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Il Papa, l’Unesco e un certo Comenius…

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25 settembre 2026. Come prima tappa del suo viaggio apostolico in Francia, Papa Leone XIV visita la sede dell’UNESCO a Parigi. L’evento ha una grande rilevanza soprattutto alla luce delle radici culturali di questa istituzione che, ricordiamo, è l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (cui oggi si aggiungono la Comunicazione e l’Informazione).

 

La missione dell’UNESCO, insomma, è particolarmente incentrata sull’unificazione mondiale di criteri, metodi e obiettivi nel campo della pedagogia e della cultura in senso lato. Questa missione, dicevamo, affonda le sue radici nell’opera di un personaggio sconosciuto ai più: Jan Amos Kominski, latinizzato in Comenius (1592-1670). Cos’avrà mai a che fare un teologo protestante del XVII secolo con l’UNESCO? Lo spiegava nel 1957 Jean Piaget (1), presidente della Commissione Svizzera dell’UNESCO e direttore del Bureau International d’Education per oltre trent’anni.

 

Piaget ricorda che il grande progetto cui Comenius ha dedicato tutta la vita, era «un’opera di riforma universale della società umana attraverso i seguenti mezzi:

 

1) unificazione della conoscenza e sua diffusione tramite un sistema scolastico migliorato sotto la direzione di una sorta di accademia internazionale;

2) coordinamento politico sotto la direzione di istituzioni internazionali volte a garantire il mantenimento della pace;

3)riconciliazione delle Chiese sotto l’egida di un cristianesimo tollerante».

 

In due parole: ecumenismo politico e religioso.

Ma la maggior parte delle sue energie, Comenius le profuse nell’ambito pedagogico, perché convinto (giustamente) dell’importanza capitale dell’educazione, sin dall’infanzia, per la riuscita di ogni opera di vera riforma sociale. Ecco perché, ricorda Piaget, sopra tutti i suoi disegni c’era quello di una «organizzazione internazionale dell’istruzione pubblica e, in definitiva, del progetto di un collegium lucis che doveva costituire una sorta di ministero internazionale dell’educazione».

 

Nonostante l’evocazione della «luce», cominciano a delinearsi alcune ombre… Ad ogni modo «sono indubbiamente questi», precisa Piaget, «gli aspetti del suo lavoro che più probabilmente interesseranno l’UNESCO, di cui, per molti versi, Comenius potrebbe essere considerato uno dei precursori».

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Ma veniamo al punto che più ci interessa in questa sede: nel 1657 Comenius pubblica ad Amsterdam Lux in tenebris, nella cui prefazione elenca i punti fermi della propria dottrina. Tra questi:

 

  • Il Papa è il grande Anticristo e la Meretrice di Babilonia (II);
  • La Bestia, che porta la Meretrice, è l’Impero Romano: particolarmente la Casa d’Austria (III).

 

Ma, si obietterà, è un po’ spropositato dare tutto questo peso a un personaggio che in fondo non ha alcun vero legame con l’istituzione. Concediamo pure, e andiamo allora a leggere cosa l’UNESCO stessa conserva nei propri archivi come il «manifesto» della propria filosofia e della visione del mondo che anima la propria azione. Si tratta dell’opuscolo del 1946 UNESCO: its purpose and its philosophy (il suo scopo e la sua filosofia), a firma del primo presidente dell’allora neonata organizzazione, Julian Huxley (fratello del più noto Aldous Huxley).

 

Scrive dunque il primo presidente dell’UNESCO, a proposito di quale sia la filosofia ideale che ne guidi l’azione, che essa «non può basare la propria prospettiva su una delle teologie concorrenti del mondo in opposizione alle altre, siano esse l’Islam, il Cattolicesimo romano, il Cristianesimo protestante, il Buddismo, l’Unitarianismo, l’Ebraismo o l’Induismo. […] Non può farlo, in parte perché essere settario [sectarian] è contrario al suo statuto e alla sua essenza, in parte per la ragione molto pratica che un simile tentativo provocherebbe immediatamente l’ostilità attiva di gruppi ampi e influenti, e la non cooperazione o addirittura il ritiro di numerose nazioni. […] Infine, con la sua enfasi sui compiti concreti dell’educazione, della scienza e della cultura, sulla necessità di una comprensione reciproca tra i popoli del mondo e sugli obiettivi di pace e benessere umano su questo pianeta, sembrerebbe escludere una prospettiva esclusivamente o principalmente ultraterrena» (pp. 6-7).

 

In definitiva, il principio-guida dell’UNESCO, dice Huxley, dev’essere «un umanesimo evoluzionistico». Questo approccio «non solo ci mostra il posto dell’uomo nella natura e le sue relazioni con il resto dell’universo fenomenico, […] ma ci permette anche di distinguere le tendenze desiderabili da quelle indesiderabili e di dimostrare l’esistenza del progresso nel cosmo. Infine, ci mostra l’uomo come l’unico custode dell’ulteriore progresso evolutivo e ci offre importanti indicazioni sui percorsi da evitare e su quelli da intraprendere per raggiungere tale progresso. Un approccio evoluzionistico […] ci mostra l’origine e le radici biologiche dei nostri valori umani […]; ed è indispensabile per consentirci di individuare, tra il caos odierno di tendenze contrastanti, quei movimenti, attività e metodi che l’UNESCO dovrebbe enfatizzare e facilitare» (pp. 7-8).

 

In soldoni: cosa ce ne facciamo di Dio, ora che la scienza ci offre la chiave dei segreti e il dominio della natura? E come immaginare di prediligere una religione tra le tante, se i potenti del mondo indicano come via maestra l’indifferentismo?

 

Ebbene, oggi il papa fa visita alla sede dell’UNESCO. Il Papa entra nella casa di chi si ispira a Comenius come al proprio «antenato spirituale» e «precursore»: un protestante che voleva le religioni del mondo diluite in un amalgama sincretistico senza più identità; uno gnostico che auspicava la cancellazione del papato dalla faccia della Terra. Il papa entra nella casa di chi fa dell’indifferentismo religioso la propria stella polare, esattamente come per Emmanuel Macron, che poche ore prima, all’Eliseo, ha parlato del dovere della Repubblica di tutelare «il diritto di tutti a credere come a non credere». Ebbene, cosa va a dire Papa Leone XIV all’UNESCO?

 

Un Discorso ricco di appelli alla pace e alla giustizia, alla prudenza e alla speranza, alla carità… Un Discorso in cui però si stenta a trovare la fede, e quando anche nomina il Signore, lo fa con una ormai consueta premessa dal sapore relativistico: «Per la fede cristiana, il mistero della persona umana trova la sua piena luce in Cristo». Coerentemente, quando si tratta di costruire l’opera della pace, la declinazione è rigorosamente al plurale: «le tradizioni religiose svolgono un ruolo culturalmente necessario e insostituibile, e le religioni esprimono le nostre domande sull’origine della vita e sulla sua fine, elaborando il senso primo e ultimo dell’esistenza, che si riflette nelle scelte quotidiane. […] L’umanità si ritrova invece in una ricerca comune di senso, orientata verso un destino che non è la morte. Noi non siamo in cammino verso il nulla. Ecco perché l’anima umana, nel suo rapporto con Dio, avverte ancora più intensamente la chiamata a coltivare la pace attraverso un’alleanza tra popoli che si riconoscono come figli dello stesso Padre e come fratelli e sorelle tra di loro».

 

Ma, Santità, chi è questo Padre? Ha un nome univoco? Cosa ci chiede di fare per raggiungere questo «destino che non è la morte»? Possiamo scegliere una qualunque tra le religioni del mondo o ci chiede di adorarlo «in spirito e verità»? Può Dio concedere la pace alle nazioni che violentano il diritto naturale e oltraggiano la fede cattolica?

 

Santità, quale fervore si sarebbe riacceso nei cuori cattolici, se avesse dato risposta anche a una sola di queste domande. Quale gioia proverebbero i Suoi figli, nell’udire nuovamente dalla bocca del Sommo Pontefice che «tanta colluvie di mali imperversa nel mondo perché la maggior parte degli uomini hanno allontanato Gesù Cristo e la sua santa legge dalla pratica della loro vita, dalla famiglia e dalla società», e «che mai può esservi speranza di pace duratura fra i popoli, finché gli individui e le nazioni negheranno e da loro rigetteranno l’impero di Cristo Salvatore». (2)

 

Vincenzo Gubitosi

 

NOTE

1) Cfr. Jean Piaget, «L’actualité de Jean Amos Comenius. Introduction», in Jean Amos Comenius, 1592-1670: pages choisies, UNESCO, Parigi 1957, pp. 11-33; testo rieditato in Perspectives, UNESCO, Bureau international d’éducation, vol. XXIII, n. 1/2, 1993, p. 175-99 (le citazioni sono tratte da questa seconda edizione).

2) Pio XI, Quas Primas.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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