così come il Libro ci rivela: ipsi vicerunt illum propter sanguinem Agni, et propter verbum testimonii sui, et non dilexerunt animas suas usque ad mortem — essi vinsero in virtù del sangue dell’Agnello e della parola della loro testimonianza, e non amarono la loro vita fino alla morte (Ap 12, 11).
 
Ecco, dilettissimi, il modello della nostra santità nei tempi escatologici che viviamo: il sigillo ricevuto nel Battesimo e custodito intatto; le vesti lavate nel Sangue dell’Agnello e mai più macchiate; la testimonianza resa fino al martirio, di coloro nel cui labbro non est inventum mendacium — non fu trovata menzogna (Ap 14, 5), mentre tutto, intorno a noi, si fa simulacro e inganno. Non ci è chiesto di essere molti, né potenti: ci è chiesto di essere segnati, di essere candidi, di essere fedeli.   Il mondo pretenderà da noi un numero; Dio ci chiama per nome, e chi risponde al proprio nome non potrà essere ridotto a numero. La Bestia può imporre il suo numero a chi glielo concede; ma nulla può imprimere – la Bestia – su chi già porta sulla fronte il Nome dell’Agnello.   Chi vince sarà vestito di bianche vesti; io non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli (Ap 3,5).
 
E così sia.
 

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Immagine: William Blake (1576-1827), The Number of the Beast is 666 (1805), Rosenbach Museum and Library, Philadelphia. Immagine  di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine rielaborata
 
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Gender

L’arcivescovo di Vienna nominato da Leone XIII appoggia l’ordinazione delle donne

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L’arcivescovo di Vienna Josef Grünwidl ha dichiarato di volere l’«ordinazione delle donne», ma ritiene che al momento non sia «realistica». Lo riporta LifeSiteNews.

 

In un’intervista alla radio pubblica austriaca Ö1, il nuovo arcivescovo di Vienna ha affrontato un’ampia gamma di temi, tra cui l’ordinazione femminile, il celibato sacerdotale obbligatorio e l’eutanasia.

 

Monsignor Grünwidl ha osservato che le donne sono già impegnate in molti ambiti della vita ecclesiale, comprese posizioni di leadership.

 

«Ho incluso anche le donne nel Consiglio dei Vescovi, che è l’organo consultivo più vicino al vescovo e uno dei più importanti», ha affermato. «Certamente auspicherei l’ordinazione delle donne, ma mi rendo conto che al momento questa sarebbe una decisione da prendere a livello della Chiesa universale, da parte di un concilio. Attualmente non vedo alcuna prospettiva realistica che tale decisione possa essere presa in tal senso».

Il prelato austriaco ha affermato che i vescovi austriaci intendono modificare lo statuto in modo che in futuro qualsiasi laico possa essere eletto segretario generale della Conferenza episcopale. Tuttavia prevede che il prossimo segretario generale sarà un sacerdote, poiché l’attuale segretario, padre Peter Schipka, si è recentemente dimesso, e la modifica dello statuto richiederà l’approvazione del Vaticano, il che potrebbe richiedere del tempo.

 

La proposta dell’arcivescovo, secondo cui un futuro concilio ecumenico potrebbe consentire alle donne di ricevere gli Ordini sacri ed essere ordinate sacerdotesse o diaconesse, contraddice l’insegnamento infallibile della Chiesa, secondo il quale solo gli uomini sono idonei a ricevere gli Ordini sacri.

 

Papa Giovanni Paolo II ha ribadito tale insegnamento nella sua lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis del 22 maggio 1994: «dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa» ha scritto il papa polacco.

 

Il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ribadì in una Responsum ad Dubium del 1995 che l’insegnamento esposto nell’Ordinatio Sacerdotalis deve essere «in modo definitivo (…) da considerarsi appartenente al deposito della fede».

 

«Questa dottrina esige un assenso definitivo poiché, fondata nella Parola di Dio scritta e costantemente conservata e applicata nella Tradizione della Chiesa fin dall’inizio, è stata proposta infallibilmente dal magistero ordinario e universale (cfr. Conc. Vaticano II, cost. dogm. Lumen Gentium, 25, 2)», scrisse il cardinale Ratzinger.

 

L’opinione di monsignor Grünwidl, secondo cui l’insegnamento sull’ordinazione delle donne potrebbe essere modificato, suggerisce una concezione modernista della dottrina, come se questioni di fede e di morale infallibilmente dichiarate dalla Chiesa potessero cambiare a seconda dello spirito del tempo.

 

Sebbene l’arcivescovo considerasse l’ordinazione delle donne possibile ma irrealistica, riteneva che ci fossero maggiori possibilità di abolire il celibato sacerdotale obbligatorio. Affermava che si trattava semplicemente di una disposizione del diritto canonico «che non ha nulla a che vedere con la nostra fede, con le verità della fede o con il dogma».

 

«Spero vivamente che coloro che desiderano apportare cambiamenti in questo ambito creino reti di contatti più efficaci, in modo che le loro voci vengano ascoltate con maggiore chiarezza in Vaticano», ha affermato il prelato viennese.

 

Monsigno Grünwidlo giustamente sottolinea che il celibato sacerdotale non è una dottrina, bensì una disciplina della Chiesa latina. Tuttavia, affermare che non abbia «nulla a che fare con la nostra fede» e suggerire che si tratti di una regola arbitraria o meramente pratica è fuorviante. La pratica del celibato sacerdotale si fonda sull’esempio di Gesù Cristo, che fu celibe. Allo stesso modo, gli apostoli erano celibi, come San Paolo, o praticavano la continenza dopo il matrimonio, come San Pietro. Nostro Signore disse: «Perchè vi son degli eunuchi che sono nati così dal seno della madre, e vi son degli eunuchi che furon fatti tali dagli uomini, e ve ne son di quelli che si son fatti eunuchi da sè in vista del regno dei cieli. Chi può comprendere, comprenda» (Mt 19,12).

San Paolo spiegò nella sua prima lettera ai Corinzi che il celibato è una vocazione più elevata rispetto alla vita matrimoniale, affermando che l’uomo non sposato si preoccupa maggiormente «delle cose del Signore».

 

Interrogato sul suicidio assistito, legale in Austria dal 2022, il Grünwidl ha affermato: «chiederei a chi non vuole più vivere: cosa dovrebbe cambiare perché tu voglia continuare a vivere?». Ha citato il cardinale Franz König, ex arcivescovo di Vienna, il quale preferiva che «le persone morissero tenendo la mano di qualcuno, e non per mano di qualcuno». L’arcivescovo ha poi aggiunto: «Una società si giudica anche da come tratta i malati e i morenti».

 

«In definitiva, dobbiamo rispettare una decisione di coscienza», ha aggiunto. «Se una persona, nonostante tutto l’aiuto che possiamo offrire, giunge alla conclusione di voler ricorrere al suicidio assistito, allora tale decisione deve essere rispettata. Mi rattrista profondamente quando si arriva a questo punto».

 

Monsignor Grünwidl è stato nominato arcivescovo di Vienna nell’ottobre del 2025. La sua posizione eterodossa sull’ordinazione delle donne, sul celibato sacerdotale e sulla somministrazione della Santa Comunione ai cattolici divorziati e risposati civilmente era già ampiamente nota prima della sua nomina.

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Immagine Erzdiözese Wien/Schönlaub via Wikimedia Commons riprodotta secondo indicazioni

 

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Animali

Pecore smarrite

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Quest’estate, un ariete e quattro pecore si sono smarriti nel parco di un priorato della FSSPX, lontano dal loro consueto recinto. Un’occasione per lasciarsi andare a qualche riflessione su questi innocui quadrupedi.   Vi siete mai chiesti perché Gesù paragona i suoi fedeli a delle pecore? Per coloro che hanno frequentato le pecore nel corso della loro esistenza, una cosa viene subito in mente: questo paragone non è affatto lusinghiero. Le pecore figurano tra gli animali meno affascinanti che esistano.   In Australia, uno dei nostri fedeli alleva pecore su una vasta tenuta (migliaia di ettari) nel Nuovo Galles del Sud. Basta visitare la sua fattoria per capire che le pecore non sono particolarmente intelligenti. Un giorno una di loro si era avventurata in uno stagno per bere e vi era rimasta impantanata. Non riusciva più a uscirne e, quando il proprietario se n’è accorto, era troppo tardi: lo sventurato animale era già stato accecato dai corvi e il suo destino era segnato.   Le pecore inoltre non hanno alcun senso dell’orientamento. Seguono il capo, un capo qualsiasi in realtà, può essere la pecora che è la prima a muoversi. Poi, una a una, le pecore la seguono, il che non è sempre per il meglio, come nel 2006 nell’est della Turchia, dove 400 pecore sono morte dopo che una di loro aveva tentato di attraversare un burrone profondo 15 metri.   Le pecore sono anche indifese. Non possono proteggersi da sole dai predatori. In molti paesi, le pecore sono prede facili per i lupi, lo sanno bene i pastori della Savoia. I lupi, i dingo (cani selvatici australiani) e i coyote sono responsabili della scomparsa di un terzo della popolazione ovina mondiale secondo le statistiche ufficiali. Le pecore devono poi essere curate, lavate e tosate regolarmente. Un vello troppo spesso si sporca e attira insetti che rendono la vita delle pecore insopportabile; diventano agitate e finiscono spesso per morire di malattie della pelle. Un vello spesso ostacola anche i loro spostamenti e impedisce loro di vedere alcunché.   Ma non tutto è negativo nella pecora. La pecora ha delle qualità. Su un sito internet, un allevatore dà consigli a chi desidera allevare pecore. Spiega che il comportamento gregario delle pecore è un vantaggio per loro. Le pecore fuggono ciò che le spaventa e si raggruppano in grandi greggi per proteggersi. È l’unica protezione di cui dispongono contro i predatori. L’unione fa la forza. Le pecore sono animali molto socievoli. Quando pascolano, hanno bisogno di vedere altre pecore. Una pecora diventerà molto agitata se viene separata dal resto del gregge.   Le pecore hanno anche una vista molto buona. Con un semplice movimento della testa, sono in grado di scrutare l’ambiente circostante. Il loro campo visivo si estende da 191 a 306 gradi, a seconda della quantità di lana che ricopre il loro muso. Le pecore hanno ancora un udito eccellente. Possono amplificare e localizzare i suoni grazie alle loro orecchie. Sono spaventate dai rumori forti e improvvisi, come le grida o i latrati. Di fronte a rumori forti e ad altri suoni insoliti, le pecore diventano nervose, agitate e più difficili da gestire. Per ridurre al minimo il loro stress, il pastore deve parlare con voce dolce e calma.   Le pecore in buona salute hanno buon appetito. Hanno quasi sempre fame. La mancanza di appetito è probabilmente il sintomo più comune in una pecora malata.   Trasposta nel mondo spirituale, questa mancanza di appetito potrebbe chiamarsi accidia o pigrizia, segno di una vita cattolica malsana. A voi trovare l’applicazione spirituale di tutte le altre caratteristiche di questo simpatico animale; ma una cosa è certa, le pecore hanno davvero bisogno di un pastore!   Articolo previamente apparso su FSSPX.News 

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Immagine generata artifizialmente
 
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