Geopolitica
«Trump ci ha fregati»: israeliani infuriati per l’accordo di pace con l’Iran
I funzionari israeliani si sentono emarginati dall’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran che sta prendendo forma e sono infuriati per quella che considerano una «catastrofe» che non soddisfa gli obiettivi prefissati prima della guerra. Lo riporta la testata israeliana Ynet.
Secondo quanto riportato, l’accordo prevede la riapertura dello Stretto di Ormuzzo senza pedaggio, la revoca del blocco navale americano sui porti iraniani, l’allentamento delle sanzioni contro Teheran e il rinvio dei colloqui sul nucleare. Mentre il presidente statunitense Donald Trump ha affermato che l’accordo sarebbe stato firmato domenica, i funzionari iraniani hanno dichiarato che la firma avverrà in un secondo momento.
Teheran ha inoltre insistito affinché l’accordo ponga fine al conflitto tra Israele e Hezbollah in Libano, dove le forze israeliane occupano una porzione significativa di territorio. Allo stesso tempo, mentre i funzionari statunitensi cercano un accordo che sottolinei una «pace regionale ampia» – anche in Libano – insistono sul fatto che Israele si riserva il diritto all’autodifesa.
Tuttavia, Ynet, citando diverse fonti israeliane di alto livello, ha riferito sabato che lo Stato Ebraico ritiene che l’accordo in via di definizione non rispetti nessuna delle principali linee rosse israeliane: lo smantellamento del programma nucleare, la limitazione dei missili e il ridimensionamento degli alleati regionali dell’Iran. Teheran ha ripetutamente affermato di non perseguire l’armamento nucleare e di utilizzare le proprie capacità atomiche esclusivamente per scopi pacifici.
«Trump ci ha fregati», ha detto un funzionario israeliano a Ynet. Un secondo funzionario ha definito l’accordo «pessimo». «Dal nostro punto di vista, è una catastrofe, perché non rispetta nessuno dei principi di cui abbiamo parlato all’inizio della guerra», ha affermato.
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Un terzo funzionario ha avvertito che l’accordo sarebbe stato ampiamente interpretato come una battuta d’arresto per l’America. «L’ipotesi di lavoro a livello regionale è che sia stato firmato sotto la pressione iraniana e una ritirata americana, non il contrario», ha affermato il funzionario, aggiungendo che l’accordo «sarà considerato un fallimento», almeno nel breve termine.
Pubblicamente, tuttavia, il premier Benjamin Netanyahu ha «espresso il suo apprezzamento» per l’impegno del Presidente Trump affinché l’accordo «includa la rimozione del materiale arricchito» dall’Iran, pur sottolineando che il suo Paese non è parte dell’accordo.
Dietro le quinte, tuttavia, emerge un quadro diverso: secondo Axios, all’inizio di giugno Trump avrebbe urlato contro Netanyahu, definendolo «fottutamente pazzo» per gli attacchi israeliani in Libano. La testata avrebbe anche affermato che Trump avrebbe minacciato di ritirare il sostegno a Israele qualora avesse ripreso la guerra con l’Iran. Pubblicamente, Trump avrebbe inoltre sottolineato che Netanyahu non avrebbe avuto altra scelta se non quella di accettare un accordo tra Stati Uniti e Iran.
Le tensioni tra i due leader, di cui si è parlato, si verificano mentre Trump è stato aspramente criticato per quella che i suoi detrattori descrivono come una manovra israeliana riuscita per trascinare gli Stati Uniti in guerra con l’Iran. La campagna militare ha suscitato l’ira di alcuni dei più fedeli sostenitori di Trump, tra cui il giornalista Tucker Carlson, che l’ha definita «il più grande errore» della presidenza Trump, creando di fatto una spaccatura epocale nel movimento MAGA da cui sono usciti attivisti di rilievo e pure qualche deputato come la già supertrumpiana Marjoryie Taylor Green e il libertario, e molto anti-israeliano, Thomas Massie, presi pubblicamente ad insulti da Trump ed estromessi dai lavori.
Ora in molti dichiarano il movimento MAGA come morto; l’alternativa, definitivamente ostile al potere israeliano nella politica americana, si chiama America First, slogan che fu della proposta politica di Charles Lindbergh (1902-1974), celeberrimo aviatore che creò l’America First Committee per attaccare la linea interventista di Franklin Delano Roosevelt e promuovere l’isolazionismo durante la Seconda Guerra Mondiale. Il Lindbergho fu accusato, ovviamente, di antisemitismo: anche quando Israele non esisteva, già il mondo girava così.
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