Satira

Flydubai, no ai complotti sull’aereo più pazzo del mondo

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Il 30 settembre scorso su un velivolo della compagnia privata Flydubai è successo il finimondo.

 

Un pilota del volo 1073 Dubai-Tel Aviv ha cercato di uccidere il comandante e di far precipitare l’aereo con i 174 passeggeri a bordo, per la maggior parte israeliani. Al segnale di allarme si sono levati in volo due caccia dello Stato ebraico, ma grazie all’intervento dei passeggeri è stato ripreso il controllo dell’aereo, che è infine atterrato con procedura di emergenza in Arabia Saudita.

 

Le notizie date dalla stampa sono state all’apparenza discordanti e addirittura contraddittorie. Le oscillazioni hanno riguardato la nazionalità dei piloti, l’arma dell’aggressore, il significato dei segnali di allarme, i soggetti che hanno raddrizzato l’aereo dopo la picchiata. Ce n’è stato d’avanzo per far gridare al complotto, all’operazione false flag, al canovaccio scucito, e per scatenare le congetture più strampalate. Qualcuno, per colmo d’irriverenza, ci ha perfino fatto sopra un video satirico.


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No. Noi non ci stiamo a questo gioco al massacro.

 

Si inizia a mettere in discussione la veridicità della stampa, poi quella dei governi, e si arriva al crollo della civiltà. Niente affatto. Noi ci opponiamo. Non ci spareremo sul piede. Noi crediamo che i governi siano poco meno che la voce del Signore, e che la stampa sia sincera come il vino d’uva e immacolata come il primo dei gigli.

 

In questa vicenda, che ha il solo torto di essere ingarbugliata, dichiariamo che i giornalisti hanno sempre detto il vero. Siamo qui per provarlo. Credano i signori complottisti che non c’è bisogno di scegliere fra una versione e l’altra: basta metterle insieme. E siccome le prime notizie trapelate sono quelle più genuine, ci atterremo a quelle.

 

Vediamo.

 

Innanzitutto, è stato dichiarato che nella cabina si era accesa una lite fra un pilota russo e uno ucraino. Poi la nazionalità dei due è diventata emiratina e omanita, infine indiana e omanita. 

 

C’è poco da ridere. È tutto vero. Inizialmente i piloti erano chiaramente un russo e un ucraino. Com’è possibile, si dirà. Possibile, possibilissimo. Si può immaginare quanto alla Flydubai riescano a distinguere fra un russo, un serbo, un ucraino, un bielorusso. Gli slavi sono tutti uguali, recita un motto. E comunque, si tratta di piloti professionisti, no? Qualcuno poteva forse indovinare che avrebbero attaccato briga durante il volo? Sì? E allora diciamo che c’è stata qualche superficialità, o che il diavolo ci ha messo la coda, ma non stiamo a sfregiare la verità con inutili illazioni.

 

Dunque, è successo questo: l’aereo decolla, si stabilizza, viene inserito il sistema automatico. I piloti si rilassano. Certo, non sono felici l’uno dell’altro, ma cercano di intavolare una conversazione civile ed educata. A un certo momento, però, vien fuori che il russo ha un fratello al fronte, e la che sua compagnia ha catturato un mucchio di nemici a Konstantinovka. Si dà il caso che il cognato dell’ucraino sia proprio fra quelli. Questo, è evidente, non distende gli animi.

 

Una parola tira l’altra, si accendono i toni, si arriva a qualche parola forte. Uno dei due alza le mani, e qui non può esserci alcun dubbio: è stato il russo, ovviamente, perché c’è un aggressore e un aggredito. Insomma, se le danno di santa ragione, come solo fanno due fratelli che un tempo si sono voluti bene. A un primo maschio scambio di vedute, subentra un momento di pausa: succede sempre nelle risse. Uno dei due apre la cabina e l’altro lo segue. Vanno dall’assistente di volo più anziana, che se li vede davanti sgualciti e tumefatti.

 

– Io con questo cretino non ci volo – fa uno.

– Idem – dice l’altro. – Se andiamo avanti così lo butto fuori dall’aereo.

– Provaci.

– Ne vuoi un altro po’?

 

Le assistenti di volo sono ammirevoli. Hanno già individuato fra i passeggeri due piloti fuori servizio, un saudita e un omanita. Fanno sedere il russo al posto 10 e l’ucraino al posto 36, all’estremo opposto. A distanza continueranno per un bel pezzo, a intervalli, ad insultarsi:

 

– Cretino. 

– Imbecille.

– Fallito.

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Intanto il saudita e l’omanita sono entrati nella cabina e prendono posto. L’omanita, lo dicono i giornali, è un estremista e sogna da tempo di schiantarsi su Tel Aviv. Ora, la possibilità gli viene servita sul piatto d’argento, ed essendo colto di sorpresa è comprensibilmente agitato. Pure troppo, perché senza neanche volerlo attacca lite con il saudita.

 

– Quante mogli hai, Mohamed? – chiede per rompere il ghiaccio.

– Una.

– Io cinque – millanta – con il beneplacito dell’Onnipotente.

– Mmm.

– Che vuol dire, mmm? Pensi che menta?

– No, Hamam, che dici?

– Il Misericordioso ti perdoni, tu pensi che io menta!

 

Il nervosismo fa questi scherzi. Il saudita, che ricordiamolo è fuori servizio, a un bel momento si rompe, toglie le cuffie, apre la cabina e chiama l’assistente di volo anziana.

 

– Io con questo non ci volo.

 

Sullo sfondo continuano gli insulti.

 

– Cretino – dice dal fondo l’ucraino.

– Fallito – replica il russo.

– Silenzio! – urla voltandosi l’assistente di volo.

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L’omanita, che non vuole perdere l’occasione d’oro, assicura l’assistente che può fare da solo. L’assistente di volo fa tacere pure lui. Tra i passeggeri sta dormendo della grossa un terzo pilota, un indiano mastodontico col turbante. 

 

Svegliato di soprassalto, ancora assonnato accetta di assumere il ruolo di comandante e caracollando come un’oca, piano piano, si avvia verso la cabina. La porta si chiude.

 

L’omanita è furioso, ma non è minimamente intenzionato a mollare l’osso. Si dimena sul suo posto come un luccio nella rete, tanto che l’indiano pensa che gli scappi di andare in bagno. Invece gli scappa una preghiera, dice, e chiede di appartarsi. L’orario non è quello giusto, ma l’indiano che ne sa. Permesso accordato. La cabina non è una reggia, però lo spazio per inginocchiarsi in qualche modo lo si trova. L’omanita nell’ombra si prepara ad agire.

 

Si è detto che il primo pilota è stato colpito con un coltello, poi si è parlato di un’accetta. Embè? È successa l’una e l’altra cosa. E’ più che ovvio: l’indiano possedeva un kriss, quei pugnali ondulati di origine malese, diffusi anche in India. Sentiamo già il raglio degli scettici: e come avrebbe fatto un kriss a passare il metal detector? Beata ingenuità. Ma vi pare che un pilota non possa saltare i controlli, solo che lo voglia? Magari l’omanita avrebbe destato qualche diffidenza in più, ma un pilota indiano, obeso, col turbante, fa solo simpatia. Capace pure di esserselo infilato tra le bende, per avere le mani libere con il trolley.

 

Ritorniamo all’omanita, che inginocchiato vede dunque il kriss fra gli effetti dell’indiano e se ne impossessa avidamente. Poi, siccome a un esame più attento gli sembra una robetta un po’ da parata, scivola verso la parete e stacca l’ascia di emergenza. Striscia alle spalle del comandante e per sicurezza lo colpisce alle spalle con il pugnale e con l’accetta: prima con l’uno e poi con l’altra, come un percussionista sul tamburo.

 

Il kriss, in effetti non è granché e, come si dice in terra di Lombardia, fa rosina. La cotenna del primo pilota, del resto, è tanto spessa da ricevere solo ferite superficiali, simili a quelle che i tafani fanno sul cuoio delle vacche. Quanto all’ascia, va a centrare la testa dell’indiano, ma è attutita dalle fasce e fasce di cui è composto il turbante. Riportano gli articoli che il comandante inizialmente non avrebbe nemmeno compreso l’accaduto. C’è da crederci. Con quel po’ po’ di fasciatura, i colpi affondano come in un materasso, esasperando il magro omanita.

 

Alla lunga, però, l’indiano finisce con il provare uno strano dolore alla nuca e si accorge che il secondo pilota lo sta colpendo alla disperata. Reagisce.

 

A questo punto la scena passa all’esterno.

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La storia racconta che della collutazione si sia accorta, per combinazione, una signora mentre accompagnava la figlia al bagno. Strillano i malpensanti: e le hostess, le hostess dov’erano? Ma vivaddio, una dal russo e l’altra dall’ucraino, no? Fila 10 e fila 36, ricordate? Ben lontane dagli eventi. Il compito delle assistenti di volo non è forse quello di tranquillizzare i passeggeri? Non si esclude che si siano fatte agganciare dal fascino slavo, e stiano facendo un po’ le sciocchine.

 

Sulle grida della donna una frotta di passeggeri israeliani si porta sull’ingresso della cabina. Un giornale, per spiegare il loro rapido attivarsi, accenna pudicamente al fatto che in Israele si sciroppano tre anni di leva obbligatoria. Ma diciamola tutta: erano di certo dei militari. Un israeliano, in fondo, che ci va a fare a Dubai? Evidentemente gli aerei militari erano tutti pieni, oppure il comando si è imbattuto in un’offerta last minute di Flydubai, e ha deciso di rimpatriare i soldati con un volo di linea. Sarà mica proibito, no?

 

E così si spiega, malfidenti, perché non ci sia traccia delle due guardie che sempre accompagnano i voli civili con passeggeri israeliani. Si deve credere che non ci fossero affatto, essendo palesemente superflui in quell’aereo carico di soldati in licenza.

 

Altro finto punto dolente: la porta della cabina era chiusa, ma qualcuno ha detto che era socchiusa, e che si vedevano i due contendenti e tanto sangue. La contraddizione non esiste: si tratta di due momenti diversi.

 

Torniamo infatti nella cabina. L’indiano sta combattendo valorosamente, ma è grasso, lento e spaventato, mentre l’omanita è smilzo e svelto. Per di più, a forza di botte il turbante gli è scivolato sugli occhi. Bisognoso di soccorso, digita il codice per aprire la porta, mentre il secondo pilota ormai stanchissimo continua a martellarlo senza successo. Il problema è che per consentire l’accesso da fuori, subito dopo il codice qualcuno deve tirare la maniglia.

 

Qui la fortuna prende il sopravvento contro il povero omanita.

 

Il primo colpo gobbo è che, accalcandosi i passeggeri contro l’entrata, tra un urto e l’altro la magica combinazione si realizza e la porta si schiude. Dallo spiraglio si vedono i due corpi avvinghiati e il sangue. Voilà, svelato l’arcano della porta chiusa e aperta.

 

L’omanita, vistosi perduto dinanzi alla folla che irrompe, scivola come un’anguilla e si impadronisce dei comandi quanto basta per buttare l’aereo in picchiata verso il deserto della Giordania. In teoria, come l’aereo perde 4.267 metri di quota in neppure 30 secondi, dovrebbero essere tutti sbalzati sul soffitto. Ma siccome la stampa non ha riportato niente del genere, si deve concludere che nella cabina siano così tanti e talmente pressati da rendere impossibile qualsiasi movimento che non sia un lento slumacare gli uni contro gli altri.

 

Qui arriva la seconda botta di fortuna. Capita che in prima fila, non impedito da nulla, si trovi a caso un idraulico israeliano, coi suoi bravi tre anni di naja sul groppone. Come molti altri guarda la TV, ma non è questo il dettaglio vincente. Se fosse stato un patito di X Factor, non avrebbe potuto far altro che intonare una canzone, tipo «Fly me to the moon», o «Nel blu dipinto di blu». Se avesse seguito Amici, avrebbe potuto al massimo accennare a un passo di danza. Ma fortuna vuole che l’idraulico guardi regolarmente il programma televisivo Air crash investigation, noto in Italia come «Indagini ad alta quota». Giunta alla ventiquattresima serie, la trasmissione si occupa allegramente di disastri aerei, ricostruendo gli eventi anche con simulazioni sceneggiate.

 

In questo modo l’idraulico ha imparato tutto e sa tutto. Impugna sicuro la cloche, si destreggia abilmente sul quadrante pieno di lucine e pulsanti, e in men che non si dica raddrizza il velivolo e salva tutti. Già che c’è invia il segnale 7770, emergenza generale, e qui per la verità sbaglia. Quello giusto è 7750, interferenza illecita in cabina. Ma è perdonabile, in fondo è solo un idraulico.

 

Comunque, un eroe. Incontrando Netanyhau, ancora imbrattato di autentico sangue indiano, si fa sfuggire la frase: «purtroppo non l’abbiamo ucciso». Quanto ci si può ricamare intorno a queste parole. Ma signori, non dimentichiamo che si tratta di un mezzo militare. Spesso i soldati, specie quelli israeliani, ragionano in codice binario: acceso-spento; 1-0; vivo-morto. La figura dell’attentatore, presso l’IDF non si associa al positivo, ma al negativo: l’attentatore per essere tale deve essere morto. Che non lo sia diventato è uno sgarro al manuale di istruzioni. E su questo basta così.

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Si va verso l’epilogo. Fuori dalla cabina si sentono dei borbottii: «Imbecille»; «Cretino»; «Ma vaffa». Sono i piloti russo e ucraino che tornano in scena. Si incuneano fra un corpo e l’altro, scivolano e slittano, e sbaccellano infine davanti ai comandi che non mollano più, scuri in volto, fino all’atterraggio a Tabuk, in Arabia Saudita.

 

L’omanita viene espulso da una ventina di mani, legato con i cavi di alcuni auricolari e stipato nello sgabuzzino delle scope. Si rotola l’indiano in un angolo e lo si fascia con le bende del turbante.

 

La polizia saudita ricovera il secondo e arresta il primo. I passeggeri escono illesi o quasi. E tutto finisce per il meglio.

 

Questa la storia ricostruita senza offesa alla verità, al di là di retropensieri, dubbi e sospetti malevoli. Non era poi così difficile.

 

Si impari una buona volta a non dubitare dell’attendibilità della stampa.

 

Avv. Renzo Magalozzi

 

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Immagine di Max Benidze via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0

 

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