Arte
La triste situazione dell’industria discografica e il mercato della musica live
Negli ultimi anni l’industria discografica ha perso la sua potenza economica a causa del drastico calo di vendite dei supporti fisici (CD, musicassette o vinili). È vero che lo streaming è in costante aumento e che i dischi sono tornati di moda — per quanto destinati a un pubblico di «feticisti dell’oggetto» numericamente inferiore rispetto alla massificazione che ha caratterizzato il mercato fino all’inizio degli anni 2000 — e le major si garantiscono comunque lauti guadagni.
Di contro, l’industria della musica dal vivo ha vissuto una crescita esponenziale.
Oramai non si contano più le repliche dei tour delle grandi star che si autocelebrano ogni estate nei più importanti stadi e arene d’Italia, con show spesso identici tra loro. Non vi è più la necessità di andare in tour per promuovere l’album appena uscito. Un tempo la formula era chiara: un artista pubblicava un LP e, per sostenerlo, si strutturava una tournée. Oggi tutto è cambiato: si organizzano i tour per massimizzare i profitti e colmare quel gap monetario che le vendite dei dischi non riescono più a coprire.
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Ci troviamo così di fronte a una moltitudine di artisti che girano la penisola e l’estero cercando di attirare più pubblico possibile, a volte letteralmente per sbarcare il lunario. Nel caso dei big i guadagni sono enormi e le grandi agenzie di management lucrano in maniera importante. Si è discusso molto dei finti sold-out, del caro biglietti e del secondary ticketing (la rivendita a sovrapprezzo di titoli acquistati sui canali primari), ma sorge un dubbio: questo mercato non rischia di creare una bolla destinata a esplodere in un futuro prossimo?
Il pubblico sembra amare la partecipazione a eventi di massa, in una sorta di prostrazione collettiva verso il proprio idolo. Pensiamo al Modena Park di Vasco Rossi, ai Campovolo di Ligabue, agli AC/DC a Imola, ai lustrini colorati e luccicanti dei Coldplay o ai San Siro sempre pieni (ma sarà vero?) di soggetti che fino all’anno precedente erano quasi sconosciuti.
E ancora: gli ippodromi — nuovi templi del live —, la ritualità degli show di Max Pezzali, fino al mega raduno romano di Ultimo, il cui tour quest’estate ha segnato il record di 250.000 biglietti venduti in poche ore già da mesi.
Non è chiaro quanto durerà questa «giostra al rialzo». Fino a quando il pubblico sarà disposto a sborsare cifre così importanti per un tagliando d’ingresso? Per quanto l’organizzazione in Italia sia eccellente — vantiamo professionisti invidiati all’estero — si corre spesso il rischio di vedere il proprio beniamino da distanze siderali, filtrato attraverso un maxischermo.
Spesso siamo lì perché «fa figo», per postare su Instagram e dire «io c’ero». Ma la domanda è: siete sicuri di aver goduto appieno della musica? Eravate comodi? Avete visto e sentito bene? I servizi igienici e il food erano all’altezza del prezzo pagato?
Spesso, una volta varcati i cancelli, il denaro contante perde valore: bisogna acquistare i token, monete di plastica spendibili solo in quella sede. Venduti a blocchi (spesso da 15 euro in su), sono studiati appositamente per farvi rimanere in mano qualche gettone inspendibile e non rimborsabile. Tutto denaro che resta nelle tasche degli organizzatori.
Infine, vi è l’annoso problema dei finti sold-out. In stadi prestigiosi come San Siro sembrano servire più ad accrescere il blasone dell’artista che a rispecchiare la realtà. Questo «posizionamento» permette di alzare il cachet nelle date successive in location più piccole, provando a chiedere cifre maggiori ai local promoter. Lo stadio di Milano, la «Scala del calcio», conferisce un prestigio unico.
Fino a pochi anni fa quella venue era appannaggio esclusivo di nomi come Rolling Stones, Bruce Springsteen o U2; negli anni Novanta persino alcuni di questi colossi faticavano a riempirlo. In Italia il re indiscusso del Meazza resta Vasco Rossi, che nel 2024 lo ha riempito per sette date consecutive, arrivando a trentasei San Siro in carriera. Altri, come Ligabue, Jovanotti o Cesare Cremonini, lo hanno conquistato con numeri reali e una crescita graduale, costruita su carriere solide e decenni di successi.
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Recentemente il frontman de Le Vibrazioni — band pop-rock meneghina — ospite del podcast Mediocracy, ha svelato senza filtri il falso mito dei guadagni derivati dallo streaming e la trappola degli ingaggi per i tour. Poiché la fetta più grande della torta economica proviene ormai dal live, le grandi agenzie, pur di assicurarsi profitti importanti, mettono sotto contratto giovani artisti illudendoli di un successo immediato. Il rischio, però, è quello di bruciare i talenti a causa di una crescita non strutturata nel tempo.
Il cantante Francesco Sarcina lo spiega molto bene: «c’è un meccanismo dei concerti che è molto malato. C’è la questione degli anticipi, e cioè firmi un contratto dove ti danno un sacco di soldi; ma non sono regalati, sono anticipi, un prestito su quello che poi andrai a guadagnare. Fanno contratti da milioni perché c’è un sistema malato di queste giovani leve che non fanno nessuna gavetta e fanno subito lo stadio. In alcuni casi lo riempi, ma il costo di uno stadio è talmente tanto elevato per cui tu vai a recupero quando fai la seconda o terza data nello stesso posto. Però fa figo che sei a San Siro. Sei giovane e magari l’anno dopo San Siro non lo fai più, e magari non fai neanche il palazzetto».
«Che succede? Succede che hai un debito enorme […] vai in paranoia e ti distruggono psicologicamente. È una figata che si trasforma in un incubo dal quale non puoi uscire perché sei sotto contratto e devi ridare quei soldi. È complessa la storia. Quindi cosa succede? Per far vedere che quello è un sold out, faccio tutto il giro dei biglietti a poco prezzo o omaggio. Tu vedi il sold out, ma non lo è veramente, e ha un costo esagerato. Questi soldi devono essere in qualche modo recuperati e tu artista sei fregato. Ma loro devono far vedere il sold out e devono riempirlo, perché sennò è brutto da vedere».
Interessante anche il post di Federico Zampaglione, leader dei Tiromancino, che nella pagina Facebook della band ha postato quanto segue:
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«Si continua a leggere un po’ ovunque l’arcinota storia dei finti Sold Out ma le spiegazioni che vedo su come funziona il meccanismo sono spesso poco chiare. Proverò a spiegarvelo a modo mio, con una pagina di sceneggiatura, dopo aver visto questa storia succedere per circa 30 anni; con un’impennata spaventosa in tempi recenti, soprattutto ovviamente ai danni di artisti ancora giovani ed inesperti:
Tu sei l’artista e io chi ti organizza i concerti.
Io “Bro, credo che a questo punto… dopo il successo virale del tuo singolo, meriti qualcosa di più, dobbiamo fare il grande salto”
Tu “Che intendi?”
Io “Bisogna dare un segnale forte, uscire dal mucchio, far capire che tu sei al di sopra dei tuoi colleghi … ci vuole un tour nei palazzetti, anzi negli stadi e deve essere sold out! così scateniamo l’ufficio stampa e ti fanno santo subito!”
Tu “Ma siamo sicuri? Non so se…”
Io “Non sai cosa? Tu fai il tuo lavoro, mettiti fisso sui social e annuncia trionfante che il tuo sogno finalmente si andrà a coronare, al resto penso io”
A questo punto tu sei già a due metri da terra, ti lanci sui social trionfante ed ogni giorno gridi al mondo la tua gioia e soddisfazione per il grande tour in arrivo. Lo fai in ogni modo e maniera, mentre tutti si congratulano con te perché “te lo meriti”, “era ora”, “sei il #1”, “io c’ ero sin dall’ inizio” …
Se i biglietti si vendono tutto bene, ma se non si vendono, come purtroppo accade sempre più spesso perché si vuole troppo, io ti chiamo un lunedì mattina con la voce preoccupata e paternalistica, mentre ancora dormi.
Io “Buongiorno Bro, dormivi?”
Tu “Non ti preoccupare, che mi dici?”
Io “Ti dico che abbiamo un problema… anche serio” Tu (tirandoti su di colpo) “Di che tipo?”
Io “Non stai vendendo un cazzo, lo stadio è semivuoto!”
Ti stropicci gli occhi, sperando che si tratti di un incubo, ma la tua fidanzata che si gira nel letto accanto a te, bofonchiando qualcosa perché disturbata dalla telefonata, ti fa capire che purtroppo è la realtà
Tu “Dici davvero?”
Io “Purtroppo sì, la piantina di TicketOne è tutta verde… malgrado i soldi che io ho speso per promuovere il tuo tour”
Tu (con l’ansia a palla) “E ora?”
Io (lapidario) “Ora annulliamo!”
Tu “Annulliamo?! Scherzi vero?… ma come si fa? Sono mesi che faccio come mi avevi detto, ogni giorno posto di tutto, annunciando trionfante il tour… ci rimetto la faccia con tutti!!” A questo punto la tua ragazza si alza e se ne va portandosi via il cuscino, con un’espressione di puro dissenso sul volto assonnato Io invece ti parlo con un tono più rassicurante, di chi ha esperienza e sa come uscire da certi intoppi
Io “Non agitarti… una soluzione io ce l’avrei, certo ha un costo elevat…”
Tu (interrompendomi) “Quale sarebbe la soluzione?”
Io “Te lo riempio io lo stadio (o il forum), ci sono biglietti gratuiti, ad un euro, 10 euro, invitiamo tutti i dipendenti di banche, assicurazioni, aziende a noi vicine, mettiamo biglietti in regalo con la spesa nei supermercati, facciamo contest con influencers, retate nei locali con i biglietti… insomma fammi fare il mio lavoro”
Tu “Sei un grande, non so come ringraziarti!”
Io “Io invece lo so, una buona parte dei costi per riempire lo stadio, ad ora vuoto, te li accolli tu, bro!”
Tu “Io? Ma sono un botto di soldi… poi avevi detto che era il TUO mestiere…”
Io “Ah sì? E allora annulliamo! Non posso prendermi tutta la perdita sul groppone, e poi diciamoci la verità… la faccia è pur sempre la tua, io dopo il tuo concerto, ho altri 3 eventi con il vero sold out!”
Tu sudi freddo, deglutisci… poi pensi a tua nonna 93enne che ti ha promesso che sarà in tribuna ad applaudirti con cappellino e maglietta del merchandising ufficiale, improvvisamente senti già il rumore della pioggia di meme sui social per il floppone strombazzato… e quindi, senza colpo ferire, accetti.
Tu “Va bene, ci sto, chiedimi tutto ma il post di cancellazione magari per laringite o “problemi tecnici… NO!”
Io “Bravo bro! Vedo che hai capito come funziona, oggi l’immagine nella musica è tutto! E se leghi la tua immagine alla parola FLOP ci salta il piatto a 360%: contratti, sponsor, brand, conventions, esposizione mediatica, percezione, pubblicità, credibilità etc etc”
Conclusione: Da questo momento in poi tu vai e fai (per anni) solo quello che ti dico io e tutto ciò che guadagni per un buon 85% è mio, perché devo rientrare e bada bene i costi li ho in mano io… non te. Se mai volessi inoltre interrompere il contratto, prima ovviamente mi paghi tutto, oppure resti qui da me e con calma sconti Triste morale della favola? Solletica l’ego di qualcuno (meglio se ingenuo o megalomane) e poi… mangiaci sopra a vita! Spero di essere stato chiaro nel farvi capire il diabolico meccanismo e ci tengo a chiarire che il post è generico, quindi non riferito a nessuno in particolare ma ad una abitudine che DA ANNI, sta distruggendo il meccanismo dei concerti e molte carriere»
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Le parole di Sarcina e Zampaglione squarciano un velo su una narrazione industriale tossica. Quello che emerge è un vero e proprio “capitalismo della percezione”, dove il dato reale (quanti biglietti hai venduto a prezzo pieno?) viene sacrificato sull’altare del dato percepito (il bollino «sold out» da esibire nelle storie di Instagram).
Questo cortocircuito genera tre conseguenze per l’intero ecosistema musicale.
- La distruzione della gavetta: Senza il passaggio fondamentale nei club e nei festival di medie dimensioni, gli artisti non sviluppano la tenuta scenica né un repertorio in grado di reggere due ore di spettacolo. Si passa da uno o due singoli virali allo stadio, saltando i gradini della maturazione artistica.
- L’indebitamento precoce: I giovani talenti si trasformano, spesso inconsapevolmente, in debitori delle multinazionali del live. Diventano ingranaggi di una macchina che deve autoalimentarsi per ripagare gli enormi anticipi concessi, perdendo qualsiasi libertà contrattuale ed espressiva.
- La svalutazione del valore culturale: Se il biglietto viene regalato con la spesa al supermercato o svenduto attraverso canali aziendali pur di riempire i vuoti visivi, si abitua il pubblico a non riconoscere più il reale valore economico (e artistico) del lavoro culturale.
Quest’ultimo punto evidenzia un’involuzione culturale che, a ben vedere, affonda le sue radici in un paradosso storico. Negli anni Settanta, l’intellighenzia alternativa di sinistra e le masse giovanili pretendevano – a suon di contestazioni e violenze – la «musica gratis per tutti». Quella pretesa ideologica andava a minare l’essenza stessa dell’opera d’arte, svilendola dal punto di vista commerciale e professionale.
Oggi assistiamo a un fenomeno speculare ma di segno opposto: non è più l’ideologia politica a pretendere la gratuità, ma la spinta feroce del capitalismo selvaggio, che pur di difendere un posizionamento di mercato e un’illusione di successo, attua un nuovo e mascherato svilimento della musica. Ieri si sfondavano i cancelli in nome della rivoluzione, oggi si regalano i biglietti con la spesa al supermercato o tramite omaggi aziendali per nascondere i seggiolini vuoti.
In entrambi i casi, il risultato è identico: si diseduca il pubblico, abituandolo a non riconoscere più il reale valore economico, la fatica e il lavoro dietro la creazione culturale. Una qualsiasi produzione artistica deve essere equamente remunerata, perché quando il prezzo si azzera (o si gonfia artificialmente), si svilisce l’opera e chi l’ha concepita, strutturata e sviluppata.
Per salvare l’industria del live da sé stessa, è urgente un bagno di realtà. Le major, i management e i grandi promoter dovrebbero riflettere e rivedere radicalmente certi parametri per rimettere al centro l’arte, pur senza tralasciare l’economia che la genera e la sostiene. Bisogna sgonfiare i finti trionfi virtuali e tornare a misurare il successo con metriche reali e umane: la longevità di una carriera, la qualità della proposta sul palco e il rispetto sacro per lo spettatore.
La bolla dei finti sold out potrebbe prima o poi esplodere e a rimanere sotto le macerie non saranno i manager o le agenzie che hanno già monetizzato, ma gli artisti rimasti senza voce e un pubblico stanco di pagare il prezzo di un’illusione.
Francesco Rondolini
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