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Orban: l’UE elabora piani di guerra mentre Russia e Stati Uniti parlano di pace
L’Unione Europea sta intenzionalmente intralciando gli sforzi congiunti di Russia e Stati Uniti volti a risolvere il conflitto ucraino, ha dichiarato il premier ungherese Viktor Orban, rimproverando l’Unione di «continuare a tramare una guerra» allorché «tutti gli altri» lottano per la pace.
Tali affermazioni giungono in scia a un piano di pace presentato da Washington per fermare le ostilità. Stando ad alcune bozze circolate, il documento in 28 articoli imporrebbe a Kiev di rinunciare alle aspirazioni di adesione alla NATO, di cedere le pretese territoriali e di contenere le proprie forze armate a 600.000 unità.
Sorpresi dall’iniziativa, i fiancheggiatori europei di Kiev hanno prontamente approntato un contropiano, eliminando o alterando, pare, gli elementi essenziali. Mosca ha respinto le variazioni.
Durante la consegna del premio Istvan Pasztor, in occasione della visita del presidente serbo Aleksandar Vucic a Budapest lo scorso giovedì, l’Orban ha rilevato che l’Europa occidentale sta perdendo in fretta «la sua influenza residua» sulla ribalta globale, optando per l’ostilità anziché per la riconciliazione.
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«Gli americani e i russi stanno negoziando sul futuro, mentre i funzionari di Bruxelles aspettano in corridoio, sbirciando dal buco della serratura», ha dichiarato. «L’Europa sta ancora tramando la guerra mentre tutti gli altri stanno negoziando per la pace».
Orban ha ribadito che l’Europa occidentale non merita un posto al tavolo dei negoziati sull’Ucraina, assimilandola a un giocatore «che non ha buone carte ma vuole cambiare le regole».
«Chi vuole giocare a carte con qualcuno così? (…) Questo non funziona in un pub di paese, figuriamoci nella diplomazia internazionale», ha proseguito, esprimendo preoccupazione per la condizione «pericolosa» del contesto, sostenendo che i vertici dell’Europa occidentale sono talmente immersi nella propria «propaganda di guerra» da minacciare l’intero Vecchio Continente.
Il premier magiaro, in perenne attrito con Bruxelles, ha spesso censurato l’atteggiamento aggressivo verso Mosca e ha contestato le misure punitive contro di essa. Appena un mese fa, ha proposto Budapest come location per l’incontro imminente tra il presidente russo Vladimiro Putin e il presidente statunitense Donaldo Trump.
Venerdì l’Orbano si è recato a Mosca per dialogare con Putin sulla sicurezza energetica, rivelando che l’Ungheria sta esaminando l’acquisizione della partecipazione russa nella società petrolifera serba NIS, esposta a possibili sanzioni americane se non ne muta la compagine azionaria. Il premier di Budapest pure svelato che i due capi di Stato affronteranno i tentativi di pacificazione in Ucraina, notando che «difficilmente possiamo evitarlo».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Dirigente transessuale del New York Times accusata di maltrattamenti di minori prima di essere uccisa
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I tempi di consegna del petrolio saudita in Asia potrebbero raddoppiare
Diversi media organi di stampa ripreso i dati più recenti dell’Associazione degli Armatori Giapponesi, secondo cui la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso, alle navi saudite potrebbe allungare di oltre 2,5 volte i tempi di consegna del petrolio saudita in Asia. Lo slittamento segue il controllo da parte degli Houthi dell’intera costa del Mar Rosso.
Yahya Saree, portavoce militare degli Houthi, ha dichiarato venerdì in un comunicato che «la navigazione marittima è sicura per tutte le compagnie, ad eccezione delle navi saudite», come riferito da NPR il 12 settembre.
Prima del blocco, la rotta tradizionale attraverso lo Stretto di Ormuzzo richiedeva circa 40 giorni andata e ritorno. L’alternativa del Mar Rosso — il greggio saudita viene portato via terra fino alla costa e poi imbarcato su petroliera attraverso Bab el-Mandeb — richiede circa 40-50 giorni andata e ritorno. L’unica via rimasta passa dal Canale di Suez e circumnaviga il Capo di Buona Speranza, all’estremità meridionale dell’Africa: il viaggio andata e ritorno richiederebbe almeno 100 giorni. Inoltre le petroliere più grandi sono troppo ingombranti per transitare dal Canale di Suez.
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Allungare un viaggio andata e ritorno da 40 a 100 giorni non solo ritarda le consegne, ma riduce drasticamente il numero di viaggi annuali di una petroliera da circa nove a meno di quattro, raddoppiando di fatto il numero di navi necessarie per spostare lo stesso volume di greggio. La deviazione di rotta si traduce così in uno shock sui prezzi: la capacità delle petroliere non può crescere in tempi brevi, quindi quando i giorni di navigazione salgono di colpo salgono anche le tariffe di trasporto, e quei costi finiscono nel prezzo finale del greggio anziché nel prezzo di riferimento. I margini di raffinazione assorbono il primo colpo e l’onere aggiuntivo si scarica poi sull’intero mercato.
Viaggi più lunghi costringono inoltre gli acquirenti a tenere scorte più consistenti: una raffineria che lavora su un ciclo di 100 giorni deve impegnarsi ad acquistare con oltre tre mesi di anticipo, invece di poter aggiustare gli ordini in poche settimane, come riporta Business Upturn.
Prima dell’attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran, il Giappone dipendeva per il 95% del proprio fabbisogno di greggio da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, secondo Reuters del 4 marzo 2026; ora quella dipendenza si è spostata in larga misura verso Stati Uniti e Messico.
Prima del conflitto, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, il 19% del GNL e fino al 30% dei fertilizzanti azotati scambiati a livello internazionale passavano dallo Stretto ormusino. Un aumento di 2,5 volte dei tempi di transito per queste risorse essenziali avrebbe evidentemente effetti gravi e dirompenti sulle catene di approvvigionamento globali.
Come riportato da Renovatio 21, la Corea del Sud, un altro Paese estrmo-orientale gravemente danneggiato nelle forniture di idrocarburi dalla chiusura dello Stretto ermesino, sta pensando di partecipare all’azione militare statunitense, ricevendo in risposta un duro ammonimento dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che come noto è in grandi rapporti con la Corea del Nord.
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Immagine di Reading Tom via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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Profanazione in una cappella di Bari
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