Satira
Draghi torna a bruciare. Come le nostre città
Ha parlato: e luce si è fatta in noi.
I tempi sono incerti e burrascosi. Guerre e tensioni internazionali, crisi energetiche, crisi economiche, l’Intelligenza Artificiale, il calo demografico; e ora ci si mettono pure le rivolte sociali.
Come nelle calamità il pellegrino greco andava a interrogare la Pizia, così Lisa Abramowicz, giornalista di Bloomberg, è andata a interrogare il Pizio in cerca di responsi. E mica un Pizio qualsiasi: nientepopodimeno che Draghi Mario.
È un po’ che da queste parti non lo si vedeva. In questi anni il Draghi è diventato ancora più simile a un Pizio di quanto non sia mai stato. Il volto si è affinato, la fronte ha una maggiore evidenza, lo sguardo è arretrato in ulteriori abissi di opacità, la bocca ha assunto un pronunciato taglio sardonico. Però la voce è sempre in registro acuto, e le sue parole escono, complice l’inglese, svogliate e moscette.
Questo un po’ stona, giacché dal portavoce del Nume ci si attende non solo la ieraticità e la posa frontale, ma anche un timbro cavernoso e assertivo.
Ma attenti, c’è un perché.
La candida Abramowicz, forse per l’ingenuità e la buona fede che ci si compiace di attribuire agli statunitensi-eterni-ragazzoni, pone domande e sorbisce le risposte come se valessero per quello che suonano, senza sospettare alcunché.
È un errore marchiano in cui molti sono caduti e cadono, americani e no, non comprendendo che Mario Draghi è essenzialmente e intimamente un antifrastico.
Antifrastico, per capirci, è esclamare «che piccolino!» per indicare un gigante; commentare una pietanza salatissima con le parole: «è forse un po’ insipido»; soprannominare il pelato «capellone»; e così via. È un tipo di ironia capovolta in cui eccellono i sardi, che spesso ne traggono espressioni affilate e lucenti come lame.
Ma il Draghi non è sardo, e benché sia nato a Roma ormai non è probabilmente ben chiaro neppure a lui a quale tribù appartenga, tanto e tale è stato il suo girovagare nell’orbe terracqueo. Non essendo essendo né greco, né romano, né ebreo, né gentile, né inglese, né belga, né tedesco, né statunitense, soffre prevedibilmente di un problema di comunicazione che lo espone a incomprensioni. In particolare il suo profondo umorismo antifrastico, a cui non rinuncia perfino nei frangenti più drammatici e che è solo suo, non viene mai colto.
Chi lo ascolta è di regola tratto in inganno dalle sue pose di autorevolezza e dalla deferenza supina che – suo malgrado, occorre dire – gli tributano gli intervistatori. Distratti da questo carisma di princisbecco, non si pone mente a quel che dice e come lo dice: all’incongruenza delle sue parole, al timbro da tenore di grazia e all’inflessione lenta e molle che intenzionalmente assume per lasciar intendere che non deve essere preso sul serio.
Quintali di umorismo di buona lega vanno sprecati ogni volta che Draghi apre bocca; e quel che è peggio, non si comprende mai quello che di importante vuole dire. Le sue analisi sembrano un concentrato di banalità e di idee senza splendore di intelligenza, mentre si sa, lui è una mente acutissima e quasi un profeta.
E sì che lo spirito antifrastico del Draghi si è mostrato in plastica evidenza più di una volta.
Tutti ricordiamo, ai tempi del coronavirus, la tripletta che resterà incisa nel bronzo perenne delle scempiaggini:
«Non ti vaccini – ti ammali – muori»
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Che fosse una cretinata era già palese all’epoca. Un uomo come lui non avrebbe potuto uscirsene, senza offesa dell’intelletto suo e degli ascoltatori, con una robetta del genere. Era quindi chiaro che il primo ministro, antifrasticamente, voleva in realtà dichiarare:
«Ti vaccini – ti ammali – muori»
Per accorgersene bastava notare la pausa e il sorriso sbieco che il premier aveva fatto seguire alla frase, in piena aderenza alle più frequentate regole della commedia dell’arte. L’attor comico sul palcoscenico dice la battuta un po’ fine, quella che arriva un po’ dopo, e lascia al pubblico il tempo di capirla e di mettersi a ridere; nel frattempo si arresta e accenna con un sorrisetto il risultato che si aspetta.
Niente: la risata non è arrivata e nessuno, drammaticamente, ha compreso l’ironia del Draghi. I risultati di questo enorme fraintendimento sono le rassegne che Renovatio 21, unica testata in Italia, offre ai lettori ogni settimana che Dio manda in terra.
E che pensare del perentorio dilemma, anch’esso ingiustamente passato alla storia delle fesserie:
«Volete la pace o il condizionatore acceso?»
Ovviamente il nostro, permeato di umore antifrastico, voleva dire che non c’era bisogno di scegliere, andiamo: si poteva avere sia la pace sia, e di conseguenza, il condizionatore acceso.
Macché. Non si è capito nemmeno quella volta, e siamo ancora impigliati in una guerra che, se non finisce in un puff nucleare, farà spegnere ben altro che il condizionatore. Come cantavano Enzo Jannacci e Paolo Rossi: «Né rava, né fava».
Si ricorderà anche quando si buccinava insistentemente di spedirlo sulla vetta dell’empireo italiano, ossia alla presidenza della Repubblica. Beh, avete mai sentito Mario Draghi dichiarare: «Vorrei ascendere al Colle»? Mai. Per il codice antifrastico una frase del genere, pronunciata da lui, avrebbe voluto significare il contrario: «Non vorrei ascendere al Colle».
Siccome la presidenza non lo disgustava affatto, la proposizione giusta sarebbe stata, appunto: «Non vorrei ascendere al Colle». Ma c’era il rischio fondato che, come al solito, lo prendessero in parola. Così per non saper che fare non disse niente, e fu eletto di nuovo Mattarella.
Il poveruomo non riesce a farsi capire.
Tornando all’intervista di Bloomberg, Mario Draghi ha affrontato tra l’altro il tema delle manifestazioni e delle violenze esplose in Europa. Sull’argomento il direttore di Renovatio 21 ha praticamente già detto tutto o quasi, però confessiamo con vergogna di avere avuto ancora delle oscillazioni nel giudicare e inquadrare quanto accaduto a Milano.
Le parole di Draghi ci hanno tolto dalle ambasce e dato l’interpretazione definitiva dei fatti.
«Non è affatto semplice spiegare queste rivolte in tre Paesi diversi; ognuno ha le proprie motivazioni specifiche. L’unico elemento che accomuna tutti e tre i casi è che, l’anno prossimo, si terranno elezioni di estrema importanza. Tuttavia, questa è solo la cornice».
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In pochi periodi l’ex capo della BCE, uno degli uomini più «addentro» della terra, spazza via la frotta dei saputi sociologi e dei masanielli da ribalta, e con loro tutti i distinguo, i colpanostra e i blablà.
Sdipanato il pensiero dalla spira dell’antifrasi, il verbo autentico è questo: «è semplicissimo spiegare queste rivolte in tre Paesi diversi; la motivazione è la stessa. Che in tutti e tre i casi l’anno prossimo si terranno elezioni sembra quasi una combinazione. Tuttavia, questo è il dato che conta».
In altri termini, Mario Draghi ci dice che i tumulti sono indotti e funzionali solo alle votazioni del prossimo anno. L’elettore è caldamente invitato ad avere paura e a scegliere il candidato che gliela faccia passare.
L’analisi peraltro prosegue: «A mio avviso, la spiegazione più solida risiede nel blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti». Interpretato alla lettera, l’appunto potrebbe benissimo essere preceduto dalle parole «Come se fosse antani». Ma chi possiede il codice antifrastico del Draghi ne carpisce subito il contenuto dirompente: «non è un’idea mia, è un fatto: spiegare i disordini con un blocco delle aspettative dei giovani o con la loro sensazione che nessuno li ascolti è completamente insensato».
Ergo, il disagio dei ragazzi, se c’è, importa zero e di per sé non muove niente. Ci vuol ben altro, un primum movens, una mano che susciti e poi spinga al calor bianco i malesseri dell’età e li incanali dove serve. Mens agitat molem: è inutile stare a disquisire su quello che pensa la massa, tanto pensa quello che vogliono lassù dove si puote quel che si vuole, eccetera.
Sul tema il nostro ci fa pure il birignao, aggiungendo civettuolamente la sensazione che «i giovani percepiscano le dinamiche sociali come bloccate: fanno fatica a trovare un lavoro e si sentono impreparati di fronte a una società che sta vivendo una trasformazione tecnologica rapidissima».
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Un’apoteosi di sarcasmo in puro draghese, che resa al vero suona così: «i giovani non pensano di sicuro che la società sia bloccata. Sanno perfettamente e sperimentano ogni giorno che si sta vivendo una trasformazione tecnologica rapidissima fatta per loro, e capiscono che trovare lavoro sarà sempre più facile».
E infatti saranno i vecchi a essere fatti fuori dall’accelerazione compulsiva della tecnica. Quelli che adoperano il cellulare usando l’indice, che sul posto di lavoro resistono non si sa come, che ogni giorno sospirano la pensione ma non hanno l’età, che pasticciano con il pc e vedono l’avvenire sempre più fosco.
I giovani, spiega il Draghi, nascono con il cellulare in mano, imparano a usare il tablet prima della lingua e stanno dentro la tecnologia come topi nel formaggio. Non sono certo loro gli impreparati. Il futuro sta davanti ai giovani con l’aspetto familiare della consolle, e nell’attesa il mondo somiglia in modo affascinante a GTA.
L’esercizio di decrittazione potrebbe proseguire, ma si preferisce lasciare all’avveduto lettore il piacere di sviscerare passo dopo passo il vero pensiero di Mario Draghi.
Le sue parole ci guidino come oracoli divini alla comprensione degli avvenimenti e delle ragioni che li generano.
Massimo Zanetti
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Immagine di Gurnpfnul via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International