Morte cerebrale

Nessun algoritmo può decidere della vita. E la morte cerebrale? Ripensando alle parole del papa

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Papa Leone XIV ha pronunciato parole che meritano di essere prese molto sul serio. Domenica 27 settembre, incontrando a Lourdes gli operatori e gli assistiti dell’Accueil Notre-Dame, il Pontefice ha ricordato che la persona umana è degna «per il semplice fatto di esistere» e che la sua dignità «non si misura e non si discute».

 

Poco dopo ha aggiunto una frase ancora più netta, riprendendo quanto aveva già affermato nel giugno scorso davanti alla Fondation Jérôme Lejeune: «Nessuno ha il diritto, mai, sulla base di algoritmi di laboratorio, di decidere della vita di un determinato embrione o di una determinata persona anziana!».

 

Parole chiarissime, che sarebbe però troppo comodo confinare ai soli esempi citati dal papa. Perché se davvero nessuno può decidere della vita di un embrione o di un anziano sulla base di un algoritmo di laboratorio, viene spontanea una domanda: come la mettiamo con gli algoritmi attraverso i quali decidiamo che una determinata persona è morta?

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Già, perché l’accertamento della morte con criteri neurologici è costruito attraverso una sequenza codificata di condizioni, esami, soglie e risultati, al termine della quale un essere umano che fino a quel momento era un paziente diventa giuridicamente un cadavere.

 

Si controllano i riflessi del tronco encefalico, si verifica l’assenza della respirazione spontanea, in Italia si registra obbligatoriamente l’attività elettrica cerebrale e, in determinate condizioni, si ricorre alla verifica del flusso cerebrale. Si osserva il paziente per il tempo previsto dalla legge e, quando tutte le condizioni richieste risultano soddisfatte, il suo statuto cambia radicalmente: un istante prima era un malato gravissimo sottoposto alle cure della terapia intensiva, un istante dopo è morto.

 

Eppure il cuore continua a battere spontaneamente, il sangue a circolare, il metabolismo a funzionare, i reni a produrre urina, persistono funzioni endocrine e immunitarie, le ferite possono cicatrizzare e, nelle donne incinte dichiarate cerebralmente morte, è stato persino possibile proseguire per settimane o mesi una gravidanza.

 

Lo stesso organismo che viene definito morto deve essere mantenuto nelle migliori condizioni possibili, correggendo gli eventuali squilibri metabolici e intervenendo quando qualche parametro si altera. 

 

In altri termini, il »cadavere» deve essere scrupolosamente monitorato affinché conservi la qualità che interessa al ricevente: la vitalità dei suoi preziosi organi.

 

Ma c’è un’ulteriore contraddizione: in Italia l’elettroencefalogramma è obbligatorio, mentre in altri Paesi non lo è; nel Regno Unito l’accertamento è storicamente incentrato soprattutto sulle funzioni del tronco encefalico e l’EEG non costituisce un requisito ordinario. Dov’è dunque la sua universalità?

 

La domanda allora è semplice e ineludibile: se per stabilire che sono morto in Italia è necessario un esame che altrove non viene ritenuto necessario, dove si trova esattamente la mia morte? Nel mio organismo o nel protocollo adottato dal Paese nel quale si trova il mio letto d’ospedale?

 

Leone XIV a Lourdes stava parlando in generale della difesa della vita fragile, dell’embrione, dell’anziano e del malato, non della morte cerebrale. Ma un principio, se è vero, non smette di esserlo quando la sua applicazione diventa scomoda o politicamente scorretta. E il principio espresso dal pontefice è radicale: la dignità appartiene all’essere umano per il semplice fatto di esistere, non dipende da ciò che realizza o produce e non può essere subordinata a calcoli di utilità.

 

Con l’introduzione del criterio encefalico ci si è arrogati il diritto di stabilire che la perdita irreversibile (o presunta tale) di determinate funzioni encefaliche rappresenti un criterio sufficiente per dichiarare la morte dell’intero essere umano, anche quando il suo organismo continua a manifestare una molteplicità di funzioni biologiche.

 

La tensione è evidente: da una parte si afferma che la dignità appartiene all’uomo semplicemente perché esiste e che il suo valore non dipende dalle prestazioni che è in grado di fornire, dall’altra si assume che il confine tra la vita e la morte possa coincidere con la presenza o meno di determinate funzioni.

 

Tuttavia, è proprio questa antropologia funzionalista a permettere di individuare un filo comune fra questioni apparentemente molto lontane tra di loro, come aborto, eutanasia e morte cerebrale: non perché siano la stessa cosa, ma perché in ciascuna di esse ritorna la domanda su quali funzioni debba possedere un essere umano affinché la sua esistenza sia pienamente riconosciuta e tutelata.

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Le parole di Leone XIV risultano dunque particolarmente significative e non perché il papa abbia messo in discussione la morte cerebrale, ma perché, se portato fino alle sue conseguenze, il principio che ha enunciato entra in rotta di collisione con un criterio che appare antropologicamente falso e moralmente illecito.

 

Se dunque la dignità dell’uomo «non si misura e non si discute», se il suo valore non dipende dalle funzioni che è ancora in grado di esercitare, allora la domanda sulla morte cerebrale non può essere lasciata fuori dalla porta: attraverso i protocolli medici si constata che quell’uomo è morto oppure si stabilisce il momento in cui deve essere considerato tale?

 

La differenza è enorme, perché nel primo caso la medicina riconosce una realtà che la precede, mentre nel secondo la definisce.

 

Ci troviamo, pertanto, esattamente nel perimetro delineato dal papa: quello in cui bisogna stabilire se la tecnica sia ancora al servizio dell’uomo oppure se sia vero il contrario.

 

E allora, Santità, come la mettiamo con l’algoritmo della morte cerebrale che stabilisce quando l’essere umano debba essere considerato cadavere e trattato come tale?

 

Alfredo De Matteo

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