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Il cardinale Fernandez chiede ai cattolici di «avere stima» delle altre fedi

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Il Vaticano ha chiesto ai cattolici di «stimare» le altre fedi nel suo ultimo documento sul dialogo interreligioso e sulla «fraternità».

 

Il documento, firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF); dal cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani; e dal cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, è apparso questa mattina.

 

Intitolato «Un cammino di speranza: sessant’anni di dialogo interreligioso e fraternità alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate», il testo scoraggia il «proselitismo», ovvero i tentativi di convertire persone di altre religioni. Nostrae Aetate è uno dei più noti documenti usciti  Concilio Vaticano II. Esso tratta fri rapporti tra la Chiesa e i non-cristiani. Chiamata in bozza Decretum de Judaeis, la Nostrae Aetate fu finita  nel novembre 1961 da Giovanni XXIII.

 

«La difesa indisponente della propria posizione e il proselitismo, come unica modalità di incontro con “l’altro”, non hanno ormai più senso in un mondo che somiglia sempre più a un villaggio globale interconnesso e in continuo fermento», si legge nel testo vaticano.

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Il documento sostiene il «dialogo interreligioso» e la «fraternità» con le altre religioni come ideali, ma li inquadra come mezzi per raggiungere la «pace» e la «comprensione», anziché l’evangelizzazione.

 

«Dialogare, nello spirito di Nostra aetate, presuppone dunque uno sguardo contemplativo rivolto all’“altro diverso”: “Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare””». In questa concezione di dialogo non vengono citati l’evangelizzazione, la conversione e il condurre a Cristo.

 

Il documento distingue inoltre esplicitamente il «dialogo» dall’evangelizzazione cristiana, sottintendendo più chiaramente che l’idea vaticana di dialogo interreligioso non implica l’evangelizzazione.

 

«A coloro che sarebbero tentati di insistere esclusivamente sull’obbligo di annunciare Cristo, si ricorda che la Dichiarazione Nostra aetate include la necessità del dialogo con le altre tradizioni religiose, considerato che ormai esso “fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa”», afferma il testo.

 

Il testo cita l’affermazione di papa Francesco secondo cui tale dialogo è «condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani, come per le altre comunità religiose».

 

La cosiddetta «fraternità»  – parola che come «dialogo» potrebbe far sorridere qualche massone – è di per sé un obiettivo dichiarato, indipendente da qualsiasi tentativo di convertire altri al cristianesimo. Il documento incoraggia un «ialogo costante con le culture, le religioni e le coscienze, in vista di uno sviluppo solidale, aperto alla trascendenza e orientato alla fraternità universale».

 

«Da qui l’importanza di un criterio di discernimento universale che può trovarsi nei testi sacri delle diverse religioni: l’accoglienza o il rifiuto della persona ferita ai bordi della strada. L’attenzione concreta ai più vulnerabili è l’indicatore essenziale per valutare la correttezza di ogni progetto, che sia politico, economico, sociale, accademico, religioso o culturale. Il povero – in tutte le sue forme di precarietà – è la bussola che ci permette di sapere se stiamo procedendo nella giusta direzione».

 

«Non si tratta, in verità, di fondare una grande religione mondiale in cui tutte le credenze vengano appiattite» dichiara il documento vaticano. «Questa intenzione rimane al cuore del dialogo interreligioso, come già lo era nella Dichiarazione Nostra aetate e negli sforzi in tal senso che hanno caratterizzato i decenni successivi alla sua promulgazione».

 

«Il rispetto e la stima sono i fondamenti imprescindibili del dialogo interreligioso e nei rapporti con l’ebraismo, che permettono di superare atteggiamenti di esclusione, disprezzo o indifferenza che a lungo avevano prevalso» continua il documento, mostrando un particolare favore verso gli ebrei.

 

Il documento fernandeziano suggerisce addirittura che aderire a un dogma implichi una «visione chiusa della realtà» che diventa fonte di «sofferenza».

 

«Per giungere a tale traguardo, è necessario operare una vera trasformazione delle mentalità: abbandonare le logiche di difesa, di ostilità o di conquista, per adottare un atteggiamento aperto, benevolo, coraggioso. I modelli monolitici e isolati, che incoraggiano una visione chiusa della realtà, risultano sempre più inadeguati e in ultima analisi fonte di violenza e di sofferenza per i più deboli».

 

Il testo della DDF arriva addirittura ad affermare, citando Bergoglio che le diverse religioni, anche quelle erronee, possiedono doni speciali di cui non sono obbligate a rinunciare: «credo che in questo campo le religioni, così come le università, senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche peculiari e ai propri doni particolari, hanno molto da apportare e da offrire».

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Il documento, come gli ultimi anni del papato, avallano il cosiddetto indifferentismo religioso, che fu condannato da papa Gregorio XVI, da papa Pio IX nel suo Sillabo degli errori e da altri papi.

 

Il paragrafo tre di Con quanta cura (1864), intitolato «Indifferentismo, Latitudinarismo», condanna le proposizioni:

 

«XV. È libero a ciascun uomo di abbracciare e professare quella religione, che colla scorta del lume della ragione avrà riputato essere vera».

 

«XVI. Gli uomini nell’esercizio di qualsivoglia religione possono trovare la via della eterna salute, e conseguire l’eterna salute».

 

A questo proposito, ancora una volta il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ex Sant’Uffizio, cardinale «Tucho» Fernandezzo va palesemente contro l’insegnamento del magistero della Chiesa.

 

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Immagine screenshot da YouTUbe

 

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