Utero in affitto

Coppia omosessuale fa causa alla madre che si rifiuta di interrompere una gravidanza surrogata

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Una coppia di uomini omosessuali canadesi ha fatto causa alla madre surrogata del loro figlio dopo che quest’ultima si era rifiutata di interrompere la gravidanza a causa di lievi difetti di salute. Lo riporta LifeSite.

 

La causa è stata intentata due anni dopo la nascita del bambino, concepito tramite l’unione di un ovulo di donatrice e dello sperma di entrambi gli uomini, uno dei quali ha fecondato l’ovulo. La madre surrogata è stata poi fecondata in vitro.

 

Inizialmente, la coppia dell’Ontario voleva interrompere la gravidanza a causa di una labiopalatoschisi (il cosiddetto labbro leporino) e di potenziali problemi genetici. Avevano quindi domandato ulteriori esami al feto, ma alla fine avevano deciso di portare avanti la gravidanza. Gli specialisti avevano che il bambino era sano e presentava solo una piccola malformazione congenita.

 

I querelanti chiedono un risarcimento di 600.000 dollari nella causa, presentata a maggio presso la Corte Superiore dell’Ontario. La coppia omosessuale sostiene che la madre surrogata non li abbia informati sulle condizioni di salute del bambino, mettendolo così a rischio. Affermano inoltre che ciò abbia causato loro un grave danno emotivo e che si tratti di una violazione delle norme sulla riservatezza. La madre surrogata nega le accuse.

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Secondo l’atto di citazione, non vi è alcuna menzione di una richiesta di aborto da parte della coppia nel giugno 2024. La madre surrogata e la responsabile dell’agenzia di maternità surrogata hanno affermato che i rapporti tra le parti si sono deteriorati dopo che la coppia ha espresso il desiderio di interrompere la gravidanza.

 

Secondo la copertura del caso data data dal quotidiano canadese National Post, i nomi della madre surrogata, del bambino e della coppia sono stati omessi per «tutelare la loro privacy». Secondo quanto riportato nell’atto di citazione, la madre biologica desiderava partorire in casa e ha intentato una causa presso il tribunale di pace chiedendo che la coppia ne pagasse le spese. Tale controversia non è ancora stata risolta.

 

«Sapete che sono una madre single, sapete che ho una figlia, e in pratica mi state facendo causa per la mia casa», ha detto la donna, che ha preferito rimanere anonima. «Sembra una cosa davvero orribile, è semplicemente terribile», ha aggiunto, «Mi sento usata… Non hanno avuto il figlio perfetto che volevano e mi hanno scaricata»

 

La legge canadese stabilisce che, a differenza degli Stati Uniti, le madri surrogate non possono richiedere un compenso a scopo commerciale, ma possono essere rimborsate solo per le spese sostenute. La legge canadese prevede inoltre che, per quanto riguarda il bambino, la decisione di interrompere o meno la gravidanza spetti esclusivamente alla madre.

 

La madre surrogata ha affermato che avrebbe acconsentito all’aborto se non ci fosse stata alcuna possibilità di sopravvivenza del bambino, ma non ha voluto interromperlo a causa di un «difetto» di lieve entità.

 

Dopo il parto in casa, che ha presentato complicazioni tali da rendere necessario il ricovero del neonato in ospedale per la somministrazione di ossigeno, la coppia ha portato il bambino a casa e ha interrotto ogni contatto con la madre surrogata.

 

La maternità surrogata è diventata una pratica comune in Canada e altrove, soprattutto tra le coppie omosessuali che desiderano avere figli. I bambini nati da queste situazioni crescono solitamente privi di una madre o di un padre.

 

La triste realtà è che l’aborto è diventato più comune in Canada. Tra il 2024 e il 2025 sono nati 368.928 bambini in Canada, un numero che sarebbe molto più alto se non ci fosse l’aborto. Nel 2022, 97.211 bambini canadesi sono stati uccisi dall’aborto. Analogamente, i rapporti del 2018 indicavano che in Canada, tra il 2013 e il 2018, 766 bambini erano nati vivi a seguito di aborti tardivi e presumibilmente erano stati lasciati morire.

 

Non si tratta del primo caso in cui «genitori intenzionali» denunciano la donna che ha affittato l’utero per mancato aborto del bambino ottenuto con riproduzione artificiale.

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In un caso noto di dieci anni fa una donna Melissa Cook era rimasta incinta di tre gemelli tramite fecondazione in vitro. Il committente, adducendo difficoltà economiche e preoccupazioni mediche, ha invocato la clausola di «riduzione fetale» prevista dal contratto, chiedendo l’aborto di uno dei feti. Al rifiuto della donna di abortire il terzo gemello, gli avvocati dell’uomo l’hanno minacciata di causargli enormi perdite finanziarie per violazione contrattuale e di intentare una causa milione di euro per danni.

 

La donna ha partorito tutti e tre i bambini e ha avviato una battaglia legale per contestare la costituzionalità delle leggi sulla surrogazione della California. I giudici hanno infine decretato che il contratto non poteva obbligarla ad abortire, ma la custodia dei tre bambini è stata comunque assegnata al padre biologico.

 

In un caso in Connecticut nel 2012 una coppia aveva chiesto alla surrogata alla 21ª settimana di gravidanza di abortire dopo che un’ecografia aveva rivelato labbro leporino e cardiopatia.  A questo punto, i committenti hanno invocato il contratto chiedendo il cosiddetto l’aborto terapeutico. Al rifiuto per motivi morali della surrogata la coppia le ha offerto prima 10.000 dollari extra per abortire, poi ha minacciato azioni legali per violazione del contratto. Gli avvocati della coppia dichiararono formalmente che, se il bambino fosse nato, i genitori biologici lo avrebbero abbandonato in istituto rifiutando la custodia.

 

Per evitare le leggi restrittive del Connecticut (che davano ragione ai genitori contrattuali), la donna è fuggita in Michigan, uno Stato che riconosce legalmente la gestante come madre biologica alla nascita. La bambina è nata con problemi di salute ed è stata data in adozione a una terza famiglia che desiderava prendersene cura.

 

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Immagine generata artificialmente

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