Morte cerebrale
Quale morte per il calciatore rianimato e poi dichiarato deceduto?
La tragica vicenda di Jesús de Miguel Alameda, il calciatore deceduto il 3 novembre dopo un grave scontro di gioco verificatosi durante una partita di calcio della serie cadetta spagnola, solleva un interrogativo che nessuno, almeno nelle ricostruzioni giornalistiche finora disponibili, sembra essersi posto: con quale criterio è stata accertata la sua morte?
Secondo le ricostruzioni pubbliche, dopo l’emergenza sul campo i sanitari sono intervenuti con manovre di rianimazione, riuscendo a ristabilire il battito cardiaco dopo alcuni minuti. Il giocatore è stato trasferito in ospedale e ricoverato in terapia intensiva.
Nelle ore successive, tuttavia, le sue condizioni neurologiche sarebbero peggiorate drasticamente ed è stato quindi annunciato il decesso.
🇪🇸 Tenerife striker Jesús de Miguel Alameda has died after a collision with FC Andorra’s goalkeeper Jesús Owono.
He was rushed to hospital by medical staff, where he suffered a cardiac arrest before passing away this morning. pic.twitter.com/n3xbNF9bvC
— Europa.com (@europa) November 3, 2026
Fin qui la cronaca. Resta però un particolare tutt’altro che secondario: non sappiamo se la morte sia stata accertata attraverso i tradizionali criteri cardiocircolatori oppure attraverso i criteri neurologici della cosiddetta morte encefalica.
La medicina contemporanea ammette infatti che un individuo possa essere dichiarato morto anche quando il cuore continua a battere e restano attive numerose funzioni biologiche, purché siano soddisfatti determinati criteri neurologici. È appunto il controverso paradigma della morte encefalica, introdotto nella seconda metà del Novecento e successivamente recepito dalle legislazioni di numerosi Paesi.
Tale paradigma ha modificato radicalmente il modo di definire e accertare la morte umana, affiancando ai tradizionali criteri cardiocircolatori un insieme di verifiche cliniche e strumentali riferite all’encefalo o ad alcune parti di esso.
Occorre inoltre tenere presente che una volta dichiarata la morte cerebrale, la persona cessa di essere considerata un paziente da curare. Se il soggetto è un donatore, i sostegni artificiali vengono mantenuti al solo fine di conservare la funzionalità dei suoi organi; in caso contrario, vengono definitivamente interrotti. Ad ogni modo, la dichiarazione di morte segna il momento in cui il mantenimento delle funzioni vitali non è più finalizzato alla sopravvivenza del paziente.
Il caso di Jesús de Miguel non consente, allo stato delle informazioni disponibili, di stabilire se sia stato applicato questo criterio, ma è proprio tale incertezza a offrire l’occasione per porre una questione più generale: quando leggiamo che un paziente rianimato dopo un arresto cardiaco ha subito un grave deterioramento neurologico ed è successivamente deceduto, sappiamo davvero che cosa sia accaduto?
Un danno cerebrale gravissimo non equivale automaticamente a una diagnosi di morte encefalica, così come una prognosi neurologica infausta non coincide, sul piano clinico e concettuale, con l’accertamento della morte. E il fatto che un paziente non sembri avere possibilità di recupero non dimostra, di per sé, che sia già morto.
Eppure, nel racconto pubblico, queste distinzioni fondamentali vengono spesso ignorate. Si parla di peggioramento neurologico, di condizioni disperate, di decesso, senza chiarire quale evento abbia segnato il passaggio dalla vita alla morte e attraverso quali procedure sia stato riconosciuto.
Questa reticenza nell’informazione riflette, del resto, una profonda trasformazione nel modo di concepire e accertare la morte. Con l’avvento del criterio encefalico, essa è stata sottratta allo sguardo dell’uomo e confinata nei reparti di terapia intensiva, dove non è più necessario riconoscerla attraverso i segni che per secoli ne hanno accompagnato la constatazione.
Infatti, mentre un tempo la morte si manifestava attraverso l’arresto delle funzioni vitali e la successiva comparsa dei segni cadaverici, oggi può essere dichiarata anche in presenza di un corpo caldo, di un cuore che batte e di numerose funzioni biologiche ancora attive.
La morte cessa così di essere un evento direttamente osservabile e diventa un dato tecnico, affidato a strumenti diagnostici e protocolli la cui applicazione varia persino da un Paese all’altro. Di fatto, l’uomo comune non può più riconoscerla: deve limitarsi a prendere atto di una certificazione medica, di un giudizio «calato dall’alto».
La vicenda del giovane calciatore spagnolo dimostra quanto facilmente una formula apparentemente semplice, «è deceduto», possa nascondere una questione medica, filosofica e antropologica di enorme portata.
Perché, prima ancora di stabilire quando un uomo sia morto, occorre domandarsi chi abbia stabilito che cosa significhi essere morti e sulla base di quale concezione dell’essere umano.
Alfredo De Matteo
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Immagine di Estevoaei, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia; immagine tagliata