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I procuratori israeliani si preparano a incriminare i collaboratori di Netanyahu

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Il procuratore generale israeliano Gali Baharav-Miara dovrebbe decidere se rinviare a giudizio due stretti collaboratori del primo ministro Benjamin Netanyahu per presunte attività di lobbying a favore del Qatar. Lo riporta la stampa israeliana, che cita alcune fonti.

 

Il cosiddetto scandalo Qatargate è emerso all’inizio dello scorso anno, quando il Canale 12 israeliano ha diffuso un’inchiesta di forte impatto in cui si sosteneva che i più intimi collaboratori del premier fossero stati retribuiti da Doha per promuovere gli interessi del Qatar presso le più alte autorità politiche e di sicurezza del Paese.

 

L’inchiesta ha coinvolto Yisrael Einhorn, Ofer Golan, Jonatan Urich ed Eli Feldstein, quest’ultimo già arrestato per il presunto coinvolgimento nel furto e nella diffusione di documenti riservati prima della pubblicazione del reportage.

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Urich e Feldstein sono stati entrambi arrestati e interrogati lo scorso marzo in relazione alle accuse, mentre Einhorn, residente in Serbia, ha rifiutato di rientrare nel Paese. Golan, storico portavoce di Netanyahu, è rimasto in carica più a lungo tra i funzionari implicati, lasciando l’incarico soltanto lo scorso aprile.

 

Secondo quanto riportato martedì dai media israeliani, il procuratore generale dovrebbe ora stabilire se procedere con le accuse nei confronti di Urich e Feldstein. Sebbene i servizi segreti Mossad e Shin Bet non abbiano ancora trasmesso la propria valutazione sulla vicenda, funzionari del ministero della Giustizia, rimasti anonimi, hanno dichiarato al Canale 13 che esistono «prove sufficienti» per incriminare i sospettati per i contatti con un soggetto straniero.

 

A giugno Urich è stato inoltre incriminato per il suo presunto ruolo nella fuga di notizie riservate alla stampa. Le accuse riguardano la divulgazione di materiale dell’intelligence militare israeliana al tabloide tedesco Bild nel settembre 2024, in un apparente tentativo di rafforzare le tesi di Netanyahu secondo cui non era stato lui, bensì il gruppo militante di Hamas, a far slittare l’accordo per la liberazione degli ostaggi israeliani detenuti a Gaza.

 

Oltre ai collaboratori di Netanyahu, la vicenda potrebbe coinvolgere anche il direttore del Mossad, Roman Gofman, secondo quanto riportato dai media. Prima di assumere la guida dell’agenzia a giugno, Gofman era segretario militare di Netanyahu e potrebbe trovarsi in una situazione di conflitto di interessi a causa dei suoi stretti legami con i sospettati. Funzionari del Ministero della Giustizia starebbero ora valutando se impedire al capo dell’intelligence di firmare la prossima valutazione del proprio dipartimento.

 

Lo scandalo Qatargate ha inferto un ulteriore grave colpo alla reputazione di Netanyahu, da oltre un decennio al centro di diverse accuse di corruzione. I legami tra i suoi collaboratori e il governo del Qatar sembrano risalire a lungo tempo: i funzionari coinvolti avrebbero aiutato Doha a consolidare la propria posizione nel Golfo già durante la crisi diplomatica del 2017-2021 e a elaborare una strategia per migliorare la propria immagine in vista dei Mondiali di calcio del 2022.

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Israele ha a lungo consentito e facilitato i finanziamenti del Qatar a Hamas a Gaza. Dal 2007 Doha ha sostenuto il gruppo, ma dal 2014-2018 i trasferimenti (fino a 30 milioni di dollari al mese in contanti) sono avvenuti con l’approvazione di Tel Aviv e degli USA. Secondo un funzionario qatariota intervistato da Der Spiegel nel 2023, in accordo con i governi degli Stati Uniti e di Israele, venivano trasferiti mensilmente 30 milioni di dollari ad Hamas.

 

Con un accordo controverso quanto segreto, il governo israeliano di Benjamin Netanyahu ha sostenuto per molti anni i pagamenti del Qatar ad Hamas, nella speranza di trasformare Hamas in un efficace contrappeso all’Autorità Palestinese e impedire la creazione di uno Stato palestinese.

 

La strategia di Netanyahu mirava a «comprare quiete», stabilizzare la Striscia e indebolire l’Autorità Palestinese che governa la Cisgiordania, mantenendo gli islamisti di Hamas come controparte del potere «laico» dell’ANP, sul modello di quanto già fatto in passato per togliere potere al popolare leader dell’OLP Yasser Arafat.

 

Secondo quanto riportato, ufficiali israeliani scortavano i fondi ceh da Doha arrivava al gruppo jihadista di Gaza. Il denaro rafforzò di fatto il controllo di Hamas. La politica, scoperta dopo il 7 ottobre 2023, è ora, in teoria, cessata.

 

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 Immagine di Matthias Berg via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 4.0

 

 

 

 

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