Bioetica

Cenni di storia della bioetica: le origini

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Con questo articolo Renovatio 21 inizia una serie di approfondimenti su storia, prìncipi, applicazioni e sviluppo della bioetica, disciplina più che mai centrale nei rivolgimenti del mondo moderno, e al contempo così impotente e traditrice rispetto alla Necrocultura che avanza divorando i suoi paletti. Il punto di riferimento, per chi volesse approfondire, è il Manuale di bioetica in due volumi redatto dal cardinale Elio Sgreccia (1929-2019). Sul porporato che aveva l’appalto vaticano della bioetica stiamo maturando idee piuttosto critiche, tuttavia il suo testo rimane la compilazione più panoramica sul tema. La serie continuerà con uno o più articoli a settimana, così da toccare tutti, o quasi, gli argomenti presenti sul piatto della pensiero bioetico contemporaneo. Prendiamo atto che, tuttavia, tante questioni che potete leggere quotidianamente su Renovatio 21 non dispongono ancora un pensiero bioetico ufficiale cioè sviluppato nei diplomifici universitari o nei sonnecchiosi parcheggi think tank e pubblicato da qualche rivista specialistica che non legge nemmeno chi la manda in stampa. L’invito è quello di seguire, sempre Renovatio 21, perché la traccia che seguiremo domani è quella che, con acume e sacrifizio, stiamo preparando assieme – grazie all’esistenza stessa dei lettori che ci seguono, e si interrogano sul senso profondo di quanto sta accadendo – oggi stesso.

 

La bioetica, così come oggi la conosciamo, è una disciplina relativamente giovane, nata nel corso degli anni Settanta del Novecento in risposta a una serie di trasformazioni profonde che hanno investito la medicina, la biologia e il rapporto tra scienza e società. Comprendere le sue origini significa ripercorrere il pensiero di alcuni autori chiave, le istituzioni che per primi le hanno dato una casa, i problemi storici che ne hanno reso necessaria la nascita e le diverse interpretazioni che, fin dagli esordi, hanno animato il dibattito su cosa la bioetica sia e debba essere.

 

Le origini della bioetica non coincidono con un atto di fondazione unico, né con una scoperta isolata. Nascono piuttosto da una convergenza: l’accelerazione delle scienze della vita, l’esperienza traumatica di sperimentazioni sull’uomo, la percezione che la tecnica potesse minacciare non solo singoli pazienti ma la sopravvivenza stessa della specie e della biosfera. Il termine, e soprattutto l’idea di una disciplina nuova, emergono tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in un contesto in cui medicina, filosofia e riflessione pubblica smettono di potersi ignorare.

 

Prima dello sviluppo della disciplina nella seconda parte del XX secolo, la parola «bioetica» era stata utilizzata da un teologo, filosofo e pastore protestante tedesco chiamato Fritz Jahr (1895-1953). Lo Jahr coniò il termine tedesco «Bio-Ethik» all’interno dell’articolo intitolato «Bio-etica. Una panoramica delle relazioni etiche dell’uomo con animali e piante», pubblicato sulla rivista scientifica tedesca Kosmos. In questo scritto, l’autore proponeva di estendere l’imperativo categorico di Emanuele Kant a tutte le forme di vita, formulando il cosiddetto «imperativo bioetico»: «rispetta ogni essere vivente, in linea di principio, come un fine in se stesso e trattalo di conseguenza, laddove sia possibile».

 

Dobbiamo tuttavia aspettare mezzo secolo, e spostarci oltre l’Atlantico, per vedere davvero nascere la bioetica.

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Van Rensselaer Potter e la nascita del termine

Il primo a introdurre propriamente il termine «bioetica» fu Van Rensselaer Potter (1911-2001), un oncologo statunitense, che lo utilizzò in due pubblicazioni fondamentali: Bioethics: the science of survival, del 1970, e Bioethics: bridge to the future, del 1971. Per il Potter la bioetica doveva essere una nuova disciplina capace di combinare la conoscenza biologica con la conoscenza del sistema dei valori. Lo studioso dei tumori era convinto che una scienza della sopravvivenza dovesse essere qualcosa di più di una semplice scienza, e per questo propose il termine bioetica proprio per sottolineare i due ingredienti che riteneva più importanti per il raggiungimento di una nuova sapienza: la componente biologica e quella etica insieme.

 

Nella visione di Potter la bioetica assume un significato molto ampio, ben più esteso rispetto a quello dell’etica medica tradizionale. Essa viene concepita come un ponte tra le due culture, quella scientifica e quella umanistica, chiamate finalmente a dialogare dopo decenni di reciproca estraneità. Ma la bioetica di Potter guarda anche alla biosfera nel suo insieme, non limitandosi ai soli problemi della pratica clinica o della sperimentazione sull’uomo, bensì abbracciando l’intero ecosistema e il destino della vita sulla Terra.

 

Per il Potter la bioetica rappresenta una sapienza biologicamente fondata, nel senso che i fini morali dell’agire umano vanno individuati a partire dalla conoscenza biologica stessa. Si tratta dunque di una concezione globale, quasi ecologica, della nuova disciplina, che la distingue nettamente dalle interpretazioni più ristrette che si affermeranno successivamente.

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Hans Jonas e il principio di responsabilità

Accanto ai lavori del Potter, e con una certa analogia di fondo, si colloca la riflessione del filosofo tedesco naturalizzato statunitense di origine ebraica Hans Jonas (1903-1993). Nella sua opera più celebre, ancora molto considerata anche dall’ambiente accademico italiano, Il principio responsabilità (1979), lo Jonas pone l’attenzione sull’accresciuta possibilità che le nuove tecnologie mettono nelle mani dell’uomo, e sulle eventuali minacce che queste rappresentano per la sopravvivenza stessa dell’umanità.

 

Secondo lo Jonas, il criterio guida per qualsiasi intervento biotecnologico deve essere quello dell’esclusione della catastrofe: prima ancora di chiedersi che cosa sia lecito fare, occorre chiedersi che cosa potrebbe compromettere irreparabilmente il futuro della specie umana e del pianeta. Questa impostazione ha dato origine a un filone di pensiero che potremmo definire bioecologico, caratterizzato da un atteggiamento che è stato talvolta descritto come «catastrofista», proprio per l’enfasi posta sui rischi estremi legati al progresso tecnico-scientifico.

 

André Hellegers e la dimensione dialogica della bioetica

Un ruolo altrettanto decisivo nella storia della disciplina è quello svolto da André Hellegers (1926-1979(, giovane ostetrico e studioso di fisiologia fetale, che nel 1971 venne chiamato a dirigere il Kennedy Institute for the Study of Human Reproduction and Bioethics, presso la Georgetown University di Washington, prestigioso ed antico ateneo statunitense fondato dai gesuiti.

 

A differenza del Potter, lo Hellegers propone una concezione più circoscritta della bioetica, intesa come etica applicata alla biomedicina, restringendo così l’ambito rispetto alla visione globale e quasi cosmica del suo predecessore. Egli sostiene però che questo studio diretto dei problemi biologici e clinici avrebbe fatto progredire l’etica stessa, e che il clinico bioeticista, immerso nella pratica quotidiana, sarebbe potuto diventare persino più esperto del moralista puro nell’affrontare le questioni concrete sollevate dalla medicina.

 

Lo Hellegers propone inoltre una dimensione maieutica della bioetica, che coglie i valori attraverso il confronto e il confronto tra medicina, filosofia ed etica: un metodo squisitamente interdisciplinare, che resterà una delle caratteristiche più riconosciute e condivise della bioetica nel suo complesso. Per lo Hellegers, l’oggetto proprio della bioetica sono gli aspetti etici impliciti nella pratica clinica, un ambito più circoscritto ma non per questo meno ricco di implicazioni filosofiche e antropologiche.

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Dan Callahan e il filone umanistico-sociale

Prima ancora che il termine bioetica si diffondesse ufficialmente, un contributo determinante venne dal filosofo cattolico Dan Callahan (1930-2019), che già nel 1969, pur senza utilizzare ancora esplicitamente la parola «bioetica», fondò insieme allo psichiatra Willard Gaylin l’Hastings Center.

 

Per Callahan la bioetica si configura come l’intersezione tra l’etica e le scienze della vita, un punto di incontro tra due ambiti del sapere che fino ad allora avevano proceduto separatamente.

 

Il suo contributo viene generalmente ricondotto a un filone che potremmo definire umanistico-sociale, attento non solo ai singoli casi clinici ma anche alle implicazioni più ampie, sociali e culturali, delle scoperte biomediche.

 

Concetto e definizioni della bioetica

Nel corso degli anni, accanto ai fondatori, si sono susseguite numerose definizioni che testimoniano la ricchezza e, insieme, la complessità del dibattito sulla natura della disciplina.

 

Una delle definizioni più influenti è quella fornita dal bioeticista e teologo statunitense Warren Reich (1931-2023) nella sua Encyclopedia of Bioethics del 1978, che descrive la bioetica come lo studio sistematico della condotta umana nell’ambito delle scienze della vita e della salute, condotta che viene esaminata alla luce di valori e di principi morali. Questa impostazione, spesso definita «bioetica dei principi», o «bioetica principialista», pone l’accento sulla dimensione normativa e sistematica della riflessione bioetica.

 

Nelle edizioni successive dell’opera, pubblicate nel 1995 e nel 2004, lo stesso Reich recupera in parte la concezione più globale che era stata propria di Potter, definendo la bioetica come lo studio sistematico delle dimensioni morali, inclusa la visione morale, le decisioni, la condotta e le politiche, delle scienze della vita e della salute, utilizzando varie metodologie etiche in un’impostazione interdisciplinare.

 

Questa seconda definizione apre a una bioetica pluralista, ma che secondo alcuni critici rischia di scivolare verso posizioni relativiste, proprio per l’apertura a metodologie etiche differenti e talvolta tra loro incompatibili.

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Diversa è invece la posizione del cardinale Elio Sgreccia (1929-2019), che nel suo vasto manuale – detto talvolta dai discenti impressionati dalla mole lo Sgreccione –  definisce la bioetica anche in base a cosa non deve essere.

 

«La nuova disciplina non può essere concepita come un semplice confronto tra le diverse opinioni e le varie posizioni etiche esistenti, ma dovendo suggerire valori di riferimento e linee di scelta operativa, dovrà impegnarsi a fornire risposte obiettive e fondate su criteri razionalmente validi» scrive lo Sgreccia. «Nella ricerca di risposte adeguate subentra la necessità di un approccio interdisciplinare al problema che è una delle caratteristiche peculiari della bioetica».

 

Lo Sgreccia, introducendo elementi pragmatici e razionali rifugge dunque la deriva relativista. Il cardinale definisce la bioetica come una disciplina dotata di uno statuto epistemologico razionale, ma aperta alla teologia intesa come scienza sovrarazionale, istanza ultima e orizzonte di senso: «la bioetica a partire dalla descrizione del dato scientifico, biologico e medico, la bioetica esamina razionalmente la liceità dell’intervento dell’uomo sull’uomo». Questa impostazione viene generalmente ricondotta al cosiddetto personalismo ontologico, di impronta realista e cognitivista.

 

Un’altra prospettiva è quella proposta dal professore di filosofia morale brianzolo Adriano Pessina (1953-2020), secondo cui – scrive nel libro Bioetica. L’uomo sperimentale (1999) – la bioetica si configura come un’attività filosofica, indipendentemente da chi di fatto la svolga, poiché le domande che investono le tecnoscienze sono per loro natura di carattere filosofico e riguardano il significato della costruzione dell’identità umana all’interno dell’azione tecnologica. Si tratta di una lettura che colloca la bioetica come una sorta di coscienza critica della civiltà tecnologica contemporanea.

 

Accanto a queste impostazioni si colloca la cosiddetta bioetica «analitica», rappresentata in Italia soprattutto dal giurista, filosofo, sociologo e magistrato italiano Uberto Scarpelli (1924-1993), secondo cui è impossibile stabilire in senso stretto la verità o la falsità delle proposizioni che esprimono valutazioni morali. Compito della bioetica filosofica sarebbe dunque essenzialmente quello di fare chiarezza concettuale, di indicare i presupposti impliciti in una determinata scelta, configurandosi come una sorta di «metabioetica» interdisciplinare, «un fiume cui siano tributari numerosi affluenti», scrive lo Scarpelli, vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica negli anni 1990-1991, nel suo saggio Bioetica: prospettive e principi fondamentali (1991).

 

Al centro di questa impostazione resta la questione, fondamentale per l’etica contemporanea, del rapporto logico tra le proposizioni descrittive di fatti e le proposizioni normative che determinano doveri e assegnano valori, la celebre is-ought question. Questa posizione viene generalmente collocata nell’ambito del cosiddetto «non cognitivismo etico», una teoria metaetica secondo cui i giudizi morali non descrivono fatti e non possono essere considerati né veri né falsi.

 

Va a questo punto ricordata la cosiddetta bioetica «laica», che si dichiara fondata sulla ragione e sui valori della coscienza, in esplicita contrapposizione a quella di ispirazione cattolica, ritenuta fondata sui dogmi e sulla fede. Questa posizione trovò espressione pubblica nel Manifesto di bioetica laica, pubblicato il 9 giugno 1996 sul quotidiano confindustriale Il Sole 24 Ore, a firma del ginecologo forlivese pioniere mondiale della gestazione extracorporea, Carlo Flamigni (1933-2020), del docente di filosofia morale discepolo di Scarpelli Maurizio Mori (1951-), dell’epistemologo Angelo Petroni (1956) e altri autori.

 

Va tuttavia osservato che l’impostazione personalista di matrice cattolica, pur ontologicamente fondata, non si presenta come fideistica né prescinde dalla giustificazione razionale dei valori e delle norme, contrariamente a quanto talvolta viene sostenuto nel dibattito pubblico.

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Le questioni sociali dietro alla storia della bioetica

La nascita della bioetica non fu un evento puramente teorico, ma la risposta a problemi concreti che si erano andati accumulando nel corso del Novecento.

 

Tra questi vanno ricordati anzitutto la sperimentazione sull’uomo, con tutte le questioni etiche legate al consenso e alla tutela dei soggetti coinvolti; le scoperte della genetica, che aprivano scenari inediti di manipolazione della vita; i trapianti d’organo, che ponevano interrogativi nuovi sulla definizione stessa di morte e sui criteri di allocazione delle risorse; le questioni legate all’inizio della vita e alla procreazione umana, rese particolarmente urgenti dai progressi della fecondazione artificiale; e infine i problemi di fine vita, connessi all’eutanasia e alle cure palliative.

 

È proprio l’intreccio di questi temi, ciascuno carico di implicazioni scientifiche, giuridiche e morali, a spiegare perché negli anni Sessanta e Settanta si sia avvertita l’esigenza di una disciplina nuova, capace di affrontarli con strumenti concettuali adeguati.

 

I primi passi della bioetica istituzionale

Le prime istituzioni dedicate alla bioetica sorsero proprio in quegli anni negli Stati Uniti. Nel 1968 Dan Callahan e Willard Gaylin fondarono l’Hastings Center, con sede a Hastings on Hudson, mentre nel 1969 André Hellegers, insieme a studiosi come Warren Reich, Robert Veatch e Richard McCormick, diede vita al Kennedy Institute of Ethics presso la Georgetown University di Washington. Queste due istituzioni rappresentano i primi centri di ricerca e riflessione sistematica sui temi della bioetica, e costituirono un modello che sarebbe stato in seguito replicato in molti altri Paesi.

 

Le prime istituzioni accademiche e ufficiali specificamente dedicate alla bioetica cattolica sono state create a partire dalla metà degli anni Ottanta, in parallelo con l’esplosione della disciplina a livello globale. Nel 1985 viene istituita la prima cattedra di Bioetica in Italia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia «A. Gemelli», e parallelamente nasce il Centro di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore guidato da Monsignor Elio Sgreccia. Questa è considerata la struttura pionieristica istituzionale per lo studio e la diffusione della bioetica personalista di matrice cattolica.

 

Nel 1994 in Vaticano viene creata la Pontificia Accademia per la Vita, istituita da Papa Giovanni Paolo II con il motu proprio Vitae Mysterium, pur non essendo un centro universitario di ricerca medica in senso stretto, rappresenta la massima istituzione intellettuale e di studio della Chiesa Cattolica dedicata specificamente alla bioetica e alla difesa della vita.

 

Nel 2001, sempre a Roma si ha prima Facoltà di Bioetica al mondo:  nasce  l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, istituzione universitaria cattolica che ha offerto per la prima volta un intero corso di studi teologico-scientifico interamente strutturato come facoltà autonoma di bioetica. L’università era stata eretta nel 1993  canonicamente dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica su iniziativa dei Legionari di Cristo, nel 1998 Wojtyla concesse ufficialmente all’ateneo il titolo di Università Pontificia

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Quali sono le competenze della bioetica?

Un momento importante per definire l’ambito di competenza della disciplina fu il Documento di Erice del 1991, che si rifà ai contenuti della Encyclopedia of Bioethics del 1978 e riconosce alla bioetica una competenza estesa a quattro ambiti principali: i problemi etici delle professioni sanitarie, i problemi etici emergenti nell’ambito delle ricerche sull’uomo anche quando non direttamente terapeutiche, i problemi sociali connessi alle politiche sanitarie nazionali e internazionali, alla medicina occupazionale e alle politiche di pianificazione familiare e controllo demografico, e infine i problemi relativi all’intervento sulla vita degli altri esseri viventi, comprese piante e microrganismi, e più in generale tutto ciò che riguarda l’equilibrio dell’ecosistema.

 

Accanto a questa definizione delle competenze si è sviluppata anche una classificazione interna alla disciplina, che distingue generalmente tra una bioetica generale, che si occupa della fondazione etica, del discorso sui valori e sui principi originari nonché delle fonti documentarie della materia, una bioetica speciale, che analizza i grandi problemi sotto un profilo generale, tanto nel campo medico quanto in quello più propriamente biologico, includendo temi come l’ingegneria genetica, l’aborto, l’eutanasia e la clonazione, e infine una bioetica clinica, intesa come applicazione delle teorie etiche e dei principi generali adottati ai casi clinici concreti, alla ricerca di indicazioni operative per l’azione.

 

Radici antiche e ramificazioni recenti

Se le origini istituzionali della bioetica risalgono agli anni Sessanta e Settanta del Novecento, le sue radici più remote affondano ben più indietro nel tempo. Il Corpus Hippocraticum e il celebre Giuramento di Ippocrate rappresentano una prima, fondamentale eredità, incentrata sui principi della beneficialità e del paternalismo medico, e su una fondazione della medicina basata su criteri ritenuti non soggettivi.

 

Anche il cristianesimo ha lasciato un’impronta profonda su ciò che sarebbe poi diventata la bioetica, contribuendo in particolare alla fondazione del concetto stesso di persona e a un significato teologico dell’assistenza al malato, sintetizzato nella formula latina Christus medicus et patiens, che identifica Cristo insieme come medico e come paziente sofferente.

 

Le radici più recenti della disciplina sono invece legate a eventi storici drammatici che hanno segnato in modo indelebile la coscienza collettiva. Il Codice di Norimberga del 1947 condannò senza appello ogni sperimentazione sull’uomo condotta senza il suo consenso, in risposta agli abusi commessi durante il nazionalsocialismo.

 

Tuttavia, anche nei democratici Stati Uniti d’America, si registrarono episodi che suscitarono un forte allarme pubblico: tra gli anni Trenta e Quaranta lo studio di Tuskegee, in Alabama, mise a confronto un farmaco con un placebo su una popolazione afroamericana senza che i partecipanti fossero informati; nel 1962, presso lo Swedish Hospital di Seattle, fu istituito un comitato incaricato di decidere le procedure di accesso alla dialisi, sollevando questioni di giustizia distributiva; nel 1963, al Jewish Chronic Disease Hospital di Brooklyn, furono iniettate cellule tumorali in pazienti anziani senza il loro consenso; e tra il 1967 e il 1971, al Willowbrook State Hospital di New York, fu inoculato il virus dell’epatite in bambini con disabilità, forzando il consenso dei genitori.

 

A questi episodi si affiancò l’elaborazione, da parte della World Medical Association, della Dichiarazione di Helsinki sulla sperimentazione clinica, adottata nel 1964 e più volte aggiornata fino al 2000, che ancora oggi costituisce un riferimento fondamentale per l’etica della ricerca biomedica.

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Bioetica magistero della Chiesa cattolica

Parallelamente allo sviluppo della bioetica come disciplina accademica, la Chiesa cattolica ha prodotto nel corso del Novecento una serie di documenti destinati ad avere un peso rilevante nel dibattito. Si possono ricordare, tra gli altri, il discorso di Pio XII ai partecipanti al Simposio internazionale su Anestesia e persona umana del 1957, l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI del 1968 sul tema della procreazione responsabile, la dichiarazione sull’aborto della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1974, e successivamente, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, la dichiarazione sull’eutanasia del 1980, la lettera apostolica Familiaris consortio del 1981, l’istruzione Donum vitae del 1987 e l’enciclica Evangelium vitae del 1995. Questi testi costituiscono un corpus dottrinale organico che ha profondamente influenzato lo sviluppo della bioetica personalista di ispirazione cattolica.

 

I presupposti della bioetica personalista ontologicamente fondata

Proprio a questa impostazione, spesso definita come bioetica personalista ontologicamente fondata, o di dimensione sapienziale, si può ricondurre un insieme coerente di presupposti teorici, scrive il cardinale Sgreccia.

 

Il primo riguarda la dignità della persona umana, colta nella sua unitotalità di corpo e spirito e, in un’ottica di fede, come immagine di Dio.

 

Il secondo presupposto è quello del realismo-cognitivismo, secondo cui la persona possiede la capacità razionale di conoscere la realtà e la struttura oggettiva dei valori, negando così ogni deriva relativista o nichilista.

 

Il terzo presupposto è uno sguardo propriamente metafisico sulla realtà, per cui l’Intelligenza Umana è capace di risalire dal fenomeno al fondamento e di cogliere, a partire dall’essere, il dover essere: come si legge nell’enciclica Fides et ratio, occorre «rivendicare la capacità che l’uomo possiede di conoscere questa dimensione trascendente e metafisica in modo vero e certo, benché imperfetto e analogico» (Fides et ratio, n. 83).

 

Ripercorrere le origini della bioetica significa dunque osservare l’intreccio tra biografie individuali, come quelle di Potter, Jonas, Hellegers e Callahan, istituzioni nascenti, drammatici episodi storici che hanno reso urgente una riflessione etica sulla sperimentazione e sulla pratica medica, e infine grandi correnti di pensiero, laiche e religiose, che ancora oggi continuano a confrontarsi sul senso e sui limiti dell’intervento dell’uomo sulla vita e sulla salute.

 

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