Sport e Marzialistica
Dal kenjutsu al kendo moderno
Il passaggio decisivo verso la disciplina che oggi conosciamo come kendo si deve in gran parte a Chuta Nakanishi, attivo intorno al 1750, allievo di Jirouemon Ono e fondatore della scuola Nakanishi Itto-ryu.
Insoddisfatto della spada finta utilizzata fino ad allora, Nakanishi introdusse due innovazioni fondamentali: i kote, guanti protettivi per le mani, e la shinai, un nuovo tipo di spada finta realizzata con strisce di canna di bambù legate insieme.
Tale invenzione permise ai praticanti di colpire con piena forza e realismo, senza il timore di ferire l’avversario, tanto da essere in breve tempo adottata dalla maggior parte dei maestri di spada in tutto il Giappone. Vennero anche fissate norme precise sulle sue caratteristiche: la lunghezza non doveva superare i 99 centimetri e il peso non poteva scendere sotto i 1200 grammi.
Parallelamente si sviluppò anche l’equipaggiamento protettivo completo: il tare, un elemento in cotone imbottito a protezione di fianchi e ventre; il do, la protezione per il torace, fissata con lacci incrociati sulle spalle; e infine il men, la protezione per la testa e il viso, dotata di una griglia d’acciaio fissata a una base imbottita, capace di proteggere anche mento e fronte.
L’insieme delle protezione è chiamato bogu, l’armatura tipica del Kendo. L’abbigliamento di base restava costituito dalla hakama, il pantalone a gonna, e dal keikogi, la giacca da allenamento.

Immagine CC BY-SA 3.0 via Wikimedia
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Fu proprio l’introduzione di questa nuova armatura a rendere necessaria l’elaborazione di un insieme organico di regole per la pratica nel dojo: nacque così la disciplina chiamata kendo, termine composto dagli ideogrammi ken (spada) e do (via), che significa letteralmente «la via della spada».
Il passaggio dal kenjutsu (l’arte marziale del combattimento reale con la spada) al kendo (la «via della spada», disciplina codificata con regole e finalità anche formative) rappresenta uno dei mutamenti più significativi nella storia delle arti marziali giapponesi, e va collocato nel contesto più ampio della lunga pace Tokugawa (1603-1868).
Con la fine delle guerre civili e l’instaurazione di un ordine politico stabile, il ruolo del samuraio cambia profondamente: da guerriero impegnato in combattimenti reali a funzionario, amministratore, spesso burocrate. In questo contesto, la spada perde progressivamente la sua funzione bellica immediata per assumere un valore sempre più simbolico, disciplinare e formativo.
È in questo scenario che si inseriscono le innovazioni di Chuta Nakanishi. La sua insoddisfazione verso la spada finta preesistente non era un dettaglio tecnico secondario: il problema centrale era che le tecniche di combattimento reale, per quanto simulate, comportavano ancora un margine di rischio fisico significativo, il che limitava sia l’intensità dell’allenamento sia la possibilità di praticarlo su larga scala.
L’invenzione della shinai, unita ai kote, risolve questo problema alla radice: permette per la prima volta un combattimento a piena velocità e piena forza, senza il rischio di lesioni gravi, aprendo la strada a un modo di allenarsi radicalmente nuovo, più vicino allo sport (nel senso di attività fisica regolata da norme) che al duello.
Non è un caso che proprio in questo periodo (seconda metà del Settecento) il kendo cominci ad assumere tratti che oggi definiremmo «sportivi»: la standardizzazione delle misure della shinai, la definizione di un’armatura completa e codificata (tare, do, men, kote), la nascita di regole di combattimento — tutti elementi che trasformano una pratica guerriera in una disciplina strutturata, trasmissibile su larga scala e, soprattutto, praticabile senza il timore di conseguenze letali.
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Questo processo di «sportivizzazione» ante litteram del combattimento con la spada anticipa di quasi un secolo fenomeni simili che si osserveranno in Europa con la scherma sportiva, e getta le basi per quello che, dopo la riforma Meiji e poi nel Novecento, diventerà il kendo agonistico moderno, con le sue federazioni, le sue competizioni e la sua diffusione internazionale, che coinvolge con vigore anche l’Italia.
Va inoltre osservato che l’introduzione del do come protezione al torace e del men per la testa non fu semplicemente un’aggiunta di sicurezza, ma ridefinì anche la biomeccanica del combattimento simulato: la possibilità di colpire con precisione zone bersaglio protette e codificate (colpi alla testa, al polso, al torace, alla gola) è ciò che ancora oggi struttura il sistema di punteggio del kendo agonistico, e affonda le proprie radici esattamente in questo momento di codificazione tardo-settecentesca.
Un aspetto che arricchisce notevolmente la narrazione riguarda il destino del kendo nel Novecento, un secolo turbolento che ne segnò profondamente l’evoluzione.
Dopo l’abolizione della classe samuraia in epoca Meiji, il kenjutsu rischiò concretamente di scomparire come pratica diffusa, sopravvivendo grazie alla sua riconversione in disciplina educativa: fu proprio in questo periodo che il termine «kendo» si affermò definitivamente, e la disciplina venne progressivamente inserita nei programmi scolastici e nell’addestramento della polizia e dell’esercito imperiale, assumendo però anche una forte connotazione nazionalista e militarista che culminerà nel periodo bellico.
Questo legame con il nazionalismo ebbe conseguenze dirette nel secondo dopoguerra: le autorità di occupazione alleate, guidate dagli Stati Uniti, bandirono temporaneamente la pratica del kendo nelle scuole giapponesi, proprio a causa della sua associazione con l’ideologia militarista del periodo prebellico.
Solo negli anni Cinquanta, con la fondazione della All Japan Kendo Federation (1952) e una attenta ridefinizione della disciplina in chiave educativa e sportiva — spogliata il più possibile dai suoi risvolti ideologici — il kendo poté tornare a essere praticato e insegnato liberamente, avviandosi verso quella diffusione internazionale di cui il testo stesso offre alcune tracce, come gli incontri internazionali degli anni Cinquanta e Sessanta.
Un ultimo spunto riguarda l’aspetto più propriamente tecnico-materiale: l’evoluzione della shinai non si fermò certo al Settecento. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento il numero di listelli di bambù, la forma della guardia (tsuba), i materiali di rinforzo e persino la forma dell’impugnatura sono stati oggetto di continui affinamenti, fino alla standardizzazione operata dalle moderne federazioni internazionali di kendo, che oggi regolamentano con precisione millimetrica lunghezza, peso e diametro della shinai in base all’età e al grado del praticante — un percorso di codificazione che, come si vede, prosegue idealmente quello iniziato da Chuta Nakanishi più di due secoli fa.
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Immagine di Joseloop via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
![Kendo「剣道」- Amazing Shiai - The Imperial Taisho [VID:20150222V072]](https://i.ytimg.com/vi/t9g--2djqL4/hqdefault.jpg)
